Sveglia all’alba. O quasi.
Oggi
si parte per le isole
Orcadi,
quelle settanta sorelle gettate nel Mare del Nord che sembrano dire:
“Noi ci siamo, ma non ci trovate per caso.”
Solo una ventina
sono abitate, e noi — sfortunatamente — non le vedremo tutte.
Però l’idea di mettere piede in un arcipelago neolitico, vichingo
e scozzese insieme, è già di per sé un’avventura.
Il
traghetto per Stromness parte a dieci minuti da casa, ma i biglietti
si ritirano a quindici minuti a piedi dal parcheggio. Classico.
Per
fortuna oggi Cassandra è in versione svizzera, impeccabile negli
orari. Un piccolo miracolo quotidiano: se fosse arrivata tardi, col
Caithness saremmo saliti sul traghetto.
Il
tragitto in traghetto è breve e suggestivo. Le isole non si vedono
ancora: cielo grigio, orizzonte bianco latte. L’aria è frizzante,
l’umore ottimo.
Iniziamo ad avvicinarci a Stromness, le casette
lungo la costa ci danno il benvenuto sventolando bandiere che, da
lontano, sembrano norvegesi. In effetti, non è un errore: per secoli
queste isole sono state più vichinghe che scozzesi.
Probabilmente le tribù nomadi che le abitavano furono sostituite dai Pitti. Nel nono secolo arrivarono i norreni che le conquistarono e divennero territorio norvegese, almeno fino al XV secolo, quando le Orcadi divennero territorio scozzese come risarcimento per non aver pagato la dote della moglie di Giacomo III, Margherita di Danimarca.
All’arrivo
ci aspetta Alasdair, guida locale ma originario di Glasgow.
Tirando
un sospiro di sollievo penso: "Almeno non parlerà con quel
dialetto orcadiano impossibile…"
Eh. Illuso.
Alasdair
ha un accento tutto suo, un inglese che pare sbriciolato nel vento:
stone
diventa stoin, chamber
è cìomba, e il resto….un mistero!
Degli americani sul pulmino
capiscono tutto. Io capisco il 40%. Forse.
Il meteo? Classico delle Orcadi: freddo, vento, pioggerella laterale e costante.
Ma secondo Alasdair è una giornata “buona”. Ci crederò.
Prima sosta una scogliera panoramica, probabilmente usata come punto d’avvistamento nella seconda guerra mondiale. Vista bella, freddo polare.
Sopravvivo solo perché sto pensando alla tappa successiva: Skara Brae, un villaggio del 3000 a.C. Scoperto per caso da una tempesta, come tante meraviglie da queste parti.
Le case sono basse, scavate nel terreno e isolate con tumuli d’erba. Dentro, le stanze sembrano ancora abitabili: focolare al centro, letti ricavati nella pietra ai lati, vani e armadietti.
In
un angolo c’è una nicchia misteriosa che Alasdair chiama
“bagno”.
Io dico che era la cameretta dei bambini ribelli.
Sotto
il sito visibile, ci sono resti di altri due villaggi, più
antichi.
È come scoprire sotto casa tua c’è una Pompei del
neolitico.
Accanto a Skara Brae visitiamo anche Skaill House, dimora ottocentesca dell’archeologo Lord Breckness, oggi trasformata in museo con salotti eleganti e collezioni improbabili.
Tempo di cambiare scena: ci dirigiamo verso il Cerchio di Brodgar, versione preistorica di Stonehenge (anzi: Stòinhenge).
Sessanta
pietre, oggi ne restano 36, disposte in un anello perfetto largo
cento metri, circondato da un fossato scavato nella roccia.
Funzione?
Sconosciuta. Si pensa a rituali funebri, nessuno lo sa davvero. Forse
va bene così: il mistero ha sempre fatto parte dell’archeologia.
A poca distanza ci sono anche le pietre di Stenness, altro cerchio, più piccolo, con un passato turbolento: un contadino cercò di distruggerle tutte con entusiasmo da urbanista frustrato. Riuscì ad abbatterne due prima che lo fermassero.
Ora
ne restano tre e un paio di moncherini, ma l’atmosfera è ancora
potente.
Qui sono stati trovati oggetti in comune con Skara Brae:
un ponte invisibile tra i due luoghi, attraverso tremila anni.
Per
pranzo ci fermiamo a Kirkwall, capitale dell’arcipelago.
La
cattedrale di San Magnus in arenaria rossa è splendida, così come i
ruderi del palazzo del conte e quello del vescovo.
Quest’ultimo, pur ridotto all’osso, ha una torre visitabile da cui si vede tutta Kirkwall dall’alto.
Bel panorama, sebbene lo apprezzo di più col cappuccio in testa.
Il tempo stringe, ripartiamo in direzione Scapa Flow, la baia naturale che fu sede della più grande base navale britannica durante le due guerre mondiali. Non scendiamo: la vediamo dall’alto, con il vento che quasi ci spinge via.
Ultima tappa: la tomba di Unstan, tumulo funerario del 3000 a.C., simile alle tombe etrusche ma in miniatura.
Si
entra strisciando, motivo per cui Alasdair distribuisce gentilmente
ginocchiere.
All’interno si respira un silenzio denso. Il tetto
non è originale (oggi c’è una volta in cemento), l’effetto lo
rende. Qualche graffito vichingo testimonia che, secoli dopo, i
Norreni hanno fatto un salto... a rubare qualcosa.
Torniamo
al porto con il tempo contato, ce la facciamo.
Saliamo sul
traghetto e, mentre lasciamo Stromness e prendiamo il largo, sulla
destra vedo scorrere la viva roccia rossa delle scogliere e la sabbia
bianca delle spiagge. Rimango ipnotizzato dal colore intenso della
roccia esposta alle intemperie proprio mentre il sole si fa vedere
per la prima volta.
Sarà un caso, sempre dopo le 17. Forse è per questo che gli scozzesi a quell’ora smettono di lavorare?
Io però sono italiano. Per me è ancora presto.
Tornati a casa, esco a correre: la corsetta più bella della vacanza.
L’idea
era semplice: arrivare fino al porto, dove dicono si aggiri un
fantasma.
Ma il sentiero mi porta altrove: la spiaggia, un
castello diroccato, infine una scogliera, illuminata da una luce
dorata che sembra disegnata.
Dovevo fare pochi chilometri. Ne ho fatti il doppio.
Non volevo più tornare.





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