sabato 27 giugno 2026

Seconda escursione a Busan



In questa metropoli assurda fatta di grattacieli di vetro, condomini altissimi e quartieri che sembrano usciti direttamente da Neon Genesis Evangelion, manca solo un EVA che emerga dal porto, esiste ancora una cosa incredibilmente semplice che riesce ad avere un fascino tutto suo.

Un trenino costiero.

Già questo basta a rendermi felice.

Per riuscire a salirci bisogna praticamente organizzarsi come per comprare i biglietti di un concerto importante.

Prenotazione almeno una settimana prima, soprattutto nel weekend.

Io ho aspettato troppo: un po’ per il meteo incerto, un po’ perché non sapevamo ancora bene come incastrare le giornate a Busan.

Risultato: biglietti esauriti.

Però le escursioni guidate avevano ancora qualche posto disponibile.

Quindi…

Oggi si va sullo Sky Capsule.

Haeundae Sky Capsule.

Praticamente delle piccole capsule colorate da massimo quattro persone che scorrono lentamente su binari sospesi sopra la costa di Haeundae.

Sotto, più vicino al mare, passa anche il treno panoramico vero e proprio, che fa un percorso più lungo lungo tutta la costa.

La capsula ha un fascino particolare.

Sarà perché sembra un giocattolo.
Sarà perché si muove pianissimo.
Sarà perché dall’alto vedi spiagge, scogliere e mare senza dover fare assolutamente nulla.


Il viaggio è rilassante, panoramico e vagamente infantile nel senso buono del termine.

Uno di quei mezzi di trasporto che ti fanno sorridere senza motivo preciso.

Scendiamo alla stazione finale. Iniziamo a camminare lungo la costa mentre il treno panoramico ci supera lentamente ogni tanto.

E io, come sempre, continuo a pensare una cosa molto semplice:

Il treno è sempre il treno.

Anche quando va piano.
Anche quando è turistico.
Anche quando non serve davvero ad andare da nessuna parte.



Arriviamo poi a una passerella di vetro sospesa sopra il mare.

Molto scenografica.

Molto fotografabile.

Molto piena di persone che fingono naturalezza mentre cercano disperatamente l’angolazione giusta.

A quel punto il gruppo va a pranzo nel ristorante scelto dalla guida.

Io e Cassandra facciamo quello che facciamo meglio: disertiamo.

Il nostro piano è tentare di prendere il treno panoramico fino al capolinea.

Spoiler: non ci riusciremo.

Biglietti finiti.

Ancora.

Alla fine poco male.

Facciamo comunque una bellissima passeggiata costeggiando la ferrovia, con il mare da una parte e il trenino che ogni tanto passa accanto a noi.

Sinceramente, anche così, ne è valsa la pena.



Huinnyeoul Village

Ripreso l’autobus andiamo verso lo Huinnyeoul Culture Village.

Praticamente un piccolo borgo sul mare incastrato dentro Busan.

Per certe prospettive e per le case bianche affacciate sull’acqua lo chiamano “la Santorini coreana”.

In effetti alcuni scorci sono molto belli.

Caffetterie vista mare, viuzze strette, terrazze, murales.

Però…

Non lo so.

Forse avevo aspettative troppo alte, non mi ha fatto impazzire.

Nella mia lista mentale delle cose da vedere era già classificato come “se avanza tempo”... In effetti la sensazione finale è rimasta quella.

Carino, senza quel qualcosa in più che ti resta davvero addosso.



Gamcheon Village

Ultima tappa della giornata: Gamcheon Culture Village.

Qui cambia tutto.

Questo posto mi è piaciuto tantissimo.

È un quartiere nato durante la guerra di Corea, quando migliaia di profughi iniziarono a costruire case sul fianco della montagna come potevano e dove potevano.

Per anni è rimasto un quartiere poverissimo, isolato dal resto della città e progressivamente degradato.

Poi, dal 2009, è iniziato un enorme progetto di riqualificazione artistica.

Artisti locali hanno trasformato il quartiere in un labirinto di murales, installazioni, scale colorate e case dipinte con colori accesi.

Da lontano sembra quasi che qualcuno abbia rovesciato una scatola di cubi di Rubik sulla montagna.

