sabato 25 aprile 2026

15 – Blackness e Linlithgow: il canto del cigno

Ultimo giorno. La Scozia ci saluta con tutto l’amore che può offrirci in piena estate: cielo grigio piombo, vento da schiaffi e temperatura da freezer semiaperto.

Dodici gradi scarsi. Ringrazio. Cassandra invece mi guarda come se l’avessi trascinata in Siberia con la scusa di “una gita romantica”.

Sappiamo che oggi c’è il Royal Highland Show – la più grande fiera agricola del Paese – quindi, da furbi, decidiamo di dribblare la confusione e allontanarci da Edimburgo.

Peccato abbia usato l'app sbagliata.

Waze ci ha spediti dritti nel sesto cerchio degli eretici digitali: traffico infernale, zero uscita di emergenza. Quaranta minuti nel girone dei dannati del clacson. Un incubo.

Quando finalmente riemergiamo alla luce, arriviamo al castello di Blackness.

Che dire? Spettacolare.

Qui non si parla di ruderi malinconici, ma di un vero castello restaurato, accessibile, e, soprattutto, vivo.

Affacciato sul mare, col vento gelido che ti scrolla anche i pensieri e la nebbia che nasconde tutto oltre il pontile… Sembra di essere finiti dentro un episodio di Outlander.

O in un vecchio incubo, dipende dai gusti.

Blackness ha quel look da fortezza seria, tutta mura spesse e torri ben piazzate. Non per niente l’hanno soprannominato The Ship That Never Sailed, la nave che non ha mai salpato, per la sua forma affusolata.

Ci arrampichiamo, ci infiliamo ovunque, corriamo come bambini lungo i camminamenti e ci godiamo la vista (anche se la vista, tra pioggia e foschia, era tipo “grigio panoramico”).

Dal pontile lo guardiamo un’ultima volta. Uno spettacolo. E pensare a quanto patrimonio medievale abbiamo perso noi… maledetto Rinascimento.

Il tempo stringe, dobbiamo fare ancora una tappa prima dell’aeroporto.
Direzione: Linlithgow Palace.

Arriviamo fiduciosi… Troviamo un altro ingorgo. “Ma non era lontana la fiera?” Sì. Stavolta il problema è una sfilata di carri nel centro del paese, con tanto di bambini, genitori, cornamuse e l’inevitabile banda musicale.
Insomma, siamo finiti nella versione scozzese della festa di fine anno scolastico.
Parcheggiamo lontano, alla stazione, andiamo a piedi. Meglio così, almeno evitiamo di essere risucchiati nel girone delle mamme armate di fazzoletti.

Da lontano, il Linlithgow Palace sembra un castello vero e proprio.

Via col nostro amatissimo Explorer Pass, che ormai sfodero con la commozione di chi sa che sarà l’ultima volta.

Da domani si paga. Aaaah.


Una volta dentro, la sensazione si conferma: altro che palazzo, questo è un castello con la “C” maiuscola, in pietra rossiccia, imponente, fontana scenografica nel cortile, decorata come se dovesse spruzzare oro liquido.

Qui un tempo c’era una fortezza, poi tutto bruciò, e Giacomo I di Scozia pensò bene di ricostruire il tutto in grande stile, facendone una residenza reale da far invidia alle cronache.

Se a Blackness ci siamo sentiti cavaliere e scudiero, qui sembriamo due piccoli esploratori nella casa degli specchi.

È un vero labirinto: salette nascoste, passaggi segreti, scale che non portano da nessuna parte e altre che invece sbucano sulla cima della torre.

Ci perdiamo. Più volte. Ci divertiamo come pazzi.

Una degna conclusione per un viaggio che, contro ogni previsione, è andato tutto liscio.

E così, tra paesaggi da sogno, storia viva e fantasmi (veri o presunti), ci portiamo a casa:

2 forti

3 isole

6 siti neolitici

6 fantasmi

7 abbazie

10 tra cattedrali e chiese

12 musei

21 castelli

59 pietre dei Pitti

Lo so, lo dico sempre. Anche stavolta lo penso davvero. Qui ci tornerò.

