sabato 20 giugno 2026

Il primo giorno in Korea del sud

 


  

Iniziamo subito senza riscaldamento: visita guidata del centro di Seoul.
Tanto per partire col piede leggerissimo.

Ci troviamo a Myeongdong, sotto il “Migliore Hotel”.
Sì, si chiama davvero così. E lì iniziamo a capire che i coreani hanno un rapporto tutto loro con i nomi italiani: più avanti troveremo bar, negozi e prodotti con nomi che sembrano scelti lanciando un dizionario italiano giù dalle scale.

La guida, Sally, ci recupera con un piccolo pulmino raccattando i vari partecipanti sparsi per la città. Nel giro di pochi minuti ci ritroviamo catapultati in un piccolo tempio buddista incastrato tra i palazzi moderni.

Coloratissimo.

Il cortile è coperto interamente da un soffitto di lanterne di carta dai colori accesi, appese per celebrare il compleanno di Buddha. Una di quelle scene che dal vivo sembrano quasi finte da quanto sono perfette.

Entriamo anche nel tempio, ma niente foto: è pieno di persone raccolte in preghiera.
Il contrasto è stranissimo. Fuori il caos della città, i clacson, i palazzi, la gente che corre. Dentro silenzio, odore d’incenso e persone immobili davanti alle statue.

Salutato il piccolo Buddha, che mi è sembrato comunque molto più sereno di noi dopo dodici ore di volo, ripartiamo verso il palazzo reale, dove sta per iniziare la cerimonia del cambio della guardia.

Una muraglia umana.

Non si vede assolutamente niente, quindi ci spostiamo lateralmente, vicino all’ingresso da cui arrivano le nuove guardie.
Lì finalmente si apre lo spettacolo.

Anche loro coloratissime: armature, tuniche, bandiere.
Si nota subito la differenza con gli hanbok
(abito tradizionale coreano) affittati dai turisti. Bellissimi anche quelli, per carità, ma accanto ai costumi delle guardie sembrano lavati troppe volte.

Terminata la cerimonia entriamo nel palazzo reale e Sally inizia a raccontarci la storia del luogo.

Durante l’occupazione giapponese, durata trentacinque anni, gran parte dei palazzi venne distrutta e al loro posto costruirono un enorme edificio governativo da cui amministravano la città.

I pochi edifici sopravvissuti furono trasformati in alloggi turistici.
Un’umiliazione che i coreani evidentemente non hanno dimenticato.

Una cosa la capisci subito: il rapporto con il Giappone è ancora una ferita aperta.

I coreani parlano spesso del fatto di aver influenzato culturalmente il Giappone per secoli, scrittura, buddhismo, amministrazione e vivono l’occupazione come il tentativo di cancellare una storia lunga cinquecento anni.

Continuiamo a esplorare quello che possiamo, tra cortili enormi, tetti decorati e padiglioni che sembrano usciti da un dipinto.

Arriviamo poi al Museo del Folclore Coreano. Abbiamo appena mezz’ora per visitarlo, cioè il tempo tecnico di guardare tutto troppo velocemente e promettersi di tornarci “con calma”.
Cosa che ovviamente non succederà mai.

Poi via verso Insadong: negozi tradizionali, gallerie d’arte, souvenir e cibo. Qui Cassandra adocchia subito un negozio di cosmetica con prezzi davvero bassi. Io segno l'indirizzo per quando torneremo a Seoul a fine viaggio.

Prima della tappa successiva passiamo davanti alla Casa Blu, loro corrispettivo della Casa Bianca.

Tanto per far capire quanto siano vicini agli americani...

Tappa successiva è una fabbrica di prodotti al ginseng coreano, secondo loro il migliore al mondo.

Probabilmente vero.
Ai prezzi che ha, ci mancherebbe pure che fosse mediocre.

Dopo il giro ci accompagnano nel negozio.
Per sei barattolini di una pasta marrone dall’aspetto sospettosamente simile alla Nutella, chiedono circa duecento euro.
Le capsule invece stanno sui quattrocentotrenta euro a scatola.

Saranno pure tante capsule… ma con 430 euro sai quante cose inutili eppur bellissime riesci a comprare in vacanza?

Alla fine Cassandra mi confesserà che ha desistito dal suo acquisto per risultato dell’uso del ginseng visibile nella vita reale: se ha un ottimo potere coadiuvante per le vie respiratorie, perché i coreani a tosse e raucedine sono messi così male?

Tutto il viaggio, credetemi, è stato un lazzaretto a cielo aperto!



