Appena sbarcato in laguna, mi sono accorto di aver fatto male i calcoli. O meglio, i calcoli facevano male a me.
Per due giorni ho
rimuginato sul dilemma: correre o non correre?
Che faccio? Lascio
perdere?
Proviamo. Al massimo mi ritiro.
A Villa Pisani mi aspettava Norma, con la quale avevo condiviso tutta la preparazione durante un’estate caldissima e praticamente infinita.
Così, dopo mesi passati a sudare come fontane, ci siamo ritrovati nel parco della splendida villa palladiana a tremare di freddo.
La vita è meravigliosa: ti alleni per mesi sotto il sole, sopravvivi all’afa, resisti alle temperature africane e, quando finalmente arriva il giorno della gara, rischi di congelare prima ancora di partire.
Una sofferenza
lunghissima, terminata soltanto con il conto alla
rovescia.
Tre.
Due.
Uno.
Via!!!
Dolori spariti!
Calcoli disciolti nel nulla!
Devo brevettarlo?
“Se soffrite di calcoli renali, iscrivetevi a una maratona! L’adrenalina della gara potrebbe fare miracoli”.
(Non si garantisce sul
risultato, e non si risponde di eventuali effetti
collaterali).
Comunque, non so spiegare cosa sia successo.
Fatto sta che partiamo, cominciamo a sfrecciare tra le ville del
Brenta, sparando battute appena possibile.
Siamo circondati dai
palloncini dei pacer: 3:45, 3:20, 3:40… Un po’ a casaccio, come
se qualcuno avesse svuotato un cassetto di palloncini colorati sulla
linea di partenza.
Va be’, non stiamo a guardare i pacer.
Noi no.
Loro, invece, guardano noi.
Dopo qualche chilometro
veniamo raggiunti dai palloncini delle 3:30, che ci inglobano nel
gruppone. Cerchiamo di divincolarci, di prendere le distanze, di
ritrovare un po’ di aria respirabile, ma quelli non demordono.
Sono
peggio degli stalker. Almeno gli stalker, di solito, non ti
rincorrono per quarantadue chilometri.
Nel frattempo, le ville del Brenta scorrono sullo sfondo come diapositive senza tempo. E senza tempo sembra anche nonna Ardita, una simpatica vecchietta di 104 anni che si è messa comodamente in panciolle davanti a casa per salutare tutti i maratoneti.
Centoquattro anni.
Io, che ne ho esattamente la metà, sto già trattando con il mio corpo per ottenere una proroga di qualche chilometro. Lei, invece, è lì tranquilla a godersi lo spettacolo.
Arriviamo a Mestre, tra
zone industriali e residenziali. I pacer delle 3:30, nel frattempo,
ci hanno raggiunti e distanziati di almeno cento metri.
Ci hanno
prima inghiottiti e poi sputati.
Al venticinquesimo chilometro circa, dopo un lungo sottopassaggio pedonale, incrociamo Antonio, il fidanzato di Norma che è venuto a fare il tifo per lei e che sembra decisamente più entusiasta di noi.
Purtroppo, da lì in poi perdo Norma.
Probabilmente è successo
quando abbiamo attraversato il Museo del Novecento.
Non so se sia
stata colpa mia, della folla o di una temporanea disconnessione del
sistema di localizzazione.
Dopo il Museo del Novecento, del resto, anche il concetto di tempo comincia a diventare piuttosto relativo.
Arriviamo al parco San Giuliano e mi sento bene.
Anzi, benissimo.
Accelero e mi diverto.
È presto, lo so. Lo so benissimo. Eppure, più accelero, più mi diverto.
È uno dei grandi misteri della maratona: quando dovresti conservare le energie, ti senti invincibile. Quando ti servirebbero davvero, al contrario, il tuo corpo presenta le dimissioni irrevocabili.
Raggiungo i pacer invadenti e li supero.
Vendetta!
Una piccola,
meschina, meravigliosa vendetta.
Comincia la salita sul lunghissimo ponte della ferrovia.
Mi fa un certo effetto.
Se continuo così, a Venezia non ci arrivo.
Forse non arrivo nemmeno alla fine del ponte.
Smetto di accelerare e cerco di mantenere il passo, almeno finché non termina questa maledetta salita.
A metà ponte, un ragazzo che sta correndo e girando video per YouTube mi inquadra e mi chiede il permesso di inserirmi nel suo filmato.
Certo che puoi, ragazzo. Immortala pure il mio declino.
Probabilmente è merito del cappellino di Arale, il mio doping inesauribile. Un concentrato di energia e demenzialità che, a quanto pare, continua a funzionare meglio di molti integratori.
Il ponte, però, sembra non finire mai.
