domenica 21 giugno 2026

Terzo giorno

Dopo una giornata di esplorazione in modalità fai-da-te, decidiamo di tornare ad affidarci a una guida locale perché le tappe di oggi sono abbastanza fuori portata per chiunque non abbia un’auto, una patente coreana o un talento naturale per sopravvivere ai mezzi pubblici fuori da Seoul.
La guida si rivela immediatamente un personaggio.
Una donna completamente fuori controllo che parla a raffica un inglese vagamente comprensibile, alla velocità di un’asta di beneficenza sotto cocaina.
E soprattutto conclude ogni frase con “ok?”
Sempre.
Costantemente.
Ossessivamente.
Una specie di intercalare compulsivo.
Tipo i bergamaschi col “pota”, ma in versione coreana internazionale.
Lo usa mentre parla inglese.
Lo usa mentre parla mandarino.
Probabilmente lo usa anche nel sonno.
Today we go mountain ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
Lo avrà detto almeno novemilaottocentotrentacinque volte, ok?
Dopo due ore io e Cassandra avevamo il cervello completamente colonizzato.
A un certo punto inizi a pensare in “ok?”.
Respiri in “ok?”.
Esisti in “ok?”.
Non riesco più a smettere, ok?
Ho bisogno di silenzio, ok?



Giardino della Calma Mattutina

Prima tappa: il Giardino della Calma Mattutina.

Molto bello, bisogna dirlo.

Mi ha ricordato una versione coreana dei Giardini di Ninfa, senza ruderi medievali e con una quantità decisamente superiore di coreani perfettamente vestiti che si fotografano davanti ai fiori.

Ponticelli, laghetti, alberi potati con precisione chirurgica e sentieri che sembrano progettati apposta per convincerti che la tua vita sarebbe migliore se vivessi lì dentro.

Uno di quei posti dove anche facendo foto a caso viene tutto bene.

Nami Island

Seconda tappa: Namiseom.

Di quest’isola avevo sentito parlare benissimo.
Era praticamente uno dei motivi principali per cui avevo scelto questa escursione.

Invece…

Na turistata.

Si prende un battello che ti scarica sull’isola insieme a una quantità industriale di altre persone tutte lì per fare esattamente le stesse identiche foto.

L’isola in sé non è nemmeno brutta.
L’atmosfera ricorda un Gardaland degli anni Ottanta senza giostre: viali ordinati, file, musica diffusa, negozietti, coppiette che si fotografano tenendosi per mano e orde di turisti che avanzano lentamente come branchi migratori.

C’era un’alternativa infinitamente più interessante.

La zipline.

Una corda tesa da una torre alta ottanta metri che ti lancia direttamente sull’isola attraversando il fiume sospeso nel vuoto.

Un minuto e mezzo di volo sopra l’acqua.

Molto più dignitoso del battello.

Purtroppo i posti disponibili erano solo per orari troppo tardi e avevamo paura di non riuscire a rientrare in tempo con il gruppo.

Spoiler: ce l’avremmo fatta tranquillamente.

Ma queste cose si scoprono sempre cinque minuti dopo aver preso la decisione sbagliata.

Dopo questa seconda tappa abbastanza deludente torniamo sul pullman sperando almeno in un finale dignitoso per la giornata.

Ormai resta soltanto la famosa pedalata sulle rotaie.

Colpo di scena: è stata probabilmente la parte più divertente della giornata.

Si tratta di una vecchia linea ferroviaria dismessa trasformata in percorso turistico: sali su un vagoncino a pedali e percorri la valle seguendo i binari.


Detta così sembra una cosa faticosa.

In realtà era quasi tutto in discesa.

Più che pedalare, si trattava di fingere di fare sport mentre il paesaggio scorreva intorno.

Il percorso era davvero bello: montagne, fiume, alberi e soprattutto una serie di gallerie trasformate in piccoli tunnel psichedelici con musica, luci colorate ed effetti diversi ogni volta.

Una specie di rave ferroviario per famiglie.

Alla fine del percorso ci caricano addirittura su un piccolo trenino panoramico per percorrere gli ultimi due chilometri.

Lì ho tirato un sospiro di sollievo.

Perché dopo Nami Island temevo seriamente che la giornata sarebbe finita molto peggio.

sabato 20 giugno 2026

Sveglia, oggi si corre!

 











Piove.

Chissene.

Sono a Seoul e non vado a correre?