Nuova tappa: la Torre di Seoul.

Essendo festa, gli autobus non possono salire fin lassù per via della folla.
Tocca prendere la funivia.

Il problema non è la funivia.
È la fila.

Un’ora e mezza abbondante di attesa.
Praticamente Gardaland, con meno adrenalina e più anziani coreani perfettamente organizzati.

Arrivati in cima troviamo il famoso punto panoramico sulla città.
Peccato la foschia, probabilmente causata dalla polvere gialla che arriva dai deserti della Mongolia e della Cina.

Il tramonto?
Mai visto.

Cosa stranissima: anche qui esistono i lucchetti dell’amore.
Le ringhiere panoramiche sono completamente ricoperte di lucchetti colorati, arrugginiti, scoloriti, incastrati uno sopra l’altro come cozze attaccate agli scogli.

Alla fine del romanticismo rimane sempre la ruggine.



Namsangol Hanok Village

Concludiamo il giro turistico al Namsangol Hanok Village, una ricostruzione di un antico quartiere tradizionale di Seoul.

Qui le case in stile hanok (abitazione tradizionale coreana), erano costruite tutte una accanto all’altra, così vicine da far sembrare il quartiere più un piccolo villaggio che una parte di una grande città.

Ed era proprio questo il senso del luogo: famiglie che vivevano a stretto contatto, condividendo spazi, cortili e vita quotidiana.

Ovviamente anche questa ricostruzione esiste per un motivo preciso.

Gran parte dei quartieri storici originali vennero distrutti durante l’occupazione giapponese, lasciando alla Corea il compito di ricostruire non solo gli edifici, anche una parte della propria memoria storica e culturale.



Considerazioni e prime impressioni:

i coreani non guardano dove vanno.

Questa la prima vera lezione coreana.

Siete in mezzo alla folla, palazzi reali, supermercati, marciapiedi, stazioni della metro, dovete sviluppare una sorta di sesto senso anche per chi vi circonda, perché moltissimi semplicemente non guardano dove stanno andando.

Non per cattiveria.
Non per maleducazione.
Sono sinceramente distratti.

Camminano guardando il telefono, parlando, pensando ai fatti loro, improvvisamente ti tagliano la strada con la serenità di una particella impazzita.



Seoul, ovvero Manhattan con il kimchi.

Seoul è molto meno “tradizionale” di quanto immaginassi.

In alcune zone sembra davvero di stare a New York: grattacieli di vetro, strade enormi, schermi giganti, traffico, insegne luminose ovunque.

Times Square magari resta ancora un altro campionato… però Seoul se la gioca.

Proprio questo spiazza: non è l’Asia che uno si immagina prima di partire.

Benvenuti al South (Korea)

  

Dovevamo andare in Dancalia.
Poi il destino, che evidentemente si diverte a pescare mete a caso dal mappamondo, ci ha spediti in Corea del Sud.

“Ma cosa ci andate a fare in Corea del Sud?”

Cassandra.

La risposta è semplicemente Cassandra.

La Corea del Sud, infatti, è il paradiso mondiale della cosmetica coreana, e Cassandra non è una cliente: è una forma evoluta di consumo industriale.
Non che ne abbia bisogno a mio modestissimo parere, ma non sono un uomo abbastanza coraggioso da aprire un dibattito del genere.


Il suo piano era chiarissimo fin dall’inizio: partire con una valigia da 23 chili riempita di vestiti scelti appositamente per vivere il loro ultimo viaggio terreno, abbandonarli progressivamente lungo il percorso e tornare con 23 chili netti di creme, sieri, maschere e intrugli capaci probabilmente di ringiovanire anche un parabrezza.

Un genio del male.

Io invece?
Che cosa ci andavo a fare?

Eh, questo lo capirete andando avanti. O meglio: leggendolo.

Quando abbiamo deciso di partire, ho iniziato a documentarmi e mi si è aperto un mondo.
Prima della Corea del Sud sapevo pochissimo: qualche film, serie K-drama, due o tre stereotipi e quella fastidiosa etichetta di “brutta copia del Giappone” che ogni tanto le viene appiccicata addosso.

Poi inizi a leggere, a guardare video, a scavare un po’, e ti rendi conto che la Corea non vuole essere il Giappone.
Ha un’identità tutta sua: più frenetica, più contraddittoria, più estrema sotto certi aspetti.
Ed è proprio questo che la rende interessante.

domenica 26 aprile 2026

Monaco – ultima corsa all’arte

 

Ultima occasione, oggi o mai più. Chiudiamo le valigie (sperando che non pesino come mattoni) e le lasciamo in reception. Abbiamo un orario da rispettare: alle 16 dobbiamo essere pronti per prendere il treno per l’aeroporto.

