giovedì 23 aprile 2026

5 – Orcadi: nel regno del vento e delle pietre

 

Sveglia all’alba. O quasi.

Oggi si parte per le isole Orcadi, quelle settanta sorelle gettate nel Mare del Nord che sembrano dire: “Noi ci siamo, ma non ci trovate per caso.”
Solo una ventina sono abitate, e noi — sfortunatamente — non le vedremo tutte. Però l’idea di mettere piede in un arcipelago neolitico, vichingo e scozzese insieme, è già di per sé un’avventura.

Il traghetto per Stromness parte a dieci minuti da casa, ma i biglietti si ritirano a quindici minuti a piedi dal parcheggio. Classico.
Per fortuna oggi Cassandra è in versione svizzera, impeccabile negli orari. Un piccolo miracolo quotidiano: se fosse arrivata tardi, col Caithness saremmo saliti sul traghetto.

Il tragitto in traghetto è breve e suggestivo. Le isole non si vedono ancora: cielo grigio, orizzonte bianco latte. L’aria è frizzante, l’umore ottimo.
Iniziamo ad avvicinarci a Stromness, le casette lungo la costa ci danno il benvenuto sventolando bandiere che, da lontano, sembrano norvegesi. In effetti, non è un errore: per secoli queste isole sono state più vichinghe che scozzesi.

Probabilmente le tribù nomadi che le abitavano furono sostituite dai Pitti. Nel nono secolo arrivarono i norreni che le conquistarono e divennero territorio norvegese, almeno fino al XV secolo, quando le Orcadi divennero territorio scozzese come risarcimento per non aver pagato la dote della moglie di Giacomo III, Margherita di Danimarca.

All’arrivo ci aspetta Alasdair, guida locale ma originario di Glasgow.
Tirando un sospiro di sollievo penso: "Almeno non parlerà con quel dialetto orcadiano impossibile…"

Eh. Illuso.

Alasdair ha un accento tutto suo, un inglese che pare sbriciolato nel vento: stone diventa stoin, chamber è cìomba, e il resto….un mistero!
Degli americani sul pulmino capiscono tutto. Io capisco il 40%. Forse.

Il meteo? Classico delle Orcadi: freddo, vento, pioggerella laterale e costante.

Ma secondo Alasdair è una giornata “buona”. Ci crederò.

Prima sosta una scogliera panoramica, probabilmente usata come punto d’avvistamento nella seconda guerra mondiale. Vista bella, freddo polare.

Sopravvivo solo perché sto pensando alla tappa successiva: Skara Brae, un villaggio del 3000 a.C. Scoperto per caso da una tempesta, come tante meraviglie da queste parti.



Le case sono basse, scavate nel terreno e isolate con tumuli d’erba. Dentro, le stanze sembrano ancora abitabili: focolare al centro, letti ricavati nella pietra ai lati, vani e armadietti.

In un angolo c’è una nicchia misteriosa che Alasdair chiama “bagno”.
Io dico che era la cameretta dei bambini ribelli.

Sotto il sito visibile, ci sono resti di altri due villaggi, più antichi.
È come scoprire sotto casa tua c’è una Pompei del neolitico.

Accanto a Skara Brae visitiamo anche Skaill House, dimora ottocentesca dell’archeologo Lord Breckness, oggi trasformata in museo con salotti eleganti e collezioni improbabili.

Tempo di cambiare scena: ci dirigiamo verso il Cerchio di Brodgar, versione preistorica di Stonehenge (anzi: Stòinhenge).

Sessanta pietre, oggi ne restano 36, disposte in un anello perfetto largo cento metri, circondato da un fossato scavato nella roccia.
Funzione? Sconosciuta. Si pensa a rituali funebri, nessuno lo sa davvero. Forse va bene così: il mistero ha sempre fatto parte dell’archeologia.

A poca distanza ci sono anche le pietre di Stenness, altro cerchio, più piccolo, con un passato turbolento: un contadino cercò di distruggerle tutte con entusiasmo da urbanista frustrato. Riuscì ad abbatterne due prima che lo fermassero.

Ora ne restano tre e un paio di moncherini, ma l’atmosfera è ancora potente.
Qui sono stati trovati oggetti in comune con Skara Brae: un ponte invisibile tra i due luoghi, attraverso tremila anni.

Per pranzo ci fermiamo a Kirkwall, capitale dell’arcipelago.
La cattedrale di San Magnus in arenaria rossa è splendida, così come i ruderi del palazzo del conte e quello del vescovo.

Quest’ultimo, pur ridotto all’osso, ha una torre visitabile da cui si vede tutta Kirkwall dall’alto.

Bel panorama, sebbene lo apprezzo di più col cappuccio in testa.

Il tempo stringe, ripartiamo in direzione Scapa Flow, la baia naturale che fu sede della più grande base navale britannica durante le due guerre mondiali. Non scendiamo: la vediamo dall’alto, con il vento che quasi ci spinge via.

Ultima tappa: la tomba di Unstan, tumulo funerario del 3000 a.C., simile alle tombe etrusche ma in miniatura.

Si entra strisciando, motivo per cui Alasdair distribuisce gentilmente ginocchiere.
All’interno si respira un silenzio denso. Il tetto non è originale (oggi c’è una volta in cemento), l’effetto lo rende. Qualche graffito vichingo testimonia che, secoli dopo, i Norreni hanno fatto un salto... a rubare qualcosa.

Torniamo al porto con il tempo contato, ce la facciamo.
Saliamo sul traghetto e, mentre lasciamo Stromness e prendiamo il largo, sulla destra vedo scorrere la viva roccia rossa delle scogliere e la sabbia bianca delle spiagge. Rimango ipnotizzato dal colore intenso della roccia esposta alle intemperie proprio mentre il sole si fa vedere per la prima volta.

Sarà un caso, sempre dopo le 17. Forse è per questo che gli scozzesi a quell’ora smettono di lavorare?

Io però sono italiano. Per me è ancora presto.

Tornati a casa, esco a correre: la corsetta più bella della vacanza.

L’idea era semplice: arrivare fino al porto, dove dicono si aggiri un fantasma.
Ma il sentiero mi porta altrove: la spiaggia, un castello diroccato, infine una scogliera, illuminata da una luce dorata che sembra disegnata.

Dovevo fare pochi chilometri. Ne ho fatti il doppio.

Non volevo più tornare.

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