mercoledì 1 luglio 2026

Acqua gym a Jeju

 




Oggi niente pioggia.

Il cielo sembra disposto a collaborare.

Fa più caldo, ma si sta ancora molto bene.
Soprattutto considerando che siamo su Jeju e non dentro una sauna tropicale come temevo.

La destinazione è uno dei luoghi più famosi dell’isola: Seongsan Ilchulbong.

Un antico cono vulcanico che emerge dal mare e che si può scalare con una salita relativamente semplice di trenta, quaranta minuti.

Relativamente semplice” nel linguaggio coreano significa comunque una discreta quantità di gradini.


La salita tutto sommato merita la fatica.

In cima il cratere è completamente ricoperto di vegetazione, come se la natura avesse deciso di addolcire un vecchio vulcano spento.

Da una parte si apre il mare.

Dall’altra si vede l’istmo che collega il vulcano alla costa, con spiagge chiarissime e acqua color smeraldo.

Una vista spettacolare.

Di quelle che ti fanno dimenticare per qualche minuto il sudore, le scale e la quantità di turisti che stanno cercando di fare la tua stessa foto nello stesso identico punto.

Una volta tornati giù andiamo a vedere una delle tradizioni più famose di Jeju: le Haenyeo.

Le leggendarie pescatrici subacquee dell’isola.

Ogni giorno organizzano una dimostrazione per i turisti proprio sulla spiaggia ai piedi del cratere. Il luogo è sempre più affollato e si fa fatica a trovare un angolo libero. Quando arrivano le sciure, ho la netta sensazione di essere caduto in una nuova chtrappola per turisti.

Prima fanno una specie di balletto con accompagnamento musicale, rigorosamente in playback.

Vedere queste signore di almeno settant’anni esibirsi con assoluta serietà crea una situazione che oscilla continuamente tra il folkloristico e il surreale.

Poi però entrano in acqua.

A me ricordano un pochino una lezione di acqua gym.

Ovviamente sappiamo che è solo una dimostrazione, perché dietro la rappresentazione turistica c’è una tradizione vera e durissima.

Le Haenyeo pescano immergendosi in apnea senza bombole.

Solo maschera, pinne e respiro.

Raggiungono anche profondità importanti, dieci o venti metri, raccogliendo molluschi e alghe direttamente dagli scogli.

Spettacolino a parte, guardando giù dalla costa vicino al vulcano, si riescono ancora a vedere alcune pescatrici vere al lavoro, lontane dalla dimostrazione turistica.

Piccoli puntini colorati che spariscono sott’acqua e riemergono più avanti.

Una tradizione che sembra appartenere a un altro secolo e che invece è ancora viva.



Dopo lo spettacolo torniamo alla macchina e andiamo verso Seopjikoji.

Un promontorio vulcanico affacciato sul mare dove facciamo una lunga passeggiata costiera.

Circa quattro chilometri tra prati, scogliere nere, vento e oceano.

E sullo sfondo continua a vedersi il vulcano scalato la mattina.

Jeju ha questa cosa particolare: sembra sempre che il paesaggio stia cercando di ricordarti continuamente la propria origine vulcanica.

La roccia nera, le forme delle coste, i colori del terreno… tutto sembra nato direttamente dal fuoco e poi lentamente addolcito dal mare.



Secondo il programma originale la giornata avrebbe dovuto concludersi con uno dei posti che aspettavo di più: Manjanggul Lava Tube.

Uno dei tunnel di lava più lunghi e visitabili al mondo.

Otto chilometri.

Peccato sia chiuso da anni per restauri.

E la beffa è che avrebbe dovuto riaprire a marzo… hanno rimandato tutto a fine maggio.

Esattamente quando noi saremo già tornati in Italia.

Tempismo perfetto.

Mannaggiangul!

Per fortuna Jeju è piena di tunnel vulcanici, quindi ripieghiamo su Micheongul Cave.



