giovedì 29 ottobre 2026

VENEZIA: ho fatto male i calcoli

Appena sbarcato in laguna, mi sono accorto di aver fatto male i calcoli. O meglio, i calcoli facevano male a me.

Per due giorni ho rimuginato sul dilemma: correre o non correre?
Che faccio? Lascio perdere?

Proviamo. Al massimo mi ritiro.

A Villa Pisani mi aspettava Norma, con la quale avevo condiviso tutta la preparazione durante un’estate caldissima e praticamente infinita.

Così, dopo mesi passati a sudare come fontane, ci siamo ritrovati nel parco della splendida villa palladiana a tremare di freddo.

La vita è meravigliosa: ti alleni per mesi sotto il sole, sopravvivi all’afa, resisti alle temperature africane e, quando finalmente arriva il giorno della gara, rischi di congelare prima ancora di partire.

Una sofferenza lunghissima, terminata soltanto con il conto alla rovescia.
Tre.
Due.
Uno.
Via!!!
Dolori spariti!

Calcoli disciolti nel nulla!

Devo brevettarlo?

“Se soffrite di calcoli renali, iscrivetevi a una maratona! L’adrenalina della gara potrebbe fare miracoli”.

(Non si garantisce sul risultato, e non si risponde di eventuali effetti collaterali).
Comunque, non so spiegare cosa sia successo. Fatto sta che partiamo, cominciamo a sfrecciare tra le ville del Brenta, sparando battute appena possibile.
Siamo circondati dai palloncini dei pacer: 3:45, 3:20, 3:40… Un po’ a casaccio, come se qualcuno avesse svuotato un cassetto di palloncini colorati sulla linea di partenza.

Va be’, non stiamo a guardare i pacer.

Noi no.

Loro, invece, guardano noi.

Dopo qualche chilometro veniamo raggiunti dai palloncini delle 3:30, che ci inglobano nel gruppone. Cerchiamo di divincolarci, di prendere le distanze, di ritrovare un po’ di aria respirabile, ma quelli non demordono.
Sono peggio degli stalker. Almeno gli stalker, di solito, non ti rincorrono per quarantadue chilometri.

Nel frattempo, le ville del Brenta scorrono sullo sfondo come diapositive senza tempo. E senza tempo sembra anche nonna Ardita, una simpatica vecchietta di 104 anni che si è messa comodamente in panciolle davanti a casa per salutare tutti i maratoneti.

Centoquattro anni.

Io, che ne ho esattamente la metà, sto già trattando con il mio corpo per ottenere una proroga di qualche chilometro. Lei, invece, è lì tranquilla a godersi lo spettacolo.

Arriviamo a Mestre, tra zone industriali e residenziali. I pacer delle 3:30, nel frattempo, ci hanno raggiunti e distanziati di almeno cento metri.
Ci hanno prima inghiottiti e poi sputati.

Al venticinquesimo chilometro circa, dopo un lungo sottopassaggio pedonale, incrociamo Antonio, il fidanzato di Norma che è venuto a fare il tifo per lei e che sembra decisamente più entusiasta di noi.

Purtroppo, da lì in poi perdo Norma.

Probabilmente è successo quando abbiamo attraversato il Museo del Novecento.
Non so se sia stata colpa mia, della folla o di una temporanea disconnessione del sistema di localizzazione.


Dopo il Museo del Novecento, del resto, anche il concetto di tempo comincia a diventare piuttosto relativo.

Arriviamo al parco San Giuliano e mi sento bene.

Anzi, benissimo.

Accelero e mi diverto.


È presto, lo so. Lo so benissimo. Eppure, più accelero, più mi diverto.
È uno dei grandi misteri della maratona: quando dovresti conservare le energie, ti senti invincibile. Quando ti servirebbero davvero, al contrario, il tuo corpo presenta le dimissioni irrevocabili.

Raggiungo i pacer invadenti e li supero.

Vendetta!
Una piccola, meschina, meravigliosa vendetta.

Comincia la salita sul lunghissimo ponte della ferrovia.

Mi fa un certo effetto.

Se continuo così, a Venezia non ci arrivo.

Forse non arrivo nemmeno alla fine del ponte.

Smetto di accelerare e cerco di mantenere il passo, almeno finché non termina questa maledetta salita.

A metà ponte, un ragazzo che sta correndo e girando video per YouTube mi inquadra e mi chiede il permesso di inserirmi nel suo filmato.

