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martedì 27 novembre 2018

Maratona di Firenze 2018

Aspettavo che la maledizione mi colpisse e alla fine l’ha fatto: l’ansia. Che bruta bestia.
Sono partito titubante per il capoluogo toscano, temendo di tutto: dall’esondazione dell’Arno, alla periostite, ai calcoli renali, a svariate contratture, alle cavallette, alle sette vacche magre fino alla rielezione dei 5S.
Per tutta la settimana prima della gara sono stato afflitto da una grande stanchezza, ma nonostante ciò ho completato la tabella del capitano fino alla fine. Mai successo prima. Sabato ero a Firenze, distrutto.
La notte però mi concede un po’ di riposo, almeno fino alle cinque, quando mi sveglio per il rumore della pioggia. Inutile dire che così l’ansia mi assale.
Con essa inizia a farmi male una coscia. Un vecchio infortunio che chissà come è risorto proprio oggi dalle ceneri degli ultimi massaggi.
Memore dalla sofferenza provata nella gara dell’anno scorso inizio a chiedermi: ma chi me lo fa fare? Perché? 
Provo a dire a Cassandra che quasi quasi non corro e lei dal dormiveglia mugogna qualcosa del tipo: "se non esci te pisto come l’uva passa."
Sa usare degli argomenti molto convincenti. Esco. Tanto peggio di così, cosa potrebbe succedere? Potrebbe piovere? No, piove già.
Esco tardi per evitare un pochino di acqua e mi metto in griglia alle 8. Manca solo mezzora, poi si parte. Purtroppo le paranoie mi mostrano cose che non vorrei vedere... Tipo che tornerò zoppicante in camera un paio d'ore prima del previsto...
Per fortuna in griglia incontro Roberto e con lui mi distraggo. Il tempo vola fino alla partenza, quando però lo perdo subito nella folla.
Bastano poche centinaia di metri e inizio a prendere velocità. Va be', mi dico: giusto per togliermi dall'ingorgo della partenza.
Giunto sulle strade più ampie però mi viene naturale mantenerla. Al primo biscotto vedo Renzo dall’altra parte che viaggia spedito e gli caccio un urlo di incitamento, poi proseguo sempre sostenuto.
Sono un po’ euforico perché con questa velocità sto seminando l’ansia. Quell'animaccia è dura a morire e di tanto in tanto prova a farsi viva: ho appena superato i palloncini delle 3 ore e 45 quando dall’altra parte vedo quelli delle 4 ore.
Ma com'è possibile? Non dovrebbero stare dietro di me?
Per non sentire le scimmie urlatrici che nella mia testa mi dicono che sto sbagliando tutto, mi rivolgo a quello che ho a fianco facendogli notare la stranezza.
Questo mi guarda e non mi risponde neanche.
Mi viene il dubbio che non abbia capito, sarà svizzero? 
Poi sempre dall’altra parte vedo i palloncini delle 4:15 e poco lontano quelli delle 4:30.
Sono io lo svizzero! Dall’altra parte del biscotto dove prima c'era Renzo ora ci sono io! Con un calcio figurato ricaccio l’ansia, le scimmie urlatrici, tutti i Filistei e proseguo sempre più euforico.
Arrivo al Parco delle Cascine e mi rendo conto che forse sono troppo euforico. Ma io sono contento. Corro con un sorriso stampato in faccia. Il sorriso del miracolato che fino a pochi minuti prima era dato per spacciato e poi scopre di poter fare ancora qualche km da morto.
Cerco di darmi una calmata e per abbassare la temperatura mi viene in aiuto la pioggia, che si fa un pochino più intensa. Forse a causa del raffreddamento, forse perché nei primi km ho accelerato troppo, ma inizio a sentire un leggero affanno. Troppo presto. Mangio il primo fruttino e rallento, anche se di poco. L'ansia mi riacciuffa. 
Ora la pioggia mi dà fastidio, invece di smettere è leggermente aumentata. Mi fa venire in mente il supplizio dell’anno scorso, solo che era iniziato molto più avanti.
Stringo i denti e infilo il lungo rettilineo finale del parco delle cascine. Ogni tanto qualcuno mi si affianca e mi fa i complimenti per il cappello, anche il pubblico eroico sotto la pioggia mi indica spesso. È il mio portafortuna, ma è anche una sorta di doping: quando ne ho bisogno guardo la gente che guarda il cappello e poi mi indica o sorride e mi saluta. Pure fuel.
Ora sono sull’Arno e, anche se pensavo di aver abbassato la velocità, in realtà non l’ho fatto quasi per niente.
Al diciottesimo butto giù un altro gel, quasi mi ingozzo per la fame. Per lo meno mi tappa un buchetto e mi fa arrivare tranquillo a Ponte Vecchio dove, nascosta tra mille omoni e donnone, spunta la manina saltellante di Cassandra. La vedo solo all’ultimo ma la sento bene, almeno fino al trentesimo rimarrà nella mia testa a farmi compagnia.
Il ritmo ondeggia, ma di poco, la media è abbastanza in linea con quella della partenza. Alla mezza credo di essere passato sull’ora e 44'. Togliendo qualcosa del real time direi che non sono mai andato così forte in maratona. 
Calma e respira. Continua a respirare e pensa che questo era solo il riscaldamento: la gara inizia adesso.
Intorno al 26 esimo chilometro, lungo lo stradone che porta alla desolazione di Smaug che sta attorno allo stadio, nella zona di Campo di Marte, vengo preso da un po' di solitudine. 
C'era un tizio che mi superava sempre con facilità, solo che poi lo trovavo fermo ai ristori ad aspettare i suoi compagni, che fino alla fine hanno fatto come Godot...