Alle sette del mattino sono praticamente l’unico essere umano che trotta sotto la pioggia nel centro della città.
Forse l’unico abbastanza stupido da considerarla una buona idea.

Parto senza una vera meta precisa, tanto nelle grandi città correre è anche un modo per orientarsi.
Attraverso la stazione passando sopra quella specie di strada sopraelevata trasformata in parco urbano, piena di piante, passerelle e gente che probabilmente a quell’ora avrebbe preferito essere a letto.

Poi punto verso il palazzo reale.

Chiuso.

Perfetto.

Allora vado all’altro palazzo reale”, penso.

Chiuso pure quello.

A quel punto decido che va bene così: i chilometri ormai li ho fatti, la dignità l’ho persa da almeno mezz’ora e posso tornare a casa.

Oggi pioverà per tutto il giorno.

Non un temporale serio, no.
Quella pioggerella sottile e insistente che a Roma chiamiamo gnagnarella: abbastanza leggera da convincerti a non aprire l’ombrello e abbastanza fastidiosa da farti pentire cinque minuti dopo di non averlo fatto.

In più fa freddo.

Prendiamo l’autobus e scendiamo davanti a un altro palazzo imperiale.
Anche questo ricostruito, decisamente più affascinante di quello visitato il giorno prima.

A metà percorso, scopriamo un’altra biglietteria.
Dietro la biglietteria… un altro palazzo ancora.

Più grande.
Più elegante.
Più tutto.

A un certo punto perdi anche il senso dell’orientamento: cortili, portali, padiglioni, tetti decorati. Ogni volta che giri un angolo, ne spunta un altro.

Ci passiamo dentro un paio d’ore abbondanti, poi decidiamo di andare verso Bukchon, il famoso villaggio hanok di Seoul, quello delle case tradizionali coreane.

È abbastanza vicino e ci arriviamo a piedi.

Le strade davvero “tradizionali” non sono poi tantissime, alcune sono carine: piccole salite, muri in pietra, tetti curvi e caffetterie infilate dentro edifici che sembrano usciti da un’altra epoca.

Per orientarsi, comunque, basta seguire i turisti.

O meglio, seguire la direzione dei selfie.

I turisti sono talmente tanti che il quartiere ha sviluppato una figura professionale tutta sua: lo sceriffo del silenzio.

Anzi, gli sceriffi.

Persone che girano per le stradine con una specie di distintivo appuntato addosso cercando di impedire ai turisti di trasformare il quartiere in un parco giochi.
Dopotutto lì la gente ci vive davvero.

Infatti dopo le cinque del pomeriggio ai non residenti non è più consentito entrare in certe zone del quartiere, proprio per restituire un minimo di pace agli abitanti.

Sinceramente li capisco.
Dopo otto ore di gente che si fotografa davanti a casa tua fingendo spontaneità, anch’io metterei le barricate.

Visto che siamo in zona, decidiamo di andare al museo di arte contemporanea.

Errore.

Caos totale.

Dopo mezz’ora di fila siamo riusciti ad avanzare più o meno quanto un download col modem del 1998.
Guardo Cassandra: non era nemmeno arrivata a metà della coda per la biglietteria.

Missione abortita.

Cambiamo obiettivo.

Torniamo verso il museo di storia della Corea, vicino al palazzo visitato il giorno precedente.

Almeno è gratuito e, soprattutto, si entra.

Il museo è molto interessante: racconta bene la trasformazione incredibile della Corea, passata in pochi decenni da paese devastato dalla guerra a potenza tecnologica mondiale.

Peccato che a metà visita il jet lag decida di presentarmi il conto.

All’improvviso mi ritrovo a fissare pannelli storici senza più capire se sto leggendo della dinastia Joseon o il menu di un ristorante.

Peccato, meritava decisamente più lucidità di quella che il mio cervello era disposto a offrire in quel momento.


Considerazione del giorno:

il regno del caffè.

Caffetterie ovunque.

Davvero ovunque.
Quantità difficile da spiegare.

Il problema è che il caffè è pure buono.
Perfino i dolci sorprendono: molti ricordano quelli europei, soprattutto francesi. Spesso sono molto meno zuccherati di quanto mi aspettassi.

Il primo giorno in Korea del sud

 


  

Iniziamo subito senza riscaldamento: visita guidata del centro di Seoul.
Tanto per partire col piede leggerissimo.