Certo che puoi, ragazzo. Immortala pure il mio declino.

Probabilmente è merito del cappellino di Arale, il mio doping inesauribile. Un concentrato di energia e demenzialità che, a quanto pare, continua a funzionare meglio di molti integratori.

Il ponte, però, sembra non finire mai.

E sapete che cosa è finito, invece?

I gel.

Tutti.
Comincia a girarmi la testa. Per fortuna c’è un ristoro.

A quel punto si accende la spia dell’acqua, poi quella della benzina, infine quella del motore. Dal cofano, metaforicamente parlando, comincia a uscire fumo.
Metto le quattro frecce, prendo una mezza naturale e accosto sulla destra, camminando.
Finisco l’acqua in pochissimo tempo. Ma me l’hanno data bucata?

Non faccio nemmeno in tempo a riprendere a correre che vedo gli stalker delle 3:30 alle mie spalle.

Di nuovo loro.

Ma che vogliono da me?

Non hanno già abbastanza maratoneti da tormentare? Possibile che debbano seguire proprio me?


Faccio fatica, ma ormai siamo a Venezia!

Mancano tre o quattro chilometri, non lo so più. Non guardo nemmeno l’orologio.
Sono diventato simile ad una singolarità: un luogo dove il tempo non esiste, lo spazio è un’opinione e le gambe sono un ricordo.

Passiamo dal porto e finalmente eccola, Venezia, con i suoi ultimi chilometri.
Anche se, a pensarci bene, abbiamo corso molti più chilometri a Mestre che a Venezia.

Ma non è la maratona di Mestre, è la maratona di Venezia!

Questa mia mancanza di fede verrà punita. In modo puntuale e crudele: i ponti.
Mi ero immaginato che affrontare quei quattordici ponti che ci separano dal traguardo sarebbe stato divertente. La folla, il mare, Venezia tutt’intorno…
Una cartolina.

Una cartolina con sopra scritto: «Benvenuti all’inferno».


Le passerelle sembrano diventare sempre più ripide man mano che mi avvicino alla cima. Un po’ per gli ingorghi creati dai simpaticoni delle 3:30, un po’ perché ormai non ne ho più.

I ponti sono stretti, la gente si ammassa, qualcuno rallenta, qualcuno cammina e qualcun altro sembra convinto di poter recuperare il tempo perduto proprio lì, magari passando sopra gli altri.

Tra un ponte e l’altro non è che le cose vadano molto meglio. Pozzanghere ovunque, forse per l’acqua alta appena terminata, terreno sconnesso e qualche buca.

Insomma, una gara a ostacoli. Mancano soltanto le transenne elettrificate e poi abbiamo completato il percorso a eliminazione.

Quando arrivo al ponte di barche ho già esaurito le bestemmie.
Per salire quello che mi sembra un gradino enorme non ho più nemmeno la forza di sacramentare. Stringo i denti, cercando di non stirarmi qualcosa, e finalmente mi ritrovo in mezzo al Canal Grande.

Non me ne accorgo neanche.


Sono a Venezia, nel Canal Grande, e il mio unico pensiero è sopravvivere alla prossima passerella.

Un’esperienza turistica indimenticabile.

Se riuscirò a ricordarla.

San Marco?


Quando ci sono arrivato? Ah ho capito: non ho usato il teletrasporto, è una semplice amnesia da trauma sportivo.

Daje, che manca poco!

Altri ponti, altre imprecazioni.

Ormai il mio repertorio linguistico si è ridotto a poche espressioni essenziali, ripetute con variazioni d’intensità a seconda della pendenza.
Poi, finalmente, vedo il traguardo!

Rallento. Voglio arrivare tranquillo e, soprattutto, da SOLO.

Lascio andare il gruppone.

Libero, finalmente!


Niente pacer, niente palloncini, niente gente che mi corre addosso. Soltanto io e il traguardo.

Non riesco nemmeno a piangere. Non ho più lacrime, liquidi o risorse emotive. Credo di aver consumato tutto sopra il ponte di barche.

Taglio il traguardo.

Tre ore e trenta.

Il tempo finale è 3:30.

E pensare che per tutta la gara avevo cercato di liberarmi degli stalker delle 3:30.
Alla fine sono stati proprio loro ad accompagnarmi fino al traguardo?
O forse sono stato io ad accompagnare loro?

La differenza, a quel punto, è puramente filosofica.