Obiettivo della giornata: finire l’Alte Pinakothek. Sembra facile, vero? Invece ci attendono decine di maestri: Van Dyck, Van Gogh, Monet, Manet, Gauguin, tutti i Brueghel (sì, anche quelli di cui non ricordavo il nome), Lucas Cranach giovane e vecchio, Rembrandt… e ho sicuramente dimenticato qualcuno. Senza contare una mostra temporanea che pare essersi piazzata lì apposta per metterci alla prova.

Cerco di sopravvivere concentrandomi solo sui miei gusti personali, mentre Cassandra emerge ogni tanto da qualche sala con opere lasciate per strada. La sua strategia: assaggiare tutto, un po’ come i bambini al buffet dei compleanni. La mia: “solo quello che mi colpisce, grazie”.

Così si conclude questo viaggio. Con la sensazione – piacevole e frustrante al tempo stesso – che ci sarebbe ancora moltissimo da vedere. Va bene così. Del resto, meglio smettere di mangiare prima di essere sazi, che lasciare spazio per un dessert… o per un’altra città da esplorare.

Alte Pinakothek – parte 1

 

Se ieri abbiamo dato il meglio, oggi siamo pronti a fare il botto: la pinacoteca più importante del mondo ci aspetta. Piccolo intoppo col tram, alla fine arriviamo e… BOOM! Ci prende un colpo: dentro è una lista della spesa dei maestri assoluti. Durer, Leonardo, Raffaello, Beato Angelico, Botticelli, Giotto, Guido Reni, Filippo e Filippino Lippi, Lorenzo Lotto, Masolino da Panicale, Perugino, Ghirlandaio, Tintoretto, Tiziano, Canaletto, Bosch, Rubens... Cerco di memorizzare tutto mentre mi domando: “Ma come si fa? Nun se po’ ffà!”

Tocca tornare domani. Speriamo solo di non perdere l’aereo al ritorno.

Prima di chiudere, un salto veloce in centro. Delusione: la piazza principale è minuscola e affollata di turisti, sembra Trastevere nei giorni peggiori. Insomma, un assaggio rapido della folla urbana, giusto per ricordarci perché la mattina siamo scappati nei musei.

Monaco – corsa, musei e caos turistico

 

Questa mattina tocca a me: corsa in città. Lo so, sembra un controsenso, una metropoli tedesca e io a cercare il verde come un eremita. Ho una certezza: se pedalo un po’, qualche parco lo trovo.

Dopo tre chilometri un po’ ostici, finalmente il parco di Nymphenburg. Qui il colpo d’occhio è già premio: la villa museo in lontananza, l’alba tinge tutto di rosa… momento da cartolina. Entro nel parco, faccio solo un giro ridotto. Correre tra laghetti, cervi e scoiattoli è una goduria. Silenzio totale, quasi freddino. Perfetto.

Peccato dover tornare: Cassandra mi aspetta, pronta per la Gliptoteca. Doccia lampo e via. Che museo! Arte greca e romana, statue incredibili, tutto raccolto dal padre del povero Ludwig. Immagino solo quanti soldi abbia speso: ora capisco perché Ludwig II si sentiva autorizzato a fare quel che voleva con il denaro. Quando il cattivo esempio ce l’hai in famiglia…


Usciti solo a pomeriggio inoltrato, ci dirigiamo al museo archeologico di Collezioni di Antichità di fronte. Vasi greci in quantità industriale: dopo le prime tre vetrine mi sembrano tutti uguali, ogni tanto spunta un pezzo da collezione. Il piano superiore? Gli etruschi. Poca roba, per fortuna: con qualche reperto in più avrebbero dovuto chiamare le guardie per farmi uscire prima di aver visto tutto…

Non male come giornata, la full immersion è stata tale che sul tram per tornare a casa io e Cassandra ci raccontiamo barzellette in greco. Solo qualche freddura sugli etruschi e gli antichi romani.

Monaco

 

Oggi tappa lunga: destinazione Monaco di Baviera. Due ore di viaggio in campagna bavarese, tra mucche uscite da una pubblicità del latte e casette così ordinate che ti senti in colpa solo a guardarle dal finestrino. Autostrada, e puff: Monaco.