Ci troviamo a Myeongdong, sotto il “Migliore Hotel”.
Sì, si chiama davvero così. E lì iniziamo a capire che i coreani hanno un rapporto tutto loro con i nomi italiani: più avanti troveremo bar, negozi e prodotti con nomi che sembrano scelti lanciando un dizionario italiano giù dalle scale.

La guida, Sally, ci recupera con un piccolo pulmino raccattando i vari partecipanti sparsi per la città. Nel giro di pochi minuti ci ritroviamo catapultati in un piccolo tempio buddista incastrato tra i palazzi moderni.

Coloratissimo.

Il cortile è coperto interamente da un soffitto di lanterne di carta dai colori accesi, appese per celebrare il compleanno di Buddha. Una di quelle scene che dal vivo sembrano quasi finte da quanto sono perfette.

Entriamo anche nel tempio, ma niente foto: è pieno di persone raccolte in preghiera.
Il contrasto è stranissimo. Fuori il caos della città, i clacson, i palazzi, la gente che corre. Dentro silenzio, odore d’incenso e persone immobili davanti alle statue.

Salutato il piccolo Buddha, che mi è sembrato comunque molto più sereno di noi dopo dodici ore di volo, ripartiamo verso il palazzo reale, dove sta per iniziare la cerimonia del cambio della guardia.

Una muraglia umana.

Non si vede assolutamente niente, quindi ci spostiamo lateralmente, vicino all’ingresso da cui arrivano le nuove guardie.
Lì finalmente si apre lo spettacolo.

Anche loro coloratissime: armature, tuniche, bandiere.
Si nota subito la differenza con gli hanbok
(abito tradizionale coreano) affittati dai turisti. Bellissimi anche quelli, per carità, ma accanto ai costumi delle guardie sembrano lavati troppe volte.

Terminata la cerimonia entriamo nel palazzo reale e Sally inizia a raccontarci la storia del luogo.

Durante l’occupazione giapponese, durata trentacinque anni, gran parte dei palazzi venne distrutta e al loro posto costruirono un enorme edificio governativo da cui amministravano la città.

I pochi edifici sopravvissuti furono trasformati in alloggi turistici.
Un’umiliazione che i coreani evidentemente non hanno dimenticato.

Una cosa la capisci subito: il rapporto con il Giappone è ancora una ferita aperta.

I coreani parlano spesso del fatto di aver influenzato culturalmente il Giappone per secoli, scrittura, buddhismo, amministrazione e vivono l’occupazione come il tentativo di cancellare una storia lunga cinquecento anni.

Continuiamo a esplorare quello che possiamo, tra cortili enormi, tetti decorati e padiglioni che sembrano usciti da un dipinto.

Arriviamo poi al Museo del Folclore Coreano. Abbiamo appena mezz’ora per visitarlo, cioè il tempo tecnico di guardare tutto troppo velocemente e promettersi di tornarci “con calma”.
Cosa che ovviamente non succederà mai.

Poi via verso Insadong: negozi tradizionali, gallerie d’arte, souvenir e cibo. Qui Cassandra adocchia subito un negozio di cosmetica con prezzi davvero bassi. Io segno l'indirizzo per quando torneremo a Seoul a fine viaggio.

Prima della tappa successiva passiamo davanti alla Casa Blu, loro corrispettivo della Casa Bianca.

Tanto per far capire quanto siano vicini agli americani...

Tappa successiva è una fabbrica di prodotti al ginseng coreano, secondo loro il migliore al mondo.

Probabilmente vero.
Ai prezzi che ha, ci mancherebbe pure che fosse mediocre.

Dopo il giro ci accompagnano nel negozio.
Per sei barattolini di una pasta marrone dall’aspetto sospettosamente simile alla Nutella, chiedono circa duecento euro.
Le capsule invece stanno sui quattrocentotrenta euro a scatola.

Saranno pure tante capsule… ma con 430 euro sai quante cose inutili eppur bellissime riesci a comprare in vacanza?

Alla fine Cassandra mi confesserà che ha desistito dal suo acquisto per risultato dell’uso del ginseng visibile nella vita reale: se ha un ottimo potere coadiuvante per le vie respiratorie, perché i coreani a tosse e raucedine sono messi così male?

Tutto il viaggio, credetemi, è stato un lazzaretto a cielo aperto!



Nuova tappa: la Torre di Seoul.

Essendo festa, gli autobus non possono salire fin lassù per via della folla.
Tocca prendere la funivia.

Il problema non è la funivia.
È la fila.

Un’ora e mezza abbondante di attesa.
Praticamente Gardaland, con meno adrenalina e più anziani coreani perfettamente organizzati.