Peccato che Norma non fosse con me.

È andata.


Una maratona cominciata con i calcoli renali, proseguita con la perdita del compagno di viaggio, tediata dagli stalker, ostacolata da ponti assassini e conclusa con un tempo che non avrei immaginato quando, due giorni prima, mi chiedevo se fosse il caso di partire.

Adesso basta.

Non voglio più sentir parlare di maratone, di chilometri, di gel o di ponti.
Almeno fino a domani.

Poi vediamo la prossima maratona.

lunedì 12 ottobre 2026

Praga - ultimo giorno


 

Ultimo giorno a Praga. Quindi, ultima corsa.

Mi mancheranno le mattine fresche e il piacere di correre senza dover affrontare il caldo che ci aspetta al ritorno a Roma.

Spero almeno di riuscire a sopravvivere fino alla maratona di Venezia.

Oggi andiamo a Vyšehrad, una collina che conserva le tracce dell’antica fortezza dei Přemyslidi, considerata uno dei luoghi delle origini del regno.

Qui si trova la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e la zona è soprattutto residenziale, ma sono ancora visibili i bastioni e diverse strutture della vecchia fortificazione.

Visitiamo la chiesa, che sembra affrescata nello stile di Mucha.

Quindi deve essere molto recente.

A me non dispiace. A Cassandra sì.

Ci sarebbero anche le casematte, ma un problema molto più moderno delle fortificazioni medievali ci impedisce di immergerci nel passato: il sito per acquistare i biglietti è in ceco e non riusciamo a tradurlo come si deve.

Andiamo direttamente alla biglietteria. Scopriamo che la visita successiva in inglese sarebbe troppo tardi. Niente casematte. Scendiamo quindi verso il centro.

Prendiamo un altro tram e finiamo al Quartiere Ebraico.

Sfortunatamente ogni singolo sito costa moltissimo e, leggendo le recensioni, non sembrano esserci i presupposti per fare questo investimento.

Probabilmente acquistando il biglietto cumulativo la visita avrebbe anche senso, ma ormai non abbiamo abbastanza tempo per vederli tutti, anche perché chiudono abbastanza presto.

E poi c’è il Golem.

O meglio, non c’è.

La leggenda dice che si trovi nella soffitta della Vecchia Sinagoga, non visitabile. Allora no, grazie.

Mi sarebbe piaciuto vederlo, sempre che esista. Sempre che sia mai esistito.

È una leggenda, ovviamente, che mi ha sempre affascinato.

Non tanto per il discorso religioso, quanto per la possibilità di infondere la vita in qualcosa di inanimato.

Qualcosa che, senza le dovute precauzioni, invece di difendere le persone, in quel caso gli ebrei del ghetto, si è ribellato e ha seminato distruzione ovunque.

Non vi ricorda qualcosa?

Anche se è una storia che risale al XVI secolo, oggi potrebbero esserci dei nuovi golem in giro per il mondo.

O meglio, ci sono anche se non li vediamo, li sentiamo.

E se non li “addestriamo” correttamente, chissà cosa potrebbero combinare.

Uomo avvisato...


Proseguiamo verso la Torre delle Polveri.

Altra torre. Altra scala. Altra vista.

Praga ci ha praticamente fatto fare il giro completo delle sue torri.


Arriviamo al Ponte Carlo.

Famoso in tutto il mondo e naturalmente pieno di gente, sebbene, sinceramente, mi aspettavo peggio.

Ci sono diverse statue che fanno la guardia.


Secondo una leggenda, di notte alcune di loro prenderebbero vita e scenderebbero dai piedistalli. Gesto di grande modestia.

Attraversiamo il ponte e continuiamo a girare per il centro, cercando di goderci gli ultimi scorci della città.

Torniamo anche davanti all’orologio astronomico. La folla è ancora lì.

Tutti aspettano gli apostoli.

Che, per quanto ne sappiamo, continuano a non avere nessuna intenzione di uscire.



Torniamo verso la chiesa di Týn. Da fuori sembra quasi impossibile capire dove sia l’ingresso. La chiesa è praticamente circondata dagli edifici e bisogna passare in un piccolo negozio per riuscire a entrare.

Una volta dentro troviamo una cosa piuttosto particolare: grandi tabernacoli dorati appoggiati alle colonne della navata centrale.

È un ultimo dettaglio curioso per chiudere il viaggio.