Arriviamo in perfetto orario, manco fossimo tedeschi veri. Con i trolley al seguito ci infiliamo in metropolitana. In pochi minuti siamo in hotel. Depositiamo le valigie e via: non possiamo mica sprecare il pomeriggio. Serve un museo di “riscaldamento”, prima di qualcosa di più grande domani.

Zona musei: paradiso per chi ama l’arte, incubo per chi non sa scegliere. Alla fine optiamo per il museo Egizio. Da fuori sembra minuscolo, tipo cantina condominiale. L’ingresso è sotterraneo, già pregusto una roba in stile escape room: torcia alla mano, mummia in agguato, fine del viaggio.

Invece... Il museo è tutt’altro che piccolo, è fatto da Dio. Teche luminose, reperti incredibili, guida interattiva su tablet, folle rumorose assenti.

Pezzo forte? Dei rilievi assiri pazzeschi, roba che da sola basterebbe per una mostra blockbuster. Qui li tengono quasi in un angolo, come dire: “Ah sì, abbiamo pure questa cosetta, scusate se non vi avevamo avvisato.”

Pomeriggio salvato alla grande. Monaco 1 – mie aspettative 0. Domani iniziamo con i “piatti forti”.

I castelli di Ludwig II

 

Oggi finalmente il grande giorno: il famoso castello di Ludwig II. Facciamo chiarezza: i castelli sono due, quando ha iniziato la costruzione del suo sogno, uno già lo l’aveva. Hohenschwangau, nome impronunciabile (sembra la password del Wi-Fi di un hacker), tutto sommato carino. Restaurato, pittoresco, nulla da dire. Ovviamente a Ludwig non bastava, serviva il capolavoro.

Biglietti prenotati online dall’Italia, orari rigidissimi, nomi praticamente impronunciabili. Insomma: la ricetta perfetta per fare casino. Io con la vista che va e viene, Cassandra con la pazienza già esaurita in partenza… il dramma era annunciato.

I due castelli sono su due colline separate da 40 minuti di camminata tra loro.

Mentre saliamo al cucuzzolo numero uno, dopo venti minuti di marcia forzata sotto la pioggia, Cassandra mugugna: “Ma non c’era l’autobus?”
Quale autobus? Qui passano solo lumache e ciclisti tedeschi in Lycra.
“Tranquilla, tra cinque minuti spiana.”

Spoiler: non ha spianato manco per sogno.


Finalmente al cancello, biglietti pronti… e tac: orario corretto, anzi siamo persino venti minuti in anticipo, ma… è il castello sbagliato!

Brividi.

Corro a chiamare Cassandra, che esce dal bagno convinta che abbia trovato l’ingresso segreto. Quando capisce che bisogna rifarsi tutta la salita al contrario… boom! Sfoggia un vocabolario di parolacce in tedesco che manco i Rammstein.

Arriviamo stremati al castello giusto. Il bigliettaio, sereno con la colazione davanti, ci fa entrare al turno dopo: “Ma sì, succede sempre, vi sbagliate tutti”, sentenzia lapidario.

Beh, magari perché scrivete tutto in gotico tedesco? Un’idea, eh.

Dentro un trionfo di ricchezze e gadget da nerd dell’Ottocento: ascensore elettrico, bagno con sciacquone, insomma, mancava solo Alexa. Ludwig non badava a spese, peccato sia finito annegato a 41 anni. Ufficialmente un incidente, ufficiosamente… Diciamo che non aveva fatto amicizia col Ministero delle Finanze.

Dopo la visita abbiamo un paio d’ore di tempo per mangiare un panino e vedere il museo reale bavarese. Mi è piaciuto.

Dovremmo risalire, non voglio sentir recitare il Faust da Cassandra, scopro dove sta l’autobus e mi metto in fila per aspettare il nostro turno.

Altro colpo di scena: il bus ci scarica a un chilometro dal castello! Altro giro, altra corsa, altre imprecazioni teutoniche.

Scatto in avanti, non per schivare le parolacce, piuttosto per bloccare i tornelli col mio corpo in caso scattasse l'orario. Siamo veramente al limite, sul filo dei minuti.


Arriviamo giusto giusto in tempo.

Sarà che eravamo di corsa, la pioggia, le nuvole basse, la folla di gente, non avevo notato che stavamo per infilarci in un chtrappola.

Il Neuschwanstein, quello delle cartoline, quello che la Disney ha praticamente copiato. Da fuori è poesia. Da dentro è un “Gardaland in stile bavarese”: affreschi, mosaici, dorature. Bello sì, ma con quella patina di finto che ti aspetti da un’attrazione turistica pacchiana da Las Vegas, non da una reggia reale durante il periodo romantico! Ludwig non voleva che lo vedesse nessuno dopo la sua morte. Oggi lo visitano milioni di turisti l’anno: la sua maledizione funziona bene come il meteo in Baviera.