Da stasera non saremo più in Alba Aosmhòr, la vecchia Scozia.
Sicuramente… la sogneremo spesso.

14 – National Gallery & Dean Village: il giorno in sospeso

Ultima corsetta del viaggio – e sì, stavolta ho deciso di spingermi fino alla torre in cima alla collina. Perché camminare quando puoi soffrire?

Dopo l’eroica scalata, torniamo al nostro mezzo preferito: l’intramontabile autobus a due piani. Fa caldo, è pieno, al piano superiore c’è una scolaresca che canta a squarciagola. A quanto pare, stanno andando a un’audizione.
Intanto ci fanno il concerto.

In loro difesa: meglio loro del coro della chiesa di ieri. Meno stonature, più entusiasmo.

Si sente già da stamattina che l’aria è cambiata: fa caldo. Sul serio.
Per fortuna oggi ci aspetta un’attività climatizzata: la National Gallery.
Obiettivo: entrare freschi, uscire che è notte.

La National Gallery si trova nel cuore di Edimburgo, proprio nel parco sotto al castello.

A vederlo da qui sotto, il castello non fa poi così schifo come sembrava ieri. Merito della prospettiva?

Ingresso gratuito – rarità da queste parti – e bonus: puoi uscire e rientrare a piacere. Quindi a pranzo ce ne andiamo sulla terrazza con vista parco, a sentirci un po’ bohemien.

Durante la visita, scopriamo che proprio lì dove oggi passeggiano i turisti, un tempo c’era un lago. Poi è arrivata la ferrovia, la Gallery nel mezzo e… puff, il lago è sparito. Al suo posto, un bel parco pubblico.
E ci lamentiamo solo noi dell’urbanizzazione.

Dopo ore e ore di quadri, cornici, santi e battaglie, usciamo che il pomeriggio è quasi evaporato. Addio alla Galleria di Arte Moderna, sarà per un’altra vita.

Qualcosa dobbiamo pur fare, allora via verso il Dean Village.

Questo gioiellino, nascosto lungo il fiume Leith, era un tempo roba da monaci – fondato dai frati dell’abbazia di Holyrood (sì, proprio quella dei ruderi di ieri). Poi diventato centro industriale bello tosto grazie all’energia dell’acqua: ben undici mulini che, per 800 anni, hanno fatto girare l’economia.

Oggi i mulini sono spariti, il fascino è rimasto. È tutto un passeggiare tra casette pittoresche, scorci da cartolina e pettegolezzi immobiliari (“Hai visto che prezzi, qui?”).

Nel frattempo, si muore di caldo.

Beh, quasi. Non è il Sahara, presumo che 27 gradi per gli scozzesi sono l’equivalente dei nostri 37. Lo capiamo dal numero di scozzesi a petto nudo che incontriamo lungo il cammino. Più che Dean Village, sembra una sfilata di primavera per la crema solare.



13 – Edimburgo: tra Idinbrah e disillusioni

 

Arriviamo a Edimburgo, o come dicono loro: Idinbrah (pronunciato mentre si ingoia una patata bollente).

La città ci accoglie con una salita: quella di Costorphine Hill, che affronto di mattina, da solo, correndo. Diciamo… camminando a ritmo di cardio. Da lassù si intravede il castello, come una promessa.

Lasciamo l’auto alla periferia. In centro si guida solo se si è scozzesi o se si ha un conto in banca offshore. Meglio il bus a due piani, immersi tra accenti, ragazzi che dicono “Idinbrah” in mille modi diversi e un mondo che corre con stile britannico.

Il Castello di Edimburgo è la prima delusione vera.

Siamo diventati snob del maniero: dopo venti castelli, vogliamo muri parlanti e storie che sanno di muschio. Qui troviamo invece edifici ordinati, ristrutturati, con tanto di sede attiva per l’esercito. Sarà anche iconico, ma ci parla in un linguaggio troppo moderno.