E il simbolo di tutta questa rinascita è diventato il Piccolo Principe.

La sua statua, seduta a guardare il quartiere dall’alto, è ormai una delle immagini più famose di Busan.

Effettivamente il posto ha qualcosa di molto poetico.

Purtroppo arriviamo un po’ troppo tardi per esplorarlo davvero bene.

Ed è un peccato, perché qui ci si potrebbe perdere per ore.

Addirittura all’ufficio turistico ti danno una mappa con una specie di caccia al tesoro: devi cercare timbri sparsi per il quartiere e trovare i vari murales nascosti tra vicoli e scalinate.




Una cosa che normalmente avrei trovato infantile.

Invece lì dentro avrei fatto volentieri senza il minimo senso del ridicolo.

venerdì 26 giugno 2026

Gita a Gyeongju e dintorni



La prima vera attività che facciamo a Busan… è uscire da Busan!

Perfetto.

Destinazione: Gyeongju.

Una città che avevo provato in tutti i modi a infilare nel programma del viaggio come tappa fissa, senza riuscirci.
Da Seoul si poteva fare, certo, ma tutti continuavano a dire che da Busan fosse più comoda.

Comoda” nel senso coreano del termine: partire presto, vedere mille cose e tornare tardissimo distrutti.

Tempio di Bulguksa

Prima tappa: Bulguksa, probabilmente il tempio più famoso e visitato della Corea.

Si capisce subito perché.

Bellissimo.

Forse lo visitiamo un po’ troppo velocemente, ma la giornata è pienissima e in fondo il complesso non è enorme.

In compenso è addobbato a festa.

Come quasi tutti i templi in questo periodo, anche qui è tutto ricoperto di lanterne colorate per il compleanno di Buddha che si avvicina.

Queste decorazioni danno ai templi coreani un’atmosfera stranissima: sacra e allo stesso tempo allegra, solenne ma piena di colori.

Molto diversa dall’idea austera spesso si associa ai luoghi religiosi.



Villaggio Yangdong

La seconda tappa è il Yangdong Folk Village.

Qui che ci fermiamo anche per pranzo.

Io e Cassandra facciamo immediatamente quello che facciamo sempre: spariamo da soli in esplorazione.

Questo villaggio è diverso da quelli “storici” ricostruiti nelle città.

Qui le case sono vere.
Vecchie davvero.

E soprattutto la gente ci vive ancora.

Da secoli.

Le famiglie storiche del villaggio sono due: i Son e i Kim.
Ci sono abitazioni del Cinquecento, case nobiliari con i tetti in tegole e abitazioni più povere coi tetti di paglia.

Passeggiare tra quelle stradine silenziose è stranissimo, non sembra un museo: sembra di essersi infilati dentro una Corea parallela rimasta sospesa nel tempo.

Ovviamente noi, con grande rispetto delle regole, ci siamo anche infilati dentro qualche cortile.

Piano.

Silenziosi come ladri professionisti.

Non so se fosse consentito davvero, se fossero aperti apposta ai turisti o se semplicemente nessuno ci abbia visti.

Fatto sta nessuno ci ha rincorsi urlando, quindi la consideriamo una vittoria diplomatica.


I tumuli di Gyeongju

Arriviamo poi alla parte che probabilmente mi ha colpito di più.

I tumuli funerari di Gyeongju.

Enormi colline artificiali erbose che custodiscono le tombe del regno di Silla, uno dei tre regni che unificarono la Corea.

Il parco mi ha ricordato vagamente la Necropoli della Banditaccia.

Solo vagamente.

C’è una differenza gigantesca: quasi tutte le tombe sono ancora intatte.

Non scavate.

Non saccheggiate.

Non aperte.

Per noi italiani, abituati a una storia archeologica fatta anche di tombaroli, saccheggi, papi che spostavano reperti come soprammobili e dinastie intere che riutilizzavano qualsiasi pietra disponibile… questa cosa è quasi inconcepibile.

Qui non solo non scavano le tombe a caso. Salirci sopra è punibile con multe enormi e perfino con il carcere.

Una forma di rispetto archeologico che fa sinceramente impressione.