Molto più piccolo, certo: circa 1700 metri totali, di cui poco più di trecento visitabili.

Spettacolare comunque.

Entrando dentro la prima impressione è stranissima.

Più che una grotta sembra il tunnel di un’autostrada scavato nella montagna.

Enorme.

Ampissimo.

Soprattutto umidissimo.

Dentro piove letteralmente.

Acqua che gocciola ovunque, pareti lucide, aria pesante.

Ci sono anche statue di Buddha e diverse formazioni di lava solidificata che sembrano scolpite apposta.

Lì capisco perfettamente perché il tunnel più grande sia ancora in restauro.

Con tutta quell’umidità mantenere sicura una struttura del genere dev’essere un incubo.

La grotta si trova dentro un parco naturale pieno di piante, sentieri e sculture.

Molto carino.

Sinceramente eravamo lì soprattutto per il tunnel.

Volevamo Manjanggul.

Va be’, dai.

Anche Micheongul si è difesa bene.



Burka korean edition

I coreani sono molto sportivi.

Camminano tantissimo, fanno trekking ovunque e ogni tanto li vedevo anche correre nei parchi cittadini.

Al contempo hanno un rapporto col sole che definire prudente è riduttivo.

Avendo una pelle molto chiara cercano di coprirsi il più possibile.

A volte troppo.

Mi è capitato più volte di vedere persone correre completamente bardate:

  • cappello;

  • maschera integrale;

  • occhiali da sole;

  • maglia a maniche lunghe;

  • pantaloni lunghi;

  • guanti.

Tutto rigorosamente nero.

Praticamente dei ninja del trail running.

Capisco la prevenzione contro il sole... così il rischio melanoma viene sostituito direttamente dal rischio cottura a vapore.


martedì 30 giugno 2026

Poteva andare Peju... poteva piovere

 


Piove.

Non una pioggia normale.

Piove male.
Con cattiveria.

Di quella pioggia che sembra avere qualcosa di personale contro di te.

A brutto muso. Più brutto muso del tuo.

Vista la situazione meteorologica decidiamo di puntare su qualcosa al coperto e andiamo al Bonte Museum.

Il museo è… particolare.

Molto bello a tratti, molto meno in altri.

Diciamo che la parte migliore è l’inizio e la fine, nel mezzo ci sono momenti in cui sembra che qualcuno abbia avuto troppe idee tutte insieme.

L’architettura merita parecchio: minimalista, silenziosa, perfettamente integrata col paesaggio esterno anche se in cemento.

Anche con la pioggia.

Forse soprattutto con la pioggia.


Quando il diluvio concede una tregua andiamo verso le Jusangjeolli Cliff.

Una scogliera vulcanica formata da enormi colonne di basalto.

Praticamente canne d’organo di lava che precipitano direttamente nel mare.

Molto belle.

Non spettacolari come certe formazioni viste in Islanda, ma sempre impressionanti.

Anche qui il mare continua a schiantarsi contro la roccia nera creando quella combinazione tipicamente vulcanica che sembra sempre un po’ la fine del mondo.


Altra passeggiata.

Destinazione: Oedolgae.

Una gigantesca roccia che emerge dal mare e che viene soprannominata “il Generale”.

Fa parte di un sentiero costiero molto più lungo, circa tredici chilometri.

Noi però, complice il tempo e la voglia limitata di trasformarci in anfibi, non ne percorriamo nemmeno la metà.

Va bene così.

A Jeju le passeggiate brevi spesso valgono comunque la deviazione.



Ultima tappa della giornata: Jeongbang Waterfall.

Una cascata che finisce direttamente nel mare.

Già solo per questo merita.

Non enorme, non travolgente, ma decisamente scenografica


Altre considerazioni:

Cattolici

In South Korea ci sono molti più cattolici di quanto immaginassi.

Sia a Seoul che a Busan ho visto parecchie chiese.
Solo che non assomigliano affatto alle nostre.

