mercoledì 22 aprile 2026

2 Meigle Museum – regina Vanora - Glamis Castle – Pietra di Aberlemno – Arbroath Abbey – Castello di Dunnottar

 


Che dormita!

Ci voleva proprio. Dopo aver traslocato valigie su e giù dalla torre come sherpa stanchi ma dignitosi, ci aspetta una giornata fitta, intensa, quasi offensiva per chi ama la lentezza.

Appena usciti, il cielo ha smesso di piangere. C’è pure il sole! Un piccolo miracolo meteo che ci accompagna alla prima tappa: il micro-museo di Meigle, interamente dedicato alle misteriose pietre dei Pitti. Questo antico popolo del nord-est scozzese era noto per due cose: non lasciare scritti e far impazzire gli archeologi. I Romani li temevano abbastanza da costruire un muro lungo tutta la Scozia: il Vallo di Adriano. Più che una difesa pareva un messaggio passivo-aggressivo in pietra.

I Pitti, pur essendo avvolti nel mistero, un po’ alla volta si sono fusi con gli Scoti, creando il Regno di Alba. Da lì in poi, è tutta Scozia. Ma ciò che ci hanno davvero lasciato sono le loro enigmatiche stele, decorate con simboli tanto affascinanti quanto indecifrabili. Alcune sono pre-cristiane, altre hanno già croci intrecciate ai motivi antichi: il sincretismo spirituale ai suoi primi passi.

Il museo? Una stanza sola, molto ben allestita. E gratis con l’Explorer Pass – dettaglio sempre degno di lode. Sassi incisi con simboli che non capisce nessuno? Un sogno. È come sfogliare un fumetto scritto in una lingua estinta: ipnotico.

Stiamo per uscire quando scopro che lì accanto, nel cimitero, si nasconderebbe la tomba di Vanora, regina leggendaria dei Pitti. Forse era Ginevra, forse una fata, forse solo un’invenzione medievale. Fatto sta che il suo spirito di ribellione è sopravvissuto a secoli di pioggia e muschio.
Due tappe e già abbiamo sfiorato mito, storia e mistero. Ore 11. Non male.

Prossima fermata: Castello di Glamis.

Si arriva attraverso un lungo viale alberato, degno dei film in costume con cavalli al galoppo e colonna sonora drammatica. Il castello, un gioiellino, si fa desiderare fino all’ultimo metro.

Colpo di scena: nel parco stanno per cominciare i giochi scozzesi. Tronchi da lanciare, corse folli, uomini in kilt e sudore virile... almeno nella mia testa.
In realtà, niente kilt. Solo signori scozzesi ben pasciuti e qualche ciclista high-tech. L’ingresso costa 12 sterline e l’entusiasmo evapora come nebbia al sole.

Quindi, visitiamo il castello. Il tour è molto turistico, con guida in inglese denso e veloce: capisco un 65-70%, e mi sento già un campione. Il percorso si snoda tra storie di antichi proprietari e leggende di fantasmi che, secondo la guida, ancora infestano le stanze.

Finale col botto: una stanzetta buia che – dicono – Shakespeare avrebbe visitato. Nessuna prova, ma tre indizi fanno una leggenda:

Shakespeare era amico del proprietario.

In Macbeth, descrive questa stanza molto bene.

In quella stessa stanza, Macbeth e consorte uccidono re Duncan.

Manca il terzo indizio. Se ci si pensa bene, in questa stanza Macbeth aveva commesso un altro delitto: ha ucciso il sonno.

Il caso è chiuso, Watson. Ora, magari una pinta e un lancio di tronco?

Nope.
Troppo caro. Troppo turistico. Troppo... deludente.

Si riparte.


Tappa successiva: le pietre di Aberlemno.

In teoria, famose. In pratica... boh? Il micro-museo è chiuso. Troviamo due pietre sulla strada: la Serpent Stone e la Crescent Stone.
A circa mezzo miglio di distanza, nel cimitero di una chiesetta in mezzo ai campi, finalmente la Aberlemno Cross: maestosa, decorata, abbandonata al meteo scozzese. Quanto durerà?