Chiudiamo? Macché. Un salto a Füssen, musei chiusi ma città carina. Non resisto: scarpe da corsa, via verso l’Austria e ritorno, con deviazione fino ai laghi sotto Hohenschwangau. Ho avuto perfino l’idea malsana di salire fino a Neuschwanstein di corsa, sarebbe stata la terza volta in un giorno.

Anche Nein.

Conclusione: giornata da manuale del turista imbecille, quantunque memorabile.

Füssen – tra Gardaland e cartoline alpine

 

Questa mattina non ci pensiamo due volte: da Augsburg scappiamo a gambe levate.

Prima sosta veloce a Landsberg am Lech: non scendo nemmeno dall’auto, già così sembra cento volte meglio di Augsburg. Non ci vuole molto, eh, il confronto è impietoso.

La giornata inizia sul serio con la Wieskirche, una chiesa di pellegrinaggio piazzata nel bel mezzo della campagna bavarese. Rococò bavarese, patrimonio UNESCO, roba seria. Bella, certo… ma diciamoci la verità: un po’ troppo barocco in overdose. In Italia di chiese ne abbiamo a pacchi e sono molte a mio parere quelle di ben altro livello. Come si direbbe a Roma, “je spiccerebbero casa”.

Non importa, il programma prosegue con un altro colpo di scena: il castello di Linderhof. Definito da molti una “bomboniera”. Direi più una bomboniera kitsch, vabbè. Re Ludwig II ci ha speso un patrimonio per farne la sua villa personale: parco, fontane, statue dorate… Tutto un tripudio. Dentro è un’esplosione di ori, stucchi e specchi, roba che ti chiedi se non abbia chiamato un’archistar sotto acido.

A guidarci una strana guida che recita come Gassman a teatro, con pause enfatiche e sguardo rapito. Racconta che Ludwig era un fan del Re Sole e voleva ricreare Versailles in formato bonsai. Ambizioso, il ragazzo. Il meglio però deve ancora venire: il Grotto.

Sì, avete capito bene: il Grotto. Una grotta artificiale, la più grande di quel momento storico, illuminata con la nuova (per l’epoca) energia elettrica. Dentro sembra una Gardaland ottocentesca: luci colorate, musica drammatica, cascate artificiali, un lago navigabile con un’improbabile barchetta e persino una finta Grotta Azzurra, ispirata proprio a quella di Capri.

Mi aspetto quasi di veder spuntare Capitan Uncino da un momento all’altro. Oggi fa sorridere, allora dev’essere stata roba da “wow cosmico”.

Dopo questo salto tra rococò, Versailles in miniatura e Gardaland ante litteram, riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la meta della giornata: Füssen.

Prima, colpo di testa: passiamo il confine e facciamo un salto in Tirolo, in Austria. Giusto per dare un’occhiata al futuro: lì ci aspetterà un’altra avventura, non so quando, prima o poi...

Rientriamo in Germania da sud, finalmente arriviamo a Füssen.

Qui sì che si respira aria diversa: fresca, pulita, alpina. Subito mi ricorda la Val Gardena… piatta, quindi più gentile con le ginocchia. Prima di cena mi sparo una corsetta esplorativa e scopro un paesaggio da cartolina: laghi ovunque, colline verdi, ciclabili infinite. Seguo il fiume fino a una zona piena di laghetti nascosti nel bosco al tramonto.


Uno spettacolo da cartolina, di quelli che ti fanno dimenticare la fatica e ti fanno dire: “ok, torno anche domani, promesso”.

Augsburg (Augusta) – Fuggerei o fuggirei?

 

Lo ammetto: su Augsburg ero scettico fin dall’inizio. E, spoiler, avevo ragione.
Prima di arrivarci ci consoliamo con una deviazione al castello di Harburg: un maniero medievale che sembra uscito da un libro illustrato. C’è pure la visita guidata (in inglese) e l’inevitabile giro sulla cinta muraria. Ormai ho capito che qui in Germania hanno una specie di ossessione per le mura: ogni città le restaura, le mostra, ci fa passare sopra turisti e pellegrini. Non mi lamento eh, ma a un certo punto ho scoperto che non era solo mania locale: fu addirittura un imperatore a ordinare che le mura medievali andassero preservate. Ecco spiegato il perché di tanta costanza: non era passione, era decreto imperiale!