Per fortuna nella visita ci accompagnano alcune storie interessanti: quella della donna che pur di ritrovare il marito andato in guerra, si è tagliata i capelli, si è arruolata ed è pure andata a combattere senza che nessuno se ne accorgesse, almeno finché non venne ferita e il dottore dovette medicarla…

Pare che alla fine abbia anche trovato il marito...tra le braccia di un’altra!

Non è finita bene.

C’è la storia della fuga dalle segrete di un folto gruppo di prigionieri che si sono calati dalla rupe con le lenzuola annodate. Prigionieri poi ripresi tutti…

Neanche per loro è finita bene.

Arriva la Cena Nera: dove James Douglas, reggente di re Giacomo I allora bambino, invitò due ragazzi del suo stesso Clan, i Douglas appunto. Li fece mangiare e ad un certo punto servì loro una testa di toro nero. Per noi è una cosa insolita e brutta, per quei tempi era anche peggio: significava morte.

Nonostante Giacomo fosse contrario all'esecuzione, i due ragazzi vennero decapitati, facendo così diventare James capo del clan Douglas.

Quando Giacomo, anni dopo, divenne re, neanche per James Douglas finì bene.

Il momento migliore di tutta la visita arriva alla fine, ed è quella che è durata meno: ammirare il tesoro reale. Due antiche spade, la corona e uno scettro, simboli della casata reale di Scozia.

Usciamo disillusi e imbocchiamo il Royal Mile, antico ponte mascherato da strada. Ci porta giù, verso il Palazzo di Holyrood.

Lungo il percorso, la Cattedrale di San Giles, teatro di un concerto corale dove Cassandra ha rischiato l’esorcismo a un tenore.

Purtroppo non siamo in Irlanda dove chiunque sa cantare, siamo in Scozia. Non voglio essere cattivo, ma mettiamola così: non so quante volte ho dovuto trattenere Cassandra dall'emulare Gesù al tempio.

"Cacciate via questi guaiti! Non fate della casa del Padre una corrida!"

Per fortuna finiscono prima che lei riesca a divincolarsi e io la porti verso la prossima meta, il palazzo di Holyrood.

La dimora dei reali a Idinbrah ci riappacifica con la città: elegante, severa, regale. Le 25 sterline per entrare pesano più delle armature in mostra, ma la visita, tra le stanze e i ruderi dell’abbazia, chiude degnamente la giornata.

12 – Stirling e i suoi fantasmi nobili

 

Il viaggio volge quasi al termine — per dirla meglio, le ruote iniziano a puntare verso Edimburgo, ultima tappa di questa danza scozzese. Prima però, Stirling ci chiama dall’alto della sua collina.

Il castello si staglia contro il cielo come un’antica corona, e grazie al nostro fidato Excalibur Pass, entriamo con l'eleganza di chi ha già visto quasi venti castelli e non ha più bisogno di stupirsi. Ci proviamo lo stesso, armati di audioguida in italiano e di una buona dose di curiosità.

La voce narrante ci conduce tra mura, storie di re scozzesi, battaglie gloriose, e un leone — sì, un leone — che uno dei reali si fece spedire in regalo, probabilmente con Amazon Medioevo Prime.

Dentro il castello l’effetto è… dissonante. Le ricostruzioni sembrano uscite da una puntata di Art Attack, con colori così accesi che più che Medioevo sembrano Carnevale di Rio in Scozia. Preferisco i muri sbrecciati, quelli che lasciano parlare le crepe e fanno spazio all’immaginazione. Le ricostruzioni, fatte in questo modo, mi bloccano la vista del passato.

Salviamo l’onore del castello nella cappella e nei tondi lignei, non quelli appesi al soffitto — copie coloratissime, bensì gli originali sbiaditi esposti nel museo, ancora ricchi di quel fascino legnoso e austero che ti guarda dritto dal Quattrocento.

Poi via, verso Castel Campbell, salendo una stradina che definire stretta è un complimento. Qui la Scozia si fa poesia: il castello, ancora in piedi come un vecchio burbero che ha visto troppe guerre, si incunea tra due colline, ascolta il suono d’una cascata nascosta e si lascia salire fino al tetto. Dall’alto se ne vede l’altra metà, aperta come una casa di bambole, un crollo mostra l’intimità delle stanze.