E sapete che cosa è finito, invece?
I gel.
Tutti.
Comincia a
girarmi la testa. Per fortuna c’è un ristoro.
A quel punto si accende
la spia dell’acqua, poi quella della benzina, infine quella del
motore. Dal cofano, metaforicamente parlando, comincia a uscire
fumo.
Metto le quattro frecce, prendo una mezza naturale e accosto
sulla destra, camminando.
Finisco l’acqua in pochissimo tempo.
Ma me l’hanno data bucata?
Non faccio nemmeno in tempo a riprendere a correre che vedo gli stalker delle 3:30 alle mie spalle.
Di nuovo loro.
Ma che vogliono da me?
Non hanno già abbastanza maratoneti da tormentare? Possibile che debbano seguire proprio me?
Faccio fatica, ma ormai siamo a Venezia!
Mancano tre o quattro
chilometri, non lo so più. Non guardo nemmeno l’orologio.
Sono
diventato simile ad una singolarità: un luogo dove il tempo non
esiste, lo spazio è un’opinione e le gambe sono un ricordo.
Passiamo dal porto e
finalmente eccola, Venezia, con i suoi ultimi chilometri.
Anche
se, a pensarci bene, abbiamo corso molti più chilometri a Mestre che
a Venezia.
Ma non è la maratona di Mestre, è la maratona di Venezia!
Questa mia mancanza di
fede verrà punita. In modo puntuale e crudele: i ponti.
Mi ero
immaginato che affrontare quei quattordici ponti che ci separano dal
traguardo sarebbe stato divertente. La folla, il mare, Venezia
tutt’intorno…
Una cartolina.
Una cartolina con sopra scritto: «Benvenuti all’inferno».
Le passerelle sembrano diventare sempre più ripide man mano che mi avvicino alla cima. Un po’ per gli ingorghi creati dai simpaticoni delle 3:30, un po’ perché ormai non ne ho più.
I ponti sono stretti, la gente si ammassa, qualcuno rallenta, qualcuno cammina e qualcun altro sembra convinto di poter recuperare il tempo perduto proprio lì, magari passando sopra gli altri.
Tra un ponte e l’altro non è che le cose vadano molto meglio. Pozzanghere ovunque, forse per l’acqua alta appena terminata, terreno sconnesso e qualche buca.
Insomma, una gara a ostacoli. Mancano soltanto le transenne elettrificate e poi abbiamo completato il percorso a eliminazione.
Quando arrivo al ponte di
barche ho già esaurito le bestemmie.
Per salire quello che mi
sembra un gradino enorme non ho più nemmeno la forza di
sacramentare. Stringo i denti, cercando di non stirarmi qualcosa, e
finalmente mi ritrovo in mezzo al Canal Grande.
Non me ne accorgo neanche.
Sono a Venezia, nel Canal Grande, e il mio unico pensiero è sopravvivere alla prossima passerella.
Un’esperienza turistica indimenticabile.
Se riuscirò a ricordarla.
San Marco?
Quando ci sono arrivato? Ah ho capito: non ho usato il teletrasporto, è una semplice amnesia da trauma sportivo.
Daje, che manca poco!
Altri ponti, altre imprecazioni.
Ormai il mio repertorio
linguistico si è ridotto a poche espressioni essenziali, ripetute
con variazioni d’intensità a seconda della pendenza.
Poi,
finalmente, vedo il traguardo!
Rallento. Voglio arrivare tranquillo e, soprattutto, da SOLO.
Lascio andare il gruppone.
Libero, finalmente!
Niente pacer, niente palloncini, niente gente che mi corre addosso. Soltanto io e il traguardo.
Non riesco nemmeno a piangere. Non ho più lacrime, liquidi o risorse emotive. Credo di aver consumato tutto sopra il ponte di barche.
Taglio il traguardo.
Tre ore e trenta.
Il tempo finale è 3:30.
E pensare che per tutta
la gara avevo cercato di liberarmi degli stalker delle 3:30.
Alla
fine sono stati proprio loro ad accompagnarmi fino al traguardo?
O
forse sono stato io ad accompagnare loro?
La differenza, a quel punto, è puramente filosofica.
Peccato che Norma non fosse con me.
È andata.
Una maratona cominciata con i calcoli renali, proseguita con la perdita del compagno di viaggio, tediata dagli stalker, ostacolata da ponti assassini e conclusa con un tempo che non avrei immaginato quando, due giorni prima, mi chiedevo se fosse il caso di partire.
Adesso basta.
Non voglio più sentir
parlare di maratone, di chilometri, di gel o di ponti.
Almeno fino
a domani.
Poi vediamo la prossima maratona.








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