Inizio allora a scambiare qualche parola e scherzare con un anconetano, il quale ovunque va a correre trova pioggia (gli ho chiesto di scrivermi dove farà la prossima maratona così non mi ci iscriverò). 
In fondo vediamo i palloncini delle 3 ore e trenta e cominciamo a fantasticare su quanto ci metteremo a prenderli, su quale tempo potremmo concludere la gara, su cosa gli diremo quando li supereremo in agilità. Quando iniziamo a vaneggiare su un possibile podio, ci rendiamo conto di essere preda dell'euforia e ricominciamo a correre scoprendo di essere a Campo di Marte.
Passo sotto il maledetto cavalcavia, dove l'anno scorso venni quasi congelato dal vento. Stavolta trovo solo un tizio con la maglietta rossa ed una croce bianca.
Mi affianco e lo vedo un pochino in difficoltà, così per scherzare faccio il verso alla pubblicità della cioccolata:
- Svizzero?
Mi aspettavo che dicesse - No! Novi!
Invece mi risponde paonazzo, ma sorridente con lieve accento - Sì, di Berna!
Manco le battute mi vengono... Lo svizzero sono sempre io...
Ora non mi ricordo nulla di Berna per poterci scherzare. L'unica assonanza che mi fa nascere è con il trenino rosso del Bernina, ma temo di scadere nel banale. Metti che poi mi scambia per Gervasoni e mi spara come Huber. "Non si può scherzare sul trenino del Bernina!"
Per sicurezza me ne vado dicendogli - Salutami Guglielmo!
Allo stadio di atletica raggiungo finalmente coloro che ho inseguito vanamente per quattro anni: i palloncini delle tre ore e trenta.
Li saluto, mi accodo un pochino e poi ecco il maledetto cavalcavia. I pacer iniziano a urlare incitamenti. Io abbasso la testa e tiro dritto. Li semino in discesa dove ritrovo l'anconetano. Non ha troppa voglia di parlare così lo lascio tranquillo, anzi mi distanzia un pochino.
Ormai si rientra verso il centro. 
Dopo qualche chilometro il percorso inizia a diventare intricato, con molte curve e il lastricato bagnato.
Per fortuna le alette acchiappa sguardi continuano a sostenermi, manca poco. Cassandra mi ha chiamato dicendomi che è al trentanovesimo km, vediamo se riesco a vederla anche stavolta, ne avrei proprio bisogno.
Il passaggio sotto il Duomo indica che manca poco, forse quattro chilometri, così butto giù l'ultimo gel per lo sprint finale. Il percorso però si fa ancora più stretto e affollato.
Scopro che i veri palloncini delle tre ore e trenta sono davanti a me. Quelli rimasti indietro infatti mi raggiungono e si uniscono al gruppone. C'è troppa gente, non va bene.
Per fortuna loro sono più avanti di una ventina di metri...
Quando sto per entrare nel finale mi rendo conto che ormai la pioggia non la sento più: il clima è fantastico, la gente incita, anche se c'è sempre qualcuno che tenta di attraversare la strada proprio quando passo io...
Sarà, ma a causa delle curve e dell'affollamento, sia di pubblico che di runner, temo di aver rallentato un pochino. Forse se riesco a tenere il passo dei palloncini potrebbe bastarmi per portarla a casa.
Il trentottesimo passa, sotto gli Uffizi arriva anche il trentanovesimo ma di Cassandra non ci sono tracce.
Sto per arrivare al quarantesimo ed eccola li a saltare come se fosse su un tappeto elastico.
Ok, adesso posso finire quello che ho cominciato. Portiamo a casa sta garetta.
Sul lungarno riprendo il gruppone dei palloncini, ma non li supero. Vanno alla mia velocità e c'è tutto lo spazio che voglio.
Quando si rientra nei vicoli però l'aria cambia: si fa più pesante. Siamo troppi e in pochissimo spazio. Aumento la velocità ma lo fanno anche i pacer. Non contenti si mettono a cacciare urla lancinanti per incitare chi li vuole seguire fino alla fine. Per carità! Famme passà! Cerco un pertugio ma non lo trovo fino alla parallela di via dei Calzaiuoli, quando accelero. 
Non mi è rimasta molta benzina nel serbatoio e sento i crampi a fior di pelle, ma il frastuono del pubblico che incita, e soprattutto le urla dei palloncini che diventano sempre più lontane man mano che accelero, sono un anestetico perfetto.
Ecco Piazza della Signoria e Via dei Calzaiuoli. Accelero ancora, che me frega, ciò il diesel!
Proprio prima della curva sento delle urla famigliari: Mauro mi chiama a squarcia gola e io ricambio con quel poco che mi rimane, lo indico sorridendo e tiro dritto verso il curvone finale, dove a sua volta qualcuno mi indica. In preda all'esaltazione alzo le mani per dire "DAI! DAI! DAI! Fatemi sentire un po' di casino".
Giro l'angolo e sul tabellone lampeggiano ancora loro: 3:29:44
Ossignur! Ho pochi secondi! 
Dai.
3:29:50
DAI
3:29:56
Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! 
L'anno scorso al traguardo ho cacciato un urlo. Stavolta non riesco, devo piangere, non riesco a fare altro, se non un pochino di stretching, sempre mentre piango.
Alla fine il real time è di 3:27:05
Quello che cinque anni fa, quando iniziai a correre, era solo un sogno inarrivabile, si è realizzato. Sta diventando un'abitudine anche se so che non durerà... 
Sarà l'esaltazione del momento, ma sono così felice che mi viene in mente Mel Brooks nei panni del Re di Francia quando dice: "è bello essere me".
Quattro anni fa a Firenze furono 4 ore e 12 minuti. 
E ho detto tutto. 
Anzi no, non ho ancora detto tutto: ne devo fare ancora tanti di chilometri prima di dire tutto.







