giovedì 23 aprile 2026

7 – Beauly, Urquhart e Eilean Donan: tra ruderi, esplosioni e Loch Ness in sciopero

 

Questa mattina ho deciso, con l’ottimismo tipico degli idioti, di uscire a correre.
Volevo capire perché il posto dove abbiamo dormito si chiamasse
Kirkhill. “Kirk” mi suona familiare: non tanto per il capitano di Star Trek (non stavolta), piuttosto per la parola stessa che ricorre spesso in Scozia – Falkirk, Kirkwall, Selkirk.
Qui si aggiunge anche “hill”, collina. E infatti: sali, sali, sali. In Scozia le pianure sono considerate roba sospetta, quasi una debolezza geologica.

Finita la corsa, come sempre, mi viene fame.

Cominciamo il nostro menù del giorno con un antipasto leggero: il priorato di Beauly.


Non sarà un piatto stellato Michelin, ma si lascia mangiare bene. L’ingresso è gratuito, nemmeno serve sguainare l’Explorer Pass – per noi ormai come Excalibur.

Beauly merita una sosta: piccola abbazia, bel colpo d’occhio, atmosfera silenziosa e antica. E già che ci siamo, diamo anche da mangiare alla macchina: benzina al prezzo più basso mai visto in Scozia (per ora). Il motore ringrazia. Proseguiamo verso il piatto forte della giornata.

Eccoci al castello di Urquhart, affacciato proprio nel mezzo del Loch Ness.
Stavolta sì che posso sfoderare l’Explorer Pass con eleganza, tipo Artù che estrae la spada e tutti si inginocchiano. Al parcheggio, infatti, mentre respingono gli altri visitatori, io passo fiero: “
lui può entrare.”
Momento glorioso.

Prendiamo anche l’audioguida – in inglese comprensibile – e iniziamo il giro.

La vista sul lago è tipica scozzese. Interessante pensare a come qualcuno abbia ipotizzato che ci vivesse una creatura estinta…

Ruderi! Affascinanti, sebbene mi aspettavo qualcosa di un po’ più intero.
Stavolta la colpa è dei giacobiti: per non far cadere il castello nelle loro mani durante la rivolta, qualcuno ha pensato bene di farlo saltare in aria.

Soluzione un po’ drastica, indubbiamente efficace.

Scendiamo fino alla spiaggetta privata. Vuoi vedere che proprio quando passiamo noi quel figlio di un plesiosauro tira fuori il crapino e…

Niente. Non risponde neanche al richiamo di “Torna a casa Nessie!”

Probabilmente è sparito anche lui assieme ai giacobiti.

Dopo pranzo (al sacco e ottimo, come tutti i pranzi al sacco quando hai fame e sei all’aria aperta), ripartiamo per la tappa successiva: Invergarry Castle.
Peccato che... non esista più!

In compenso troviamo un hotel di lusso chiamato Invergarry.

Non entriamo, per evitare di essere gentilmente scortati fuori da qualcuno in gilet di tweed. Passiamo oltre. Ci aspetta qualcosa di decisamente migliore.

Eilean Donan castle – superstar del cinema e delle cartoline.

Chi non conosce l'Eilean Donan castle?

Cioè, scusate: Highlander, 007 – Il mondo non basta, Elizabeth... Non l’avete mai visto?

Ignoranti.
Rimandati.
Fatevi una cultura cinematografica, indispensabile per viaggiare: senza sarebbe come mangiare una frittata senza uova. E se mancano le uova, che cosa vi mangiate? Il piatto?



Il castello merita assolutamente la visita sia dentro che fuori. Prima di vederlo ero scettico, pensavo che fosse una trappola per turisti, invece mi sono divertito molto.

Ah, dimenticavo: una parte del castello è stata fatta saltare – indovinate da chi? Esatto: sempre loro, i Giacobiti. Dopo oggi inizierò a pensare che se trovo un sasso fuori posto… è colpa loro.

Ma poi arriva il tenente colonnello John MacRae-Gilstrap, militare ricco e con le idee chiare, che decide di restaurarlo e farne la sua casa. Oggi è ancora abitato dai suoi discendenti. Chapeau.

Anche la posizione è pittoresca: il castello è su un isolotto collegato alla terraferma da un ponticello in pietra, che però è stato aggiunto proprio dai MacRae. Prima ci si arrivava solo in barca. Più romantico, ma molto meno comodo.

Mentre siamo dentro a perlustrare le sale, parte una tempesta. Vento fortissimo, pioggia, atmosfera da film catastrofico.

Siamo nelle Highlands: dicono che questo è ancora tempo buono. Infatti, quando la pioggia si mette di traverso e l’orario di chiusura ci piomba addosso come una condanna, ci buttano gentilmente fuori.

Noi, eroici, proseguiamo nel vento.

Bastano pochi chilometri e ci rendiamo conto che abbiamo fatto bene a fare benzina a Inverness: lungo la strada incontriamo pochissimi distributori, con prezzi più alti che a Montecarlo.

Altro che Nessie, qui il vero mostro è il costo del carburante.

