lunedì 5 ottobre 2026

Un euro al minuto


 

Si va a Bratislava!

Rabbrividiamo!

Seeee, magara.

Ci sono quasi trenta gradi. Per noi arrivati da Roma, dove la seconda ondata di caldo non è ancora finita, significa praticamente autunno.

Per gli slovacchi, invece, è il massimo storico mai registrato.

Piccola premessa: io a Bratislava ci volevo andare con il catamarano, navigando sul Danubio Blu.

Purtroppo i posti erano finiti e non c'era altra soluzione: pullman e guida locale.

Nel gruppo siamo io, Cassandra e una coppia di indiani del Rajasthan che, quando dicono di sì, invece di fare su e giù con la testa come facciamo noi, la scuotono lateralmente e sembra che stiano dicendo di no.

Disorientante e divertente allo stesso tempo.

Bratislava è la capitale della Slovacchia, piccolina e carina.

Il centro storico è decisamente più minuto rispetto a Vienna. Sembra più a misura d'uomo, di regno più che di impero.

Con la guida ci muoviamo tra i principali luoghi da vedere: la Porta di San Michele, solo da fuori, la Cattedrale gotica di San Martino, dove venivano incoronati i re d'Ungheria, e poi alcune delle statue che rendono la città particolarmente curiosa.

C'è Čumil, un operaio delle fogne che sbuca da un tombino e osserva i passanti.

Poi c'è Schöne Náci, un uomo povero conosciuto per i suoi modi gentili e cortesi e per la sua eleganza.

Vediamo, solo da fuori perché oggi è chiuso, anche il Palazzo Primaziale.

Poi un piccolo museo del commercio, dove fanno alcuni dolci tipici che attirano immediatamente la mia attenzione.

La chiesa dell'Annunciazione francescana con il suo chiostro, altri edifici...

La brevissima visita guidata termina e la guida ci indica la strada più veloce per raggiungere il Castello di Bratislava.

Un po' di salita. Si può fare.

La struttura domina la città e il Danubio, è stata completamente ricostruita dopo un incendio che l'ha praticamente rasa al suolo all'inizio dell'Ottocento.

All'interno c'è un museo distribuito sui diversi piani del castello.

Di tutto quello che vediamo, però, le uniche parti che destano davvero il nostro interesse sono i sotterranei e l'ultimo piano, dove si trova il museo nazionale di archeologia.

Carino sebbene troppo piccolo.

Il tempo a nostra disposizione non è molto, corriamo giù dalla collina per attraversare il centro storico e cercare la chiesa di Sant'Elisabetta d'Ungheria, detta anche la Chiesa Blu.

Con un pochino di difficoltà riusciamo a trovarla proprio cinque minuti prima della chiusura. Ovviamente paghiamo il biglietto intero.



Cinque euro. Non sembra tanto.

La chiesa è veramente piccola e noi possiamo starci cinque minuti.

Cinque.

Euro.

Cinque.

Minuti.

Un euro al minuto.

Un tassametro.

In ogni caso è molto pittoresca e insolita, forse un po' troppo instagrammabile per i nostri gusti, ma piace abbastanza.

Riattraversiamo quindi la città per completare la visita alla Cattedrale di San Martino.

Una cosa che abbiamo notato durante la giornata sono i tram, ancora in vecchio stile, a differenza di Vienna. Caratteristici, retrò, carini.

San Martino, per vederla tutta con l'audio guida il tempo non sarebbe sufficiente.

Ci accontentiamo quindi di una visita veloce per conto nostro.

Per fortuna, mentre torniamo a prendere il pullman, riesco ad acquistare uno dei dolcetti che avevo visto in mattinata.

Ottimo. Almeno non torniamo a mani vuote.

domenica 4 ottobre 2026

Tesori e trappole

 


Tanto per rimanere in famiglia con la prima trappola di ieri, oggi andiamo a vedere il Museo di Sisi. Non mi è piaciuto.

Il problema non è tanto Sisi in sé, quanto la divinizzazione del personaggio storico.

Come già raccontato ieri, chiunque sia convinto che la povera ragazza abbia vissuto una favolosa storia d'amore in stile fiaba romantica resterà probabilmente deluso quando scoprirà la realtà.

La sua fu una storia triste, finita anche peggio: venne assassinata da un anarchico italiano.