Visitiamo l’interno di una delle poche tombe aperte al pubblico, poi ci lasciano tempo libero tra i tumuli.

La cosa incredibile è proprio quella: passeggi accanto a colline che custodiscono sepolture antiche senza sapere nemmeno chi ci sia dentro.

C’è qualcosa di potentissimo in questa scelta di lasciare tutto lì dov’è.

Dopo il parco andiamo nel vicino quartiere hanok a fare merenda.

Io prendo un dolce ripieno di mozzarella di Jeju Island.

Almeno così pubblicizzavano.

Diciamo che la mozzarella era più un concetto filosofico che una presenza concreta.

Nel complesso non era male.


Il palazzo reale al tramonto




La giornata non è ancora finita.

Penultima tappa: ciò che resta del vecchio palazzo reale delle feste di Gyeongju.

Anche qui la storia con l’occupazione giapponese torna fuori ancora una volta.

I pochi edifici sopravvissuti si sono salvati soltanto perché i giapponesi stessi li usavano per eventi e celebrazioni.

Arriviamo poco prima del tramonto, ci piazziamo davanti allo stagno in attesa che faccia buio.




Piano piano si accendono le luci che illuminano i padiglioni.

Il posto cambia completamente faccia.

Le strutture illuminate si riflettono nell’acqua creando copie perfette e colorate dei padiglioni.

Uno di quei panorami quasi esageratamente pittoreschi, al punto che sembrano costruiti apposta per convincerti a fare foto.

Infatti ne facciamo parecchie.


Il ponte sul fiume

Pensavate fosse finita?

No.

Un’ultima tappa.

Un ponte di legno sul fiume, completamente illuminato.

Anche questo è stato ricostruito, l’originale non esiste più da tempo. Vederlo di notte, riflesso nell’acqua, è davvero spettacolare.

Ovviamente per fare le foto migliori bisogna scendere sui sassi in mezzo al fiume.

Ovviamente è buio.




Ovviamente il rischio di finire in acqua è altissimo.

Camminiamo con quella prudenza goffa tipica delle persone che vogliono sembrare avventurose ma hanno già capito quanto sarebbe umiliante cadere nel fiume davanti a tutti.

Così, tardissimo, si conclude una delle giornate più intense e più belle di tutto il viaggio.

Quelle giornate in cui vedi così tante cose e alla fine, tornando a casa, ti sembra siano passati almeno tre giorni invece di uno solo.

giovedì 25 giugno 2026

Busan

 

Oggi salutiamo Seoul e scendiamo verso sud.

Destinazione: Busan.

Per arrivarci prendiamo il treno ad alta velocità coreano che, nel giro di poche ore, ti porta dal centro di Seoul al centro di Busan.
Sempre ammesso che Busan abbia davvero un centro.

Perché Busan sembra una città progettata dopo una lite violentissima tra urbanisti, montagne e oceano.




Appena arrivati in stazione lasciamo i bagagli e iniziamo subito a esplorare la zona intorno.

Lì vicino c’è Chinatown.

È ancora presto, le strade sono quasi vuote, troviamo immediatamente una cosa fondamentale: il locale di ravioli preferito dal protagonista di Oldboy.

Già questo, per me vale quasi il viaggio.

Visto che abbiamo ancora tempo, decidiamo di prendere un autobus e iniziare a capire la città.

Errore strategico.

Busan è un delirio urbanistico affascinante.

È una metropoli enorme e modernissima, sviluppata praticamente in linea retta lungo la costa.
Da una parte il mare, dall’altra montagne ovunque.

I grattacieli spuntano dove trovano spazio, compressi tra spiagge, colline e promontori.
E quando non possono allargarsi… si alzano.

Il risultato è stranissimo.

Spiagge gigantesche incastrate tra pareti di cemento e vetro.
Ponti enormi costruiti direttamente sul mare per collegare pezzi di città separati dalle montagne.
Quartieri che sembrano lontanissimi pur essendo teoricamente vicini.

Spostarsi è un incubo.

Sembra esserci sempre una sola strada disponibile per qualunque direzione.

Gli autobus sono tantissimi, anche veloci ed efficienti, ma prima o poi rimangono intrappolati nel traffico insieme a tutti gli altri.
Nessuna corsia preferenziale.
Nessuna pietà.