6 – Whaligoe Steps, Badbea, Clava Cairns, Culloden Battlefield

 

Stanotte c’è stato un tentativo di effrazione nel nostro alloggio.
Cassandra, che solitamente ignora con stoica determinazione ogni mio tentativo di svegliarla per farle smettere di russare, stavolta ha sentito un rumore.
«C’è qualcuno!», sussurra, e mi strappa bruscamente da un sogno bellissimo in cui correvo libero e leggero su una scogliera.
Un ladro? Un orso? Un assassino?

No.
Era... una mucca.

Un gigantesco bovino con il naso appiccicato alla porta a vetri e la lingua che esplorava con perizia da sommelier la superficie.

Sembrava fissarci con aria di sfida. In realtà credo non vedesse nulla — probabilmente aveva solo scambiato il proprio riflesso per una rivale in amore o in rumine.

Come diavolo ha fatto a scavalcare quel recinto alto almeno un metro e venti? È una mucca da salto in alto?

Temevo iniziasse a prendere a testate la porta come un toro spagnolo infastidito. Se sfonda la porta a vetri… Tocca farla dormire sul divano!

Mi alzo mentre lei continua a leccare il vetro con un entusiasmo che manco davanti a un gelato artigianale. Poi, all’improvviso, si accorge della nostra presenza e... ZAC!

Con uno scatto da gazzella in sovrappeso si dà alla fuga, demolendo un asse del portico.

È andata bene: poteva entrare, sedersi a tavola e scoprire che in frigo avevamo solo latte parzialmente scremato. Una tragedia.

A malincuore rifacciamo i bagagli. Mucca a parte, siamo stati davvero bene. La strada chiama e dobbiamo tornare verso sud.

Per fortuna, oggi niente pioggia. Ci fermiamo alle Whaligoe Steps, una scalinata che scende dritta giù lungo una scogliera mozzafiato fino al mare. Suggestiva. Scenografica. Ventosa come un phon senza interruttore.
Valeva la sosta: bella da vedere e rapida da visitare.

Per spezzare il viaggio, ci fermiamo a Badbea, un ex villaggio appollaiato su una scogliera. Dico "ex" perché... beh, non c’è più. Restano giusto due pietre in croce e un cartello a dirti che una volta qui c’erano delle case. Una specie di open space archeologico con vista mare.

Prima di arrivare a Inverness facciamo una deviazione per visitare Clava Cairns, sito neolitico vecchio di 5000 anni.

Sì, ancora sassi. Stavolta sassi con un certo stile: cerchi concentrici, camere sepolcrali, atmosfera misteriosa da film di Indiana Jones versione minimal.

Nonostante l’età, questi massi se la cavano meglio di quelli di Badbea — probabilmente anche di me alle 7 del mattino.

Tre tombe, tre cerchi, un senso solenne di "qui è successo qualcosa di importante".
Una merenda archeologica niente male.

Poco più avanti, quasi senza volerlo, ci imbattiamo nel campo di battaglia di Culloden.

Ultimo scontro tra scozzesi e inglesi. Lì finì tutto: sogni di indipendenza, ribellioni, probabilmente anche parecchie cornamuse.

C’è un museo molto ben fatto che spiega la storia dei giacobiti.
Chi erano? Una setta? Venditori porta a porta?

No, erano i sostenitori di Giacomo II d’Inghilterra (e VII di Scozia), che volevano riportare sul trono uno Stuart, cattolico e scozzese, al posto degli Hannover, protestanti e tedeschi.

Spoiler: è finita male. Malissimo.

Gli scozzesi hanno preso una batosta epocale.

Però, dopo la visita al museo, mi sento molto più informato e — per quanto possa valere — completamente dalla parte dei giacobiti.
Li capisco. Anch’io, da poveraccio, finisco sempre per tifare per la parte giusta…guarda caso, difficilmente quella di chi vince.

5 – Orcadi: nel regno del vento e delle pietre

 

Sveglia all’alba. O quasi.

Oggi si parte per le isole Orcadi, quelle settanta sorelle gettate nel Mare del Nord che sembrano dire: “Noi ci siamo, ma non ci trovate per caso.”
Solo una ventina sono abitate, e noi — sfortunatamente — non le vedremo tutte. Però l’idea di mettere piede in un arcipelago neolitico, vichingo e scozzese insieme, è già di per sé un’avventura.

Il traghetto per Stromness parte a dieci minuti da casa, ma i biglietti si ritirano a quindici minuti a piedi dal parcheggio. Classico.
Per fortuna oggi Cassandra è in versione svizzera, impeccabile negli orari. Un piccolo miracolo quotidiano: se fosse arrivata tardi, col Caithness saremmo saliti sul traghetto.

Il tragitto in traghetto è breve e suggestivo. Le isole non si vedono ancora: cielo grigio, orizzonte bianco latte. L’aria è frizzante, l’umore ottimo.
Iniziamo ad avvicinarci a Stromness, le casette lungo la costa ci danno il benvenuto sventolando bandiere che, da lontano, sembrano norvegesi. In effetti, non è un errore: per secoli queste isole sono state più vichinghe che scozzesi.