Ci godiamo il “segno del gigante”, una spaccatura tra le rocce dove la leggenda racconta di un colosso goloso e maldestro. Mi ci ritrovo un po’, soprattutto nella parte del goloso.

All’Alloa Tower arriviamo tardi, chiusa.

Scozia 1 – Viaggiatori 0.

Riproviamo con la Clackmannan Tower, che almeno si lascia guardare da fuori. È lì, solitaria tra i campi, con il suo passato regale: fu di Davide II, poi passata a Robert Bruce. E anche se è sprangata, vale la camminata. Un addio alla Scozia rurale prima della capitale.

Giorno 11 – Glencoe, Inchmahome e Doune: tra vallate epiche, isole monastiche e cavalli immaginari

 

Oggi niente corsa.

Solo chilometri di Scozia da divorare in auto, come se fosse un pasto caldo dopo giorni a base di pioggia fredda e biscotti sbriciolati nello zaino.
Lasciamo Fort William e ci inoltriamo in direzione Glencoe, il regno incantato dei trekking, che non abbiamo fatto.

Tutti attorno a noi sono vestiti da esploratori: zaini tecnici, scarponi, facce serie da chi sa leggere una mappa topografica senza chiamare il 112.

Noi invece... manteniamo il nostro abbigliamento da viaggiatori, guardiamo le vallate verdi e solenni, i laghi specchiati, le cascate improvvise e le montagne velate di nuvole, sentendoci un po’ turisti e un po’ comparse in un film di Peter Jackson.


Mi pento.

Avrei dovuto fermarmi qui, lasciare Skye al suo turismo da Cortina d’Ampezzo e camminare in queste terre profonde.
Segnato: tornerò a Glencoe. Un giorno. Magari con le scarpe giuste.

Arriviamo giusto per pranzo all’approdo del priorato di Inchmahome. Il nome è già una poesia celtica. Si tratta di un isolotto nel lago Menteith — l’unico lago chiamato lake invece che loch, mistero linguistico su cui gli scozzesi non amano dilungarsi.

Una piccola barchetta porta dodici anime alla volta, ogni mezz’ora.

Siamo in anticipo, ho prenotato mesi fa come solo gli italiani ansiosi sanno fare, ci fanno salire lo stesso.

La skipper è una giovane ragazza scozzese che ci racconta la storia del posto con l’entusiasmo di chi non si stanca mai di ripeterla.

Inchmahome è una di quelle rovine che parlano piano ma lasciano il segno.
Ci sono passati Robert the Bruce, Edward I d’Inghilterra, Robert II, e fu rifugio per una giovane Maria Stuarda.

Ci sono ancora le mura, gli archi, le pietre con la memoria addosso.
È presente, in abbondanza, una certa specie di uccello che lascia i suoi “omaggi” ovunque.

Camminare qui richiede molta più attenzione del solito.

Facciamo il giro completo dell’isola. Cinque minuti netti. È un luogo piccolo eppur magnetico.


Silenzioso.
Umido.
Spirituale nel modo scozzese: verde, muschioso e un po’ inquietante.

Ripresa la barchetta, ci dirigiamo verso l’imprevisto della giornata: Doune Castle.

Essendo sulla strada per Stirling l’avevo inserito nella lista per caso con l’appunto: “se abbiamo tempo”.

Beh, l’abbiamo avuto.

Ed è stata una delle sorprese migliori del viaggio.

Già dal primo sguardo, quel portale di pietra grigia mi pare familiare.

Prendo l’audioguida (niente italiano, poco male), e appena parte…
Riconosco la voce narrante di uno dei Monty Python.

Sì, proprio loro.

Il castello di Doune è stato set del bizzarro film Monty Python e il Sacro Graal.
Ogni sala, ogni scala, ogni balcone è stato il teatro di una scena assurda.
E l’audioguida è commentata proprio da loro.

Altro che guida storica seriosa: questa è una visita guidata con umorismo incorporato.

Ridiamo, io e Cassandra, mentre camminiamo tra stanze medievali con la sensazione di essere in uno sketch surreale.

