sabato 25 aprile 2026

Giorno 9 – Skye: cornamuse, coralli e ruderi dell’età del ferro Ovvero: come sopravvivere al turismo su un’isola mitologica… senza diventare un mito anche tu.

Su Skye, il tempo è una questione filosofica. Non parlo del meteo (quello è certezza: pioggia).

Parlo proprio del tempo: il tempo che passi qui è prezioso. Ogni notte un alloggio medio costa quanto un piccolo mutuo.
Alla prossima venuta — voglio credere che ci sarà — tornerò solo per una giornata. Con la tenda. O con un budget di Jeff Bezos.

Già che siamo qui… via, si parte!

Piove, ovviamente.

Decidiamo di iniziare al coperto: Castello di Dunvegan, baia a nord-ovest, residenza dei MacLeod (sì, come in Highlander, e no, non c’è nessuno che grida "ne resterà soltanto uno", un po’ ci speravo).

Il castello è perfettamente ristrutturato e — udite udite — ancora abitato.

Uomini e fantasmi.

Non da umani qualsiasi, da un clan.

Non da fantasmi qualsiasi: un suonatore di cornamusa a cui hanno tagliato le mani (perché suonava male? domanda aperta); una moglie traditrice fatta fuori dal marito (classico); e, dulcis in fundo, una bandiera magica delle fate, che può ribaltare le sorti di una battaglia.
L’hanno usata due volte con successo.

La terza... la tengono buona. Secondo me temono che si sbricioli prima ancora di srotolarla, ma vallo a dire ai MacLeod.

Fuori, i giardini.

Io e Cassandra, che riconosciamo a stento una rosa da un rosmarino, li attraversiamo più per dovere che per passione.

Facevano parte del biglietto, e, quando paghi certe cifre, non lasci niente indietro.
C'è anche la possibilità di un giro in barca, abbiamo altri piani.
Piani che non galleggiano.

Il tempo migliora.

Un miglioramento relativo, tipo passare da “alluvione” a “pioggia fine che ti entra dentro l’anima”.

Così ci mettiamo in macchina, curve su curve, stradina stretta quanto un pensiero triste, e arriviamo al sentiero per Coral Beach.

Dopo un paio di chilometri di passeggiata appare una spiaggia bianca in Scozia: cosa potrebbe andare storto?

Be’, niente, per una volta.

Non piove.

C’è pochissima gente.

Ci sono più meduse che esseri umani (dettaglio non irrilevante). Piccole, trasparenti, molto scozzesi anche loro: discrete, silenziose, leggermente pericolose.
La spiaggia non è fatta di sabbia, bensì di frantumi: conchiglie, coralli, tempo geologico sbriciolato. È un posto strano. Con un clima così potrebbe apparire triste, a me invece piace molto.

Su un isolotto davanti a noi, le foche.

Distese come turisti al sole, ignare del mondo. Beate loro.

Ultima tappa della giornata: Dun Beag Broch.

Suona un po’ come il nome di un personaggio tolkeniano. È una torre preistorica. Età del ferro. Tra 2000 e 2500 anni.

La Scozia ama ricordarti quanto tu sia giovane e insignificante.

Questa specie di fortezza circolare ha pareti spesse e un cuore vuoto.
C’è una scala che sale dentro le mura e poi si interrompe.

Un po’ come molte delle mie ambizioni da adolescente.

Mi ricorda un incrocio tra un nuraghe sardo e la torre di Babele, se quest’ultima fosse stata abbandonata per motivi meteo.

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