Le metropolitane ci sono, certo, ma non formano quella rete capillare da grande metropoli asiatica che ti aspetteresti.

Busan dà continuamente la sensazione di essere una città che combatte contro la propria geografia.

Forse è proprio questo a renderla così particolare.



A un certo punto andiamo a prendere la funivia.

Ovviamente, con tutte queste montagne... non poteva mancare una funivia.

Questa è speciale.

Parte da una spiaggia, attraversa direttamente il mare e termina su una montagna affacciata sull’oceano.

Praticamente un riassunto perfetto del caos geografico di Busan.

Dall’alto la città è ancora più strana: palazzi ovunque, strade che si infilano tra le montagne, ponti sospesi sul mare e quartieri che sembrano comparire dal nulla.

Qui arriva una sensazione difficile da spiegare.

Se Seoul mi aveva ricordato Manhattan, Busan ha qualcosa che nella mia testa associo più alla Cina.
Più caotica, più disordinata, più “portuale”.

Tecnicamente, in Cina non ci sono ancora stato.

Per ora.

Dalla montagna andiamo poi a vedere un piccolo isolotto roccioso che emerge dal mare come una miniatura di montagna persa nell’acqua.

E anche vista da lì Busan continua a sembrarti una città costruita in posti dove una città non dovrebbe riuscire a stare.

Alla fine riprendiamo autobus su autobus e torniamo verso la stazione.

Questa volta finalmente possiamo entrare nel nostro nuovo alloggio con vista direttamente sul porto della città.

Navi, container, luci e gru gigantesche continuano a muoversi perfino di notte.

Non esattamente la classica cartolina romantica.

Incredibilmente affascinante.



Le ciabatte.

Le ciabatte meritano un capitolo a parte.

I coreani vogliono stare comodi.
Non c’è altra spiegazione.

Ciabatte da spiaggia ovunque: al supermercato, in metro, nei ristoranti, in aeroporto.
Persino sull’aereo.

Noi europei ci vestiamo per sembrare presentabili.
Loro hanno chiaramente superato questa fase evolutiva.



mercoledì 24 giugno 2026

Seorak-san


 

Fino all’ultimo sono stato indeciso se cancellare questa escursione.

Un po’ perché volevo vedere ancora altro di Seoul, un po’ perché temevo seriamente che finisse come la giornata a Namiseom: tante aspettative, tanta gente e alla fine poche emozioni vere.

Per fortuna ho deciso di andarci.

Tre ore di autobus per raggiungere il Seoraksan National Park.

La Corea non ha montagne particolarmente alte, ma è piena di montagne.
Letteralmente piena.

Qui la cima più alta arriva a 1708 metri.
In Italia probabilmente la chiameremmo “collina un po’ arrogante”, in Corea ci fanno un parco nazionale spettacolare.

Bisogna ammettere che hanno ragione.

Partiamo praticamente dal livello del mare, essendo molto vicini alla costa, quindi il dislivello si sente tutto.

Appena scesi dal pullman la guida dà le istruzioni:

Abbiamo tre ore e mezza scarse per andare e tornare.

Anzi meno, perché intanto il tempo passa.

Ci illustra le opzioni disponibili:

  • una cascata raggiungibile in circa un’ora;

  • una caverna a un’ora e venti;

  • la funivia… chiusa per vento forte.

E lì io:

Ma come, e Ulsanbawi?”

Ero venuto per quello.

Ulsanbawi.

Quelle enormi rocce di granito appuntite che sembrano uscite da un film fantasy.

La guida è pessimista.

Secondo lei non abbiamo abbastanza tempo.

Controllo velocemente online e in effetti trovo gente che ci ha messo più di tre ore e mezza per il percorso completo.


Peccato nel frattempo siano già passati altri dieci minuti da quando siamo scesi dal bus e l’appuntamento per il ritorno resta inchiodato alle 14:30.

Io e Cassandra ci guardiamo.

Cambio dell’olio ai box.

Partenza.

Seminando praticamente tutti gli altri.

Lo so, non è una gara.

Se dobbiamo fare più di otto chilometri con cinquecento metri di dislivello, concentrati quasi tutti negli ultimi due chilometri, forse è il caso di darsi una mossa.

