Oggi niente corsa.
Solo
chilometri di Scozia da divorare in auto, come se fosse un pasto
caldo dopo giorni a base di pioggia fredda e biscotti sbriciolati
nello zaino.
Lasciamo Fort William e ci inoltriamo in direzione
Glencoe, il regno incantato dei trekking, che non abbiamo fatto.
Tutti attorno a noi sono vestiti da esploratori: zaini tecnici, scarponi, facce serie da chi sa leggere una mappa topografica senza chiamare il 112.
Noi invece... manteniamo il nostro abbigliamento da viaggiatori, guardiamo le vallate verdi e solenni, i laghi specchiati, le cascate improvvise e le montagne velate di nuvole, sentendoci un po’ turisti e un po’ comparse in un film di Peter Jackson.
Mi pento.
Avrei
dovuto fermarmi qui, lasciare Skye al suo turismo da Cortina
d’Ampezzo e camminare in queste terre profonde.
Segnato: tornerò
a Glencoe. Un giorno. Magari con le scarpe giuste.
Arriviamo giusto per pranzo all’approdo del priorato di Inchmahome. Il nome è già una poesia celtica. Si tratta di un isolotto nel lago Menteith — l’unico lago chiamato lake invece che loch, mistero linguistico su cui gli scozzesi non amano dilungarsi.
Una piccola barchetta porta dodici anime alla volta, ogni mezz’ora.
Siamo in anticipo, ho prenotato mesi fa come solo gli italiani ansiosi sanno fare, ci fanno salire lo stesso.
La skipper è una giovane ragazza scozzese che ci racconta la storia del posto con l’entusiasmo di chi non si stanca mai di ripeterla.
Inchmahome
è una di quelle rovine che parlano piano ma lasciano il segno.
Ci
sono passati Robert the Bruce, Edward I d’Inghilterra, Robert II, e
fu rifugio per una giovane Maria Stuarda.
Ci
sono ancora le mura, gli archi, le pietre con la memoria addosso.
È
presente, in abbondanza, una certa specie di uccello che lascia i
suoi “omaggi” ovunque.
Camminare qui richiede molta più attenzione del solito.
Facciamo il giro completo dell’isola. Cinque minuti netti. È un luogo piccolo eppur magnetico.
Silenzioso.
Umido.
Spirituale
nel modo scozzese: verde, muschioso e un po’ inquietante.
Ripresa la barchetta, ci dirigiamo verso l’imprevisto della giornata: Doune Castle.
Essendo sulla strada per Stirling l’avevo inserito nella lista per caso con l’appunto: “se abbiamo tempo”.
Beh, l’abbiamo avuto.
Ed è stata una delle sorprese migliori del viaggio.
Già dal primo sguardo, quel portale di pietra grigia mi pare familiare.
Prendo l’audioguida (niente italiano, poco male), e appena parte…
Riconosco la voce narrante di uno dei Monty Python.
Sì, proprio loro.
Il
castello di Doune è stato set del bizzarro film Monty
Python e il Sacro Graal.
Ogni
sala, ogni scala, ogni balcone è stato il teatro di una scena
assurda.
E l’audioguida è commentata proprio da loro.
Altro che guida storica seriosa: questa è una visita guidata con umorismo incorporato.
Ridiamo, io e Cassandra, mentre camminiamo tra stanze medievali con la sensazione di essere in uno sketch surreale.
Le mura ci raccontano due storie: quella di Robert Stuart per cui fu costruito, e quella di re Giacomo I, che lo fece suo.
Ma anche quella della serie Outlander, girata qui. E dell’episodio pilota di Game of Thrones, quando ancora nessuno si immaginava di doverlo spiegare per anni.
È grande, ben tenuto, sorprendente nei suoi micro passaggi segreti e chissà cos’altro poteva nascondere visto che alcune aree erano interdette.
Ci perdiamo dentro, in senso metaforico e letterale. Troviamo passaggi segreti, scale a chiocciola, sale immense.
Nel dubbio, continuo a cercare un coniglio assassino dietro ogni porta (recuperate il film).
Alla fine, restiamo soli.
Non per magia, stanno chiudendo. I custodi ci guardano con una certa pazienza tipica di chi ha visto decine di turisti innamorarsi del castello e non volerlo più abbandonare.
Usciamo. Fuori è sera. Dentro, ci portiamo via risate e pietre antiche.
E il sospetto che il vero Graal fosse il senso dell’umorismo lungo la strada.






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