E al terzo giorno, la pioggia non scese.
No, stavolta si abbatté.
Ci investì, ci sfidò, ci piegò l’ombrello.
Io,
per non saper né leggere né scrivere, uscii comunque a correre.
Le
buche ormai le conosco. I fulmini ancora non si sono presentati.
Ma
l’acqua…lei sì. Sempre lei. Tenace, gelida, affettuosa come una
zia scozzese che ti abbraccia troppo forte.
Salutiamo
Skye, sogno di molti. Sinceramente, glielo lascio.
Non
fraintendetemi: è bellissima. Viverla, costa caro.
È una di quelle relazioni che ti lasciano senza fiato… e senza portafoglio.
Ultimo stop sull’isola: il Castello di Armadale.
Siamo sul versante sud, pioggia intensa e persistente.
Il castello è giovane (ottocentesco), però rovinato come uno che ha fatto tardi troppe sere.
Un incendio ha lasciato in piedi solo le mura, che guardano il mare come vecchie vedove indurite dal vento.
Il giardino sarebbe anche carino, se non fosse che l’acqua sotto ogni pianta la fa sembrare un’insalata triste.
Passiamo oltre.
Il museo delle Isole invece va visto.
Molto curato, con audioguida in italiano e un percorso interessante tra storia, clan, norreni, ribelli giacobiti e la trasformazione del ribelle scozzese in soldato perfetto per l’Impero britannico.
Si riparte.
Strada
panoramica, senza fermate: il cielo non lascia scampo.
Arriviamo
presto a Fort William, città dal nome autoesplicativo.
Del forte
rimane poco e nulla.
Preferiamo
un museo, stavolta gratuito: il West Highland Museum.
Piccolo,
affollato, pieno di cose. Ben allestito, molto più interessante di
quanto lasci intendere da fuori.
Infine,
la casa. Perfetta. Pulita, accogliente, con ogni comfort.
Quando
dico ogni,
intendo ogni:
perfino le medicine…
Un
po’ inquietante, tipo “starter pack per sopravvivere a
un’apocalisse zombie”.
Ci fa sentire curati. E in una giornata
come questa, non è poco.


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