Poi via verso altra abbazia, Arbroath! Altro giro, altro regalo. Anche qui rimangono solo i ruderi, ma sono costruiti con una bellissima pietra rossa. Peccato che buona parte delle mura sia transennata per motivi di sicurezza: ci resta da immaginare l’antico splendore, e meno male che l’ingresso è incluso nel Pass.

Che ore sono?! È tardi? In realtà no, ma siamo in Scozia e la prossima tappa potrebbe chiudere alle 17, il che significa che l’ultimo ingresso sarebbe alle 16:30.

Si corre!

O quasi. Perché “Lady Failed” mi ricorda che qui si rispettano i limiti di velocità. Sempre. Come se non bastasse, la macchina ha un sistema di allerta sonoro: appena supero di due miglia il limite, parte un fastidioso “bip”... o era un piccione incazzato? Difficile dirlo.

Giungiamo due minuti prima dell’orario di chiusura al parcheggio del castello di Dunnottar. Ma il castello... è su un promontorio nero, a picco sul mare, a un bel po’ di scale di distanza.

Io corro avanti tipo Frodo verso Mordor, sperando di bloccare il ponte levatoio.

Cassandra? Scomparsa.

È rimasta indietro: sta imparando il gaelico, giusto per capire dove buttare la plastica e dove l’umido. Ma la fortuna ci sorride: il custode annuncia che possiamo entrare e restare fino alle 18.

Tapadh le Dia, ach abair fallas” – grazie a Dio, ma che sudata.

Dunnottar, che dire: meraviglia pura. Un castello arroccato, circondato da scogliere e vento. Imponente anche da mezzo diroccato. Queste mura hanno resistito a tutti (più o meno), se non contiamo Edoardo I e William Wallace.

Ancora visibili le strutture principali, la cappella, i magazzini... e quel senso di maestà che neanche secoli di abbandono sono riusciti a cancellare.

Curiosità da cinefili: Zeffirelli ci ha girato il suo Amleto, con Mel Gibson e Glenn Close.

Non sarà sull’Explorer Pass, ma ogni singola sterlina spesa qui è valsa la pena.

Finora, il castello più bello del viaggio.

Scozia: fantasmi, castelli e navigatori ribelli

 

La Scozia è famosa per un sacco di cose: il whisky, i paesaggi, le Highlands, il mostro di Loch Ness (che è più un'idea che un animale), e soprattutto i castelli. Tonnellate di castelli. Grandi, piccoli, fatiscenti, restaurati, in bilico, a pezzi. Talmente tanti da far venire il sospetto che nel Medioevo fosse obbligatorio averne uno, tipo lo smartphone oggi.

Alcuni sembrano castelli, altri sembrano castelli dopo una rissa con un drago.
E poi ci sono quelli diventati hotel di lusso, dove dormi dentro la storia – a prezzi che ti fanno desiderare il Medioevo vero.

Anche in Italia ne abbiamo molti, quelli dimenticati ormai non li nota più nessuno. Io e Cassandra invece abbiamo sviluppato una specie di radar per rovine: ci basta un cartello mezzo staccato o una pietra messa male in mezzo a un campo della provincia romana per dire “Ehi, qui c’era un castello!”. E spesso avevamo ragione.

E naturalmente, dove c’è un castello… c’è un fantasma.

Regola base.

In Scozia ne hanno moltissimi. Castelli infestati, storie di fantasmi, fantasmi senza nemmeno più un tetto sopra la testa. Alcuni sono famosi, altri in cerca di pubblico. Se stai troppo fermo in un corridoio, c’è il rischio che un fantasma ti chieda di lasciargli una recensione su TripAdvisor.

Io il mio lo trovo subito, appena presa l’auto a noleggio.

Entro, accendo il motore… e dal finestrino chiuso parte una gelida folata di vento.