Arrivati finalmente ad Augsburg, lasciamo la macchina e andiamo a esplorare questa bel… questa città.

Diciamo che non mi ha proprio conquistato.

L’unica cosa davvero interessante è la Fuggerei, una specie di “quartiere popolare deluxe” fondato dal banchiere Jakob Fugger nel 1521. L’idea era semplice: dare un tetto ai bisognosi. L’affitto? Ridicolo: 88 centesimi all’anno, più tre preghiere quotidiane da recitare in favore di Fugger (non proprio il classico bonifico, ma funziona).

Sono casette di due piani, un appartamento per piano, con tanto di mura intorno e portoni che venivano chiusi la sera. In pratica: edilizia popolare con servizio di sicurezza incluso. Ogni famiglia aveva il suo appartamento, niente coinquilini molesti o turni di bagno.

Il quartiere ha resistito fino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ricostruito, continua tuttora a essere finanziato dalle fondazioni dei Fugger. Un pezzo di storia che merita, dà ad Augsburg una sua particolarità.

Per il resto? Beh, la città ci è sembrata trafficata, disordinata e, mi dispiace dirlo, la più sporca incontrata finora.

Insomma: della Fuggerei ho apprezzato il genio, ma da Augsburg in generale direi che… fuggirei.

Nördlingen – la città dentro al cratere (e dentro un manga)

 

È domenica, già sappiamo che domani sarà tutto chiuso. Tradotto: oggi tocca correre per non rischiare la sindrome da “città-fantasma del lunedì”. Fortuna vuole che arriviamo a Nördlingen in un attimo: un altro borgo medievale con le solite case a graticcio… La maggior parte qui sembrano ritoccate da un interior designer. Meno fiabesche, più “da catalogo Ikea”.

Il cuore del borgo è la chiesa di San Giorgio con la sua enorme torre campanaria. La si vede da ogni angolo, tipo faro medievale: sali e controlli se arrivano gli amici… o i nemici.

Infatti noi saliamo.

Mentre arrampichiamo i mille scalini (almeno così sembrano), noto che qualcuno ha scarabocchiato sulle assi di legno i personaggi di un fumetto giapponese, e non a caso. Si chiama l’“Attacco dei Giganti”. Mi viene da ridere… Almeno finché non metto il naso fuori all’ultimo piano. Dall’alto appare una città medievale proprio come nel fumetto: mura ellittiche perfette, che chiudono dentro tutto l’abitato. Ci manca solo di vedere un gigante affacciarsi da dietro la collina e sei dentro il cartone animato.

Per sicurezza giriamo due volte la torre, tanto per “completare il turno di guardia”. Nessun gigante in vista: missione compiuta, si può scendere.

Poi via ai musei: ce ne sono due, geologico e cittadino. Ovviamente iniziamo da quello geologico, che sembra assurdo in mezzo a questa zona della Baviera piatta come un tavolo. E invece no: questa non è una pianura, è un cratere. A crearlo fu un colpo di asteroide da un chilometro di diametro, 15 milioni di anni fa. Boom, tutto vaporizzato. Che ci fossero dinosauri superstiti, alieni in sosta tecnica o qualche povero proto-mammifero che stava dando inizio ad una civiltà… di loro non rimase nulla.

L’impatto creò una roccia speciale, la suevite, così interessante che perfino gli astronauti dell’Apollo vennero qui ad allenarsi prima di mettere piede sulla Luna. Insomma, Nördlingen è un po’ la Houston medievale.

Non basta: l’asteroide trasformò anche i giacimenti di grafite in miliardi di minuscoli diamanti, inglobati nelle pietre usate per costruire la città. In pratica: le case di Nördlingen brillano sul serio.

Se Cassandra lo scoprisse… credo che per comprare una casa con diamanti inclusi dovrei vendere fegato, pancreas e probabilmente anche un rene.


Dopo la lezione di geologia, il museo cittadino ci sembra più modesto. Carino, ma dopo un asteroide esploso da un miliardo di tonnellate, difficile reggere il confronto.

Per chiudere la giornata, ovviamente, si sale sulle mura. L’ellisse è intatta, con le sue torri e le sue 15 porte: cammini e ti sembra di fare un giro in giostra medievale. La parte più buffa è che la torre campanaria ti fissa sempre: ovunque tu sia, sbuca lì a sinistra, come l’occhio di Sauron.
“Io ti vedo…”

Sì sì, anch’io ti vedo. Tu piuttosto controlla se arrivano i giganti.”