La montatura romantica nacque dopo la sua morte e prese ulteriore forza con i tre film interpretati da Romy Schneider, che, tra l'altro, nemmeno le somigliava.

Tra la storia vera e quella raccontata al grande pubblico c'è una certa differenza.

Anche qui, venti euro a testa per il museo mi sembrano decisamente troppi.

Per rifarci, andiamo al vicino Museo del Tesoro Imperiale di Vienna.

A prima vista sembra piccolo, ma è ricco e ben fatto.

Finalmente abbiamo trovato un tesoro nascosto.

A guardarlo meglio, non è nemmeno così piccolo come sembrava. Anzi.

È piuttosto grande e ancora più ricco.

Ho visto cose che voi non imperiali neanche immaginate...

Ci perdiamo tra corone, reliquie e tesori vari e quasi ci dimentichiamo del bonus, per cui dobbiamo velocizzare la visita al Tesoro Imperiale.

Sì, perché ieri, insieme al biglietto della cattedrale, ci è stato dato anche un biglietto omaggio per la Camera del Tesoro dell'Ordine Teutonico, aperta solo oggi.

Un tesoro in più. E gratis.

Corriamo quindi a vedere anche quest'altro.

Arriva la “sorpresa”. Decisamente più deludente.

Per fortuna avevamo il biglietto omaggio, altrimenti sarebbe stata la terza trappola in due giorni.

A questo punto il bilancio comincia a farsi interessante: una trappola, un tesoro e un bonus che forse era meglio lasciare dov'era.

Per completare l'opera, dato che questa mattina avevo il giorno di riposo dall'allenamento, vado comunque al Prater a correre.

E, giusto perché non dovevo farlo...

Mi faccio male. Domani riposo. E anche dopodomani.

sabato 3 ottobre 2026

La prima trappola

 


L'inizio è incoraggiante: una mattinata fresca al Prater per un'ora di corsa a velocità media.

Sempre in compagnia dei miei nuovi amici runner austriaci.

Qualcuno comincia anche a salutarmi, come se alla terza presenza facessi già parte della famiglia. Ormai sono quasi uno di loro.

Incrocio anche un cervo che si era perso e moltissimi scoiattoli.

Mi piace Vienna.

Mi piace il modo di viverci della gente: in bicicletta, a piedi, di corsa, sempre con molta tranquillità e pulizia.

Lungo il canale, proprio sotto casa nostra, è pieno di locali dove rilassarsi, non necessariamente per ubriacarsi.

Passandoci una sera, infatti, ho notato diverse persone con una bottiglia di birra analcolica in mano.

Una cosa che a Roma sarebbe probabilmente classificata come comportamento sospetto.

Finora i musei sono stati piacevolissimi. Alcuni intensi, altri sorprendentemente belli.

È un po' come quando si gioca a Dungeons & Dragons: si entra in un dungeon sperando di vivere una bella avventura e di trovare qualche tesoro.

Purtroppo, quando si gioca, è quasi inevitabile imbattersi anche in qualche mostro errante, una trappola o due e chissà cos'altro.

In questa vacanza avevamo più tempo del solito per vedere la città con calma.

Va da sé che anche le trappole e i mostri potevano essere più numerosi.

La prima trappola in cui ci siamo imbattuti è stata Schönbrunn.

Avere l'occasione di visitare la residenza estiva della dinastia imperiale degli Asburgo non sembrava affatto male.

Alla fine, si è rivelata piuttosto deludente. Una trappola per turisti.

Soprattutto per quanto è costata: 49 euro a persona!!! Un furto.

Sia chiaro: la residenza in sé non era deludente.

Lo era il rapporto tra quello che abbiamo pagato e quello che abbiamo trovato, soprattutto se confrontato con altri musei, anche più piccoli.

Per arrivarci prendiamo la metropolitana, visto che è un pochino fuori dal centro.

All'ingresso sembra tutto molto grande e curato.

Il palazzo, però, è visitabile con un'audio guida automatica, in italiano, che si attiva ogni volta che si passa da una stanza all'altra. Sembra fatta bene.

Il contenuto, però, non è il massimo.

In pratica si concentra soprattutto sulla storia d'amore, che non c'è stata, tra Sisi (questo il vero soprannome corretto, in Italia la conosciamo come Sissi, lì è categoricamente Sisi!) e Francesco Giuseppe. Per gli amici italiani, Cecco Peppe.