Dopo venti minuti sono già all’inizio della salita vera.

Pietroni, scalini di legno, passerelle perfette.

Una cosa va detta: i coreani trattano i sentieri meglio di come certe città italiane trattano i marciapiedi.

Tutto curato, pulito, organizzato.

Dopo un altro chilometro di salita abbastanza seria mi giro e Cassandra non c’è più.

Ci eravamo detti:

Vediamo dove arriviamo dopo un’ora e mezza, poi decidiamo.”

Ormai sono lanciato.

Quando arrivo all’inizio della scalinata finale sono da solo e attacco l’ultimo tratto.

Una legnata.

Non tanto per gli scalini in sé, quanto perché la salita diventa ripidissima e il vento inizia a tirare fortissimo.

Arrivo in cima dopo un’ora e tre minuti dalla partenza.

Distrutto.

Sudato.

Praticamente lessato.

Però appena alzo lo sguardo passa tutto.

Le cime rocciose del Seoraksan si aprono davanti a me in mezzo alle nuvole e al vento, capisco immediatamente perché questo posto sia così famoso.

Resto un po’ a fare foto, dopo qualche minuto inizio a preoccuparmi.

Il vento lo sento eccome.

Chi non sento più è Cassandra.

Guardo verso il basso.

Niente.

Inizio a scendere per cercarla. La trovo soltanto dopo aver rifatto tutta la rampa più lunga e ripida della salita.

Eccola lì.

Distrutta anche lei.

Però ce l’ha fatta.

Grandissima.

Torniamo su insieme. Quando raggiungiamo di nuovo la cima riesce finalmente a pronunciare le sue prime parole:

Machiccazzocelhafattofare!!!”

Che in quel momento mi è sembrata una sintesi perfetta dell’alpinismo mondiale.

Guardo l’orologio.

Abbiamo ancora due ore.

Sì dai, tranquilli, ce la facciamo.”

Frase che ogni escursionista pronuncia sempre pochi minuti prima di scoprire di aver sottovalutato qualcosa.

Infatti al ritorno ci mettiamo più tempo che all’andata.

Anche perché iniziamo a fermarci.

Prima per vedere i templi lungo il percorso, uno costruito sotto una roccia gigantesca, davvero spettacolare, poi perché io decido serenamente di mettermi a mangiare una piadina, passeggiando con calma come se fossi ad una fiera.

Morale: arriviamo al pullman con solo dieci minuti di anticipo.

Io felicissimo.

Cassandra decisamente meno.


Già tutto questo basterebbe, ma la giornata non è ancora finita.

La gita prosegue verso il mare, sul versante orientale della Corea.

Destinazione: Naksansa, il tempio dell’alba.

Anche qui c’è da camminare un po’ in salita, per fortuna dopo Ulsanbawi qualsiasi cosa inferiore a mille gradini sembra pianeggiante.

Il posto è magnifico.




Templi sospesi sopra le scogliere, pini piegati dal vento e il mare che si infrange sotto le rocce.

Dentro un piccolo tempio a picco sul mare troviamo un monaco che canta una nenia continua.

Almeno credo fosse una nenia...a tratti sembrava stesse ridendo.

E non si fermava mai.

A volte rallentava, quasi senza fiato, improvvisamente accelerava di nuovo come una chiamata su Teams quando torna la connessione e recupera tutto l’audio arretrato insieme.

Non sapevo se ridere o allontanarmi lentamente senza fare movimenti bruschi.

Visitiamo la grande statua del bodhisattva affacciata sul mare, poi torniamo finalmente verso il bus.

Rientriamo a Seoul tardissimo, stanchi morti ma soddisfatti.

Questa parte della Corea, più selvaggia e meno “patinata”, è stata probabilmente una delle cose che mi sono rimaste di più addosso.

Forse è anche quella che molti turisti finiscono per saltare.

martedì 23 giugno 2026

Giornata dei bambini

È la giornata dei bambini in South Korea.
Noi, che rifiutiamo qualsiasi forma di maturità emotiva e continuiamo a considerarci una versione stanca di Peter Pan, decidiamo di festeggiarla insieme a tutti i bambini di Seoul andando al Museo Nazionale della Corea.
Scelta che, già all’ingresso, inizia a sembrarmi potenzialmente problematica.
Un enorme cartello infatti annuncia con orgoglio:
Terzo museo più visitato al mondo”.