lunedì 12 novembre 2018

Tre anni


Tre anni? Minchia tre anni!
Il tempo sull'isola del film mediterraneo è trascorso in fretta, quasi quanto per me nell'isola capitolina.
Se mi guardo indietro mi pare ieri che vivevo e lavoravo a Milano, ma poi ripenso al tempo trascorso a Roma con Cassandra e mi sembra di essere sempre stato con lei, anche da prima di conoscerla. Un paradosso temporale, qualcosa che non mi so spiegare, ma che non ho nemmeno voglia di cercare di comprendere, mi va bene così.
Tre anni sono tanti e le cose che sì potrebbero fare in questo lasso di tempo sono moltissime, ma io che mi sono sempre considerato una persona pigra, sono riuscito a farne molte di più di quelle che pensavo fosse possibile fare. Non sono rimasto ad aspettare sull'isola che la guerra finisse nascondendomi. Animato da una nuova forza mi sono come svegliato da un torpore che durava da quasi tutta la vita.
Ho viaggiato, corso, lavorato (sì pure questo tantissimo), sognato e realizzato cose che voi romani e milanesi non potete nemmeno immaginare. 
Non starò qui a fare la solita lista di ciò che ho concluso o delle batoste che ho preso, anche perché tutto ciò che mi capita prima o poi finisco per inserirlo in qualche storia che poco alla volta diventa un romanzo, per cui non c'è pericolo di perdersi qualcosa di interessante.
Tutto qui insomma, il viaggio continua a vele spiegate, verso una meta che ancora non esiste, verso un luogo che non so dove sia, come dice uno dei miei autori preferiti, Steven Wilson:
"Arrivando da qualche parte, ma non qui..."
Effettivamente se solo a Roma c'è così tanto da fare e vedere, chissà nel resto del mondo... ed io non voglio fermarmi, finché ce la faccio, finché posso, finché...
Qui di seguito metto solo alcune delle foto dei posti visitati, ma di cui non ho ancora trovato il tempo di scrivere sul blog:

La porta alchemica

Il porto di Traiano


 Villa Farnese a Caprarola




Il museo dell'alto Medioevo all'Eur


 Le terme di Caracalla di notte


Il tempietto del Bramante



 Ostia antica


La nave dell'isolaTiberina


 La ninfa egeria











 

Il colosseo quadrato




Il sepolcro di Priscilla















 

Il mausoleo di Annia Regilla


 L'Appia antica

martedì 10 aprile 2018

Maratona di Milano - 2018


Torno a milano, dopo cinque anni dalla mia prima maratona, corsa proprio qui, su queste strade lastricate che fanno impazzire le mie articolazioni peggio dei sanpietrini, dove, se si è fortunati, si possono anche vedere dei milanesi imbruttiti che litigano con le persone del servizio gara, invece di incitare e applaudire.

Milàn lè un gran Milàn, da vedere, da vivere, da bere e da correre su un bel percorso vario tra storia, arte e architettura moderna.

Il ritorno al passato però mi sta lasciando una strana sensazione che ancora non riesco a definire.

La notte prima della gara non dormo, mi rigiro nel letto sperando di svenire per la stanchezza, prima o poi. L'ansia mi fa battere forte il cuore, quasi come se fosse la mia prima maratona, come se non sapessi cosa aspettarmi. Invece è la mia settima, e Milano l'ho già fatta, quasi due volte. L'ultima volta infatti furono 32 km di staffetta, appena prima di partire per Roma.

Purtroppo l'ansia notturna nasce tutta dalla settimana precedente, trascorsa in uno stato di depressione vittimale a causa di un paio di fastidiosi dolori agli stinchi che mi hanno fatto zoppicare fino a venerdì, quando il dolore è svanito.

Un'oretta di corsa senza fitte mi ha restituito un pochino di fiducia. Purtroppo mi sono reso conto che quella corsa mi è costata molta fatica, troppa. Come se non fossi allenato.

Forse il caldo, forse il terrore di farmi male, forse la paura di esaurire le energie dopo un quarto di gara, forse la delusione per non poter correre alla velocità che volevo, arrivando ancora fresco come le ultime due maratone.

In poche parole non ho dormito per diversi motivi.

Alle 5 sento Flavio che si alza. Forse non ha dormito nemmeno lui.

Alle 6 mi alzo anche io, dobbiamo partire prima perché pare ci siano dei lunghi controlli antiterrorismo da superare. Mando un messaggio a Matteo, un avisino locatese che doveva correre con noi, avvisandolo che per questo motivo anticipiamo il treno di mezzora, ma già so di avergli dato troppo poco preavviso. Peccato, avrei davvero voluto correre un pezzettino assieme a lui.

Poco prima delle 7 corriamo in stazione ignari della sorpresa: il treno è stato cancellato! E noi a Roma ci lamentiamo dei mezzi pubblici? Qui a Milano effettivamente hanno risolto il problema dei ritardi: no treno, no ritardo!

Sì, ma anche no maratona.

Piano B, o meglio, piano P. Sveglio quel santo di mio padre che ci porta a tutta birra a Milano.

Arriviamo appena in tempo al Gate 1, ma la tanto paventata organizzazione si rivela un controllo non troppo dettagliato. Del resto chi vuoi che si porti una bomba nello zaino? Oddio, qualcuno con delle bombe l'ho anche visto, ma se le stava bevendo.