Tutta la storia romantica della famosa coppia, seconda forse solo a Romeo e Giulietta, è stata costruita dopo la morte dell'imperatrice.

Di Sisi parlerò più avanti, ci sarà occasione.

Concluso il giro nel castello, usciamo per vedere i giardini e salire fino alla Gloriette, la struttura che domina la collina di fronte al castello e dalla cui sommità si gode di una bella vista.

Insomma, poco dopo pranzo abbiamo già concluso il nostro giro a Schönbrunn.



Un po' delusi, non ci resta che riprendere la metropolitana, scendere in centro, prendere un ottimo Kaiserschmarren d'asporto e andare a vedere la Cattedrale di Santo Stefano.

Prendiamo il biglietto per il giro completo: catacombe, cattedrale e le due torri, nord e sud.

Dico subito che le catacombe non sono catacombe come quelle che conosciamo noi, soprattutto dopo averne viste parecchie a Roma.

Si tratta semplicemente di una scala che scende di un piano e di un corridoio dove sono sepolte alcune personalità legate alla cattedrale.

Tutto abbastanza recente.

Altro che ad catacumbas...Qui siamo a livello ad cantinas.

In compenso la cattedrale merita, per alcune sue parti molto interessanti.

Le torri, una più bassa perché non terminata e l'altra più alta, permettono di godere di un'ottima vista.

E questo ci riappacifica un pochino con il gusto amaro della trappola.

Dopotutto, in un buon dungeon non si può mica trovare il tesoro a ogni stanza.


venerdì 2 ottobre 2026

La maratona del Kunsthistorisches Museum


 

Oggi si comincia con un allenamento di qualità: otto volte i 1000 metri ad alta velocità.

Per fortuna c'è il grande rettilineo del Prater e la temperatura è quasi autunnale.

Ci sono decine e decine di runner che si allenano, quindi, anche se non parlo con nessuno, non mi sento completamente solo.

L'allenamento, però, è solo l'antipasto della maratona che ci aspetta durante il giorno.

Destinazione: Kunsthistorisches Museum, il Museo di Storia dell'Arte.

Diciamo che, dal nostro punto di vista, è il piatto forte della scorpacciata viennese.

Grandissimo, ricchissimo e molto bello.

A mio gusto personale è appena sotto del livello dei più grandi e famosi musei che abbiamo visto (gli Uffizi, i Vaticani, il Metropolitan, l'Alte Pinakothek, il Mann, anche se quest'utimo è solo archeologico).

Per visitarlo tutto ci vuole praticamente l'intera giornata, a meno di non decidere di saltare qualcosa. Dipende dai propri interessi.

Se poi siete voraci e intransigenti come Cassandra…Problemi vostri!

Cassandra, infatti, non è riuscita a finire di vedere tutto.

Le mancavano ancora parecchie sale e non ha nemmeno visto Caravaggio e Rubens.

C'era poi anche una mostra temporanea su Canaletto che non ho visto nemmeno io: ho preferito dare la precedenza alla collezione permanente.

Anche qui, Cassandra non pervenuta.

Un museo veramente bello e ricco, perfino intenso e impegnativo.

Quelli per cui Cassandra nutre amore e odio.

Temo che questo mi costerà un altro viaggio a Vienna, se non addirittura una maratona.

Giusto per permettere a Cassandra di completare con calma il giro che oggi è rimasto incompiuto.

Nel frattempo, correrò in ogni caso. Maratona o non maratona.

giovedì 1 ottobre 2026

Terzo giorno - Belvedere

 


Lunedì mattina.

Invece di rientrare in ufficio, noi rientriamo in un altro grande museo.

Il Castello di Belvedere. Il nome non è la traduzione, si chiama proprio così.

Altro spunto di riflessione su quanto l'Austria sia vicina all'Italia, non solo geograficamente.

Per molto tempo diversi territori della nostra attuale nazione hanno fatto parte dell'Impero austro-ungarico: il Trentino, l'Alto Adige, la Venezia Giulia, Gorizia e, prima ancora, Lombardia e il Veneto.

Insomma, anche se parlano tedesco, una connessione con l'Italia c'è sempre stata e, mi sembra di sentirla e vederla ancora oggi.

Forse più che con altre nazioni confinanti. La Francia, per dirne una.