Mi giro e accanto a me non c’è più Cassandra, bensì il fantasma di Lady Failed. Si è impossessata del suo corpo e ogni volta che guido si fa viva: il gelido sguardo che ricevo è quello di un’istruttrice di guida che non ha mai promosso nessun allievo. Questa è la sua maledizione: finché non troverà un degno guidatore da promuovere, non potrà riposare in pace…

Tutti gli altri subiranno il suo tormento…

Spoiler: non sarò io il suo liberatore.

Ogni frenata troppo brusca, ogni rotonda sbagliata, ogni "oddio era a sinistra!"... lei lo segna con un sospiro su una scheda invisibile.

Il primo giorno è un mix di stress e imprecazioni trattenute.

Anche il navigatore continua a cadere a terra, forse un poltergeist dispettoso…

Tappa uno: Dunfermline


Passiamo un ponte enorme che mi ricorda quello di Verrazzano nel design, solo dimezzato. Una grande uscita scenografica dal mondo moderno che un’ora più tardi ci porta all’Abbazia di Dunfermline.

Una parte è ancora in funzione, l’altra è ufficialmente “rovina visitabile”.

Qui vennero seppelliti Robert the Bruce e sua moglie – già solo per questo merita rispetto.

È un posto tranquillo, con rovine eleganti e un parco tutto attorno. La pietra annerita e muschiosa ha quel look da “non mi lavo da seicento anni ma porto benissimo i miei secoli”. Ci piace.

Qui compriamo il nostro Explorer Pass, il super lasciapassare da 14 giorni che ci aprirà le porte a castelli, abbazie, musei e altri luoghi storici.
Molto comodo. Molto economico. Molto “evitiamo di tirar fuori il portafoglio ogni tre ore”.

Siamo all’interno dello scheletro di un grande palazzo che divenne la nursery per i reali, luogo molto amato e famigliare per loro. La facciata più integra si affaccia su un parco verde, mantenendo ancora quel pizzico di fascino senza tempo delle pietre scure intaccate dal verde.

Questo è solo il primo esempio di quello che ci aspetta in questo viaggio: rovine, rovine, rovine.

La Scozia infatti era ricca di cattedrali cattoliche che sono state abbandonate dopo il 1500, quando l’Inghilterra divenne protestante e il cattolicesimo vietato. Lasciate in abbandono, col tempo queste gigantesche cattedrali medievali divennero troppo pesanti per sostenere il peso degli anni e, senza i dovuti restauri, poco a poco crollarono o bruciarono a causa di incendi.


Seconda tappa: Aberdour


Villaggio sul mare, minuscolo ma grazioso. Il castello è piccolo ma ben tenuto, per essere in rovina. Facciamo il giro completo, giardino incluso. A pochi passi c’è una chiesetta normanna che sembra uscita da un film, non ce la facciamo scappare.








Terza tappa: St. Andrews


Non ci rimane molto tempo. Ora, parliamone: perché in Scozia chiude tutto presto?
Va bene d’inverno, quando alle tre è già notte. Ma in estate con luce fino alle dieci di sera?

Chiudono per andare al pub? Per non lavorare troppo? Per principio?

Fatto sta che arriviamo in città di corsa, decisi a vedere il castello e l’abbazia.
Ma c’è un ostacolo insidioso: il parcheggio.

Si paga solo con monetine (che ovviamente non abbiamo) o con una App (che richiede un SMS di verifica).

Noi, da furbissimi viaggiatori digitali, abbiamo disattivato la SIM italiana per attivare la eSIM. Morale: niente SMS.

Soluzione: faccio mandare il codice a mia sorella in Italia, lei lo riceve e me lo rigira via WhatsApp.

Genialità? No. Necessità.

Finalmente entriamo. Sorpresa! Non abbiamo tempo per entrambi. Dobbiamo scegliere: o il castello o l’abbazia. Cassandra vota per il castello.

Ok, castello sia.

Peccato che, una volta dentro, il museo ci sembri… meh.