Le mura ci raccontano due storie: quella di Robert Stuart per cui fu costruito, e quella di re Giacomo I, che lo fece suo.

Ma anche quella della serie Outlander, girata qui. E dell’episodio pilota di Game of Thrones, quando ancora nessuno si immaginava di doverlo spiegare per anni.

È grande, ben tenuto, sorprendente nei suoi micro passaggi segreti e chissà cos’altro poteva nascondere visto che alcune aree erano interdette.

Ci perdiamo dentro, in senso metaforico e letterale. Troviamo passaggi segreti, scale a chiocciola, sale immense.

Nel dubbio, continuo a cercare un coniglio assassino dietro ogni porta (recuperate il film).

Alla fine, restiamo soli.

Non per magia, stanno chiudendo. I custodi ci guardano con una certa pazienza tipica di chi ha visto decine di turisti innamorarsi del castello e non volerlo più abbandonare.

Usciamo. Fuori è sera. Dentro, ci portiamo via risate e pietre antiche.
E il sospetto che il vero Graal fosse il senso dell’umorismo lungo la strada.

Giorno 10 – Saluti piovosi a Skye, benvenuti ruderi e musei Il giorno in cui il cielo decise di scendere di persona a controllare come stavamo messi.

 


E al terzo giorno, la pioggia non scese.

No, stavolta si abbatté.

Ci investì, ci sfidò, ci piegò l’ombrello.

Io, per non saper né leggere né scrivere, uscii comunque a correre.

Le buche ormai le conosco. I fulmini ancora non si sono presentati.
Ma l’acqua…lei sì. Sempre lei. Tenace, gelida, affettuosa come una zia scozzese che ti abbraccia troppo forte.

Salutiamo Skye, sogno di molti. Sinceramente, glielo lascio.
Non fraintendetemi: è bellissima. Viverla, costa caro.

È una di quelle relazioni che ti lasciano senza fiato… e senza portafoglio.

Ultimo stop sull’isola: il Castello di Armadale.

Siamo sul versante sud, pioggia intensa e persistente.

Il castello è giovane (ottocentesco), però rovinato come uno che ha fatto tardi troppe sere.

Un incendio ha lasciato in piedi solo le mura, che guardano il mare come vecchie vedove indurite dal vento.

Il giardino sarebbe anche carino, se non fosse che l’acqua sotto ogni pianta la fa sembrare un’insalata triste.

Passiamo oltre.

Il museo delle Isole invece va visto.

Molto curato, con audioguida in italiano e un percorso interessante tra storia, clan, norreni, ribelli giacobiti e la trasformazione del ribelle scozzese in soldato perfetto per l’Impero britannico.

Si riparte.

Strada panoramica, senza fermate: il cielo non lascia scampo.
Arriviamo presto a Fort William, città dal nome autoesplicativo.
Del forte rimane poco e nulla.

Preferiamo un museo, stavolta gratuito: il West Highland Museum.
Piccolo, affollato, pieno di cose. Ben allestito, molto più interessante di quanto lasci intendere da fuori.

Infine, la casa. Perfetta. Pulita, accogliente, con ogni comfort.
Quando dico
ogni, intendo ogni: perfino le medicine…

Un po’ inquietante, tipo “starter pack per sopravvivere a un’apocalisse zombie”.
Ci fa sentire curati. E in una giornata come questa, non è poco.

Giorno 9 – Skye: cornamuse, coralli e ruderi dell’età del ferro Ovvero: come sopravvivere al turismo su un’isola mitologica… senza diventare un mito anche tu.

Su Skye, il tempo è una questione filosofica. Non parlo del meteo (quello è certezza: pioggia).

Parlo proprio del tempo: il tempo che passi qui è prezioso. Ogni notte un alloggio medio costa quanto un piccolo mutuo.
Alla prossima venuta — voglio credere che ci sarà — tornerò solo per una giornata. Con la tenda. O con un budget di Jeff Bezos.

Già che siamo qui… via, si parte!

Piove, ovviamente.