Il Castello di Belvedere era, tanto per tornare all'Italia, la residenza del generale e principe Eugenio di Savoia.

Oggi è suddiviso in tre poli museali: il Belvedere Superiore, quello Inferiore e il Belvedere 21, dedicato all'arte contemporanea.

Quest'ultimo lo abbiamo volutamente evitato. Magari sbagliando, magari no.

Il pezzo forte è il Belvedere Superiore, con opere dell'arte austriaca dal Medioevo all'età contemporanea, tra cui Gustav Klimt ed Egon Schiele.

Soldi ben spesi.

Una conferma, comunque, sui musei di Vienna: non sono proprio economici. La media è piuttosto alta.

Può andare bene per musei come questo, dove la qualità e la quantità delle opere sono considerevoli.

Per altri musei, come vedremo, la questione sarà un po' diversa.

Dopo il Superiore ci spostiamo all'Inferiore, con una veloce visita alle stanze del castello, ben arredate e ancora integre, e alla galleria di arte medievale ospitata nelle ex scuderie.

Ok. Sono le scuderie.

Però sembra quasi che abbiano preso i quadri che avevano a disposizione e li abbiano messi lì per riempire le sale.

Cartelli e spiegazioni, pochi.

Eppure la qualità delle opere non è affatto bassa, per cui continuo a non capire il ragionamento fatto per queste sale. Peccato.

Quando usciamo è ormai pomeriggio inoltrato.


Giusto il tempo per vedere qualcosa di più contenuto, ci dirigiamo verso la Karlskirche, la chiesa di San Carlo Borromeo.

Qui i pensieri e le emozioni sono contrastanti.

È una grande chiesa neoclassica, internamente decorata e più piccola di quanto sembri dall'esterno.

Molto bella, niente da dire. Quello che colpisce, sono le due colonne bianche sulla facciata, che ricordano molto la Colonna Traiana e la Colonna di Marco Aurelio a Roma.

Ovviamente non sono così antiche e sono più basse. Da lontano, però, fanno un certo effetto.


Soprattutto se osservate dal laghetto davanti alla chiesa con una pinta di birra in mano.

A quel punto, anche l'architettura neoclassica sembra ancora più bella.

mercoledì 30 settembre 2026

Secondo giorno - Prater, musei e Sacher

 


Prima di partire verso un altro museo, vado in esplorazione al Prater.

Si tratta di un gigantesco parco cittadino che un tempo era la riserva di caccia imperiale.

Attualmente è un posto magnifico dove si può correre, fare praticamente qualunque tipo di sport, passeggiare, andare sulle giostre del parco divertimenti, andare allo stadio oppure pedalare per chilometri e chilometri.

Insomma, il posto giusto per me.

Oggi devo fare almeno 23-24 chilometri in due ore e, visto che sono a Vienna, tanto vale approfittarne.

Giusto per non scoprire subito tutto, arrivo fino a un certo punto e poi prendo la strada che mi porta verso il Danubio.

La musica mi accompagna, non succede però il miracolo.

Dalle cuffie non parte il Danubio Blu di Strauss.

Purtroppo non l'avevo caricato sul telefono. Ero convinto di averlo fatto.

Poco male.

La corsa è comunque bellissima, arrivo a casa un po' provato, dopo una doccia sono pronto per affrontare un'altra giornata di cultura.

Da programma avremmo il Leopold Museum al mattino e il Welt Museum al pomeriggio, non ho preso i biglietti in anticipo.

Conoscendoci, qualunque sia il museo da cui iniziamo, c'è una possibilità concreta che non riusciremo ad arrivare al secondo.

Diciamo che non siamo esattamente specialisti delle visite rapide.

La scelta ricade quindi sul Leopold, al MuseumQuartier.

È un grande museo distribuito su più piani.

Cinque, per la precisione.

Tanto per citare due degli artisti esposti, vi butto lì Klimt e Schiele.

Il museo è dedicato all'arte austriaca, oltre ai dipinti ci sono ceramiche, vetri, tessuti e mobili.

La scelta di non prenotare nulla si rivela azzeccata.

Usciamo infatti da lì nel pomeriggio inoltrato.

Del secondo museo, ovviamente, non se ne parla.

Direi che, conoscendoci, era quasi scontato.

