Iniziamo
subito senza riscaldamento: visita guidata del centro di Seoul.
Tanto
per partire col piede leggerissimo.
Ci
troviamo a Myeongdong, sotto il “Migliore Hotel”.
Sì, si
chiama davvero così. E lì iniziamo a capire che i coreani hanno un
rapporto tutto loro con i nomi italiani: più avanti troveremo bar,
negozi e prodotti con nomi che sembrano scelti lanciando un
dizionario italiano giù dalle scale.
La
guida, Sally, ci recupera con un piccolo pulmino raccattando i vari
partecipanti sparsi per la città. Nel giro di pochi minuti ci
ritroviamo catapultati in un piccolo tempio buddista incastrato tra i
palazzi moderni.
Coloratissimo.
Il
cortile è coperto interamente da un soffitto di lanterne di carta
dai colori accesi, appese per celebrare il compleanno di Buddha. Una
di quelle scene che dal vivo sembrano quasi finte da quanto sono
perfette.
Entriamo
anche nel tempio, ma niente foto: è pieno di persone raccolte in
preghiera.
Il contrasto è stranissimo. Fuori il caos della città,
i clacson, i palazzi, la gente che corre. Dentro silenzio, odore
d’incenso e persone immobili davanti alle statue.
Salutato
il piccolo Buddha, che mi è sembrato comunque molto più sereno di
noi dopo dodici ore di volo, ripartiamo verso il palazzo reale, dove
sta per iniziare la cerimonia del cambio della guardia.
Una
muraglia umana.
Non
si vede assolutamente niente, quindi ci spostiamo lateralmente,
vicino all’ingresso da cui arrivano le nuove guardie.
Lì
finalmente si apre lo spettacolo.
Anche
loro coloratissime: armature, tuniche, bandiere.
Si nota subito la
differenza con gli hanbok
(abito tradizionale coreano)
affittati
dai turisti. Bellissimi anche quelli, per carità, ma accanto ai
costumi delle guardie sembrano lavati troppe volte.
Terminata
la cerimonia entriamo nel palazzo reale e Sally inizia a raccontarci
la storia del luogo.
Durante
l’occupazione giapponese, durata trentacinque anni, gran parte dei
palazzi venne distrutta e al loro posto costruirono un enorme
edificio governativo da cui amministravano la città.
I
pochi edifici sopravvissuti furono trasformati in alloggi
turistici.
Un’umiliazione che i coreani evidentemente non hanno
dimenticato.
Una
cosa la capisci subito: il rapporto con il Giappone è ancora una
ferita aperta.
I
coreani parlano spesso del fatto di aver influenzato culturalmente il
Giappone per secoli, scrittura, buddhismo, amministrazione e vivono
l’occupazione come il tentativo di cancellare una storia lunga
cinquecento anni.
Continuiamo
a esplorare quello che possiamo, tra cortili enormi, tetti decorati e
padiglioni che sembrano usciti da un dipinto.
Arriviamo
poi al Museo del Folclore Coreano. Abbiamo appena mezz’ora per
visitarlo, cioè il tempo tecnico di guardare tutto troppo
velocemente e promettersi di tornarci “con calma”.
Cosa che
ovviamente non succederà mai.
Poi
via verso Insadong: negozi tradizionali, gallerie d’arte, souvenir
e cibo. Qui Cassandra adocchia subito un negozio di cosmetica con
prezzi davvero bassi. Io segno l'indirizzo per quando torneremo a
Seoul a fine viaggio.
Prima
della tappa successiva passiamo davanti alla Casa Blu, loro
corrispettivo della Casa Bianca.
Tanto
per far capire quanto siano vicini agli americani...
Tappa
successiva è una fabbrica di prodotti al ginseng coreano, secondo
loro il migliore al mondo.
Probabilmente
vero.
Ai prezzi che ha, ci mancherebbe pure che fosse mediocre.
Dopo
il giro ci accompagnano nel negozio.
Per sei barattolini di una
pasta marrone dall’aspetto sospettosamente simile alla Nutella,
chiedono circa duecento euro.
Le capsule invece stanno sui
quattrocentotrenta euro a scatola.
Saranno
pure tante capsule… ma con 430 euro sai quante cose inutili eppur
bellissime riesci a comprare in vacanza?
Alla
fine Cassandra mi confesserà che ha desistito dal suo acquisto per
risultato dell’uso del ginseng visibile nella vita reale: se ha un
ottimo potere coadiuvante per le vie respiratorie, perché i coreani
a tosse e raucedine sono messi così male?
Tutto
il viaggio, credetemi, è stato un lazzaretto a cielo aperto!
Nuova
tappa: la Torre di Seoul.
Essendo
festa, gli autobus non possono salire fin lassù per via della
folla.
Tocca prendere la funivia.
Il
problema non è la funivia.
È la fila.
Un’ora
e mezza abbondante di attesa.
Praticamente Gardaland, con meno
adrenalina e più anziani coreani perfettamente organizzati.
Arrivati
in cima troviamo il famoso punto panoramico sulla città.
Peccato
la foschia, probabilmente causata dalla polvere gialla che arriva dai
deserti della Mongolia e della Cina.
Il
tramonto?
Mai visto.
Cosa
stranissima: anche qui esistono i lucchetti dell’amore.
Le
ringhiere panoramiche sono completamente ricoperte di lucchetti
colorati, arrugginiti, scoloriti, incastrati uno sopra l’altro come
cozze attaccate agli scogli.
Alla
fine del romanticismo rimane sempre la ruggine.
Namsangol
Hanok Village
Concludiamo
il giro turistico al Namsangol Hanok Village, una ricostruzione di un
antico quartiere tradizionale di Seoul.
Qui
le case in stile hanok (abitazione
tradizionale coreana), erano
costruite tutte una accanto all’altra, così vicine da far sembrare
il quartiere più un piccolo villaggio che una parte di una grande
città.
Ed
era proprio questo il senso del luogo: famiglie che vivevano a
stretto contatto, condividendo spazi, cortili e vita quotidiana.
Ovviamente
anche questa ricostruzione esiste per un motivo preciso.
Gran
parte dei quartieri storici originali vennero distrutti durante
l’occupazione giapponese, lasciando alla Corea il compito di
ricostruire non solo gli edifici, anche una parte della propria
memoria storica e culturale.
Considerazioni
e prime impressioni:
i
coreani non guardano dove vanno.
Questa
la prima vera lezione coreana.
Siete
in mezzo alla folla, palazzi reali, supermercati, marciapiedi,
stazioni della metro, dovete sviluppare una sorta di sesto senso
anche per chi vi circonda, perché moltissimi semplicemente non
guardano dove stanno andando.
Non
per cattiveria.
Non per maleducazione.
Sono sinceramente
distratti.
Camminano
guardando il telefono, parlando, pensando ai fatti loro,
improvvisamente ti tagliano la strada con la serenità di una
particella impazzita.
Seoul,
ovvero Manhattan con il kimchi.
Seoul
è molto meno “tradizionale” di quanto immaginassi.
In
alcune zone sembra davvero di stare a New York: grattacieli di vetro,
strade enormi, schermi giganti, traffico, insegne luminose ovunque.
Times
Square magari resta ancora un altro campionato… però Seoul se la
gioca.
Proprio
questo spiazza: non è l’Asia che uno si immagina prima di partire.