Informazioni sì, rovine sì, ma niente che gridi: “Wow, ho risolto l'enigma del parcheggio impossibile per questo!”.

A parte la scogliera. Quella sì: bellissima, stratificata, scenografica. Vale quasi da sola il prezzo del biglietto.

Ok, abbiamo ancora 45 minuti ma se cominciamo così i miei piani di conquista della Scozia non si realizzeranno mai.

Ok un par de whisky: voglio vedere anche l’abbazia. Cassandra è costretta a seguirmi quando tento la fuga.

Prendimi se ci riesci.


Abbazia di St. Andrews

Appena arrivati capiamo di aver fatto bene. Ecco perché tutti ne parlano.
È enorme. La più grande cattedrale della Scozia. Ormai in rovina, ma imponente, affascinante, colossale anche nel suo stato attuale. Forse proprio perché è mezza distrutta ha più personalità. Certe pietre sembrano dire “ok, siamo crollate, ma guarda con quale stile”.


Cammino tra colonne mozzate e navate aperte al cielo, cercando di ricostruire con la fantasia tutto il resto. Immagino le vetrate, gli affreschi, le statue.

Poi smetto, per evitare la depressione.

Piove. Perché ovviamente piove. Cassandra mi guarda come per dire: “Vieni via, prima che ti cada addosso qualcosa.” Io faccio finta di niente. Voglio vedere tutto. Pietre a terra comprese. Soprattutto quelle.

Mi sento come al cospetto dei resti di un’antica civiltà perduta. In un certo senso è così: la civiltà cattolica scozzese.


Alla fine mi trascino fuori, gocciolante, mentre le nuvole ci ricordano che siamo nel “mese meno piovoso dell’anno”.


Alloggio a Dundee

Arriviamo nel nostro primo hotel. Bell’edificio, periferia tranquilla. Camera al terzo piano. Senza ascensore.

Valigie pesanti, ancora piene del cibo italiano “per sicurezza”, un po' come Totò e Peppino quando arrivano a Milano.

Siamo svegli dalle 4 del mattino. Siamo bagnati. Siamo stanchi. Siamo al terzo piano.
Benvenuti in Scozia.

Sopravviveremo anche a questo.

Con o senza Lady Failed.

Alba Aosmhòr

 

Sarà un viaggio tosto. Zeppo di tappe, chilometri e panorami da mandare in tilt la memoria del telefono. Un tour de force più fisico che mentale — perché la testa, in fondo, sarà sempre lì, tra castelli, scogliere, fantasmi e una buona dose di vento in faccia.

L’idea è semplice (si fa per dire): vedere più cose possibili, muoversi di continuo, cambiare scenario prima ancora che il precedente ci stufi. Nessun tempo morto, nessuna noia. Solo la rincorsa continua a qualcosa di nuovo, che magari nemmeno sappiamo ancora cosa sia.

Qualcuno più saggio (e sicuramente con più ferie) una volta disse:

La felicità non sta nella meta, ma in ciò che vivi per raggiungerla.

Ecco, noi ci proveremo.

Alba Aosmhòr!

Tranquilli, non è una parolaccia in gaelico.

“Alba” è il nome con cui i gaelici chiamano la Scozia. “Aosmhòr” vuol dire “storico” o “antico”,

Alba Aosmhòr, l’Antica Scozia, quella profonda, leggendaria, misteriosa. Quella che non si trova nei negozi di souvenir ma tra le rovine dimenticate, i racconti sussurrati e le strade che si perdono tra le brughiere.

Erano anni che tentavo lo sbarco in Scozia. Tra mille imprevisti e timing sbagliati, non si riusciva mai a partire.

A volte, diciamolo, non hai neanche la testa per organizzare: vorresti solo mollare tutto, salire su un aereo e sparire per un po’. Senza dover pianificare, incastrare giorni e spese, solo andartene.

La buona notizia è che la voglia di partire non mi manca mai, e la memoria mi ricorda ogni tanto che “Ehi, guarda che in Scozia ci dobbiamo andare…”.