Arrivati in cima troviamo il famoso punto panoramico sulla città.
Peccato la foschia, probabilmente causata dalla polvere gialla che arriva dai deserti della Mongolia e della Cina.

Il tramonto?
Mai visto.

Cosa stranissima: anche qui esistono i lucchetti dell’amore.
Le ringhiere panoramiche sono completamente ricoperte di lucchetti colorati, arrugginiti, scoloriti, incastrati uno sopra l’altro come cozze attaccate agli scogli.

Alla fine del romanticismo rimane sempre la ruggine.



Namsangol Hanok Village

Concludiamo il giro turistico al Namsangol Hanok Village, una ricostruzione di un antico quartiere tradizionale di Seoul.

Qui le case in stile hanok (abitazione tradizionale coreana), erano costruite tutte una accanto all’altra, così vicine da far sembrare il quartiere più un piccolo villaggio che una parte di una grande città.

Ed era proprio questo il senso del luogo: famiglie che vivevano a stretto contatto, condividendo spazi, cortili e vita quotidiana.

Ovviamente anche questa ricostruzione esiste per un motivo preciso.

Gran parte dei quartieri storici originali vennero distrutti durante l’occupazione giapponese, lasciando alla Corea il compito di ricostruire non solo gli edifici, anche una parte della propria memoria storica e culturale.



Considerazioni e prime impressioni:

i coreani non guardano dove vanno.

Questa la prima vera lezione coreana.

Siete in mezzo alla folla, palazzi reali, supermercati, marciapiedi, stazioni della metro, dovete sviluppare una sorta di sesto senso anche per chi vi circonda, perché moltissimi semplicemente non guardano dove stanno andando.

Non per cattiveria.
Non per maleducazione.
Sono sinceramente distratti.

Camminano guardando il telefono, parlando, pensando ai fatti loro, improvvisamente ti tagliano la strada con la serenità di una particella impazzita.



Seoul, ovvero Manhattan con il kimchi.

Seoul è molto meno “tradizionale” di quanto immaginassi.

In alcune zone sembra davvero di stare a New York: grattacieli di vetro, strade enormi, schermi giganti, traffico, insegne luminose ovunque.

Times Square magari resta ancora un altro campionato… però Seoul se la gioca.

Proprio questo spiazza: non è l’Asia che uno si immagina prima di partire.

Benvenuti al South (Korea)

  

Dovevamo andare in Dancalia.
Poi il destino, che evidentemente si diverte a pescare mete a caso dal mappamondo, ci ha spediti in Corea del Sud.

“Ma cosa ci andate a fare in Corea del Sud?”

Cassandra.

La risposta è semplicemente Cassandra.

La Corea del Sud, infatti, è il paradiso mondiale della cosmetica coreana, e Cassandra non è una cliente: è una forma evoluta di consumo industriale.
Non che ne abbia bisogno a mio modestissimo parere, ma non sono un uomo abbastanza coraggioso da aprire un dibattito del genere.


Il suo piano era chiarissimo fin dall’inizio: partire con una valigia da 23 chili riempita di vestiti scelti appositamente per vivere il loro ultimo viaggio terreno, abbandonarli progressivamente lungo il percorso e tornare con 23 chili netti di creme, sieri, maschere e intrugli capaci probabilmente di ringiovanire anche un parabrezza.

Un genio del male.

Io invece?
Che cosa ci andavo a fare?

Eh, questo lo capirete andando avanti. O meglio: leggendolo.

Quando abbiamo deciso di partire, ho iniziato a documentarmi e mi si è aperto un mondo.
Prima della Corea del Sud sapevo pochissimo: qualche film, serie K-drama, due o tre stereotipi e quella fastidiosa etichetta di “brutta copia del Giappone” che ogni tanto le viene appiccicata addosso.

Poi inizi a leggere, a guardare video, a scavare un po’, e ti rendi conto che la Corea non vuole essere il Giappone.
Ha un’identità tutta sua: più frenetica, più contraddittoria, più estrema sotto certi aspetti.
Ed è proprio questo che la rende interessante.

domenica 26 aprile 2026

Monaco – ultima corsa all’arte

 

Ultima occasione, oggi o mai più. Chiudiamo le valigie (sperando che non pesino come mattoni) e le lasciamo in reception. Abbiamo un orario da rispettare: alle 16 dobbiamo essere pronti per prendere il treno per l’aeroporto.