Prima della partenza incontro un pezzo del mio passato sportivo: l'ex presidente e l'ex direttore sportivo del mio ex gruppo. La prima maratona l'ho fatta anche con loro. Li saluto e vado per la mia strada.

Dopo il cambio e il deposito borse io e Flavio ci separiamo un attimo perché siamo in due griglie diverse. Io sono nella quarta. Mai stato così vicino alla linea di partenza.

Ormai ci siamo. faccio un pò di riscaldamento e sembra che le gambe rispondano bene. Purtroppo c'è sempre quella strana sensazione che mi segue come un'ombra, ma faccio finta di non conoscerla e mi metto a parlare con una transenna.

Quando aprono le gabbie ritrovo Flavio e siamo pronti. Correrò con lui finché ce la farò, più chilometri possibili, vedremo...

....7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, partenza!!!

C'è il sole, non fa freddo, anzi, fa caldino. I primi chilometri li passiamo a stretto contatto con tanta gente a causa degli imbuti che si formano, non si può aumentare più di tanto se non si vuole calpestare qualcuno. Con calma e pazienza superiamo e cerchiamo di stare nelle zone con meno gente. Oltrepassiamo Porta Garibaldi e poi si torna verso la stazione centrale, quindi ripassiamo da Porta Venezia e iniziamo a correre verso il Duomo.

Lungo il percorso ci imbattiamo anche in altri road runner, diversi road runner, solo che sono di Milano. Ecco perché quando passiamo ci gridano tutti "Forza road runner!!!!". Mi ero quasi illuso che il blog di Luciano avesse sfondato le barriere capitoline e fosse diventato famoso in queste terre nordiche.

Il sole c'è, non picchia tanto ma si sente. A volte però si sente anche un venticello freddo che soffia a tradimento alle spalle, ma ci sta, non è così malvagio, anzi.

Verso il decimo chilometro siamo ormai usciti dalla calca e inizio a capire che la predisposizione logistica della maratona funziona veramente: in piazza del Duomo, come da piano preventivato, troviamo Cassandra a salutarci!

Ci avevo provato tante volte a darle una cartina con i punti e gli orari di passaggio sul percorso della maratona, ma purtroppo si era spesso persa nei meandri delle transenne e nella confusione del tifo. Perfino a Roma.

Ma stavolta no. Lei è lì. Segnale incoraggiante dell'ottima riuscita di questa avventura milanese.

Continuiamo la corsa verso il castello sforzesco e al 14° siamo al biscottone di Wagner, dove vediamo Cassandra uscire appena in tempo dalla metro e saltare per salutarci.

Due su due, e alè!

Scendiamo il biscottone e Flavio nota che siamo in discesa. Capisco subito quello che vuole dire: al ritorno sarà in salita...

Quando torniamo però la strada sembra ancora in discesa! Quasi come la misteriosa strada in salita dei castelli romani che però è una discesa?

Non ci scomodiamo a chiamare il CICAP e Piero Angela, ringraziamo e continuiamo.

Al ritorno a Wagner vediamo il primo milanese imbruttito che con una mano tiene un passeggino e con l'altra una bambina piccola in braccio. Sta sbraitando con gli inservienti. Sembra che voglia attraversare la strada e chi non glielo permette rischia di essere malmenato. A dieci metri c'è il sottopasso, ma il milanese imbruttito non si "abbassa" a questa umiliazione.

Subito dietro ai litiganti, Cassandra si gode lo spettacolo sgranocchiando delle noccioline e quasi non ci vede, se non fosse per noi che la salutiamo.

Proseguiamo e la strada inizia a portarci verso l'esterno della città, fino al 24° km, nei pressi di piazzale Lotto. Cassandra è sempre lì, come un mastino che non molla mai la presa.

Fantastica.


Purtroppo da qui le gambe iniziano a farmi sinistramente male. Quell'ombra che mi segue si fa sempre più vicina.

Per non cadere tra le sue spire, mi faccio distrarre dagli ammiratori del mio cappellino con le ali. Devo dire che a Milano sono stati più del solito. Mi indicano e mi salutano, alcuni ridono divertiti, alcuni mi lanciano sguardi ammirati e nostalgici dell'era dei cartoni animati. Non posso fare a meno di farmi trasportare da questo buon umore e saluto come una star che passa sul red carpet.