Decidiamo di iniziare al coperto: Castello di Dunvegan, baia a nord-ovest, residenza dei MacLeod (sì, come in Highlander, e no, non c’è nessuno che grida "ne resterà soltanto uno", un po’ ci speravo).

Il castello è perfettamente ristrutturato e — udite udite — ancora abitato.

Uomini e fantasmi.

Non da umani qualsiasi, da un clan.

Non da fantasmi qualsiasi: un suonatore di cornamusa a cui hanno tagliato le mani (perché suonava male? domanda aperta); una moglie traditrice fatta fuori dal marito (classico); e, dulcis in fundo, una bandiera magica delle fate, che può ribaltare le sorti di una battaglia.
L’hanno usata due volte con successo.

La terza... la tengono buona. Secondo me temono che si sbricioli prima ancora di srotolarla, ma vallo a dire ai MacLeod.

Fuori, i giardini.

Io e Cassandra, che riconosciamo a stento una rosa da un rosmarino, li attraversiamo più per dovere che per passione.

Facevano parte del biglietto, e, quando paghi certe cifre, non lasci niente indietro.
C'è anche la possibilità di un giro in barca, abbiamo altri piani.
Piani che non galleggiano.

Il tempo migliora.

Un miglioramento relativo, tipo passare da “alluvione” a “pioggia fine che ti entra dentro l’anima”.

Così ci mettiamo in macchina, curve su curve, stradina stretta quanto un pensiero triste, e arriviamo al sentiero per Coral Beach.

Dopo un paio di chilometri di passeggiata appare una spiaggia bianca in Scozia: cosa potrebbe andare storto?

Be’, niente, per una volta.

Non piove.

C’è pochissima gente.

Ci sono più meduse che esseri umani (dettaglio non irrilevante). Piccole, trasparenti, molto scozzesi anche loro: discrete, silenziose, leggermente pericolose.
La spiaggia non è fatta di sabbia, bensì di frantumi: conchiglie, coralli, tempo geologico sbriciolato. È un posto strano. Con un clima così potrebbe apparire triste, a me invece piace molto.

Su un isolotto davanti a noi, le foche.

Distese come turisti al sole, ignare del mondo. Beate loro.

Ultima tappa della giornata: Dun Beag Broch.

Suona un po’ come il nome di un personaggio tolkeniano. È una torre preistorica. Età del ferro. Tra 2000 e 2500 anni.

La Scozia ama ricordarti quanto tu sia giovane e insignificante.

Questa specie di fortezza circolare ha pareti spesse e un cuore vuoto.
C’è una scala che sale dentro le mura e poi si interrompe.

Un po’ come molte delle mie ambizioni da adolescente.

Mi ricorda un incrocio tra un nuraghe sardo e la torre di Babele, se quest’ultima fosse stata abbandonata per motivi meteo.

Giorno 8 – Skye, sotto il cielo delle leggende Dove le nuvole raccontano storie, le rocce custodiscono segreti di giganti, mostri e uomini dimenticati.

 


Oggi il cielo ha indossato la sua veste più tipica: grigia, morbida, pesante come lana bagnata.

Sopra la piccola baia di pescatori in cui abbiamo dormito, le montagne stanno in silenzio, come guardiani che non parlano mai, ma sanno tutto.
L’isola di Skye sembra aver tirato su la sua coperta preferita: una coltre di nuvole spesse che sfiorano le cime, che si infilano tra le pieghe dei monti e ci avvolgono il pensiero.

Ieri parlavano di fulmini, di tempeste, di tuoni come tamburi di guerra.
Mi aspettavo uno spettacolo di fuoco e pioggia. Invece il mattino mi accoglie con un vento appena teso e un cielo soltanto malinconico.
Così esco a correre, non per sfidare il cielo, ma per respirarlo.

Niente fulmini da schivare. Solo silenzi. Solo buche sulla strada, come se la terra volesse ricordarmi che anche lei ha la sua memoria, i suoi dolori.
Skye è così: non si apre mai tutta, non si concede facilmente. Oggi, forse, vuole mostrarci qualcosa.

Attraversiamo Portree, definita come città, si rivela poco più di un salotto colorato affacciato sul mare.

