sabato 25 aprile 2026

15 – Blackness e Linlithgow: il canto del cigno

Ultimo giorno. La Scozia ci saluta con tutto l’amore che può offrirci in piena estate: cielo grigio piombo, vento da schiaffi e temperatura da freezer semiaperto.

Dodici gradi scarsi. Ringrazio. Cassandra invece mi guarda come se l’avessi trascinata in Siberia con la scusa di “una gita romantica”.

Sappiamo che oggi c’è il Royal Highland Show – la più grande fiera agricola del Paese – quindi, da furbi, decidiamo di dribblare la confusione e allontanarci da Edimburgo.

Peccato abbia usato l'app sbagliata.

Waze ci ha spediti dritti nel sesto cerchio degli eretici digitali: traffico infernale, zero uscita di emergenza. Quaranta minuti nel girone dei dannati del clacson. Un incubo.

Quando finalmente riemergiamo alla luce, arriviamo al castello di Blackness.

Che dire? Spettacolare.

Qui non si parla di ruderi malinconici, ma di un vero castello restaurato, accessibile, e, soprattutto, vivo.

Affacciato sul mare, col vento gelido che ti scrolla anche i pensieri e la nebbia che nasconde tutto oltre il pontile… Sembra di essere finiti dentro un episodio di Outlander.

O in un vecchio incubo, dipende dai gusti.

Blackness ha quel look da fortezza seria, tutta mura spesse e torri ben piazzate. Non per niente l’hanno soprannominato The Ship That Never Sailed, la nave che non ha mai salpato, per la sua forma affusolata.

Ci arrampichiamo, ci infiliamo ovunque, corriamo come bambini lungo i camminamenti e ci godiamo la vista (anche se la vista, tra pioggia e foschia, era tipo “grigio panoramico”).

Dal pontile lo guardiamo un’ultima volta. Uno spettacolo. E pensare a quanto patrimonio medievale abbiamo perso noi… maledetto Rinascimento.

Il tempo stringe, dobbiamo fare ancora una tappa prima dell’aeroporto.
Direzione: Linlithgow Palace.

Arriviamo fiduciosi… Troviamo un altro ingorgo. “Ma non era lontana la fiera?” Sì. Stavolta il problema è una sfilata di carri nel centro del paese, con tanto di bambini, genitori, cornamuse e l’inevitabile banda musicale.
Insomma, siamo finiti nella versione scozzese della festa di fine anno scolastico.
Parcheggiamo lontano, alla stazione, andiamo a piedi. Meglio così, almeno evitiamo di essere risucchiati nel girone delle mamme armate di fazzoletti.

Da lontano, il Linlithgow Palace sembra un castello vero e proprio.

Via col nostro amatissimo Explorer Pass, che ormai sfodero con la commozione di chi sa che sarà l’ultima volta.

Da domani si paga. Aaaah.


Una volta dentro, la sensazione si conferma: altro che palazzo, questo è un castello con la “C” maiuscola, in pietra rossiccia, imponente, fontana scenografica nel cortile, decorata come se dovesse spruzzare oro liquido.

Qui un tempo c’era una fortezza, poi tutto bruciò, e Giacomo I di Scozia pensò bene di ricostruire il tutto in grande stile, facendone una residenza reale da far invidia alle cronache.

Se a Blackness ci siamo sentiti cavaliere e scudiero, qui sembriamo due piccoli esploratori nella casa degli specchi.

È un vero labirinto: salette nascoste, passaggi segreti, scale che non portano da nessuna parte e altre che invece sbucano sulla cima della torre.

Ci perdiamo. Più volte. Ci divertiamo come pazzi.

Una degna conclusione per un viaggio che, contro ogni previsione, è andato tutto liscio.

E così, tra paesaggi da sogno, storia viva e fantasmi (veri o presunti), ci portiamo a casa:

2 forti

3 isole

6 siti neolitici

6 fantasmi

7 abbazie

10 tra cattedrali e chiese

12 musei

21 castelli

59 pietre dei Pitti

Lo so, lo dico sempre. Anche stavolta lo penso davvero. Qui ci tornerò.

Da stasera non saremo più in Alba Aosmhòr, la vecchia Scozia.
Sicuramente… la sogneremo spesso.

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