Così finisce anche il nostro giro di tre capitali. Anzi, di due. Vienna e Praga.

La terza sarebbe Budapest. Prima o poi ci andremo, magari insieme ad altre due capitali differenti.

Chissà.

domenica 11 ottobre 2026

Torri su torri

 


Oggi abbiamo in programma parecchie cose: la Galleria del Castello, l’esposizione sulla Guardia del Castello, il museo della storia del Castello, il Palazzo Lobkowicz e, soprattutto, il Clementinum con la Biblioteca Barocca, la Sala del Meridiano e la Torre Astronomica.

Non piove, si sta bene. Ieri ha rinfrescato.

Comincio con la corsa lungo il fiume, almeno così il primo lavoro è fatto.

Riprendiamo il tram. A Praga i tram sono davvero tanti.

Ce ne sono molti più degli autobus e, in alcuni punti, sembra quasi che siano loro a dominare la città.

Ci sono anche parecchi modelli dal design retrò, quelli che sembrano usciti direttamente dagli anni Sessanta o Settanta. A me piacciono soprattutto quelli vecchi. Un po’ come i vecchi tram arancioni di Milano.

Rieccoci al Castello.

Scopriamo subito che, nonostante la visita del giorno precedente, ci sono ancora un sacco di cose da vedere.

Il Palazzo Reale, sempre chiuso!

Ancora ci penso.

Cominciamo dalla Galleria del Castello.

Non male, però, sinceramente, ne ho viste migliori.

Una cosa apprezzata moltissimo, sono state le panchine. In alcuni punti addirittura dei divani.

Finalmente un museo che pensa anche alle gambe del visitatore che ha già corso dodici chilometri.

Proseguiamo sotto le guglie della cattedrale e arriviamo alla Torre delle Polveri, dove c’è un’esposizione dedicata alla Guardia del Castello.

Visitiamo il museo dedicato alla storia del Castello.

Questo è probabilmente quello più apprezzabile, anche perché prende parecchio tempo.

Usciamo, passiamo davanti a un altro palazzo però in restauro.

E due…

Infine il Palazzo Lobkowicz. Bisogna fare un biglietto a parte.

Interessante, soprattutto per la storia della famiglia che lo ha abitato.

Usciamo e scendiamo, ammirando dall’alto il panorama del fiume e Ponte Carlo, ci dirigiamo verso il Clementinum.

Avevamo provato senza successo a comprare i biglietti online: per i prossimi venti giorni tutto esaurito!

Quindi, seguendo le indicazioni del museo, la mattina successiva ci siamo messi in coda per sperare nei biglietti aggiuntivi.

Ci abbiamo provato e siamo riusciti: visita guidata alle 17.30.

Il Clementinum fa parte dell’Università di Praga e comprende una biblioteca antica, una splendida sala barocca, la Sala del Meridiano e la Torre Astronomica.

La biblioteca è simile, ma più piccola, di quella vista a Vienna. In ogni caso merita la visita, perché è molto bella.

Purtroppo non ci si può entrare, per non far rovinare i libri antichi. Ci si può solo affacciare.

La visita poi prosegue con la Sala del Meridiano e infine con la torre.

Qui arriva la parte migliore. Il panorama.

Ormai abbiamo capito che a Praga c’è una regola non scritta: se c’è una torre, bisogna salirci. Per il momento, ogni torre è più bella della precedente. Questa non fa eccezione.

sabato 10 ottobre 2026

Il Castello

 


Oggi si va al Castello di Praga.

Non proprio un castello qualsiasi.

È enorme.

Talmente grande che, guardandolo dal basso, sembra più un gigantesco complesso di palazzi che un castello vero e proprio.

Al centro domina la cattedrale di San Vito, con la sua enorme torre.

Mentre usciamo di casa ci rendiamo conto che finalmente è arrivata la pioggia. A Praga.

A Roma, dove la stavamo aspettando da settimane, anche oggi continua il caldo soffocante.

Prendiamo il tram, attraversiamo il fiume e cominciamo a salire verso il castello. Entriamo e continuiamo a salire. Non vediamo biglietterie. Continuiamo a salire.

A un certo punto scopriamo che il biglietto si poteva comprare anche dall’altra parte, nascosto sulla destra, vicino al Vicolo d’Oro.

Vabbè.

Ormai siamo davanti alla cattedrale, prendiamo biglietto e audio guida in italiano e cominciamo la visita.