Chiudiamo la giornata con una passeggiata in centro, naturalmente con una buona Sacher da asporto. Torniamo a casa a piedi passando sotto la cattedrale di Santo Stefano.

Un'altra giornata di riposo. Più o meno.


Le tre capitali


Questa vacanza sarà diversa dalle altre.

Sarà più culturale, più vicina a casa e, soprattutto, più rilassante.

Sì, come no.

L'idea, almeno sulla carta, era quella di riposarci concentrandoci sulla cultura di tre capitali imperiali. O meglio, due delle tre città che vengono solitamente associate al centro Europa imperiale. La terza, per questa volta, la lasciamo da parte.

Quindi: musei su musei su musei. A valanga.

Certo, non siamo ai livelli delle grandi città d'arte italiane, ma per vedere tutto quello che offrono non sarebbe bastato un weekend. Anzi, probabilmente non sarebbe bastato neppure un weekend lungo.

Per cui cogliamo la palla al balzo e approfittiamo di questo particolare momento che non ci ha lasciato molto tempo per organizzare il viaggio.

Anzi, non ho proprio avuto la testa per farlo.

Per fortuna siamo persone semplici, che si accontentano di tre capitali imperiali.

E poi ci sono i dolci. E il caffè. Carissimi, ma buoni.

Da asporto si possono trovare sia la Sacher sia il Kaiser Schmarren, che già da soli sarebbero sufficienti a giustificare un viaggio.

Vienna, almeno a prima vista, con la sua architettura sembra quasi un Alto Adige a cui qualcuno abbia sostituito le montagne con una quantità spropositata di palazzi ottocenteschi.

Solo che è tutto in piano.

Come base per la nostra esplorazione scegliamo un appartamento sulla riva del Donaukanal, a due passi dal centro e a circa un chilometro dal Prater.

Perfetto per me: la mattina potrò andare a correre e continuare così la preparazione per la maratona di Venezia, cosa che a Roma era diventata piuttosto complicata a causa del caldo estremo.

Siamo proprio sulla linea del tram che porta in centro e compie un giro ad anello.

Ne approfittiamo. Scendiamo nei pressi del Burggarten, anche perché, continuando a bordo, il tram avrebbe cambiato strada e, per completare l'anello, sarebbe stato necessario prenderne un altro.

Poco male. La nostra meta iniziale era proprio quella.

Tanto vale cominciare a fare le cose a caso e lasciarci sorprendere dalla città. L'impatto è molto positivo.

Vienna è pulita, tranquilla e piena di turisti, sebbene non ai livelli di Roma, Firenze o Venezia, nemmeno di Napoli o Palermo.

Sarà merito dei grandi spazi, ma la prima impressione è quella di una città decisamente più vivibile.

Ci perdiamo nei giardini del palazzo imperiale e sbuchiamo dall'altra parte, dove, al centro di una grande esedra, troviamo l'ingresso di alcuni musei.

Non era una visita preventivata. Non sapevo nemmeno che esistessero. Perfetto.

Scegliamo quello sulla storia dell'Austria e quello dedicato a Efeso.

Il primo è interessante, più di quanto pensassi. È qui che scopriamo anche la storia dell'arrivo del caffè a Vienna, legato all'assedio turco e alla fuga degli assedianti, che lasciarono dietro di sé, tra le altre cose, un bel po' di chicchi.

Da allora il caffè a Vienna è diventato un'istituzione.

Un'istituzione un po' cara, devo dire.

Nonostante sia diffusissimo, un espresso può arrivare a costare quattro o cinque euro.

In proporzione costa meno la birra: una media viene sui cinque o sei euro.

Probabilmente la differenza la fa proprio il centro di Vienna, che è caro praticamente su tutto. Musei compresi.

Alcuni valgono tranquillamente la cifra richiesta. Altri, a mio parere, decisamente meno.

Devo confessare che, in questo museo sulla storia dell'Austria, non ho letto proprio ogni singolo cartello esplicativo.

Un po' per pigrizia, un po' perché, appena fuori dalle sale, c'erano le statue romane trovate a Efeso che continuavano a chiamarmi.

Daje...

Vieni a fotografarci...

Guarda che colonne...

Guarda che bronzo...

Guarda che robbetta...

Effettivamente il fascino era imparagonabile, soprattutto per il ciclo rappresentato sui fregi.

Quaranta dei settanta metri di lunghezza del Fregio del Monumento Partico.