Obiettivo della giornata: finire l’Alte Pinakothek. Sembra facile, vero? Invece ci attendono decine di maestri: Van Dyck, Van Gogh, Monet, Manet, Gauguin, tutti i Brueghel (sì, anche quelli di cui non ricordavo il nome), Lucas Cranach giovane e vecchio, Rembrandt… e ho sicuramente dimenticato qualcuno. Senza contare una mostra temporanea che pare essersi piazzata lì apposta per metterci alla prova.

Cerco di sopravvivere concentrandomi solo sui miei gusti personali, mentre Cassandra emerge ogni tanto da qualche sala con opere lasciate per strada. La sua strategia: assaggiare tutto, un po’ come i bambini al buffet dei compleanni. La mia: “solo quello che mi colpisce, grazie”.

Così si conclude questo viaggio. Con la sensazione – piacevole e frustrante al tempo stesso – che ci sarebbe ancora moltissimo da vedere. Va bene così. Del resto, meglio smettere di mangiare prima di essere sazi, che lasciare spazio per un dessert… o per un’altra città da esplorare.

Alte Pinakothek – parte 1

 

Se ieri abbiamo dato il meglio, oggi siamo pronti a fare il botto: la pinacoteca più importante del mondo ci aspetta. Piccolo intoppo col tram, alla fine arriviamo e… BOOM! Ci prende un colpo: dentro è una lista della spesa dei maestri assoluti. Durer, Leonardo, Raffaello, Beato Angelico, Botticelli, Giotto, Guido Reni, Filippo e Filippino Lippi, Lorenzo Lotto, Masolino da Panicale, Perugino, Ghirlandaio, Tintoretto, Tiziano, Canaletto, Bosch, Rubens... Cerco di memorizzare tutto mentre mi domando: “Ma come si fa? Nun se po’ ffà!”

Tocca tornare domani. Speriamo solo di non perdere l’aereo al ritorno.

Prima di chiudere, un salto veloce in centro. Delusione: la piazza principale è minuscola e affollata di turisti, sembra Trastevere nei giorni peggiori. Insomma, un assaggio rapido della folla urbana, giusto per ricordarci perché la mattina siamo scappati nei musei.

Monaco – corsa, musei e caos turistico

 

Questa mattina tocca a me: corsa in città. Lo so, sembra un controsenso, una metropoli tedesca e io a cercare il verde come un eremita. Ho una certezza: se pedalo un po’, qualche parco lo trovo.

Dopo tre chilometri un po’ ostici, finalmente il parco di Nymphenburg. Qui il colpo d’occhio è già premio: la villa museo in lontananza, l’alba tinge tutto di rosa… momento da cartolina. Entro nel parco, faccio solo un giro ridotto. Correre tra laghetti, cervi e scoiattoli è una goduria. Silenzio totale, quasi freddino. Perfetto.

Peccato dover tornare: Cassandra mi aspetta, pronta per la Gliptoteca. Doccia lampo e via. Che museo! Arte greca e romana, statue incredibili, tutto raccolto dal padre del povero Ludwig. Immagino solo quanti soldi abbia speso: ora capisco perché Ludwig II si sentiva autorizzato a fare quel che voleva con il denaro. Quando il cattivo esempio ce l’hai in famiglia…


Usciti solo a pomeriggio inoltrato, ci dirigiamo al museo archeologico di Collezioni di Antichità di fronte. Vasi greci in quantità industriale: dopo le prime tre vetrine mi sembrano tutti uguali, ogni tanto spunta un pezzo da collezione. Il piano superiore? Gli etruschi. Poca roba, per fortuna: con qualche reperto in più avrebbero dovuto chiamare le guardie per farmi uscire prima di aver visto tutto…

Non male come giornata, la full immersion è stata tale che sul tram per tornare a casa io e Cassandra ci raccontiamo barzellette in greco. Solo qualche freddura sugli etruschi e gli antichi romani.

Monaco

 

Oggi tappa lunga: destinazione Monaco di Baviera. Due ore di viaggio in campagna bavarese, tra mucche uscite da una pubblicità del latte e casette così ordinate che ti senti in colpa solo a guardarle dal finestrino. Autostrada, e puff: Monaco.

Arriviamo in perfetto orario, manco fossimo tedeschi veri. Con i trolley al seguito ci infiliamo in metropolitana. In pochi minuti siamo in hotel. Depositiamo le valigie e via: non possiamo mica sprecare il pomeriggio. Serve un museo di “riscaldamento”, prima di qualcosa di più grande domani.