Ed ecco la prima sorpresa.

Il Palazzo Reale non si può visitare.

Il prezzo del biglietto, naturalmente, è lo stesso.

Una tradizione che evidentemente non conosce confini: far pagare interi i biglietti anche quando mancano parti importanti dell’esposizione.

La cattedrale di San Vito è imponente. In stile gotico e ci sono voluti circa seicento anni per completarla. Seicento anni.

La guardo e penso che forse avrebbero potuto metterci un po’ meno.

Il Duomo di Milano, tanto per fare un confronto, è stato costruito in circa cinquecento anni e mi sembra decisamente più grande. Comunque, bella è bella.

Dopo la visita mangiamo qualcosa e poi affrontiamo la torre. Biglietto a parte, naturalmente.

Le scale sono strette e non proprio comodissime, però, arrivati in cima, il panorama ripaga abbondantemente la fatica.

Una vista a 360 gradi su Praga.

A questo punto il Vicolo d’Oro. Mi aspettavo qualcosa di diverso.

Troviamo invece una fila di piccole case colorate, in gran parte ricostruite e sistemate per i visitatori.

Qui avrebbe abitato anche Kafka per qualche tempo.

La leggenda vuole che queste casette fossero frequentate dagli alchimisti alla ricerca della formula per trasformare i metalli non pregiati in oro e scoprire l’elisir di lunga vita.

A giudicare dal risultato, direi che non hanno avuto particolare successo né con l’uno né con l’altro, se non quello di trasformare alchemicamente solo il nome del vicolo.

Passiamo dalla Basilica di San Giorgio e usciamo verso il Cortile dei Giganti. Piove ancora e assistiamo a una parte del cambio della guardia.

Il castello, però, non siamo riusciti a vederlo tutto. Dovremo tornarci domani.

venerdì 9 ottobre 2026

Il primo vero giorno

 


La giornata comincia, come ormai da tradizione, con la corsa.

Questa volta corro lungo la Moldava per riscaldarmi, poi passo a casa a prendere Cassandra e attraversiamo un po’ di Praga. Raggiungiamo il Museo Nazionale.

Qui faccio subito un incontro che mi fa sentire stranamente a casa.

J. Agricola.

Lo vedo scritto in rilievo sulle grandi pareti del museo, insieme ad altri nomi.

Penso immediatamente al nostro Giulio Agricola. Poi scopro che non è proprio così semplice: si tratta di Georg Bauer, conosciuto con il nome latinizzato di Georgius Agricola, scienziato boemo.

Insomma, non è il nostro Agricola, però almeno abbiamo trovato un parente.

Il museo, già dall’esterno, è bellissimo.

L’edificio è imponente e, salendo fino alla parte superiore, si può anche godere di un bel panorama sulla città.

Il museo è soprattutto di storia naturale, in questo periodo c’è anche un’importante esposizione dedicata ai Přemyslidi, la dinastia che diede origine al Regno di Boemia.

La mostra è interessante e ci porta indietro alle origini della storia del paese.

La visita ci prende praticamente gran parte della giornata.

Ci spostiamo verso il centro storico.

Arriviamo alla Piazza della Città Vecchia e, naturalmente, finiamo davanti all’orologio astronomico.

La torre è spettacolare e dalla cima si vede bene la chiesa di Týn, con le sue due torri che sembrano uscite direttamente da un film Disney.

Entriamo anche all’interno della torre e scopriamo il meccanismo dell’orologio, uno dei più antichi ancora funzionanti.

Arriva il momento tanto atteso.



L’ora. Sotto l’orologio si è radunata una piccola folla.

Anzi, una folla piuttosto grande. Tutti con il telefono pronto.

Perché allo scoccare dell’ora dovrebbe partire lo spettacolo con i dodici apostoli che sfilano davanti alle finestrelle.

Dovrebbe. Qualcosa non va.

Gli apostoli sembrano aver deciso di prendersi una giornata libera.

Riusciamo a vedere soltanto lo scheletro che tira la campana e un altro personaggio che scuote la testa.

Fine dello spettacolo.

Decine, forse centinaia di persone hanno aspettato per vedere la processione invano e quindi fanno praticamente quello che farebbe chiunque davanti a un orologio che non funziona.

Se la prendono nel sacco e se ne vanno.

Peccato.

La torre, comunque, merita.

Oltre all’orologio ci sono le vecchie sale del tribunale, gli ambienti del consiglio e le prigioni sotterranee.