Probabilmente le tribù nomadi che le abitavano furono sostituite dai Pitti. Nel nono secolo arrivarono i norreni che le conquistarono e divennero territorio norvegese, almeno fino al XV secolo, quando le Orcadi divennero territorio scozzese come risarcimento per non aver pagato la dote della moglie di Giacomo III, Margherita di Danimarca.

All’arrivo ci aspetta Alasdair, guida locale ma originario di Glasgow.
Tirando un sospiro di sollievo penso: "Almeno non parlerà con quel dialetto orcadiano impossibile…"

Eh. Illuso.

Alasdair ha un accento tutto suo, un inglese che pare sbriciolato nel vento: stone diventa stoin, chamber è cìomba, e il resto….un mistero!
Degli americani sul pulmino capiscono tutto. Io capisco il 40%. Forse.

Il meteo? Classico delle Orcadi: freddo, vento, pioggerella laterale e costante.

Ma secondo Alasdair è una giornata “buona”. Ci crederò.

Prima sosta una scogliera panoramica, probabilmente usata come punto d’avvistamento nella seconda guerra mondiale. Vista bella, freddo polare.

Sopravvivo solo perché sto pensando alla tappa successiva: Skara Brae, un villaggio del 3000 a.C. Scoperto per caso da una tempesta, come tante meraviglie da queste parti.



Le case sono basse, scavate nel terreno e isolate con tumuli d’erba. Dentro, le stanze sembrano ancora abitabili: focolare al centro, letti ricavati nella pietra ai lati, vani e armadietti.

In un angolo c’è una nicchia misteriosa che Alasdair chiama “bagno”.
Io dico che era la cameretta dei bambini ribelli.

Sotto il sito visibile, ci sono resti di altri due villaggi, più antichi.
È come scoprire sotto casa tua c’è una Pompei del neolitico.

Accanto a Skara Brae visitiamo anche Skaill House, dimora ottocentesca dell’archeologo Lord Breckness, oggi trasformata in museo con salotti eleganti e collezioni improbabili.

Tempo di cambiare scena: ci dirigiamo verso il Cerchio di Brodgar, versione preistorica di Stonehenge (anzi: Stòinhenge).

Sessanta pietre, oggi ne restano 36, disposte in un anello perfetto largo cento metri, circondato da un fossato scavato nella roccia.
Funzione? Sconosciuta. Si pensa a rituali funebri, nessuno lo sa davvero. Forse va bene così: il mistero ha sempre fatto parte dell’archeologia.

A poca distanza ci sono anche le pietre di Stenness, altro cerchio, più piccolo, con un passato turbolento: un contadino cercò di distruggerle tutte con entusiasmo da urbanista frustrato. Riuscì ad abbatterne due prima che lo fermassero.

Ora ne restano tre e un paio di moncherini, ma l’atmosfera è ancora potente.
Qui sono stati trovati oggetti in comune con Skara Brae: un ponte invisibile tra i due luoghi, attraverso tremila anni.

Per pranzo ci fermiamo a Kirkwall, capitale dell’arcipelago.
La cattedrale di San Magnus in arenaria rossa è splendida, così come i ruderi del palazzo del conte e quello del vescovo.

Quest’ultimo, pur ridotto all’osso, ha una torre visitabile da cui si vede tutta Kirkwall dall’alto.

Bel panorama, sebbene lo apprezzo di più col cappuccio in testa.

Il tempo stringe, ripartiamo in direzione Scapa Flow, la baia naturale che fu sede della più grande base navale britannica durante le due guerre mondiali. Non scendiamo: la vediamo dall’alto, con il vento che quasi ci spinge via.

Ultima tappa: la tomba di Unstan, tumulo funerario del 3000 a.C., simile alle tombe etrusche ma in miniatura.

Si entra strisciando, motivo per cui Alasdair distribuisce gentilmente ginocchiere.
All’interno si respira un silenzio denso. Il tetto non è originale (oggi c’è una volta in cemento), l’effetto lo rende. Qualche graffito vichingo testimonia che, secoli dopo, i Norreni hanno fatto un salto... a rubare qualcosa.

Torniamo al porto con il tempo contato, ce la facciamo.
Saliamo sul traghetto e, mentre lasciamo Stromness e prendiamo il largo, sulla destra vedo scorrere la viva roccia rossa delle scogliere e la sabbia bianca delle spiagge. Rimango ipnotizzato dal colore intenso della roccia esposta alle intemperie proprio mentre il sole si fa vedere per la prima volta.

Sarà un caso, sempre dopo le 17. Forse è per questo che gli scozzesi a quell’ora smettono di lavorare?

Io però sono italiano. Per me è ancora presto.

Tornati a casa, esco a correre: la corsetta più bella della vacanza.

L’idea era semplice: arrivare fino al porto, dove dicono si aggiri un fantasma.
Ma il sentiero mi porta altrove: la spiaggia, un castello diroccato, infine una scogliera, illuminata da una luce dorata che sembra disegnata.

