Arriviamo a Edimburgo, o come dicono loro: Idinbrah (pronunciato mentre si ingoia una patata bollente).
La città ci accoglie con una salita: quella di Costorphine Hill, che affronto di mattina, da solo, correndo. Diciamo… camminando a ritmo di cardio. Da lassù si intravede il castello, come una promessa.
Lasciamo l’auto alla periferia. In centro si guida solo se si è scozzesi o se si ha un conto in banca offshore. Meglio il bus a due piani, immersi tra accenti, ragazzi che dicono “Idinbrah” in mille modi diversi e un mondo che corre con stile britannico.
Il Castello di Edimburgo è la prima delusione vera.
Siamo diventati snob del maniero: dopo venti castelli, vogliamo muri parlanti e storie che sanno di muschio. Qui troviamo invece edifici ordinati, ristrutturati, con tanto di sede attiva per l’esercito. Sarà anche iconico, ma ci parla in un linguaggio troppo moderno.
Per fortuna nella visita ci accompagnano alcune storie interessanti: quella della donna che pur di ritrovare il marito andato in guerra, si è tagliata i capelli, si è arruolata ed è pure andata a combattere senza che nessuno se ne accorgesse, almeno finché non venne ferita e il dottore dovette medicarla…
Pare che alla fine abbia anche trovato il marito...tra le braccia di un’altra!
Non è finita bene.
C’è la storia della fuga dalle segrete di un folto gruppo di prigionieri che si sono calati dalla rupe con le lenzuola annodate. Prigionieri poi ripresi tutti…
Neanche per loro è finita bene.
Arriva la Cena Nera: dove James Douglas, reggente di re Giacomo I allora bambino, invitò due ragazzi del suo stesso Clan, i Douglas appunto. Li fece mangiare e ad un certo punto servì loro una testa di toro nero. Per noi è una cosa insolita e brutta, per quei tempi era anche peggio: significava morte.
Nonostante Giacomo fosse contrario all'esecuzione, i due ragazzi vennero decapitati, facendo così diventare James capo del clan Douglas.
Quando Giacomo, anni dopo, divenne re, neanche per James Douglas finì bene.
Il momento migliore di tutta la visita arriva alla fine, ed è quella che è durata meno: ammirare il tesoro reale. Due antiche spade, la corona e uno scettro, simboli della casata reale di Scozia.
Usciamo disillusi e imbocchiamo il Royal Mile, antico ponte mascherato da strada. Ci porta giù, verso il Palazzo di Holyrood.
Lungo il percorso, la Cattedrale di San Giles, teatro di un concerto corale dove Cassandra ha rischiato l’esorcismo a un tenore.
Purtroppo non siamo in Irlanda dove chiunque sa cantare, siamo in Scozia. Non voglio essere cattivo, ma mettiamola così: non so quante volte ho dovuto trattenere Cassandra dall'emulare Gesù al tempio.
"Cacciate via questi guaiti! Non fate della casa del Padre una corrida!"
Per fortuna finiscono prima che lei riesca a divincolarsi e io la porti verso la prossima meta, il palazzo di Holyrood.
La dimora dei reali a Idinbrah ci riappacifica con la città: elegante, severa, regale. Le 25 sterline per entrare pesano più delle armature in mostra, ma la visita, tra le stanze e i ruderi dell’abbazia, chiude degnamente la giornata.





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