Praga, al primo vero giorno di visita, sta già regalando parecchio.

Non è Vienna, ma piace.

giovedì 8 ottobre 2026

Praga - primo giorno

 


Salutiamo Vienna prendendo la metropolitana e salendo su un autobus.

Un Flixbus, per la precisione.

Perché non il treno?

Perché, a conti fatti, le alternative erano poche e, tra cambi e coincidenze, il tempo di viaggio sarebbe stato più o meno lo stesso.

E allora proviamo anche questa.

Il Flixbus, devo dire, funziona bene.

Arriviamo alla stazione di Praga e da lì prendiamo il tram fino alla Casa Danzante, che si trova abbastanza vicino al nostro appartamento.

Lasciamo i bagagli e usciamo subito a fare la spesa.

Cominciamo già a guardarci intorno.

Praga è diversa da Vienna. Più caotica, meno ordinata, più vissuta.

Eppure dà immediatamente l’impressione di essere una città tranquilla, piacevole, nella quale si potrebbe vivere senza troppi problemi.

Io, naturalmente, comincio a guardare i palazzi.

E le statue. Alcune decisamente particolari.

A un certo punto ne vediamo due, un uomo e una donna, appesi a un ombrello aperto, come se avessero deciso di prendere una scorciatoia per scendere dal cielo.

Praga sembra promettere bene. Per il momento ci limitiamo a fare un giro nei dintorni.

Passiamo davanti alla chiesa di San Martino nelle Mura, una costruzione romanica e gotica che deve il suo nome proprio al fatto che una delle sue pareti era inglobata nelle antiche mura della città.

Appena arrivati e già cominciamo a capire che qui le mura, le torri e le chiese spuntano praticamente ovunque.

E siamo solo al primo giorno.

mercoledì 7 ottobre 2026

Ultimo giorno a Vienna

 


Ultimo giorno. Ultima fatica austriaca.

Prima di uscire infatti, ho due ore di corsa, che utilizzo per esplorare ancora un po’ il Prater e le rive del vicino Danubio.

Tra i suoi sentieri scopro che c'è perfino una piccola chiesa.

Alla fine sono un po’ cotto, lo ammetto.

Per fortuna mi basta una bella doccia per riprendermi e ripartiamo subito per un’altra maratona.

L’Albertina è il museo che prende il nome da Alberto di Sassonia, marito di Maria Cristina, di cui abbiamo visto il memoriale ieri.

La collezione di Alberto di Sassonia, iniziata nel 1776, è diventata poi nel tempo il museo che visitiamo oggi.

Bel museo, ci prende tutta la mattinata e buona parte del primo pomeriggio.

Giusto in tempo per andare a vedere la vicina Biblioteca Nazionale Austriaca.

Era rimasta sempre senza una collocazione nelle nostre giornate e la tenevo come riempitivo, anche perché la visita è breve. Ma bellissima.

Un tesoro che non avevamo previsto e apprezziamo moltissimo, soprattutto perché è ancora possibile passeggiare al suo interno.

Ci sono moltissime persone, ma il colpo d’occhio resta spettacolare.



Per concludere, un’altra meta che non pensavo saremmo riusciti a vedere: Hundertwasser.

Un piccolo agglomerato di case progettato dall’architetto Friedensreich Hundertwasser.

Un angolo di arte bizzarra ma magnifica, che spunta come un gruppo di fiori selvatici, solo molto più colorati, in mezzo ai palazzoni ottocenteschi.

Questo architetto non è riuscito a creare moltissimo in questa zona, ma quello che ha creato è da osservare.



A Roma c’è il quartiere Coppedè, sebbene sia uno stile completamente diverso, qui c’è Hundertwasser.

Altra sorpresa molto gradita e assolutamente da vedere per concludere degnamente il soggiorno a Vienna.

Menzione d’onore per i dolci d’asporto.

Tutte le Sacher e tutti i Kaiserschmarren che ho provato, un po’ cari, erano buonissimi.

Menzione di disonore per il prezzo del caffè.

Dai. Non siamo mica in Islanda.

martedì 6 ottobre 2026

La terza trappola

 


Siamo alla terza trappola.

La più clamorosa, nonostante la più prevedibile.

Il Mumok.

Contrariamente a quanto recensito e pubblicizzato sulla sua pagina web, nel museo non c’è praticamente nulla di quello che pubblicizzavano.