Dovevo fare pochi chilometri. Ne ho fatti il doppio.

Non volevo più tornare.

Tappa 4 – Dornoch, Castello di Dunrobin, Castello Sinclair (Sottotitolo: Dove anche i ruderi hanno l’anima)

 

Oggi si va verso Nord. Ma Nord Nord, tipo “fine del mondo, girare a sinistra dopo l’ultimo albero”.

La strada che parte da Inverness ci porterà in quella parte della Scozia che sulle mappe è quasi a metà strada tra la Norvegia ed Edimburgo.

Non sapendo bene cosa aspettarci, facciamo il classico rabbocco di benzina paranoico, perché qui sopra i distributori sono come le fate: esistono solo se ci credi.

Per spezzare un po’ la monotonia del viaggio – e anche perché mi era rimasto impresso il nome – deviamo verso Dornoch, minuscolo villaggio sul mare che sembra uscito da una cartolina del 1800.

Ha pure una cattedrale gotica del 1200, piccola e deliziosa. Restaurata, tutt’oggi funzionante, non è andata in rovina come tante sue colleghe, solo perché... l’hanno bruciata!

Proprio così: una bella faida locale e addio finestre istoriate.
Scozia: dove anche Dio ha bisogno di fare da paciere tra clan (tutto il mondo è paese).

Riprendiamo il viaggio: la strada è lunga, e le tappe non sono tante.
Quando vedo il cartello con scritto “Dunrobin Castle”, non esito: freccia, curva, biglietteria.

Da fuori sembra uscito da una favola Disney, con le sue torrette, i tetti aguzzi e il fascino di chi sa di essere fotogenico. Solo che invece di Cenerentola, dentro ci sono i Sutherland, storica famiglia scozzese (prima Gordon, poi Sutherland… ma sempre loro).

La visita è ben organizzata: audioguida in italiano, stanze eleganti, saloni con tappeti che costano più di una macchina e un giardino all’italiana che degrada verso il mare come una scalinata per sirene.

Pranziamo lì, col panino al sacco e la vista che non ha prezzo (l’ingresso sì!).

Poi visita alla falconeria – falchi veri, mica i pupazzi di Harry Potter. Infine un piccolo museo nascosto che sembra il seminterrato del National Geographic: animali imbalsamati, reperti neolitici e, – sorpresa – una collezione di pietre dei Pitti.

Ripartiamo.

Piove.
“Agus bha e coltach riut” dice Cassandra, sfoderando il suo gaelico da principiante che suona già più minaccioso del latino arcaico.
Saltiamo un paio di tappe intermedie (c’è sempre il ritorno, no?), proseguiamo dritti verso la costa nord, direzione Thurso. Prima… un ultimo jolly da giocare.

Arrivati a un piccolo parcheggio sulla scogliera, il cielo ha fatto pace con noi, il sole spunta come un miracolo di seconda categoria.

Lasciamo l’auto, ci incamminiamo sul sentiero verso Castel Sinclair, nome che suona come una miniserie gotica della BBC. Sarà il solito rudere con vista oceano… WOW.

Rudere, sì, con un’anima, uno stile e una posizione da togliere il fiato.

Siamo nella contea di Caithness, sul mare che si affaccia proprio davanti alle isole Orcadi, dove andremo domani. Difatti il castello, come dice il nome era del Clan Sinclair, i signori delle Orcadi.
Costruito a strapiombo sul mare, su una scogliera stratificata che pare scolpita da un architetto geologo, si affaccia su una piccola insenatura, guardando dritto verso le isole Orcadi come un vecchio signore burbero che scruta l’orizzonte.


Quel che resta – mura grigie, porte e finestre incorniciate da pietre rosa – è stato letteralmente saccheggiato pietra per pietra dai Sinclair per impedire ai Campbell di metterci radici.

Altro che “questa casa non è un albergo”: qui si sono portati via pure i tetti e i pavimenti.

Attraversiamo un ponte di legno, ci muoviamo tra rocce appuntite e resti di stanze che oggi ospitano solo il vento, il mare e qualche gabbiano curioso.


Nessun rumore urbano. Solo il sole della sera, la marea bassa e la sensazione che il tempo si sia fermato.

Non saprei dire quanto siamo rimasti lì. Forse mezz’ora. Forse tre giorni. Forse una vita.

Non ha bisogno di fantasmi questo castello: è lui stesso un fantasma.
Un luogo che parla, resiste, si racconta in silenzio.

Almeno finché non arriva il classico rompiballe della nuova generazione: l’uomo col drone.

Sei lì a goderti il silenzio e all’improvviso senti questo elicotterino che ti ronza sopra la testa.

Per fortuna c’è l’aviazione del castello.

I gabbiani si levano in volo e iniziano a inseguire l’aggeggio per abbatterlo. Non sono animali stupidi, non lo colpiscono veramente, cercano continuamente di rovinargli le riprese con gestacci e facendosi inquadrare le terga.

Ce ne andiamo canticchiando la cavalcata delle valchirie.