Zona musei: paradiso per chi ama l’arte, incubo per chi non sa scegliere. Alla fine optiamo per il museo Egizio. Da fuori sembra minuscolo, tipo cantina condominiale. L’ingresso è sotterraneo, già pregusto una roba in stile escape room: torcia alla mano, mummia in agguato, fine del viaggio.

Invece... Il museo è tutt’altro che piccolo, è fatto da Dio. Teche luminose, reperti incredibili, guida interattiva su tablet, folle rumorose assenti.

Pezzo forte? Dei rilievi assiri pazzeschi, roba che da sola basterebbe per una mostra blockbuster. Qui li tengono quasi in un angolo, come dire: “Ah sì, abbiamo pure questa cosetta, scusate se non vi avevamo avvisato.”

Pomeriggio salvato alla grande. Monaco 1 – mie aspettative 0. Domani iniziamo con i “piatti forti”.

I castelli di Ludwig II

 

Oggi finalmente il grande giorno: il famoso castello di Ludwig II. Facciamo chiarezza: i castelli sono due, quando ha iniziato la costruzione del suo sogno, uno già lo l’aveva. Hohenschwangau, nome impronunciabile (sembra la password del Wi-Fi di un hacker), tutto sommato carino. Restaurato, pittoresco, nulla da dire. Ovviamente a Ludwig non bastava, serviva il capolavoro.

Biglietti prenotati online dall’Italia, orari rigidissimi, nomi praticamente impronunciabili. Insomma: la ricetta perfetta per fare casino. Io con la vista che va e viene, Cassandra con la pazienza già esaurita in partenza… il dramma era annunciato.

I due castelli sono su due colline separate da 40 minuti di camminata tra loro.

Mentre saliamo al cucuzzolo numero uno, dopo venti minuti di marcia forzata sotto la pioggia, Cassandra mugugna: “Ma non c’era l’autobus?”
Quale autobus? Qui passano solo lumache e ciclisti tedeschi in Lycra.
“Tranquilla, tra cinque minuti spiana.”

Spoiler: non ha spianato manco per sogno.


Finalmente al cancello, biglietti pronti… e tac: orario corretto, anzi siamo persino venti minuti in anticipo, ma… è il castello sbagliato!

Brividi.

Corro a chiamare Cassandra, che esce dal bagno convinta che abbia trovato l’ingresso segreto. Quando capisce che bisogna rifarsi tutta la salita al contrario… boom! Sfoggia un vocabolario di parolacce in tedesco che manco i Rammstein.

Arriviamo stremati al castello giusto. Il bigliettaio, sereno con la colazione davanti, ci fa entrare al turno dopo: “Ma sì, succede sempre, vi sbagliate tutti”, sentenzia lapidario.

Beh, magari perché scrivete tutto in gotico tedesco? Un’idea, eh.

Dentro un trionfo di ricchezze e gadget da nerd dell’Ottocento: ascensore elettrico, bagno con sciacquone, insomma, mancava solo Alexa. Ludwig non badava a spese, peccato sia finito annegato a 41 anni. Ufficialmente un incidente, ufficiosamente… Diciamo che non aveva fatto amicizia col Ministero delle Finanze.

Dopo la visita abbiamo un paio d’ore di tempo per mangiare un panino e vedere il museo reale bavarese. Mi è piaciuto.

Dovremmo risalire, non voglio sentir recitare il Faust da Cassandra, scopro dove sta l’autobus e mi metto in fila per aspettare il nostro turno.

Altro colpo di scena: il bus ci scarica a un chilometro dal castello! Altro giro, altra corsa, altre imprecazioni teutoniche.

Scatto in avanti, non per schivare le parolacce, piuttosto per bloccare i tornelli col mio corpo in caso scattasse l'orario. Siamo veramente al limite, sul filo dei minuti.


Arriviamo giusto giusto in tempo.

Sarà che eravamo di corsa, la pioggia, le nuvole basse, la folla di gente, non avevo notato che stavamo per infilarci in un chtrappola.

Il Neuschwanstein, quello delle cartoline, quello che la Disney ha praticamente copiato. Da fuori è poesia. Da dentro è un “Gardaland in stile bavarese”: affreschi, mosaici, dorature. Bello sì, ma con quella patina di finto che ti aspetti da un’attrazione turistica pacchiana da Las Vegas, non da una reggia reale durante il periodo romantico! Ludwig non voleva che lo vedesse nessuno dopo la sua morte. Oggi lo visitano milioni di turisti l’anno: la sua maledizione funziona bene come il meteo in Baviera.