Nemmeno ai loro templi.

Spesso sono normali palazzi moderni, a volte altissimi, anonimi quasi fino all’ultimo piano, dove compare una piccola croce luminosa sul tetto oppure una croce enorme disegnata sulla facciata.

Se non ci fai attenzione rischi persino di non accorgerti che siano chiese.

Poi ci sono i predicatori da strada.

Più volte mi è capitato di imbattermi in persone che montavano casse e microfono in mezzo alla città e iniziavano il sermone pubblico.

La cosa più assurda però era l’introduzione.

Prima della predica partiva spesso una musichetta allegra che sembrava uscita da un cartone animato educativo per bambini.
Poi improvvisamente il predicatore prendeva il microfono e iniziava a parlare con tono apocalittico.

Una combinazione surreale.

Sinceramente mi ha dato una sensazione stranissima, quasi aliena.

lunedì 29 giugno 2026

Aereo per Jeju



Questa mattina si cambia di nuovo scenario.

Si vola verso Jeju Island.

Prima bisogna sopravvivere all’ennesimo spostamento logistico in stile coreano: metropolitana più trenino aeroportuale.

Poteva andare molto peggio.

Potevano essere due autobus, oltre che poteva piovere.

Il volo è brevissimo.

Praticamente fai in tempo a sistemarti sul sedile, guardare fuori dal finestrino e chiederti se abbiano già iniziato il servizio snack che l’aereo sta già scendendo.

Atterriamo a Jeju City e qui arriva la parte interessante: ho noleggiato un’auto.

Cosa che ha richiesto il permesso di guida internazionale, manco stessi per guidare su Marte.

All’inizio mi sembrava esagerato.

Ho iniziato a guidare.

Ho capito.


La prima cosa che noto è che il traffico a Jeju City è un problema serio.

Anzi no.

Il vero problema sono i semafori.

Rossi per ere geologiche.
Verdi per circa mezzo secondo.

Ce ne sono ovunque.

Tutti corredati di telecamere, controlli, limiti e sensori.

I limiti di velocità poi sembrano pensati per una scuola guida particolarmente ansiosa:

  • 30-40 km/h in città;

  • 50-60 fuori;

  • 70 quando si sentono spericolati;

  • 80 praticamente solo se hai trovato l’autostrada del Nürburgring coreano.

Va benissimo la sicurezza.

Sono assolutamente favorevole.

Però ti ritrovi su strade enormi a quattro corsie dove tutti sorpassano tranquillamente a destra perché altrimenti non arrivi più da nessuna parte.

La cosa più assurda è che anche fuori città, su strade principali completamente vuote, i semafori restano rossi per tempi inspiegabili.

Tu fermo.

Da solo.

Nel nulla.

A fissare un incrocio deserto.

Come se il semaforo stesse facendo una riflessione personale sulla vita prima di lasciarti passare.

Il risultato è che ogni spostamento diventa lentissimo.

E questo nonostante l’isola non sia enorme: circa 73 chilometri per 41.

C'è da dire che in mezzo c’è il monte Hallasan, la montagna più alta della Corea, e tutto intorno strade che sembrano progettate apposta per impedirti di arrivare velocemente ovunque.

Quindi qualsiasi tragitto richiede almeno quaranta minuti, spesso un’ora.



Prima tappa prevista era lo Jeju Stone Park.

Peccato sia lunedì.

Quindi è chiuso.

Ovviamente.

Piano B.

Andiamo al Sangumburi Crater, un piccolo cratere vulcanico immerso nel verde.

In autunno è famosissimo per l’erba argentata che ricopre tutta la zona, rendendo il panorama molto fotografabile.

Peccato siamo qui a maggio.

Quindi niente mare argentato poetico al vento.

La passeggiata per arrivare in cima è comunque piacevole: silenzio, alberi, sentieri e questo cratere che compare all’improvviso in mezzo alla vegetazione.