Per me, il più bello di tutta la Scozia.

Castel Sinclair è l’ultima tappa della giornata, non l’ultima meraviglia.
Ci dirigiamo verso l’alloggio per le prossime due notti, la perla della vacanza: una casetta minuscola a forma di fienile, con grandi finestre affacciate su un prato verdissimo dove pascolano decine di mucche scozzesi.

Sul fondo, Thurso, le scogliere e il blu dell’oceano. Una vista da film in slow motion, senza bisogno di filtri.

Scusi, che danno al cinema stasera?”

La Scozia.”

Sempre la Scozia.



3 Maiden stone - Castello di Huntly – Abbazia di Elgin – Fort George

     


Oggi si corre!

Davvero. Non nel senso “muoviamoci che siamo in ritardo”, ma proprio scarpe ai piedi e giù per la collina, fino al fiume che attraversa Aberdeen come un pensiero tranquillo.

Seguo l’acqua che scivola via tra alberi e ponticelli, e mi ritrovo in un parco che – per quanto minuscolo rispetto al vero – mi fa venire in mente Central Park.

Diciamo che è la versione scozzese di Central Park dopo una dieta drastica e senza l’aiuto di Manhattan. Ha un certo fascino. Mi ci alleno volentieri: pochi chilometri, tanta bellezza, e gambe di nuovo in pista.

Certo, quando viaggio mi perdo tante cose. Se posso, correre in una nazione straniera è un piccolo piacere che non mi nego. In Scozia è stato un vero spasso: clima fresco, paesaggi verdi, aria pulita. Runner? Pochi. Più che altro signore col cane e qualche locale che mi guardava come se fossi scappato da un manicomio. Io felice.

Prima tappa: Castello di Huntly.

La giornata parte un po’ all’improvviso. L’itinerario non è scolpito nel granito: è lunedì, alcuni castelli sono chiusi, altri troppo fuori mano, si va un po’ a naso e fortuna.

Prima di arrivarci, ci imbattiamo nella Maiden Stone: solitaria testimonianza dei Pitti in mezzo alla campagna. Sembra uno di quei monumenti dimenticati. È bello che la Scozia lasci lungo le strade, ma dà quasi l’idea che non sappiano che farsene. La pietra è lì, ancora in piedi, visibilmente stanca. I simboli Pitti si vedono ancora… però il tempo non perdona.

Il Castello di Huntly, invece, è uno di quei ruderi con personalità.


Abbandonato, sì. Mezzo distrutto, anche. Con fascino da vendere.
Sorge in un bel parco circondato da alberi alti che ne nascondono la vista fin quasi all’ultimo momento. Finalmente appare. Assomiglia più ad un palazzo nobiliare che ad un castello medievale… Lo giri, ed ecco le torri, i resti delle mura, il passato che sbuca da ogni pietra.

La vera chicca? È incluso nell’Explorer Pass, e ci siamo finiti quasi per caso. Qui non si scherza: tra le sue mura sono passati i Gordon, re Giacomo II di Scozia, e Maria di Guisa, madre di Maria Stuart, mica Maria Cazzetta.

E ovviamente, che castello sarebbe senza i suoi fantasmi?
Due in dotazione: la classica dama bianca (non può mancare, è nel contratto di ogni maniero scozzese) e un giovane elegante, forse uno dei rampolli del conte. Passeggiano ancora per i corridoi, probabilmente lamentandosi della condizione attuale dell’arredamento.

Prossima fermata: l’Abbazia di Elgin. Piove.

Quelle piogge scozzesi che rendono tutto più malinconico, più epico, più… ovattato. Un po' come quando gli antichi mosaici romani o bizantini vengono bagnati con spugne umide e riprendono i colori vivaci di un tempo.

Entriamo dal portone sormontato da due torri monumentali. Ci troviamo in un giardino silenzioso pieno di rovine gotiche. Croci, colonne, lapidi, resti di mura: l’abbazia è crollata senza perdere la dignità.

Mentre la pioggia aumenta, ci rifugiamo nelle torri, dove sono esposte decorazioni recuperate da vari crolli.

Qui, la sorpresa: tra le sculture, non ci sono solo santi con aureole e sorrisi standard, bensì volti umani. Realistici. Espressivi. Piuttosto veri.

Si dice che gli scalpellini abbiano fatto i furbi: invece di scolpire angeli e beati, hanno immortalato vicini, amici, forse se stessi. Piccoli atti di ribellione artistica… Questi singolari ritratti erano nascosti in alto, dove nessuno avrebbe guardato, almeno fino a che la chiesa è crollata e gli archeologi si sono messi a raccogliere i pezzi.

Sul retro, la sala del capitolo è ancora in piedi. Entrarci è come infilarsi nel cervello di una medusa in pietra: curve, nervature, simmetrie perfette.

Tra le sculture, un monaco col boccale di birra in mano. Anche lui faceva parte del club degli scalpellini burloni, evidentemente.

Fuori, tra le tombe antiche e le cappelle secondarie, entro in una specie di trance fotografica. Pioggia o non pioggia, scatto decine di foto come se stessi documentando il luogo per un’enciclopedia.

