Oggi il cielo ha indossato la sua veste più tipica: grigia, morbida, pesante come lana bagnata.
Sopra
la piccola baia di pescatori in cui abbiamo dormito, le montagne
stanno in silenzio, come guardiani che non parlano mai, ma sanno
tutto.
L’isola di Skye sembra aver tirato su la sua coperta
preferita: una coltre di nuvole spesse che sfiorano le cime, che si
infilano tra le pieghe dei monti e ci avvolgono il pensiero.
Ieri
parlavano di fulmini, di tempeste, di tuoni come tamburi di
guerra.
Mi aspettavo uno spettacolo di fuoco e pioggia. Invece il
mattino mi accoglie con un vento appena teso e un cielo soltanto
malinconico.
Così esco a correre, non per sfidare il cielo, ma
per respirarlo.
Niente
fulmini da schivare. Solo silenzi. Solo buche sulla strada, come se
la terra volesse ricordarmi che anche lei ha la sua memoria, i suoi
dolori.
Skye è così: non si apre mai tutta, non si concede
facilmente. Oggi, forse, vuole mostrarci qualcosa.
Attraversiamo Portree, definita come città, si rivela poco più di un salotto colorato affacciato sul mare.
Mentre il traffico ci rallenta, vedo un gruppo di corridori, un arco gonfiabile, un’occasione mancata.
Una gara di corsa, qui, su quest’isola antica. Io, bloccato in macchina. Un po’ mi si stringe il cuore. Le cose perdute, anche le più piccole, sanno lasciare un’eco.
La strada sale, e con lei le lamentele di Cassandra, che parla un gaelico tutto suo, fatto di sospiri e occhi rovesciati.
Non ricordava cosa volesse dire salire davvero.
Io sì.
La salita porta al Old Man of Storr, una figura di pietra e leggenda, scolpita dal tempo e dal vento.
Facciamo la versione breve, ma basta. Cinque chilometri tra nuvole basse e panorami che sembrano usciti da un altro tempo.
Guardo in silenzio. Lei, per il resto della giornata, continua a parlarmi in quel gaelico imbronciato.
Che poi, a modo suo, è poesia.
Più a nord, una spiaggia ci chiama.
Ci sono le foche, dicono. E impronte di dinosauri, pare.
Seguiamo il sentiero, breve e gentile, ma il fango tradisce ogni passo, e le foche restano un sogno sul bagnasciuga.
In compenso, trovo delle orme. Forse. Certe depressioni nella roccia, certe forme strane e affondate.
Teropodi? Sauropodi?
T-Rex in vacanza tra le alghe?
Forse sì. O forse è solo la mia voglia di meraviglia che le disegna lì dove c'è solo pietra e sabbia.
Comunque mi convinco: quelle sono orme.
E per un attimo, le immagino vive, in movimento. Lì, sulla stessa sabbia.
Poi, un lago che si getta nel mare.
Una cascata, impetuosa, solitaria.
Senza drone non riesco a catturarla tutta, va bene così.
Non tutte le cose devono entrare in un obiettivo. Alcune devono restare nel ricordo, vaghe come i sogni.
La strada si fa stretta, curva dopo curva.
Un nastro di asfalto che si srotola tra colline vuote, ogni tanto si apre come una parentesi per lasciarci respirare.
In mezzo al nulla, una cabina telefonica rossa.
Abbandonata e ancora viva.
Entro. Il telefono funziona.
Nessuno risponde, risponde Skye, che ride piano tra il vento.
Alla fine della strada, sopra un promontorio spazzato dal mare, ci sono i resti del Castello di Duntulm. Pochi muri, cadenti. Un disegno su un cartello mostra com’era. Forse com’è ancora, se chiudi gli occhi abbastanza forte. Ci arrivo camminando sull’erba bagnata. Sotto, il mare si è ritirato lasciando scoperti gli scogli. Tutto intorno, i colori: il blu del mare, il nero delle rocce, il verde vivo del prato, il giallo acceso delle alghe, il grigio delle pietre, l’azzurro improvviso del cielo.
È un quadro. È silenzio. È pace. Per qualche minuto sto lì. A guardare.
Senza domande, senza aspettative.
Solo
con la sensazione precisa che le rovine parlano, se le ascolti.
Certe
bellezze non servono a “vedere qualcosa”. Servono a sentire
qualcosa.





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