Oggi
esploriamo la parte ovest di Jeju.
La
meta principale è Yongmeori Coast, una famosa scogliera vulcanica
dove, con la bassa marea, si apre un percorso costiero lungo circa un
chilometro e mezzo.
Ovviamente
ci organizziamo scientificamente.
Controlliamo
gli orari della marea.
Bassa
marea alle 9:50.
Perfetto.
Partenza
presto, strada fatta con precisione militare, arriviamo convinti di
essere dei geni della pianificazione.
E...troviamo
tutto chiuso.
Cartello:
apertura prevista alle 12:30.
Così.
Senza
ulteriori spiegazioni.
A
Jeju il concetto di “orario ideale” evidentemente è molto
filosofico.
Non
ci scoraggiamo.
Ormai
abbiamo sviluppato una certa elasticità mentale da viaggio coreano.
Cambiamo
programma al volo e andiamo verso Cheonjeyeon Waterfalls, a circa
quaranta minuti di macchina.
Che
a Jeju significa:
quaranta
minuti teorici;
settantacinque
reali;
novanta
percepiti.
Sempre
per colpa dei semafori eterni e dei limiti di velocità che continuo
a odiare con crescente intensità.
Credo
che dopo qualche giorno sull’isola il navigatore inizi a sviluppare
un tono passivo-aggressivo.
La
cascata comunque merita.
Molto
immersa nel verde, con ponti, sentieri e quell’atmosfera umida e
tropicale che Jeju riesce sempre a creare.
E
poi il viaggio ci regala anche una piccola sorpresa nerd-calcistica.
Lungo
la strada passiamo davanti allo stadio dei mondiali del 2002.
Quelli
di Moreno.
Impossibile
non specificarlo per un italiano.
Qui
si giocarono:
E
mentre guardavo lo stadio mi è venuto spontaneo pensare che gli
spettatori di Jeju si siano divertiti parecchio, specialmente nella
partita del Senegal.
Continuando
a guidare mi rendo conto di un’altra cosa assurda: Jeju
probabilmente è il posto con la più alta densità di musei che
abbia mai visto.
Ce
ne sono oltre cento.
CENTO.
Alcuni
normali:
Museo
nazionale;
Stone
Park;
Bonte
Museum.
Poi
si entra nella follia completa:
Potrei
continuare ancora per mezz’ora.
A
un certo punto ho iniziato a sospettare che su Jeju, se lasci
incustodita una stanza per due settimane, ci aprano automaticamente
un museo tematico.
Torniamo
finalmente a Yongmeori Coast e stavolta è aperta.
Ci
buttiamo subito nell’esplorazione di questa incredibile formazione
vulcanica scavata dal mare.
È
veramente spettacolare.
Pareti
di roccia stratificata, curve, onde pietrificate, passaggi stretti
tra le scogliere.
Un
posto molto più affascinante di quanto immaginassi.
Cassandra
inizia subito a camminare spedita lungo il percorso.
Io
invece avanzo lentissimo.
Continuo
a fermarmi ogni tre metri a fare foto.
Ogni
angolo sembra diverso.
Ogni
piega della roccia sembra scolpita apposta.
In
certi momenti mi sembra davvero di essere entrato nello studio di un
gigantesco vasaio che ha lasciato il lavoro a metà.
Come
se il vulcano avesse modellato la pietra e poi il mare avesse
continuato a rifinirla per migliaia di anni.
Molto,
molto affascinante.
Ultima
tappa della giornata.
E
anche ultima tappa della nostra permanenza a Jeju.
Finalmente
torniamo allo Jeju Stone Park.
Quello
che avevamo trovato chiuso il primo giorno.
Per
arrivarci dobbiamo attraversare di nuovo praticamente tutta l’isola,
quindi arriviamo con poco più di due ore a disposizione.
Qui
scopriamo un dettaglio importante:
lo
Stone Park è il terzo museo più grande della Corea.
Perfetto.
Ci
sono enormi aree all’aperto, percorsi tra le rocce vulcaniche,
installazioni, gallerie e almeno tre edifici museali giganteschi.
Il
museo principale oltretutto è parzialmente chiuso per
riallestimento.
Normalmente
potrebbe sembrare una fortuna.
Invece
no, perché anche così vedere tutto in due ore è praticamente
impossibile.
Soprattutto
una delle strutture principali è costruita come un gigantesco
labirinto su più livelli.
Alla
fine mi sono convinto che sia stato progettato apposta per
destabilizzare psicologicamente i visitatori.
Probabilmente
gli architetti si sono detti:
“Vediamo
quanto resistono prima di perdere completamente il senso
dell’orientamento.”
Comunque
ci divertiamo tantissimo.
Tra
pietra lavica, statue, edifici abnormi in cemento, leggende locali e
percorsi immersi nel verde, il posto ha un’atmosfera davvero
particolare.
Certo,
con più tempo ce lo saremmo goduti meglio.
Si
conclude così la nostra visita a Jeju.
Tra
vulcani, tunnel di lava, statue di antenati di pietra, scogliere e
una quantità inspiegabile di musei.
Domani
si torna a Seoul.
E…
si
va a fare shopping.
Che
era il vero obiettivo del viaggio fin dall’inizio.
Scarpe
da trekking
Avevo
già capito che i coreani amano stare comodi.
Le
ciabatte ormai erano diventate una costante universale.
Un’altra
cosa mi ha colpito: le scarpe da trekking.
Le
usano per tutto.
Escursioni,
passeggiate, spesa, metro, vita quotidiana.
A
un certo punto ho iniziato a sospettare che in Corea nascano
direttamente con il Vibram ai piedi.
Perfino
i monaci buddhisti spesso giravano con scarponcini tecnici da
montagna.
In
effetti, considerando quante salite ci sono ovunque, forse hanno
semplicemente capito qualcosa che noi ancora ignoriamo.