Al 26° siamo a San Siro e io inizio a sentire di non averne più. Le gambe fanno male, sento anche la fatica come se avessi già fatto 32 km. Non va affatto bene.

Avverto Flavio, con cui mi sono goduto la gara fino a quel momento. Probabilmente non ce la farò a stargli dietro fino alla fine.

Difatti al 28° lui inizia ad allungare di qualche metro al minuto.

Lo lascio andare, non ce la faccio a tenere quel passo, le gambe protestano e non hanno tutti i torti. Mi sento sempre più stanco e provato.

Mi sento sempre più distrutto e sfinito, come non mi capitava da anni in una corsa. Il problema è che mancano ancora tanti chilometri.

Stiamo per girare verso il parco di Trenno quando un signore anziano mi vede e alzando la mano mi indica sorridendo in modo saggio, quindi mi lancia un avvertimento: "Chi si ferma è perduto!".

Lo annovero come incoraggiamento, mi aggrappo ai sorrisi degli spettatori e a chi mi incita suggerendomi di usare le ali del cappellino. Ci rido su, mi lascio trasportare per qualche metro in più, ma so che non potrò farcela ad arrivare in fondo in questo modo.

L’ombra ormai mi ha preso, ce l’ho addosso, mi appesantisce, mi schiaccia, mi sussurra. Dice che c’è un modo più facile, immediato, indolore. Dice che posso smettere di soffrire, di faticare. Basta che mi fermi. C’è la metro, o al limite l'autobus.

Il lato oscuro della forza.

Ma io non voglio smettere di correre. Ora che sono qui non ci penso neanche lontanamente a fermarmi, manco morto.

Accendo la musica e cerco Flavio, laggiù, oramai molto avanti. Spero che si stia divertendo.

Ed ecco che la musica mi viene in soccorso, come una preghiera invocata agli dei:



We're Not Gonna Take dei Twisted sister. Sembra fatta apposta per aiutarmi.



Oh, non lo accetteremo
No, non lo accetteremo
Oh, non lo accetteremo più
Abbiamo il diritto di scegliere
E in nessun modo lo perderemo
Questa è la nostra vita
Questa è la nostra canzone



E così si va avanti sulle note di questa vecchissima canzone hard rock, diminuendo la velocità, arraffando frutta, acqua e gel ai ristori, salutando gli ammiratori delle alette. Si arriva così in zona viale certosa, dove c’è un piccolo tornante di persone che salgono verso l’alto. Ecco Flavio che sale.
Non sono poi così lontano e i rifornimenti appena fatti mi danno l'illusione che forse potrei raggiungerlo, se la scarpa non iniziasse a farmi malissimo. Sul lunghissimo rettilineo mi devo fermare due volte per sistemarla. Mi siedo perfino, intuendo che ogni movimento potrebbe essermi fatale.

Per fortuna mi rialzo senza problemi, riparto e al Portello eccola lì: Cassandra mi saluta e vedendo in che condizioni sono, si trattiene dal farmi la solita, doverosa, domanda. Grazie Milano, la tua metropolitana ha fatto il miracolo e mi ha reso felice, grazie Cassandra di esserci sempre. Ti amo.

La strada però prosegue, mancano ancora sette chilometri. L’ombra è sempre lì, che mi parla, ma io non la sento, ho ancora i Twisted sister in concerto nella mia testa.

Consumo gli ultimi gel, prima uno e siamo a meno 5 km. Poi arrivo a corso sempione, quindi consumo l’ultimo gel e l’ultima stilla d’acqua, e siamo a meno due. Ripassiamo da porta garibaldi.

Manca poco, sento il traguardo vicino, ma ancora non lo vedo, così come ormai non vedo più l’ombra. Evidentemente si è stancata di seguirmi, finalmente.