Fino a che… arriva un pullman di italiani.

L’incanto si rompe.

Voce alta, gesti larghi, frasi tipo “QUESTO È MEGLIO DI ASSISI!”. Mi ridesto.

Ci ricordiamo improvvisamente della distilleria di whisky Dallas Dhu, ultima tappa prevista del giorno. Cassandra stava già chiacchierando con quelli della biglietteria. Mi unisco alla conversazione nominando proprio la distilleria. Purtroppo scopriamo che è stata chiusa definitivamente. Fine dei sogni alcolici.

Poco male, si cambia rotta: andiamo a Fort George, un forte voluto da re Giorgio II per tenere a bada gli scozzesi ribelli.

È incluso nell’Explorer Pass.

E… bleah.

Se siete appassionati di caserme attive, file di edifici militari e zero atmosfera storica, Fort George fa per voi. A noi è sembrato un set da documentario sulla noia armata.

Una deviazione poco fortunata. Ma si sa: non tutte le pietre scozzesi brillano.

mercoledì 22 aprile 2026

2 Meigle Museum – regina Vanora - Glamis Castle – Pietra di Aberlemno – Arbroath Abbey – Castello di Dunnottar

 


Che dormita!

Ci voleva proprio. Dopo aver traslocato valigie su e giù dalla torre come sherpa stanchi ma dignitosi, ci aspetta una giornata fitta, intensa, quasi offensiva per chi ama la lentezza.

Appena usciti, il cielo ha smesso di piangere. C’è pure il sole! Un piccolo miracolo meteo che ci accompagna alla prima tappa: il micro-museo di Meigle, interamente dedicato alle misteriose pietre dei Pitti. Questo antico popolo del nord-est scozzese era noto per due cose: non lasciare scritti e far impazzire gli archeologi. I Romani li temevano abbastanza da costruire un muro lungo tutta la Scozia: il Vallo di Adriano. Più che una difesa pareva un messaggio passivo-aggressivo in pietra.

I Pitti, pur essendo avvolti nel mistero, un po’ alla volta si sono fusi con gli Scoti, creando il Regno di Alba. Da lì in poi, è tutta Scozia. Ma ciò che ci hanno davvero lasciato sono le loro enigmatiche stele, decorate con simboli tanto affascinanti quanto indecifrabili. Alcune sono pre-cristiane, altre hanno già croci intrecciate ai motivi antichi: il sincretismo spirituale ai suoi primi passi.

Il museo? Una stanza sola, molto ben allestita. E gratis con l’Explorer Pass – dettaglio sempre degno di lode. Sassi incisi con simboli che non capisce nessuno? Un sogno. È come sfogliare un fumetto scritto in una lingua estinta: ipnotico.

Stiamo per uscire quando scopro che lì accanto, nel cimitero, si nasconderebbe la tomba di Vanora, regina leggendaria dei Pitti. Forse era Ginevra, forse una fata, forse solo un’invenzione medievale. Fatto sta che il suo spirito di ribellione è sopravvissuto a secoli di pioggia e muschio.
Due tappe e già abbiamo sfiorato mito, storia e mistero. Ore 11. Non male.

Prossima fermata: Castello di Glamis.

Si arriva attraverso un lungo viale alberato, degno dei film in costume con cavalli al galoppo e colonna sonora drammatica. Il castello, un gioiellino, si fa desiderare fino all’ultimo metro.

Colpo di scena: nel parco stanno per cominciare i giochi scozzesi. Tronchi da lanciare, corse folli, uomini in kilt e sudore virile... almeno nella mia testa.
In realtà, niente kilt. Solo signori scozzesi ben pasciuti e qualche ciclista high-tech. L’ingresso costa 12 sterline e l’entusiasmo evapora come nebbia al sole.

Quindi, visitiamo il castello. Il tour è molto turistico, con guida in inglese denso e veloce: capisco un 65-70%, e mi sento già un campione. Il percorso si snoda tra storie di antichi proprietari e leggende di fantasmi che, secondo la guida, ancora infestano le stanze.

Finale col botto: una stanzetta buia che – dicono – Shakespeare avrebbe visitato. Nessuna prova, ma tre indizi fanno una leggenda:

Shakespeare era amico del proprietario.

In Macbeth, descrive questa stanza molto bene.

In quella stessa stanza, Macbeth e consorte uccidono re Duncan.

Manca il terzo indizio. Se ci si pensa bene, in questa stanza Macbeth aveva commesso un altro delitto: ha ucciso il sonno.

Il caso è chiuso, Watson. Ora, magari una pinta e un lancio di tronco?

Nope.
Troppo caro. Troppo turistico. Troppo... deludente.

Si riparte.


Tappa successiva: le pietre di Aberlemno.

In teoria, famose. In pratica... boh? Il micro-museo è chiuso. Troviamo due pietre sulla strada: la Serpent Stone e la Crescent Stone.
A circa mezzo miglio di distanza, nel cimitero di una chiesetta in mezzo ai campi, finalmente la Aberlemno Cross: maestosa, decorata, abbandonata al meteo scozzese. Quanto durerà?