Anzi. Non c’è praticamente niente!

Quattro piani di nulla, con un tema che, sulla carta, potrebbe anche essere interessante:

come siamo noi nel museo.

A tratti sembra di essere finiti dentro una candid camera.

Come se volessero osservare la nostra reazione mentre realizziamo, poco alla volta, di aver pagato diciotto euro e di aver sprecato una mattinata cercando un significato nascosto in qualcosa che non c’è fisicamente e che quindi, forse, non ha nemmeno un significato.

Come se il vero tema della mostra fosse:

la risposta è dentro di te.

Ma è sbagliata.

Deve averla allestita Guzzanti.

L’unica cosa che si salva è una stanza arredata come una piccola chiesa.

Al suo interno c’è una cassapanca dalla quale, a intervalli completamente casuali, arriva il rumore di qualcuno che bussa.

La reazione delle persone che passano lì vicino è probabilmente la cosa migliore dell’intero museo.

Un po’ come dire:

-C’è qualcuno?

Oppure:

-Ehi? Ti sei reso finalmente conto che è una presa in giro?

Scoraggiati e un po’ arrabbiati, decidiamo di ripiegare sul Welt Museum, che avevamo accantonato perché ci sembrava meno interessante.

Invece...



Partiamo dal fatto che è un museo abbastanza grande, dedicato ai rapporti che l’Austria ha avuto con il resto del mondo.

Può funzionare, finché non diventa dispersivo e pesante.

Fortunatamente c'è una parte molto interessante, ed quella che ci colpisce di più: le armature.

Una collezione così non l’avevo mai vista, se non in alcuni fumetti, che probabilmente hanno attinto proprio da questo genere di collezioni.

Armature bellissime, rifinite nei minimi dettagli, soprattutto quelle da parata, impressionanti.

In alcuni momenti, anzi, in diverse occasioni, ho creduto di essere finito direttamente tra le pagine di Berserk.

Erano armature da imperatore, fatte su misura dai migliori artigiani del tempo.

Armature che potevano costare quanto una supercar di oggi.

Ne usciamo rinfrancati.

La trappola non la dimentichiamo, almeno chiudiamo bene la giornata.

Anche perché, prima di tornare a casa, ci imbattiamo nella Chiesa di Sant’Agostino.

Proprio accanto alla Biblioteca Nazionale Austriaca c’è l’ingresso, quasi nascosto, di questa chiesa.

Qui si sono sposati Sisi e Cecco Peppe, ma anche Maria Teresa d’Austria e Napoleone Bonaparte con Maria Luisa.

La chiesa contiene inoltre il monumento funebre di Maria Cristina d’Asburgo-Lorena, scolpito da Canova.

Un finale decisamente migliore per una giornata iniziata con il Mumok.

lunedì 5 ottobre 2026

Un euro al minuto


 

Si va a Bratislava!

Rabbrividiamo!

Seeee, magara.

Ci sono quasi trenta gradi. Per noi arrivati da Roma, dove la seconda ondata di caldo non è ancora finita, significa praticamente autunno.

Per gli slovacchi, invece, è il massimo storico mai registrato.

Piccola premessa: io a Bratislava ci volevo andare con il catamarano, navigando sul Danubio Blu.

Purtroppo i posti erano finiti e non c'era altra soluzione: pullman e guida locale.

Nel gruppo siamo io, Cassandra e una coppia di indiani del Rajasthan che, quando dicono di sì, invece di fare su e giù con la testa come facciamo noi, la scuotono lateralmente e sembra che stiano dicendo di no.

Disorientante e divertente allo stesso tempo.

Bratislava è la capitale della Slovacchia, piccolina e carina.

Il centro storico è decisamente più minuto rispetto a Vienna. Sembra più a misura d'uomo, di regno più che di impero.

Con la guida ci muoviamo tra i principali luoghi da vedere: la Porta di San Michele, solo da fuori, la Cattedrale gotica di San Martino, dove venivano incoronati i re d'Ungheria, e poi alcune delle statue che rendono la città particolarmente curiosa.

C'è Čumil, un operaio delle fogne che sbuca da un tombino e osserva i passanti.

Poi c'è Schöne Náci, un uomo povero conosciuto per i suoi modi gentili e cortesi e per la sua eleganza.

Vediamo, solo da fuori perché oggi è chiuso, anche il Palazzo Primaziale.