Roba che farebbe invidia ai migliori musei archeologici.

A quel punto era praticamente impossibile andarsene.

Inutile dire che usciremo alla chiusura del museo.

Tanto per cominciare con il piede giusto e far capire ai Viennesi che in città sono arrivati dei nuovi sceriffi...

Mmm.

Volevo dire: appassionati di antichità di tutto rispetto.


sabato 4 luglio 2026

Ultimo giorno a Seoul

 


Fa sempre caldo.

Dobbiamo sempre fare shopping.

E soprattutto Cassandra non ha ancora raggiunto il limite massimo consentito di cosmetici trasportabili da un essere umano.

Prima del colpo di grazia alle nostre valigie, decidiamo di dedicarci a qualcosa di più culturale e andiamo finalmente al National Museum of Modern and Contemporary Art, Seoul.

Secondo tentativo.

Questa volta è quella buona.

Finalmente riusciamo a vedere la mostra di Damien Hirst insieme alla collezione permanente del museo.

Devo ammettere una cosa: meglio Hirst.

Molto meglio Hirst.

Forse perché almeno con lui hai sempre la sensazione che dietro la provocazione ci sia comunque un’idea precisa, mentre certa arte contemporanea vista nei giorni precedenti sembrava più un esperimento sociale per capire fino a dove può spingersi la pazienza dei visitatori.



Dal museo ci spostiamo a Insadong per completare gli acquisti.

“Completare”, ovviamente, è una parola molto ottimistica.

Dopo aver accumulato altri cinque chili abbondanti di prodotti vari, decidiamo pure di tornare a piedi fino a Myeong-dong per rivedere i negozi che non avevamo controllato il giorno prima.

Lì realizzo una cosa importante.

Lo shopping cosmetico non è shopping.

È un dungeon infinito.

Ogni negozio conduce a un altro negozio.

Ogni crema apre la strada ad altre sette creme.

Ogni “ultima occhiata” dura almeno quaranta minuti.



Così si conclude il nostro viaggio in South Korea.

Tra templi, grattacieli, montagne, trekking improvvisati, tunnel di lava, trenini costieri, vecchiette apneiste, musei assurdi e quantità industriali di skincare coreana.

Il giorno dopo ci aspetta il ritorno.

Ovviamente non può essere semplice.

Arriviamo in aeroporto e sbagliamo terminal.

Perfetto.

Un ultimo brivido prima della partenza.

Volo verso Beijing per lo scalo dove iniziamo a rivivere tutte le tappe del viaggio mentre veniamo lentamente distrutti dai controlli di sicurezza cinesi.

Lunghissimi.

Minuziosissimi.

Invasivi come un interrogatorio.

Per un momento abbiamo davvero pensato di perdere la coincidenza.

In mezzo a tutta quella confusione, file senza logica apparente e controlli ripetuti, la disorganizzazione cinese ci ha fatto sentire improvvisamente molto più vicini a casa.

Il che, paradossalmente, è stato quasi rassicurante.

Chissà.

Se non sarà il prossimo anno, prima o poi toccherà proprio venire in Cina.

Alla fine, come tutti i viaggi che abbiamo fatto, è una di quelle mete che continuano a rimanere lì, sullo sfondo, finché prima o poi non decidi che è arrivato il momento di andarci davvero.

venerdì 3 luglio 2026

Ritorno a Seoul


Si torna a Seoul.

Riconsegniamo l’auto, prendiamo l’aereo e nel giro di pochissimo siamo di nuovo nella capitale, nello stesso alloggio ormai collaudato dieci giorni fa. Nel frattempo qualcosa è cambiato.

La temperatura.

Più di trenta gradi.

Niente di insopportabile, sia chiaro.

Il fatto è che io, da buon milanese, continuo a preferire i climi più freschi, quelli un po’ scozzesi, dove se esce il sole per più di venti minuti la popolazione inizia a preoccuparsi.

Appena lasciati i bagagli partiamo subito per Myeong-dong.

Il grande momento è arrivato.

Shopping cosmetico.

La vera missione del viaggio.

Cassandra a questo punto è distrutta.

Stanca, cotta, quasi in modalità risparmio energetico.

Il trucco per farla muovere è pronunciare la parola “shopping” e succede qualcosa di incredibile.

Si riattiva immediatamente.

Occhi aperti.

Passo deciso.