Mentre il traffico ci rallenta, vedo un gruppo di corridori, un arco gonfiabile, un’occasione mancata.

Una gara di corsa, qui, su quest’isola antica. Io, bloccato in macchina. Un po’ mi si stringe il cuore. Le cose perdute, anche le più piccole, sanno lasciare un’eco.

La strada sale, e con lei le lamentele di Cassandra, che parla un gaelico tutto suo, fatto di sospiri e occhi rovesciati.

Non ricordava cosa volesse dire salire davvero.

Io sì.

La salita porta al Old Man of Storr, una figura di pietra e leggenda, scolpita dal tempo e dal vento.

Facciamo la versione breve, ma basta. Cinque chilometri tra nuvole basse e panorami che sembrano usciti da un altro tempo.


Guardo in silenzio. Lei, per il resto della giornata, continua a parlarmi in quel gaelico imbronciato.

Che poi, a modo suo, è poesia.

Più a nord, una spiaggia ci chiama.

Ci sono le foche, dicono. E impronte di dinosauri, pare.

Seguiamo il sentiero, breve e gentile, ma il fango tradisce ogni passo, e le foche restano un sogno sul bagnasciuga.

In compenso, trovo delle orme. Forse. Certe depressioni nella roccia, certe forme strane e affondate.

Teropodi? Sauropodi?

T-Rex in vacanza tra le alghe?


Forse sì. O forse è solo la mia voglia di meraviglia che le disegna lì dove c'è solo pietra e sabbia.

Comunque mi convinco: quelle sono orme.

E per un attimo, le immagino vive, in movimento. Lì, sulla stessa sabbia.

Poi, un lago che si getta nel mare.

Una cascata, impetuosa, solitaria.

Senza drone non riesco a catturarla tutta, va bene così.

Non tutte le cose devono entrare in un obiettivo. Alcune devono restare nel ricordo, vaghe come i sogni.

La strada si fa stretta, curva dopo curva.

Un nastro di asfalto che si srotola tra colline vuote, ogni tanto si apre come una parentesi per lasciarci respirare.

In mezzo al nulla, una cabina telefonica rossa.

Abbandonata e ancora viva.

Entro. Il telefono funziona.

Nessuno risponde, risponde Skye, che ride piano tra il vento.

Alla fine della strada, sopra un promontorio spazzato dal mare, ci sono i resti del Castello di Duntulm. Pochi muri, cadenti. Un disegno su un cartello mostra com’era. Forse com’è ancora, se chiudi gli occhi abbastanza forte. Ci arrivo camminando sull’erba bagnata. Sotto, il mare si è ritirato lasciando scoperti gli scogli. Tutto intorno, i colori: il blu del mare, il nero delle rocce, il verde vivo del prato, il giallo acceso delle alghe, il grigio delle pietre, l’azzurro improvviso del cielo.

È un quadro. È silenzio. È pace. Per qualche minuto sto lì. A guardare.
Senza domande, senza aspettative.

Solo con la sensazione precisa che le rovine parlano, se le ascolti.
Certe bellezze non servono a “vedere qualcosa”. Servono a
sentire qualcosa.

giovedì 23 aprile 2026

7 – Beauly, Urquhart e Eilean Donan: tra ruderi, esplosioni e Loch Ness in sciopero

 

Questa mattina ho deciso, con l’ottimismo tipico degli idioti, di uscire a correre.
Volevo capire perché il posto dove abbiamo dormito si chiamasse
Kirkhill. “Kirk” mi suona familiare: non tanto per il capitano di Star Trek (non stavolta), piuttosto per la parola stessa che ricorre spesso in Scozia – Falkirk, Kirkwall, Selkirk.
Qui si aggiunge anche “hill”, collina. E infatti: sali, sali, sali. In Scozia le pianure sono considerate roba sospetta, quasi una debolezza geologica.

Finita la corsa, come sempre, mi viene fame.

Cominciamo il nostro menù del giorno con un antipasto leggero: il priorato di Beauly.


Non sarà un piatto stellato Michelin, ma si lascia mangiare bene. L’ingresso è gratuito, nemmeno serve sguainare l’Explorer Pass – per noi ormai come Excalibur.