E io subito diffidente.

Terzo?
Davvero?

Perché il primo e il secondo nella mia testa sono automaticamente il Louvre Museum e i Musei Vaticani.
Poi?

Chi lasci fuori?
Il British Museum?
Il Met?
La National Gallery?
Gli Uffizi?

Mi sembra improbabile.

Poi Cassandra mi fa notare una cosa molto semplice: la dimensione del museo.

Enorme.

Più che un museo sembra un quartiere dell’EUR.
In effetti qui sono vicini alla Cina, all’India, a tutto il Sud-est asiatico… parliamo di miliardi di persone.

Certo, non andranno tutte al museo, ne basterebbe una percentuale minuscola per riempirlo come uno stadio.

Infatti, una volta entrati, devo ammettere che il posto è impressionante.

Immenso, modernissimo e organizzato benissimo.

C’è davvero di tutto: statue buddhiste, armature, ceramiche, pagode, reperti archeologici, manoscritti, oggetti quotidiani, intere ricostruzioni storiche.

E soprattutto una cosa fondamentale: non ti aggredisce.

Ho visitato musei più importanti o più ricchi, spesso dopo qualche ora ti senti mentalmente frullato, come se il cervello non riuscisse più a elaborare nulla.
Qui invece no.

Passano le ore senza quasi accorgersene.

Usciamo che è già sera, stanchi ma non distrutti.
E soprattutto soddisfatti.

Non è così scontato quando passi un’intera giornata dentro un museo.

Visto che siamo rientrati a un orario ancora umano, secondo voi posso evitare di andare a correre?

Ovviamente no.

Dopo qualche giorno senza allenarmi inizio a sentirmi fisicamente in colpa, anche in vacanza.

Così decido di tornare verso la torre panoramica dell’altra sera.

Oggi il cielo è completamente diverso: limpido, pulito, finalmente senza quella foschia sospetta che sembrava aver inghiottito tutta la città nei giorni precedenti.

La parte più difficile non è la salita.

È trovare la strada giusta.

Tra scalinate, sentieri e deviazioni varie, impiego più tempo a capire dove andare che a correre davvero.

Poi arrivano le scale.

Infinite.

E lì il running finisce ufficialmente.

A un certo punto, per non andare a sbattere contro qualcuno, smetto di correre e inizio semplicemente a salire i gradini due a due, cercando di mantenere almeno un minimo di dignità atletica.

Finalmente arrivo in cima. Mi fermo a riprendere fiato e capisco subito di aver avuto ragione a tornare.

La vista è completamente diversa rispetto al primo giorno.

Niente sabbia gialla dalla Mongolia.

Niente foschia lattiginosa.

Solo Seoul che si accende lentamente sotto il cielo della sera.

Vorrei aspettare il tramonto fino alla fine, ma sono completamente sudato e inizia a fare freddo.

Così riparto verso il basso correndo.

Almeno ci provo.

Perché ogni due minuti il panorama diventa più bello e mi fermo continuamente a fare foto: il cielo si colora sempre di più, il sole diventa rosso fuoco e i grattacieli iniziano a illuminarsi uno dopo l’altro.

Una di quelle serate che non succede niente di clamoroso…
ma che ti rimangono addosso più di tante altre.














Il trekking come stile di vita.

La Corea è tutta salite.

Non ci sono grandi pianure: solo colline, montagne e quartieri tra una collina e l'altra.
Questo spiega perfettamente perché il loro sport nazionale sembri essere il trekking.

Una quantità impressionante di persone, soprattutto anziani, gira quotidianamente vestita come se stesse per affrontare una spedizione himalayana.
Scarponcini tecnici, giacche antivento, zaini professionali, bastoncini da trekking.

Sui mezzi pubblici incontri pensionati equipaggiati meglio di certi escursionisti sulle Dolomiti.