Direzione metro.

Nemmeno i Pokémon quando sentono il flauto Poké reagivano così velocemente.



Myeong-dong è una bolgia.

Bancarelle di street food ovunque, musica sparata fuori dai negozi, insegne luminose, file infinite di persone che entrano ed escono dai giganteschi store di cosmetica coreana.

Una specie di luna park dello skincare.

Le commesse fuori dai negozi cercano di attirarti in ogni modo possibile.

Le sirene coreane promettono pelle perfetta, dieci anni in meno, idratazione eterna e probabilmente anche la pace interiore.

Purtroppo per loro non conoscono Cassandra.

Lei non compra al primo negozio.

Mai.

Prima bisogna:

  • entrare;

  • controllare;

  • confrontare;

  • memorizzare;

  • uscire;

  • confrontare con altri sette negozi;

  • tornare eventualmente al primo.

Una macchina da guerra dello shopping strategico.

Così iniziamo gli acquisti.



Nel frattempo io provo periodicamente a fuggire.

Cerco qualcosa di vegano da mangiare, qualche gadget interessante, qualunque cosa che mi faccia sentire meno immerso in un vortice infinito di creme idratanti e maschere al collagene.

Alla fine riesco a trovare:

  • un paio di gachapon del Gundam;

  • un Bungeoppang costosissimo ma incredibilmente buono.

Per un momento sono stato anche tentato da una di quelle assurdità super k-pop tipo i portachiavi con i tastini luminosi.

Di quelli che sembrano accessori usciti direttamente da un videoclip coreano del 2012.

Poi ho avuto un raro momento di lucidità e ho desistito.

Credo.

O forse semplicemente avevo già troppe buste in mano.



Alla fine della giornata torniamo a casa con circa dieci chili di cosmetici.

Dieci.

Chili.

Sfortunatamente il vero problema è un altro.

C’è ancora domani.



Raffreddore

In questo paese praticamente nessuno si soffia il naso in pubblico.

È considerato molto maleducato.

Quindi la gente evita accuratamente di usare fazzoletti davanti agli altri.

Fin qui tutto bene.

Il problema è che compensano tossendo e starnutendo con un entusiasmo decisamente maggiore.

E quando sei chiuso in metropolitana o seduto su un aereo accanto a qualcuno che sta combattendo apertamente contro la peste bubbonica… l’esperienza diventa memorabile.

A un certo punto mi è venuto persino un dubbio scientifico:

vuoi vedere che uno dei motivi per cui ogni influenza arriva dall’Asia è semplicemente che nessuno vuole soffiarsi il naso?

giovedì 2 luglio 2026

L'isola dei musei

 

Oggi esploriamo la parte ovest di Jeju.

La meta principale è Yongmeori Coast, una famosa scogliera vulcanica dove, con la bassa marea, si apre un percorso costiero lungo circa un chilometro e mezzo.

Ovviamente ci organizziamo scientificamente.

Controlliamo gli orari della marea.

Bassa marea alle 9:50.

Perfetto.

Partenza presto, strada fatta con precisione militare, arriviamo convinti di essere dei geni della pianificazione.

E...troviamo tutto chiuso.

Cartello: apertura prevista alle 12:30.

Così.
Senza ulteriori spiegazioni.

A Jeju il concetto di “orario ideale” evidentemente è molto filosofico.



Non ci scoraggiamo.

Ormai abbiamo sviluppato una certa elasticità mentale da viaggio coreano.

Cambiamo programma al volo e andiamo verso Cheonjeyeon Waterfalls, a circa quaranta minuti di macchina.

Che a Jeju significa:

  • quaranta minuti teorici;

  • settantacinque reali;

  • novanta percepiti.

Sempre per colpa dei semafori eterni e dei limiti di velocità che continuo a odiare con crescente intensità.

Credo che dopo qualche giorno sull’isola il navigatore inizi a sviluppare un tono passivo-aggressivo.

La cascata comunque merita.

Molto immersa nel verde, con ponti, sentieri e quell’atmosfera umida e tropicale che Jeju riesce sempre a creare.

E poi il viaggio ci regala anche una piccola sorpresa nerd-calcistica.

Lungo la strada passiamo davanti allo stadio dei mondiali del 2002.

Quelli di Moreno.

Impossibile non specificarlo per un italiano.