Dinkelsbühl – la “scarpa medievale” che cammina da sola

 

La nostra discesa nel medioevo continua. Sbuchiamo a Dinkelsbühl, altra perla cinta da mura. Sì, sempre mura: sembra proprio che i tedeschi medievali avessero una vera fissazione per il “Tu non puoi passare!”.

Appena varcato la porta mi scappa subito un pensiero: ma perché questa mi sembra più bella di Rothenburg? Forse perché è meno affollata, forse perché camminando tra le case colorate sembra di essere in un grande caleidoscopio… o perché a forza di vedere case a graticcio, ormai le trovo più fotogeniche dei grattacieli.

Decidiamo comunque di fare il giro completo interno. Ogni tanto entriamo e usciamo, sbucando sopra l’altissimo fossato – roba che se ci cadi dentro ti servono tre Sherpa per uscire. Le torri spuntano qua e là e, sorpresa, oggi molte sono residenze private. Immagino la scena: “Amore, dove abiti?” – “Nella torre verde. Quella con l’arco gotico e il tetto a punta.” Chapeau.

Rispetto a Rothenburg la pianta della città è un po’ più regolare, mica troppo: vista dall’alto sembra… una scarpa. Brutta. Forse uno zoccolo olandese.
Però la cornice è spettacolare: laghetti e corsi d’acqua che la rendono un mix tra fortezza e set da cartolina.

Il giro lo interrompiamo per colpa di lavori in corso (il Medioevo sopravvive anche grazie a questi lavori). L’ultima chicca che vediamo è una torre stramba: sembra che qualcuno abbia deciso di piazzarvi una casetta a graticcio direttamente sopra. Architetti tedeschi, mai banali.

Non tutte le case sono fatte ad opera d’arte, diverse sembrano inclinate, per non dire storte…

Questi borghi sono dei musei viventi, raccontano storie, te ne fanno immaginare altre, ti dicono anche quanto è forte la resilienza dei materiali che hanno usato per la loro costruzione, case che forse si piegano, ma non si spezzano.

Al centro troneggia la cattedrale di San Giorgio con la piazza del mercato e il municipio. Classico set medievale. Dietro la chiesa c’è il museo cittadino: 800 anni di storia, raccontati in modo molto più brillante rispetto a Rothenburg. Ci piace talmente tanto che non riusciamo a finirlo in un giorno e ci facciamo dare un biglietto gratis per tornare anche il giorno dopo. Quando un museo ti fa fare il bis, capisci che vale la pena.

Fuori le mura troviamo un parco che gira attorno alla città, fino a un laghetto sorvegliato da una porta-torre e… magia! Una torretta con una treccia bionda che sventola al vento. Non so chi l’abbia messa lì, è un colpo di genio: Rapunzel in versione open-air.

Cosa curiosa lungo le mura: sia a Rothenburg, che qui, ci sono decine di alberi di mele e pere carichi di frutti maturi che corrono attorno alla città. A terra un tappeto di mele intonse e altre ormai marce. Nessuno che le raccolga. Io non oso: già mi immagino la scena:

Alt! Chi siete? Cosa portate? Sì ma quanti siete? Un fiorino!”


La sera mi scappa la corsa: giro completo delle mura, laghetti, ciclabili e campagna. Bellissimo, sebbene il saliscendi ti spezza le gambe più di un maestro di spinning arrabbiato. Correre qui, tra torri e prati, è quasi poetico.

Il giorno dopo torniamo al museo per finirlo e scopro che già nell’Ottocento Dinkelsbühl era musa di artisti e pittori. Come dargli torto, scorci incredibili, luce perfetta… Se non fosse per le automobili parcheggiate ovunque.

Medioevo sì, col SUV in prima fila!

Rothenburg ob der Tauber – Medioevo vero (e niente birra nel villaggio medievale!)

 

Finalmente eccoci: uno dei motivi per cui siamo in Germania, il “vero medioevo tedesco”. Rothenburg ob der Tauber. Piccolo borgo sulla Romantic Strasse, sopravvissuto (più o meno) ai bombardamenti e famoso per aver conservato l’anima medievale.

L’ingresso dalla porta sud è già un biglietto da visita che non lascia dubbi: un doppio portale circolare che forma un otto, fossato imponente e torre altissima a guardia della città. Si può entrare dentro “l’otto” e, lo ammetto, quasi mi perdo: labirinto 1 – turista 0.

Avevo promesso niente calzamaglie, ma qui la tentazione è forte. Stanno allestendo una rievocazione storica: tende, capanne e figuranti in tuniche e collant d’ordinanza. Un medioevo in carne, ossa… e lana grezza.