Poi via verso altra abbazia, Arbroath! Altro giro, altro regalo. Anche qui rimangono solo i ruderi, ma sono costruiti con una bellissima pietra rossa. Peccato che buona parte delle mura sia transennata per motivi di sicurezza: ci resta da immaginare l’antico splendore, e meno male che l’ingresso è incluso nel Pass.

Che ore sono?! È tardi? In realtà no, ma siamo in Scozia e la prossima tappa potrebbe chiudere alle 17, il che significa che l’ultimo ingresso sarebbe alle 16:30.

Si corre!

O quasi. Perché “Lady Failed” mi ricorda che qui si rispettano i limiti di velocità. Sempre. Come se non bastasse, la macchina ha un sistema di allerta sonoro: appena supero di due miglia il limite, parte un fastidioso “bip”... o era un piccione incazzato? Difficile dirlo.

Giungiamo due minuti prima dell’orario di chiusura al parcheggio del castello di Dunnottar. Ma il castello... è su un promontorio nero, a picco sul mare, a un bel po’ di scale di distanza.

Io corro avanti tipo Frodo verso Mordor, sperando di bloccare il ponte levatoio.

Cassandra? Scomparsa.

È rimasta indietro: sta imparando il gaelico, giusto per capire dove buttare la plastica e dove l’umido. Ma la fortuna ci sorride: il custode annuncia che possiamo entrare e restare fino alle 18.

Tapadh le Dia, ach abair fallas” – grazie a Dio, ma che sudata.

Dunnottar, che dire: meraviglia pura. Un castello arroccato, circondato da scogliere e vento. Imponente anche da mezzo diroccato. Queste mura hanno resistito a tutti (più o meno), se non contiamo Edoardo I e William Wallace.

Ancora visibili le strutture principali, la cappella, i magazzini... e quel senso di maestà che neanche secoli di abbandono sono riusciti a cancellare.

Curiosità da cinefili: Zeffirelli ci ha girato il suo Amleto, con Mel Gibson e Glenn Close.

Non sarà sull’Explorer Pass, ma ogni singola sterlina spesa qui è valsa la pena.

Finora, il castello più bello del viaggio.

Scozia: fantasmi, castelli e navigatori ribelli

 

La Scozia è famosa per un sacco di cose: il whisky, i paesaggi, le Highlands, il mostro di Loch Ness (che è più un'idea che un animale), e soprattutto i castelli. Tonnellate di castelli. Grandi, piccoli, fatiscenti, restaurati, in bilico, a pezzi. Talmente tanti da far venire il sospetto che nel Medioevo fosse obbligatorio averne uno, tipo lo smartphone oggi.

Alcuni sembrano castelli, altri sembrano castelli dopo una rissa con un drago.
E poi ci sono quelli diventati hotel di lusso, dove dormi dentro la storia – a prezzi che ti fanno desiderare il Medioevo vero.

Anche in Italia ne abbiamo molti, quelli dimenticati ormai non li nota più nessuno. Io e Cassandra invece abbiamo sviluppato una specie di radar per rovine: ci basta un cartello mezzo staccato o una pietra messa male in mezzo a un campo della provincia romana per dire “Ehi, qui c’era un castello!”. E spesso avevamo ragione.

E naturalmente, dove c’è un castello… c’è un fantasma.

Regola base.

In Scozia ne hanno moltissimi. Castelli infestati, storie di fantasmi, fantasmi senza nemmeno più un tetto sopra la testa. Alcuni sono famosi, altri in cerca di pubblico. Se stai troppo fermo in un corridoio, c’è il rischio che un fantasma ti chieda di lasciargli una recensione su TripAdvisor.

Io il mio lo trovo subito, appena presa l’auto a noleggio.

Entro, accendo il motore… e dal finestrino chiuso parte una gelida folata di vento.

Mi giro e accanto a me non c’è più Cassandra, bensì il fantasma di Lady Failed. Si è impossessata del suo corpo e ogni volta che guido si fa viva: il gelido sguardo che ricevo è quello di un’istruttrice di guida che non ha mai promosso nessun allievo. Questa è la sua maledizione: finché non troverà un degno guidatore da promuovere, non potrà riposare in pace…

Tutti gli altri subiranno il suo tormento…

Spoiler: non sarò io il suo liberatore.

Ogni frenata troppo brusca, ogni rotonda sbagliata, ogni "oddio era a sinistra!"... lei lo segna con un sospiro su una scheda invisibile.

Il primo giorno è un mix di stress e imprecazioni trattenute.

Anche il navigatore continua a cadere a terra, forse un poltergeist dispettoso…

Tappa uno: Dunfermline


Passiamo un ponte enorme che mi ricorda quello di Verrazzano nel design, solo dimezzato. Una grande uscita scenografica dal mondo moderno che un’ora più tardi ci porta all’Abbazia di Dunfermline.

Una parte è ancora in funzione, l’altra è ufficialmente “rovina visitabile”.