Chiudiamo? Macché. Un salto a Füssen, musei chiusi ma città carina. Non resisto: scarpe da corsa, via verso l’Austria e ritorno, con deviazione fino ai laghi sotto Hohenschwangau. Ho avuto perfino l’idea malsana di salire fino a Neuschwanstein di corsa, sarebbe stata la terza volta in un giorno.

Anche Nein.

Conclusione: giornata da manuale del turista imbecille, quantunque memorabile.

Füssen – tra Gardaland e cartoline alpine

 

Questa mattina non ci pensiamo due volte: da Augsburg scappiamo a gambe levate.

Prima sosta veloce a Landsberg am Lech: non scendo nemmeno dall’auto, già così sembra cento volte meglio di Augsburg. Non ci vuole molto, eh, il confronto è impietoso.

La giornata inizia sul serio con la Wieskirche, una chiesa di pellegrinaggio piazzata nel bel mezzo della campagna bavarese. Rococò bavarese, patrimonio UNESCO, roba seria. Bella, certo… ma diciamoci la verità: un po’ troppo barocco in overdose. In Italia di chiese ne abbiamo a pacchi e sono molte a mio parere quelle di ben altro livello. Come si direbbe a Roma, “je spiccerebbero casa”.

Non importa, il programma prosegue con un altro colpo di scena: il castello di Linderhof. Definito da molti una “bomboniera”. Direi più una bomboniera kitsch, vabbè. Re Ludwig II ci ha speso un patrimonio per farne la sua villa personale: parco, fontane, statue dorate… Tutto un tripudio. Dentro è un’esplosione di ori, stucchi e specchi, roba che ti chiedi se non abbia chiamato un’archistar sotto acido.

A guidarci una strana guida che recita come Gassman a teatro, con pause enfatiche e sguardo rapito. Racconta che Ludwig era un fan del Re Sole e voleva ricreare Versailles in formato bonsai. Ambizioso, il ragazzo. Il meglio però deve ancora venire: il Grotto.

Sì, avete capito bene: il Grotto. Una grotta artificiale, la più grande di quel momento storico, illuminata con la nuova (per l’epoca) energia elettrica. Dentro sembra una Gardaland ottocentesca: luci colorate, musica drammatica, cascate artificiali, un lago navigabile con un’improbabile barchetta e persino una finta Grotta Azzurra, ispirata proprio a quella di Capri.

Mi aspetto quasi di veder spuntare Capitan Uncino da un momento all’altro. Oggi fa sorridere, allora dev’essere stata roba da “wow cosmico”.

Dopo questo salto tra rococò, Versailles in miniatura e Gardaland ante litteram, riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso la meta della giornata: Füssen.

Prima, colpo di testa: passiamo il confine e facciamo un salto in Tirolo, in Austria. Giusto per dare un’occhiata al futuro: lì ci aspetterà un’altra avventura, non so quando, prima o poi...

Rientriamo in Germania da sud, finalmente arriviamo a Füssen.

Qui sì che si respira aria diversa: fresca, pulita, alpina. Subito mi ricorda la Val Gardena… piatta, quindi più gentile con le ginocchia. Prima di cena mi sparo una corsetta esplorativa e scopro un paesaggio da cartolina: laghi ovunque, colline verdi, ciclabili infinite. Seguo il fiume fino a una zona piena di laghetti nascosti nel bosco al tramonto.


Uno spettacolo da cartolina, di quelli che ti fanno dimenticare la fatica e ti fanno dire: “ok, torno anche domani, promesso”.

Augsburg (Augusta) – Fuggerei o fuggirei?

 

Lo ammetto: su Augsburg ero scettico fin dall’inizio. E, spoiler, avevo ragione.
Prima di arrivarci ci consoliamo con una deviazione al castello di Harburg: un maniero medievale che sembra uscito da un libro illustrato. C’è pure la visita guidata (in inglese) e l’inevitabile giro sulla cinta muraria. Ormai ho capito che qui in Germania hanno una specie di ossessione per le mura: ogni città le restaura, le mostra, ci fa passare sopra turisti e pellegrini. Non mi lamento eh, ma a un certo punto ho scoperto che non era solo mania locale: fu addirittura un imperatore a ordinare che le mura medievali andassero preservate. Ecco spiegato il perché di tanta costanza: non era passione, era decreto imperiale!