Riprendiamo la macchina e andiamo a visitare un villaggio tradizionale di Jeju.

Qui che l’isola inizia davvero a mostrare la sua identità diversa dal resto della Corea.

Muri in pietra lavica ovunque.
Porte di legno che sembrano ingressi di piccoli templi.
Case col tetto di paglia e soprattutto gente che ci vive davvero ancora oggi.

Non è un parco a tema.

Non c’è un biglietto.

Non ci sono transenne.

Bisogna semplicemente avere il buon senso di rispettare la privacy delle case non aperte al pubblico.

Camminando tra le stradine iniziamo anche a vedere i famosi Dol Hareubang.

I “nonni di pietra” di Jeju.

Statue basaltiche poste tradizionalmente agli ingressi dei villaggi per proteggere gli abitanti dagli spiriti maligni.

Inutile dire che il mio cervello fa subito un collegamento inevitabile.

Sarà che siamo su un’isola vulcanica.

Sarà la pietra lavica.

Sarà la forma delle statue.

A me ricordano vagamente i Moai dell’isola di Pasqua.

Probabilmente non c’entrano nulla.

Sono sempre fatti della stessa pasta, della stessa pietra vulcanica. Mi piacciono molto.

domenica 28 giugno 2026

Pranzo gratis al tempio

 


Oggi è domenica.

Niente escursioni guidate, niente pullman turistici, niente guide che parlano inglese a raffica.

Solo noi, Busan e una giornata intera da improvvisare lungo la costa.

Che detta così sembra rilassante.

In realtà sarà lunghissima.



La prima missione della giornata è raggiungere Haedong Yonggungsa, considerato uno dei templi più belli della Corea.

Soprattutto uno dei pochissimi costruiti direttamente sul mare.

Arrivarci bisogna guadagnarselo.

Due metropolitane.

Un autobus.

Un’eternità.

Dal nostro quartiere ci vuole circa un’ora e mezza. A un certo punto inizi a sospettare che il tempio sia stato costruito direttamente in un’altra nazione.

Finalmente arrivati capiamo subito perché sia così famoso.

Non è enorme, anzi.

La posizione è spettacolare: padiglioni, statue e lanterne colorate costruiti letteralmente sulle rocce a picco sul mare.

Oggi c’è ancora più gente del solito.

Perché è domenica e perché è il compleanno di Buddha.

Come gli altri visitati in precedenza, il tempio è completamente addobbato a festa. Pieno di fedeli, famiglie, turisti e monaci che cercano disperatamente di mantenere un minimo di ordine nel caos generale.

Scopriamo la cosa migliore della giornata.

Per festeggiare il compleanno di Buddha, i monaci offrono il pranzo a tutti.

Gratis.

Quindi eccomi qui, seduto dentro un tempio coreano sul mare a mangiare spaghetti offerti dai monaci buddhisti.

Una frase che fino a qualche mese fa non pensavo avrei mai pronunciato.

Gli spaghetti sono piccanti.

Molto piccanti.

Purtroppo dentro ci sono anche le alghe.

Le alghe ovviamente vengono accuratamente scansate e spostate ai margini del piatto come materiale tossico, perché per quanto io mi stia impegnando con la cucina asiatica, il sapore di mare nelle cose continua a traumatizzarmi.

Il resto invece era davvero buono sebbene il mio livello massimo di tolleranza al piccante rimane quello di una pensionata emiliana.



Dopo pranzo dobbiamo tornare indietro attraversando mezza Busan.

Visto che evidentemente non avevamo sofferto abbastanza con gli spostamenti, decidiamo pure di allungare il percorso di un’altra mezz’ora per andare al museo di arte contemporanea.

Errore.

Gravissimo errore.

Attenzione.

È una chtrappola.

Non poteva mancare nemmeno stavolta l’ammiraglio Ackbar del Ritorno dello Jedi.

Delle cinque gallerie distribuite su tre piani si salva pochissimo.