Ecco di nuovo piazza repubblica, siamo quasi giunti alla meta. Una salitina si trasforma in una scalata, ma è l’ultima, poi si scende verso l'agognato traguardo. C'è un sacco di gente festante ai lati della pista, ma io non sento più niente.
Sento solo le lacrime che si sporgono sul precipizio, come Greg Louganis sul trampolino, pronte a tuffarsi. Ed eccole lì, come sempre, attese e strameritate, che lasciano andare tutto quello che avevo dentro, concedendomi la libertà dai miei pensieri negativi e la tanto sognata felicità che ho rincorso per 42 chilometri.






mercoledì 4 aprile 2018

Pregara Maratona di Milano 2018

Maledizione! Maledizione! Maledizione!
Non è un imprecazione. No anzi, lo è.
Ciò che però mi preme dire è che ad ogni vigilia di Maratona me ne capita sempre una, di maledizione.
Stavolta sembra la peggiore delle precedenti 6 esperienze.
Sto parlando di un problema muscolare, fastidioso anche se apparentemente di poco conto, che mi sta torturando mentalmente: come se una goccia d'acqua continuasse a cadermi sulla crapa pelata all'infinito, diventando sempre più pesante e dolorosa.
Starò a riposo il più possibile, accenderò un cero a San Voltaren e imprecherò tutte le notti finché non mi addormento.
Fatto sta che probabilmente inizierò la maratona, ma quasi sicuramente non la porterò a termine...
Ci tenevo parecchio a correre questa gara, ma ci tenevo soprattutto a correrla bene, almeno come le ultime due. Avevo perfino la speranza di riuscire a migliorare il personale assoluto.
Ci tenevo anche perché torno a Milano, dove ho fatto la mia primissima maratona, con un tempo di 4 ore e 26 minuti... Roba che fino ad una settimana fa mi pareva impossibile non riuscire a raggiungere... Ora invece...
Ma Milàn lè un gran Milàn. Mi godrò la corsa più che potrò, lasciando purtroppo da solo il mio amico Flavio che è venuto da Roma per sperimentare l'ebrezza di vivere la sua prima maratona in trasferta. Prima di conoscere lui e il G6 (domenica scorsa ho visto tutti in grandissima forma e mi aspetto i soliti temponi alla maratona di Roma), vivevo qui, lavoravo qui, correvo qui, ( va be questa si fa per dire).
Su queste strade di Milano ho iniziato a correre, quando ero piccolo. La prima stramilano credo di averla fatta a sei anni con mio papà, forse allora si chiamava la corsa di topolino.
Poi però il nulla fino a pochi anni fa, quando ho fatto la mia prima mezza, poi la seconda, la terza e la prima maratona.
Fu bellissimo correrla tutta con il gruppo dell'Avis Locate, e in parte con il mio amico Sandro, ma anche molto, molto, molto faticoso.
Da allora sono stato a Firenze tre volte e a Roma.
Torno finalmente a casa, forse per nostalgia, forse per dimostrare qualcosa, forse solo per correre un'altra maratona, o più probabilmente, per rivivere quella fantastica sensazione di libertà e di leggerezza che si sperimenta correndo, soprattutto sui 42 chilometri, con la testa che vola, genera pensieri strani, a volte fantastici, a volte inquietanti, ma pur sempre libera di viaggiare e farci sognare ad occhi aperti.
Probabilmente non vedrò il traguardo, e non sarò travolto dal mare di emozioni che di solito trattengo dentro di me fino all'ultimo metro per caricarmi, per incoraggiarmi e darmi la forza necessaria a concludere, ma nonostante la maledizione correrò. Arriverò più in là possibile, spero vicino a qualche metropolitana, così da ricongiungermi anzitempo a Cassandra, che mi rincuorerà con la solita frase, sempre più azzeccata:
Ma chi cazzo te lo fa fare???

lunedì 27 novembre 2017

Maratona di Firenze 2017 - la gara


Questa è stata la maratona più dura che abbia mai fatto. La prima con pioggia, vento e freddo, dall'inizio fin quasi alla fine.
Giunto al momento di massimo peggioramento delle condizioni climatiche ho pensato di tutto... Ho avuto visioni e miraggi, ho cercato di immaginare l'arrivo, e una doccia calda, ma più ci provavo e più il freddo aumentava.
Per distrarmi e cercare di uscire da questo loop mentale, ho provato ad immaginare la corsa sotto un altro aspetto, più nerd.
Per rendere comprensibile il racconto della mia sesta maratona, ho aggiunto dei numerini qua e là con una legenda in fondo:

Diario di bordo, data astrale 95505 
La missione di oggi è impegnativa: percorre 42 parsec (1) in uno spazio alieno, giungendo al pianeta Florentia sani e salvi.
L’equipaggio è preparato, anche se la nave ormai ha la sua età e qualche problema. L’ingegnere capo, il signor Scott, sembra aver sistemato il grosso, vediamo se la nave regge.
I primi parsec passano lisci anche se subito dopo la partenza incappiamo in una tempesta magnetica, niente di preoccupante, gli scudi tengono, ma la velocità è ben al di sotto delle aspettative.
Al decimo paresc incappiamo in uno sparviero Klingon(2), ma uno dei quattro siluri fotonici(3) di cui disponiamo basta a persuaderli di lasciarci in pace.
Il viaggio continua tranquillo ad una velocità di curvatura che varia tra i 5.05 ed i 4.50(4), tutto dipende dalla tempesta magnetica che si intensifica un pochino e da alcuni campi di asteroidi(5) che ci fanno rallentare.
Al tunnel spaziale detto Ponte vecchio c’è il primo randevouz con l’ammiraglio Cassandra che risolleva moltissimo il morale dell’equipaggio.
Al ventesimo parsec i Klingon tornano più agguerriti di prima, sono andati a chiamare i cugini. Un altro siluro fotonico li mette nuovamente in fuga.
Al ventunesimo parsec riecco l’ammiraglio Cassandra, che per i prossimi parsec cercherà di mettersi in contatto con noi tramite il comunicatore.
Le interferenze che impediscono più volte la comunicazione sono solo l’avvisaglia di quello che ci aspetta: la tempesta magnetica si trasforma in qualcosa di ben peggiore. Gli scudi scendono al trenta per cento e subiamo qualche danno. Nonostante siamo in sofferenza, rimanere nella tempesta troppo a lungo potrebbe essere pericoloso per l’integrità strutturale della nave, per questo decido di infischiarmene delle proteste di Scott ed acceleriamo. Spingiamo i motori al massimo per cercare di uscire dalla tempesta, la nave è in balia delle forze spaziali che poco a poco stanno facendo coriandoli degli scudi. 
Come se non bastasse subiamo una grossa perdita di carburante e i tubi di lancio dei siluri fotonici vengono danneggiati (6). 
Il motore inizia ad avere delle noie, Scott dice che sforzarli di più potrebbe essere pericoloso, così abbassiamo un po’ la curvatura.
Finalmente usciamo dall'occhio del ciclone della tempesta, ma siamo in condizioni critiche. Quando i Klingon tornano alla carica possiamo solo difenderci con i faser e qualche manovra evasiva.
Per fortuna ci vengono in soccorso i vulcaniani (7) e fornendoci carburante ed un nuovo tipo di siluri (8), distruggiamo i Klingon. Riprendiamo il percorso ed arriviamo al temutissimo cavalcavia spaziale, detto il muro. Fortunatamente siamo ancora in buone condizioni, anzi sembra che Scott abbia riparato i motori, i quali ricominciano a girare sempre meglio fino ad accelerare ad una curvatura media di 5.05.
Mancano pochi parsec quando rivedo l’ammiraglio Cassandra e stavolta le urlo chiaro e forte che forse non avrei dovuto accettare la missione (ma chi cazzo me l'ha fatto fare???).
Al quarantesimo parsec finiamo in un sistema con un bel sole caldo che ci consente di viaggiare risparmiando carburante, l’enterprise è un'ibrida dilitio/solare.
Manca pochissimo ma negli ultimi parsec non è facile mantenere alta la velocità.
Ecco l’imbocco dell’ultimo sistema solare, secondo pianeta a destra e atterriamo.
Quando metto piede sulla superficie smetto i panni del nerd e mi sfogo con tutto quello che ancora ho in corpo, fermo per un attimo le lacrime e caccio un urlo fortissimo, finalmente è finita sta cazzo dì maratona di Firenze.
3:32:21!!! Personale! 

1 - Parsec - Chilometri
2 - Sparviero Klingon - ogni dieci chilometri avevo programmato di mangiare per evitare che la crisi, ovvero i Klingon, sopraggiungesse troppo presto
3 - Siluri fotonici - barrette di fruttosio
4 - Velocità di curvatura - minuti al chilometro
5 - Strada stretta e molto affollata
6 - Con le mani ghiacciate e arrotolate nella termica non riuscivo a prendere le barrette di fruttosio
7 - Ristoro
8 - Gel energetici