Qui si giocarono:

  • Brasile – Cina 4-0;

  • Slovenia – Sudafrica 1-0;

  • Senegal – Uruguay 3-3.

E mentre guardavo lo stadio mi è venuto spontaneo pensare che gli spettatori di Jeju si siano divertiti parecchio, specialmente nella partita del Senegal.



Continuando a guidare mi rendo conto di un’altra cosa assurda: Jeju probabilmente è il posto con la più alta densità di musei che abbia mai visto.

Ce ne sono oltre cento.

CENTO.

Alcuni normali:

  • Museo nazionale;

  • Stone Park;

  • Bonte Museum.

Poi si entra nella follia completa:

  • museo del cioccolato;

  • museo degli orsetti Teddy;

  • museo di Hello Kitty;

  • museo del Natale;

  • museo del vetro;

  • museo del vento;

  • Nexon Computer Museum;

  • Sex and Health;

  • Loveland…

Potrei continuare ancora per mezz’ora.

A un certo punto ho iniziato a sospettare che su Jeju, se lasci incustodita una stanza per due settimane, ci aprano automaticamente un museo tematico.

Torniamo finalmente a Yongmeori Coast e stavolta è aperta.

Ci buttiamo subito nell’esplorazione di questa incredibile formazione vulcanica scavata dal mare.

È veramente spettacolare.

Pareti di roccia stratificata, curve, onde pietrificate, passaggi stretti tra le scogliere.


Un posto molto più affascinante di quanto immaginassi.

Cassandra inizia subito a camminare spedita lungo il percorso.

Io invece avanzo lentissimo.

Continuo a fermarmi ogni tre metri a fare foto.

Ogni angolo sembra diverso.

Ogni piega della roccia sembra scolpita apposta.

In certi momenti mi sembra davvero di essere entrato nello studio di un gigantesco vasaio che ha lasciato il lavoro a metà.

Come se il vulcano avesse modellato la pietra e poi il mare avesse continuato a rifinirla per migliaia di anni.

Molto, molto affascinante.

Ultima tappa della giornata.

E anche ultima tappa della nostra permanenza a Jeju.

Finalmente torniamo allo Jeju Stone Park.

Quello che avevamo trovato chiuso il primo giorno.

Per arrivarci dobbiamo attraversare di nuovo praticamente tutta l’isola, quindi arriviamo con poco più di due ore a disposizione.

Qui scopriamo un dettaglio importante:

lo Stone Park è il terzo museo più grande della Corea.

Perfetto.

Ci sono enormi aree all’aperto, percorsi tra le rocce vulcaniche, installazioni, gallerie e almeno tre edifici museali giganteschi.


Il museo principale oltretutto è parzialmente chiuso per riallestimento.

Normalmente potrebbe sembrare una fortuna.

Invece no, perché anche così vedere tutto in due ore è praticamente impossibile.

Soprattutto una delle strutture principali è costruita come un gigantesco labirinto su più livelli.

Alla fine mi sono convinto che sia stato progettato apposta per destabilizzare psicologicamente i visitatori.

Probabilmente gli architetti si sono detti:

“Vediamo quanto resistono prima di perdere completamente il senso dell’orientamento.”

Comunque ci divertiamo tantissimo.

Tra pietra lavica, statue, edifici abnormi in cemento, leggende locali e percorsi immersi nel verde, il posto ha un’atmosfera davvero particolare.

Certo, con più tempo ce lo saremmo goduti meglio.



Si conclude così la nostra visita a Jeju.

Tra vulcani, tunnel di lava, statue di antenati di pietra, scogliere e una quantità inspiegabile di musei.

Domani si torna a Seoul.

E…

si va a fare shopping.

Che era il vero obiettivo del viaggio fin dall’inizio.



Scarpe da trekking

Avevo già capito che i coreani amano stare comodi.

Le ciabatte ormai erano diventate una costante universale.

Un’altra cosa mi ha colpito: le scarpe da trekking.

Le usano per tutto.

Escursioni, passeggiate, spesa, metro, vita quotidiana.

A un certo punto ho iniziato a sospettare che in Corea nascano direttamente con il Vibram ai piedi.

Perfino i monaci buddhisti spesso giravano con scarponcini tecnici da montagna.

In effetti, considerando quante salite ci sono ovunque, forse hanno semplicemente capito qualcosa che noi ancora ignoriamo.