Poi un piccolo museo del commercio, dove fanno alcuni dolci tipici che attirano immediatamente la mia attenzione.

La chiesa dell'Annunciazione francescana con il suo chiostro, altri edifici...

La brevissima visita guidata termina e la guida ci indica la strada più veloce per raggiungere il Castello di Bratislava.

Un po' di salita. Si può fare.

La struttura domina la città e il Danubio, è stata completamente ricostruita dopo un incendio che l'ha praticamente rasa al suolo all'inizio dell'Ottocento.

All'interno c'è un museo distribuito sui diversi piani del castello.

Di tutto quello che vediamo, però, le uniche parti che destano davvero il nostro interesse sono i sotterranei e l'ultimo piano, dove si trova il museo nazionale di archeologia.

Carino sebbene troppo piccolo.

Il tempo a nostra disposizione non è molto, corriamo giù dalla collina per attraversare il centro storico e cercare la chiesa di Sant'Elisabetta d'Ungheria, detta anche la Chiesa Blu.

Con un pochino di difficoltà riusciamo a trovarla proprio cinque minuti prima della chiusura. Ovviamente paghiamo il biglietto intero.



Cinque euro. Non sembra tanto.

La chiesa è veramente piccola e noi possiamo starci cinque minuti.

Cinque.

Euro.

Cinque.

Minuti.

Un euro al minuto.

Un tassametro.

In ogni caso è molto pittoresca e insolita, forse un po' troppo instagrammabile per i nostri gusti, ma piace abbastanza.

Riattraversiamo quindi la città per completare la visita alla Cattedrale di San Martino.

Una cosa che abbiamo notato durante la giornata sono i tram, ancora in vecchio stile, a differenza di Vienna. Caratteristici, retrò, carini.

San Martino, per vederla tutta con l'audio guida il tempo non sarebbe sufficiente.

Ci accontentiamo quindi di una visita veloce per conto nostro.

Per fortuna, mentre torniamo a prendere il pullman, riesco ad acquistare uno dei dolcetti che avevo visto in mattinata.

Ottimo. Almeno non torniamo a mani vuote.

domenica 4 ottobre 2026

Tesori e trappole

 


Tanto per rimanere in famiglia con la prima trappola di ieri, oggi andiamo a vedere il Museo di Sisi. Non mi è piaciuto.

Il problema non è tanto Sisi in sé, quanto la divinizzazione del personaggio storico.

Come già raccontato ieri, chiunque sia convinto che la povera ragazza abbia vissuto una favolosa storia d'amore in stile fiaba romantica resterà probabilmente deluso quando scoprirà la realtà.

La sua fu una storia triste, finita anche peggio: venne assassinata da un anarchico italiano.

La montatura romantica nacque dopo la sua morte e prese ulteriore forza con i tre film interpretati da Romy Schneider, che, tra l'altro, nemmeno le somigliava.

Tra la storia vera e quella raccontata al grande pubblico c'è una certa differenza.

Anche qui, venti euro a testa per il museo mi sembrano decisamente troppi.

Per rifarci, andiamo al vicino Museo del Tesoro Imperiale di Vienna.

A prima vista sembra piccolo, ma è ricco e ben fatto.

Finalmente abbiamo trovato un tesoro nascosto.

A guardarlo meglio, non è nemmeno così piccolo come sembrava. Anzi.

È piuttosto grande e ancora più ricco.

Ho visto cose che voi non imperiali neanche immaginate...

Ci perdiamo tra corone, reliquie e tesori vari e quasi ci dimentichiamo del bonus, per cui dobbiamo velocizzare la visita al Tesoro Imperiale.

Sì, perché ieri, insieme al biglietto della cattedrale, ci è stato dato anche un biglietto omaggio per la Camera del Tesoro dell'Ordine Teutonico, aperta solo oggi.

Un tesoro in più. E gratis.

Corriamo quindi a vedere anche quest'altro.

Arriva la “sorpresa”. Decisamente più deludente.

Per fortuna avevamo il biglietto omaggio, altrimenti sarebbe stata la terza trappola in due giorni.

A questo punto il bilancio comincia a farsi interessante: una trappola, un tesoro e un bonus che forse era meglio lasciare dov'era.

Per completare l'opera, dato che questa mattina avevo il giorno di riposo dall'allenamento, vado comunque al Prater a correre.

E, giusto perché non dovevo farlo...

Mi faccio male. Domani riposo. E anche dopodomani.