Una volta entrati, lo spettacolo è assicurato: case a graticcio ovunque. Per apprezzarle meglio saliamo sulle mura, ancora intatte e percorribili lungo tutta la città. Dall’alto si cammina al coperto, tra pietre che raccontano storie: tante portano inciso il nome di chi le ha “adottate” per finanziare i restauri. Una sorta di “adozione a distanza” di pezzi di mura. E funziona, perché ancora oggi difendono la città, assottigliate dal tempo ma senza mai sgretolarsi.

Non siamo soli, certo, il giro è bellissimo: arriviamo fino alla porta est e saliamo sulla torre da cui si gode una vista panoramica. Potremmo proseguire il giro, il richiamo del centro è forte. Ci buttiamo tra le vie pittoresche piene di negozi moderni sebbene dall’aspetto medievale. Piazza del Mercato, Municipio, la chiesa di San Giacomo.

Per apprezzare meglio l’atmosfera prendo una birra da passeggio. Ci sarebbe anche da assaggiare la specialità locale: un dolce a forma sferica. Ha le dimensioni di una palla da baseball. La osservo meglio. Capisco che non fa per me: sembrano chiacchere di carnevale appallottolate e fritte. Sono fatte in tanti modi diversi, differiscono per la copertura di glassa.

Anche Nein.


Poi, l’inevitabile: pioggia. Rifugio strategico nel museo cittadino. Piccolo? Macché. Ottocento anni di storia in mostra. Ho detto tutto.

Il tempo rimane così così, non ci arrendiamo: fotografiamo angoli suggestivi spesso rovinati da frotte di turisti. Molti asiatici, va bene, ormai è un classico. Non mi aspettavo però che fossero così tanti proprio qui.












Poi eccolo, il momento che aspettavo da una vita: il Plönlein, l’angolo da cartolina con le due strade che si biforcano verso le torri. Per me è un déjà-vu: mio padre, in un raro slancio artistico negli anni ’70, aveva dipinto proprio questo scorcio copiandolo da una rivista. Quel quadro è sempre stato appeso in casa mia. Vederlo dal vivo è stato come entrare dentro un ricordo. Io non dipingo, scatto: e il mio “Plönlein” è finalmente in archivio.


Dopo la foto-ricordo, la pioggia aumenta. Torniamo sulle mura per completare il giro. Perfetto: un ultimo tratto sotto l’acqua aggiunge atmosfera medievale (e scarpe bagnate).

La sera smette di piovere. Non contento, torno a Rothenburg per un giro di corsa intorno alle mura. Bellissimo, se non fosse che devo schivare i figuranti della rievocazione, che – attenzione – rievocano senza birra! Medioevo sì, ma a gola asciutta. Questo, mi dispiace dirlo, è un grave errore filologico.

Norimberga – Castello, Dürer e… il boia

 

Il secondo giorno a Norimberga decidiamo di dedicarlo al lato medievale. Tranquilli: niente calzamaglie colorate o cappucci a punta, solo scarpe comode e spirito d’avventura. Prima tappa: il Castello imperiale. Purtroppo è in gran parte una ricostruzione, perché i bombardamenti non hanno avuto pietà. Bisogna dire che il lavoro è stato fatto bene: fedele, imponente e con quel fascino che ti fa dimenticare di non essere davanti all’originale. Oltre al castello, si possono visitare anche la Torre e il Pozzo, così completiamo il pacchetto “vita da feudatario” prima di ridiscendere in città.

Tappa successiva: la casa-museo di Albrecht Dürer. Le sue opere originali sono sparse tra i musei del mondo. Qui troviamo delle copie fatte da artisti locali per una mostra speciale. Non sarà la stessa cosa, ma l’atmosfera è piacevole e la visita merita.

Il resto della giornata lo spendiamo tra chiese e un “fuori programma” che non consiglierei neanche al mio peggior nemico: la Casa museo del boia (Henker Haus). L’esterno è suggestivo, un ponte coperto sul fiume. L’interno… un corridoio moderno con pannelli. Fine. Se avete di meglio da fare (e ce l’avrete), saltatela senza rimorsi.

La sera, altra corsa al parco per esplorare i sentieri che ieri mi erano sfuggiti. Bella anche così, ammetto che la mattina, col fresco e senza folla, era più godibile.

Norimberga, comunque, ci ha conquistati: vivace, ricca e con un sacco di cose ancora da scoprire. Tocca ripartire... Il verdetto è chiaro: torneremo per un weekend lungo.