Arrivati finalmente ad Augsburg, lasciamo la macchina e andiamo a esplorare questa bel… questa città.

Diciamo che non mi ha proprio conquistato.

L’unica cosa davvero interessante è la Fuggerei, una specie di “quartiere popolare deluxe” fondato dal banchiere Jakob Fugger nel 1521. L’idea era semplice: dare un tetto ai bisognosi. L’affitto? Ridicolo: 88 centesimi all’anno, più tre preghiere quotidiane da recitare in favore di Fugger (non proprio il classico bonifico, ma funziona).

Sono casette di due piani, un appartamento per piano, con tanto di mura intorno e portoni che venivano chiusi la sera. In pratica: edilizia popolare con servizio di sicurezza incluso. Ogni famiglia aveva il suo appartamento, niente coinquilini molesti o turni di bagno.

Il quartiere ha resistito fino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ricostruito, continua tuttora a essere finanziato dalle fondazioni dei Fugger. Un pezzo di storia che merita, dà ad Augsburg una sua particolarità.

Per il resto? Beh, la città ci è sembrata trafficata, disordinata e, mi dispiace dirlo, la più sporca incontrata finora.

Insomma: della Fuggerei ho apprezzato il genio, ma da Augsburg in generale direi che… fuggirei.

Nördlingen – la città dentro al cratere (e dentro un manga)

 

È domenica, già sappiamo che domani sarà tutto chiuso. Tradotto: oggi tocca correre per non rischiare la sindrome da “città-fantasma del lunedì”. Fortuna vuole che arriviamo a Nördlingen in un attimo: un altro borgo medievale con le solite case a graticcio… La maggior parte qui sembrano ritoccate da un interior designer. Meno fiabesche, più “da catalogo Ikea”.

Il cuore del borgo è la chiesa di San Giorgio con la sua enorme torre campanaria. La si vede da ogni angolo, tipo faro medievale: sali e controlli se arrivano gli amici… o i nemici.

Infatti noi saliamo.

Mentre arrampichiamo i mille scalini (almeno così sembrano), noto che qualcuno ha scarabocchiato sulle assi di legno i personaggi di un fumetto giapponese, e non a caso. Si chiama l’“Attacco dei Giganti”. Mi viene da ridere… Almeno finché non metto il naso fuori all’ultimo piano. Dall’alto appare una città medievale proprio come nel fumetto: mura ellittiche perfette, che chiudono dentro tutto l’abitato. Ci manca solo di vedere un gigante affacciarsi da dietro la collina e sei dentro il cartone animato.

Per sicurezza giriamo due volte la torre, tanto per “completare il turno di guardia”. Nessun gigante in vista: missione compiuta, si può scendere.

Poi via ai musei: ce ne sono due, geologico e cittadino. Ovviamente iniziamo da quello geologico, che sembra assurdo in mezzo a questa zona della Baviera piatta come un tavolo. E invece no: questa non è una pianura, è un cratere. A crearlo fu un colpo di asteroide da un chilometro di diametro, 15 milioni di anni fa. Boom, tutto vaporizzato. Che ci fossero dinosauri superstiti, alieni in sosta tecnica o qualche povero proto-mammifero che stava dando inizio ad una civiltà… di loro non rimase nulla.

L’impatto creò una roccia speciale, la suevite, così interessante che perfino gli astronauti dell’Apollo vennero qui ad allenarsi prima di mettere piede sulla Luna. Insomma, Nördlingen è un po’ la Houston medievale.

Non basta: l’asteroide trasformò anche i giacimenti di grafite in miliardi di minuscoli diamanti, inglobati nelle pietre usate per costruire la città. In pratica: le case di Nördlingen brillano sul serio.

Se Cassandra lo scoprisse… credo che per comprare una casa con diamanti inclusi dovrei vendere fegato, pancreas e probabilmente anche un rene.


Dopo la lezione di geologia, il museo cittadino ci sembra più modesto. Carino, ma dopo un asteroide esploso da un miliardo di tonnellate, difficile reggere il confronto.

Per chiudere la giornata, ovviamente, si sale sulle mura. L’ellisse è intatta, con le sue torri e le sue 15 porte: cammini e ti sembra di fare un giro in giostra medievale. La parte più buffa è che la torre campanaria ti fissa sempre: ovunque tu sia, sbuca lì a sinistra, come l’occhio di Sauron.
“Io ti vedo…”

Sì sì, anch’io ti vedo. Tu piuttosto controlla se arrivano i giganti.”