È un modello di vecchiaia che mi piacerebbe poter sperimentare un giorno

domenica 21 giugno 2026

Terzo giorno

Dopo una giornata di esplorazione in modalità fai-da-te, decidiamo di tornare ad affidarci a una guida locale perché le tappe di oggi sono abbastanza fuori portata per chiunque non abbia un’auto, una patente coreana o un talento naturale per sopravvivere ai mezzi pubblici fuori da Seoul.
La guida si rivela immediatamente un personaggio.
Una donna completamente fuori controllo che parla a raffica un inglese vagamente comprensibile, alla velocità di un’asta di beneficenza sotto cocaina.
E soprattutto conclude ogni frase con “ok?”
Sempre.
Costantemente.
Ossessivamente.
Una specie di intercalare compulsivo.
Tipo i bergamaschi col “pota”, ma in versione coreana internazionale.
Lo usa mentre parla inglese.
Lo usa mentre parla mandarino.
Probabilmente lo usa anche nel sonno.
Today we go mountain ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
Lo avrà detto almeno novemilaottocentotrentacinque volte, ok?
Dopo due ore io e Cassandra avevamo il cervello completamente colonizzato.
A un certo punto inizi a pensare in “ok?”.
Respiri in “ok?”.
Esisti in “ok?”.
Non riesco più a smettere, ok?
Ho bisogno di silenzio, ok?



Giardino della Calma Mattutina

Prima tappa: il Giardino della Calma Mattutina.

Molto bello, bisogna dirlo.

Mi ha ricordato una versione coreana dei Giardini di Ninfa, senza ruderi medievali e con una quantità decisamente superiore di coreani perfettamente vestiti che si fotografano davanti ai fiori.

Ponticelli, laghetti, alberi potati con precisione chirurgica e sentieri che sembrano progettati apposta per convincerti che la tua vita sarebbe migliore se vivessi lì dentro.

Uno di quei posti dove anche facendo foto a caso viene tutto bene.

Nami Island

Seconda tappa: Namiseom.

Di quest’isola avevo sentito parlare benissimo.
Era praticamente uno dei motivi principali per cui avevo scelto questa escursione.

Invece…

Na turistata.

Si prende un battello che ti scarica sull’isola insieme a una quantità industriale di altre persone tutte lì per fare esattamente le stesse identiche foto.

L’isola in sé non è nemmeno brutta.
L’atmosfera ricorda un Gardaland degli anni Ottanta senza giostre: viali ordinati, file, musica diffusa, negozietti, coppiette che si fotografano tenendosi per mano e orde di turisti che avanzano lentamente come branchi migratori.

C’era un’alternativa infinitamente più interessante.

La zipline.

Una corda tesa da una torre alta ottanta metri che ti lancia direttamente sull’isola attraversando il fiume sospeso nel vuoto.

Un minuto e mezzo di volo sopra l’acqua.

Molto più dignitoso del battello.

Purtroppo i posti disponibili erano solo per orari troppo tardi e avevamo paura di non riuscire a rientrare in tempo con il gruppo.

Spoiler: ce l’avremmo fatta tranquillamente.

Ma queste cose si scoprono sempre cinque minuti dopo aver preso la decisione sbagliata.

Dopo questa seconda tappa abbastanza deludente torniamo sul pullman sperando almeno in un finale dignitoso per la giornata.

Ormai resta soltanto la famosa pedalata sulle rotaie.

Colpo di scena: è stata probabilmente la parte più divertente della giornata.

Si tratta di una vecchia linea ferroviaria dismessa trasformata in percorso turistico: sali su un vagoncino a pedali e percorri la valle seguendo i binari.


Detta così sembra una cosa faticosa.

In realtà era quasi tutto in discesa.

Più che pedalare, si trattava di fingere di fare sport mentre il paesaggio scorreva intorno.

Il percorso era davvero bello: montagne, fiume, alberi e soprattutto una serie di gallerie trasformate in piccoli tunnel psichedelici con musica, luci colorate ed effetti diversi ogni volta.

Una specie di rave ferroviario per famiglie.

Alla fine del percorso ci caricano addirittura su un piccolo trenino panoramico per percorrere gli ultimi due chilometri.

Lì ho tirato un sospiro di sollievo.

Perché dopo Nami Island temevo seriamente che la giornata sarebbe finita molto peggio.