Beauly merita una sosta: piccola abbazia, bel colpo d’occhio, atmosfera silenziosa e antica. E già che ci siamo, diamo anche da mangiare alla macchina: benzina al prezzo più basso mai visto in Scozia (per ora). Il motore ringrazia. Proseguiamo verso il piatto forte della giornata.

Eccoci al castello di Urquhart, affacciato proprio nel mezzo del Loch Ness.
Stavolta sì che posso sfoderare l’Explorer Pass con eleganza, tipo Artù che estrae la spada e tutti si inginocchiano. Al parcheggio, infatti, mentre respingono gli altri visitatori, io passo fiero: “
lui può entrare.”
Momento glorioso.

Prendiamo anche l’audioguida – in inglese comprensibile – e iniziamo il giro.

La vista sul lago è tipica scozzese. Interessante pensare a come qualcuno abbia ipotizzato che ci vivesse una creatura estinta…

Ruderi! Affascinanti, sebbene mi aspettavo qualcosa di un po’ più intero.
Stavolta la colpa è dei giacobiti: per non far cadere il castello nelle loro mani durante la rivolta, qualcuno ha pensato bene di farlo saltare in aria.

Soluzione un po’ drastica, indubbiamente efficace.

Scendiamo fino alla spiaggetta privata. Vuoi vedere che proprio quando passiamo noi quel figlio di un plesiosauro tira fuori il crapino e…

Niente. Non risponde neanche al richiamo di “Torna a casa Nessie!”

Probabilmente è sparito anche lui assieme ai giacobiti.

Dopo pranzo (al sacco e ottimo, come tutti i pranzi al sacco quando hai fame e sei all’aria aperta), ripartiamo per la tappa successiva: Invergarry Castle.
Peccato che... non esista più!

In compenso troviamo un hotel di lusso chiamato Invergarry.

Non entriamo, per evitare di essere gentilmente scortati fuori da qualcuno in gilet di tweed. Passiamo oltre. Ci aspetta qualcosa di decisamente migliore.

Eilean Donan castle – superstar del cinema e delle cartoline.

Chi non conosce l'Eilean Donan castle?

Cioè, scusate: Highlander, 007 – Il mondo non basta, Elizabeth... Non l’avete mai visto?

Ignoranti.
Rimandati.
Fatevi una cultura cinematografica, indispensabile per viaggiare: senza sarebbe come mangiare una frittata senza uova. E se mancano le uova, che cosa vi mangiate? Il piatto?



Il castello merita assolutamente la visita sia dentro che fuori. Prima di vederlo ero scettico, pensavo che fosse una trappola per turisti, invece mi sono divertito molto.

Ah, dimenticavo: una parte del castello è stata fatta saltare – indovinate da chi? Esatto: sempre loro, i Giacobiti. Dopo oggi inizierò a pensare che se trovo un sasso fuori posto… è colpa loro.

Ma poi arriva il tenente colonnello John MacRae-Gilstrap, militare ricco e con le idee chiare, che decide di restaurarlo e farne la sua casa. Oggi è ancora abitato dai suoi discendenti. Chapeau.

Anche la posizione è pittoresca: il castello è su un isolotto collegato alla terraferma da un ponticello in pietra, che però è stato aggiunto proprio dai MacRae. Prima ci si arrivava solo in barca. Più romantico, ma molto meno comodo.

Mentre siamo dentro a perlustrare le sale, parte una tempesta. Vento fortissimo, pioggia, atmosfera da film catastrofico.

Siamo nelle Highlands: dicono che questo è ancora tempo buono. Infatti, quando la pioggia si mette di traverso e l’orario di chiusura ci piomba addosso come una condanna, ci buttano gentilmente fuori.

Noi, eroici, proseguiamo nel vento.

Bastano pochi chilometri e ci rendiamo conto che abbiamo fatto bene a fare benzina a Inverness: lungo la strada incontriamo pochissimi distributori, con prezzi più alti che a Montecarlo.

Altro che Nessie, qui il vero mostro è il costo del carburante.