Installazioni incomprensibili, video interminabili, oggetti messi a caso in mezzo alle stanze con descrizioni che cercano disperatamente di convincerti che dietro ci sia un significato profondissimo.

E magari c’è, sebbene dopo un po’ inizi semplicemente a fissare una sedia appesa al soffitto chiedendoti se sei tu a non capire l’arte contemporanea o se qualcuno si stia divertendo alle tue spalle.

Del resto da una chtrappola è difficile uscirne indenni.



Inquinamento: molto meno peggio del previsto.

Da metropoli così enormi mi aspettavo aria irrespirabile.

Invece no.

Mi è sembrata perfino migliore di quella di molte nostre città.
Forse perché la Cina ha ridotto l’uso del carbone, forse per l’enorme presenza di auto elettriche, forse per entrambe le cose.

Fatto sta che la famigerata app per monitorare la qualità dell’aria, consigliata da molti prima della partenza, non l’ho praticamente mai aperta.

sabato 27 giugno 2026

Seconda escursione a Busan



In questa metropoli assurda fatta di grattacieli di vetro, condomini altissimi e quartieri che sembrano usciti direttamente da Neon Genesis Evangelion, manca solo un EVA che emerga dal porto, esiste ancora una cosa incredibilmente semplice che riesce ad avere un fascino tutto suo.

Un trenino costiero.

Già questo basta a rendermi felice.

Per riuscire a salirci bisogna praticamente organizzarsi come per comprare i biglietti di un concerto importante.

Prenotazione almeno una settimana prima, soprattutto nel weekend.

Io ho aspettato troppo: un po’ per il meteo incerto, un po’ perché non sapevamo ancora bene come incastrare le giornate a Busan.

Risultato: biglietti esauriti.

Però le escursioni guidate avevano ancora qualche posto disponibile.

Quindi…

Oggi si va sullo Sky Capsule.

Haeundae Sky Capsule.

Praticamente delle piccole capsule colorate da massimo quattro persone che scorrono lentamente su binari sospesi sopra la costa di Haeundae.

Sotto, più vicino al mare, passa anche il treno panoramico vero e proprio, che fa un percorso più lungo lungo tutta la costa.

La capsula ha un fascino particolare.

Sarà perché sembra un giocattolo.
Sarà perché si muove pianissimo.
Sarà perché dall’alto vedi spiagge, scogliere e mare senza dover fare assolutamente nulla.


Il viaggio è rilassante, panoramico e vagamente infantile nel senso buono del termine.

Uno di quei mezzi di trasporto che ti fanno sorridere senza motivo preciso.

Scendiamo alla stazione finale. Iniziamo a camminare lungo la costa mentre il treno panoramico ci supera lentamente ogni tanto.

E io, come sempre, continuo a pensare una cosa molto semplice:

Il treno è sempre il treno.

Anche quando va piano.
Anche quando è turistico.
Anche quando non serve davvero ad andare da nessuna parte.



Arriviamo poi a una passerella di vetro sospesa sopra il mare.

Molto scenografica.

Molto fotografabile.

Molto piena di persone che fingono naturalezza mentre cercano disperatamente l’angolazione giusta.

A quel punto il gruppo va a pranzo nel ristorante scelto dalla guida.

Io e Cassandra facciamo quello che facciamo meglio: disertiamo.

Il nostro piano è tentare di prendere il treno panoramico fino al capolinea.

Spoiler: non ci riusciremo.

Biglietti finiti.

Ancora.

Alla fine poco male.

Facciamo comunque una bellissima passeggiata costeggiando la ferrovia, con il mare da una parte e il trenino che ogni tanto passa accanto a noi.

Sinceramente, anche così, ne è valsa la pena.



Huinnyeoul Village

Ripreso l’autobus andiamo verso lo Huinnyeoul Culture Village.

Praticamente un piccolo borgo sul mare incastrato dentro Busan.