Qui vennero seppelliti Robert the Bruce e sua moglie – già solo per questo merita rispetto.

È un posto tranquillo, con rovine eleganti e un parco tutto attorno. La pietra annerita e muschiosa ha quel look da “non mi lavo da seicento anni ma porto benissimo i miei secoli”. Ci piace.

Qui compriamo il nostro Explorer Pass, il super lasciapassare da 14 giorni che ci aprirà le porte a castelli, abbazie, musei e altri luoghi storici.
Molto comodo. Molto economico. Molto “evitiamo di tirar fuori il portafoglio ogni tre ore”.

Siamo all’interno dello scheletro di un grande palazzo che divenne la nursery per i reali, luogo molto amato e famigliare per loro. La facciata più integra si affaccia su un parco verde, mantenendo ancora quel pizzico di fascino senza tempo delle pietre scure intaccate dal verde.

Questo è solo il primo esempio di quello che ci aspetta in questo viaggio: rovine, rovine, rovine.

La Scozia infatti era ricca di cattedrali cattoliche che sono state abbandonate dopo il 1500, quando l’Inghilterra divenne protestante e il cattolicesimo vietato. Lasciate in abbandono, col tempo queste gigantesche cattedrali medievali divennero troppo pesanti per sostenere il peso degli anni e, senza i dovuti restauri, poco a poco crollarono o bruciarono a causa di incendi.


Seconda tappa: Aberdour


Villaggio sul mare, minuscolo ma grazioso. Il castello è piccolo ma ben tenuto, per essere in rovina. Facciamo il giro completo, giardino incluso. A pochi passi c’è una chiesetta normanna che sembra uscita da un film, non ce la facciamo scappare.








Terza tappa: St. Andrews


Non ci rimane molto tempo. Ora, parliamone: perché in Scozia chiude tutto presto?
Va bene d’inverno, quando alle tre è già notte. Ma in estate con luce fino alle dieci di sera?

Chiudono per andare al pub? Per non lavorare troppo? Per principio?

Fatto sta che arriviamo in città di corsa, decisi a vedere il castello e l’abbazia.
Ma c’è un ostacolo insidioso: il parcheggio.

Si paga solo con monetine (che ovviamente non abbiamo) o con una App (che richiede un SMS di verifica).

Noi, da furbissimi viaggiatori digitali, abbiamo disattivato la SIM italiana per attivare la eSIM. Morale: niente SMS.

Soluzione: faccio mandare il codice a mia sorella in Italia, lei lo riceve e me lo rigira via WhatsApp.

Genialità? No. Necessità.

Finalmente entriamo. Sorpresa! Non abbiamo tempo per entrambi. Dobbiamo scegliere: o il castello o l’abbazia. Cassandra vota per il castello.

Ok, castello sia.

Peccato che, una volta dentro, il museo ci sembri… meh.

Informazioni sì, rovine sì, ma niente che gridi: “Wow, ho risolto l'enigma del parcheggio impossibile per questo!”.

A parte la scogliera. Quella sì: bellissima, stratificata, scenografica. Vale quasi da sola il prezzo del biglietto.

Ok, abbiamo ancora 45 minuti ma se cominciamo così i miei piani di conquista della Scozia non si realizzeranno mai.

Ok un par de whisky: voglio vedere anche l’abbazia. Cassandra è costretta a seguirmi quando tento la fuga.

Prendimi se ci riesci.


Abbazia di St. Andrews

Appena arrivati capiamo di aver fatto bene. Ecco perché tutti ne parlano.
È enorme. La più grande cattedrale della Scozia. Ormai in rovina, ma imponente, affascinante, colossale anche nel suo stato attuale. Forse proprio perché è mezza distrutta ha più personalità. Certe pietre sembrano dire “ok, siamo crollate, ma guarda con quale stile”.


Cammino tra colonne mozzate e navate aperte al cielo, cercando di ricostruire con la fantasia tutto il resto. Immagino le vetrate, gli affreschi, le statue.

Poi smetto, per evitare la depressione.

Piove. Perché ovviamente piove. Cassandra mi guarda come per dire: “Vieni via, prima che ti cada addosso qualcosa.” Io faccio finta di niente. Voglio vedere tutto. Pietre a terra comprese. Soprattutto quelle.

Mi sento come al cospetto dei resti di un’antica civiltà perduta. In un certo senso è così: la civiltà cattolica scozzese.


Alla fine mi trascino fuori, gocciolante, mentre le nuvole ci ricordano che siamo nel “mese meno piovoso dell’anno”.


Alloggio a Dundee

Arriviamo nel nostro primo hotel. Bell’edificio, periferia tranquilla. Camera al terzo piano. Senza ascensore.

Valigie pesanti, ancora piene del cibo italiano “per sicurezza”, un po' come Totò e Peppino quando arrivano a Milano.

Siamo svegli dalle 4 del mattino. Siamo bagnati. Siamo stanchi. Siamo al terzo piano.
Benvenuti in Scozia.

Sopravviveremo anche a questo.

Con o senza Lady Failed.