Finalmente eccoci: uno dei motivi per cui siamo in Germania, il “vero medioevo tedesco”. Rothenburg ob der Tauber. Piccolo borgo sulla Romantic Strasse, sopravvissuto (più o meno) ai bombardamenti e famoso per aver conservato l’anima medievale.
L’ingresso dalla porta sud è già un biglietto da visita che non lascia dubbi: un doppio portale circolare che forma un otto, fossato imponente e torre altissima a guardia della città. Si può entrare dentro “l’otto” e, lo ammetto, quasi mi perdo: labirinto 1 – turista 0.
Avevo promesso niente calzamaglie, ma qui la tentazione è forte. Stanno allestendo una rievocazione storica: tende, capanne e figuranti in tuniche e collant d’ordinanza. Un medioevo in carne, ossa… e lana grezza.
Una volta entrati, lo spettacolo è assicurato: case a graticcio ovunque. Per apprezzarle meglio saliamo sulle mura, ancora intatte e percorribili lungo tutta la città. Dall’alto si cammina al coperto, tra pietre che raccontano storie: tante portano inciso il nome di chi le ha “adottate” per finanziare i restauri. Una sorta di “adozione a distanza” di pezzi di mura. E funziona, perché ancora oggi difendono la città, assottigliate dal tempo ma senza mai sgretolarsi.
Non siamo soli, certo, il giro è bellissimo: arriviamo fino alla porta est e saliamo sulla torre da cui si gode una vista panoramica. Potremmo proseguire il giro, il richiamo del centro è forte. Ci buttiamo tra le vie pittoresche piene di negozi moderni sebbene dall’aspetto medievale. Piazza del Mercato, Municipio, la chiesa di San Giacomo.
Per apprezzare meglio l’atmosfera prendo una birra da passeggio. Ci sarebbe anche da assaggiare la specialità locale: un dolce a forma sferica. Ha le dimensioni di una palla da baseball. La osservo meglio. Capisco che non fa per me: sembrano chiacchere di carnevale appallottolate e fritte. Sono fatte in tanti modi diversi, differiscono per la copertura di glassa.
Anche Nein.
Poi, l’inevitabile: pioggia. Rifugio strategico nel museo cittadino. Piccolo? Macché. Ottocento anni di storia in mostra. Ho detto tutto.
Il tempo rimane così così, non ci arrendiamo: fotografiamo angoli suggestivi spesso rovinati da frotte di turisti. Molti asiatici, va bene, ormai è un classico. Non mi aspettavo però che fossero così tanti proprio qui.
Poi eccolo, il momento che aspettavo da una vita: il Plönlein, l’angolo da cartolina con le due strade che si biforcano verso le torri. Per me è un déjà-vu: mio padre, in un raro slancio artistico negli anni ’70, aveva dipinto proprio questo scorcio copiandolo da una rivista. Quel quadro è sempre stato appeso in casa mia. Vederlo dal vivo è stato come entrare dentro un ricordo. Io non dipingo, scatto: e il mio “Plönlein” è finalmente in archivio.
Dopo la foto-ricordo, la pioggia aumenta. Torniamo sulle mura per completare il giro. Perfetto: un ultimo tratto sotto l’acqua aggiunge atmosfera medievale (e scarpe bagnate).
La sera smette di piovere. Non contento, torno a Rothenburg per un giro di corsa intorno alle mura. Bellissimo, se non fosse che devo schivare i figuranti della rievocazione, che – attenzione – rievocano senza birra! Medioevo sì, ma a gola asciutta. Questo, mi dispiace dirlo, è un grave errore filologico.






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