Per certe prospettive e per le case bianche affacciate sull’acqua lo chiamano “la Santorini coreana”.

In effetti alcuni scorci sono molto belli.

Caffetterie vista mare, viuzze strette, terrazze, murales.

Però…

Non lo so.

Forse avevo aspettative troppo alte, non mi ha fatto impazzire.

Nella mia lista mentale delle cose da vedere era già classificato come “se avanza tempo”... In effetti la sensazione finale è rimasta quella.

Carino, senza quel qualcosa in più che ti resta davvero addosso.



Gamcheon Village

Ultima tappa della giornata: Gamcheon Culture Village.

Qui cambia tutto.

Questo posto mi è piaciuto tantissimo.

È un quartiere nato durante la guerra di Corea, quando migliaia di profughi iniziarono a costruire case sul fianco della montagna come potevano e dove potevano.

Per anni è rimasto un quartiere poverissimo, isolato dal resto della città e progressivamente degradato.

Poi, dal 2009, è iniziato un enorme progetto di riqualificazione artistica.

Artisti locali hanno trasformato il quartiere in un labirinto di murales, installazioni, scale colorate e case dipinte con colori accesi.

Da lontano sembra quasi che qualcuno abbia rovesciato una scatola di cubi di Rubik sulla montagna.

E il simbolo di tutta questa rinascita è diventato il Piccolo Principe.

La sua statua, seduta a guardare il quartiere dall’alto, è ormai una delle immagini più famose di Busan.

Effettivamente il posto ha qualcosa di molto poetico.

Purtroppo arriviamo un po’ troppo tardi per esplorarlo davvero bene.

Ed è un peccato, perché qui ci si potrebbe perdere per ore.

Addirittura all’ufficio turistico ti danno una mappa con una specie di caccia al tesoro: devi cercare timbri sparsi per il quartiere e trovare i vari murales nascosti tra vicoli e scalinate.




Una cosa che normalmente avrei trovato infantile.

Invece lì dentro avrei fatto volentieri senza il minimo senso del ridicolo.

venerdì 26 giugno 2026

Gita a Gyeongju e dintorni



La prima vera attività che facciamo a Busan… è uscire da Busan!

Perfetto.

Destinazione: Gyeongju.

Una città che avevo provato in tutti i modi a infilare nel programma del viaggio come tappa fissa, senza riuscirci.
Da Seoul si poteva fare, certo, ma tutti continuavano a dire che da Busan fosse più comoda.

Comoda” nel senso coreano del termine: partire presto, vedere mille cose e tornare tardissimo distrutti.

Tempio di Bulguksa

Prima tappa: Bulguksa, probabilmente il tempio più famoso e visitato della Corea.

Si capisce subito perché.

Bellissimo.

Forse lo visitiamo un po’ troppo velocemente, ma la giornata è pienissima e in fondo il complesso non è enorme.

In compenso è addobbato a festa.

Come quasi tutti i templi in questo periodo, anche qui è tutto ricoperto di lanterne colorate per il compleanno di Buddha che si avvicina.

Queste decorazioni danno ai templi coreani un’atmosfera stranissima: sacra e allo stesso tempo allegra, solenne ma piena di colori.

Molto diversa dall’idea austera spesso si associa ai luoghi religiosi.



Villaggio Yangdong

La seconda tappa è il Yangdong Folk Village.

Qui che ci fermiamo anche per pranzo.

Io e Cassandra facciamo immediatamente quello che facciamo sempre: spariamo da soli in esplorazione.

Questo villaggio è diverso da quelli “storici” ricostruiti nelle città.

Qui le case sono vere.
Vecchie davvero.

E soprattutto la gente ci vive ancora.

Da secoli.

Le famiglie storiche del villaggio sono due: i Son e i Kim.
Ci sono abitazioni del Cinquecento, case nobiliari con i tetti in tegole e abitazioni più povere coi tetti di paglia.

Passeggiare tra quelle stradine silenziose è stranissimo, non sembra un museo: sembra di essersi infilati dentro una Corea parallela rimasta sospesa nel tempo.

Ovviamente noi, con grande rispetto delle regole, ci siamo anche infilati dentro qualche cortile.

Piano.

Silenziosi come ladri professionisti.

Non so se fosse consentito davvero, se fossero aperti apposta ai turisti o se semplicemente nessuno ci abbia visti.

Fatto sta nessuno ci ha rincorsi urlando, quindi la consideriamo una vittoria diplomatica.


I tumuli di Gyeongju

Arriviamo poi alla parte che probabilmente mi ha colpito di più.

I tumuli funerari di Gyeongju.

Enormi colline artificiali erbose che custodiscono le tombe del regno di Silla, uno dei tre regni che unificarono la Corea.

Il parco mi ha ricordato vagamente la Necropoli della Banditaccia.

Solo vagamente.

C’è una differenza gigantesca: quasi tutte le tombe sono ancora intatte.

Non scavate.

Non saccheggiate.

Non aperte.

Per noi italiani, abituati a una storia archeologica fatta anche di tombaroli, saccheggi, papi che spostavano reperti come soprammobili e dinastie intere che riutilizzavano qualsiasi pietra disponibile… questa cosa è quasi inconcepibile.

Qui non solo non scavano le tombe a caso. Salirci sopra è punibile con multe enormi e perfino con il carcere.

Una forma di rispetto archeologico che fa sinceramente impressione.

Visitiamo l’interno di una delle poche tombe aperte al pubblico, poi ci lasciano tempo libero tra i tumuli.

La cosa incredibile è proprio quella: passeggi accanto a colline che custodiscono sepolture antiche senza sapere nemmeno chi ci sia dentro.

C’è qualcosa di potentissimo in questa scelta di lasciare tutto lì dov’è.

Dopo il parco andiamo nel vicino quartiere hanok a fare merenda.

Io prendo un dolce ripieno di mozzarella di Jeju Island.

Almeno così pubblicizzavano.

Diciamo che la mozzarella era più un concetto filosofico che una presenza concreta.

Nel complesso non era male.


Il palazzo reale al tramonto




La giornata non è ancora finita.

Penultima tappa: ciò che resta del vecchio palazzo reale delle feste di Gyeongju.

Anche qui la storia con l’occupazione giapponese torna fuori ancora una volta.

I pochi edifici sopravvissuti si sono salvati soltanto perché i giapponesi stessi li usavano per eventi e celebrazioni.

Arriviamo poco prima del tramonto, ci piazziamo davanti allo stagno in attesa che faccia buio.




Piano piano si accendono le luci che illuminano i padiglioni.

Il posto cambia completamente faccia.

Le strutture illuminate si riflettono nell’acqua creando copie perfette e colorate dei padiglioni.

Uno di quei panorami quasi esageratamente pittoreschi, al punto che sembrano costruiti apposta per convincerti a fare foto.

Infatti ne facciamo parecchie.


Il ponte sul fiume

Pensavate fosse finita?

No.

Un’ultima tappa.

Un ponte di legno sul fiume, completamente illuminato.

Anche questo è stato ricostruito, l’originale non esiste più da tempo. Vederlo di notte, riflesso nell’acqua, è davvero spettacolare.

Ovviamente per fare le foto migliori bisogna scendere sui sassi in mezzo al fiume.

Ovviamente è buio.




Ovviamente il rischio di finire in acqua è altissimo.

Camminiamo con quella prudenza goffa tipica delle persone che vogliono sembrare avventurose ma hanno già capito quanto sarebbe umiliante cadere nel fiume davanti a tutti.

Così, tardissimo, si conclude una delle giornate più intense e più belle di tutto il viaggio.

Quelle giornate in cui vedi così tante cose e alla fine, tornando a casa, ti sembra siano passati almeno tre giorni invece di uno solo.