Visualizzazione post con etichetta Antiche etruscherie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antiche etruscherie. Mostra tutti i post

venerdì 21 maggio 2021

Blera - Vie cave - Necropoli di Pian del Vescovo - Necropoli del Terrone

L'avevo detto che saremmo tornati a Blera per vedere i rimasugli di quello che non avevamo visto? Oggi siamo di nuovo qui.

Stavolta però è un venerdì. Causa imposizione ferie forzate, eccoci nuovamente sulle tracce degli etruschi con la speranza di trovare meno gente, cosa che effettivamente è avvenuta. Purtroppo abbiamo incontrato anche moltissime tracce del loro passaggio. Appena scesi nella forra in direzione del ponte del Diavolo, la sporcizia, probabilmente lasciata dai turisti della domenica, era piuttosto evidente. Peccato. Un posto così bello non merita di essere usato come pattumiera.

Dal ponte del Diavolo risaliamo dalla parte opposta del torrente in direzione dell'antica via Clodia e di una piccola tagliata, alla fine della quale spunta un cucuzzolo un po’ nascosto, da cui si può ammirare la valle sottostante e Blera.
Risaliamo la strada subito dopo il ponte. Sembra un'altra via cava molto più grande, roba che poteva essere l'autostrada delle vie cave.

Poche centinaia di metri nell'abitato, imbocchiamo sulla destra la strada che ci riporterà nelle forre passando attraverso altre vie cave. Sono piuttosto scivolose, per cui procediamo con calma.

Verso la fine di queste, circa mezz'ora più tardi troviamo la parte più spettacolare con tombe o case, e un paio di cunicoli scavati nella roccia. Uno di questi passaggi si affaccia direttamente sul Biedano. L'altro invece sembra proprio la prosecuzione del primo ed entra nel cuore della montagna.

Provo ad infilarmici con tutto lo zaino illuminandolo con la luce del cellulare ma diventa sempre più stretto. Per non rischiare di rimanere incastrato, preferisco tornare indietro senza essere riuscito a scoprire dove porta. La prossima volta devo tornare con la torcia da speleologo ed entrarci senza zaino...
Usciti dalla via cava troviamo l'indicazione del colombario. Seguendo il torrente torniamo un pochino indietro e dopo pochi minuti lo troviamo.
C'è perfino una scaletta di metallo per aiutarci a salire ed entrare nel grande ambiente.
Sembra essersi conservato piuttosto bene nonostante le dimensioni ragguardevoli. Le cellette sono perlopiù intatte.
Torniamo indietro al bivio e, seguendo sempre il corso del torrente, ci dirigiamo verso la necropoli di Pian del Vescovo. Sopra di noi e sulla destra ci sono molte tombe che compaiono sul bordo del sentiero, ma non sono visitabili.

Il fango le ha praticamente riempite lasciando una piccola fessura. Ora probabilmente sono diventate tane per qualche animale selvatico.

Arriviamo a Pian del Vescovo che è ora di pranzo, ci fermiamo prima di vedere tombe che si affacciano sulla piana.

Dopo mangiato le visitiamo molto accuratamente perché sono le più belle viste oggi.

In più ci sono anche delle scalette tra una e l'altra per salire verso il livello superiore, così ci divertiamo a salirci sopra.

A giudicare da come sono stipate l'una vicino all'altra, probabilmente in questa zona ce ne sono ancora moltissime sotto gli alberi e forse anche sotto i nostri piedi.

Difatti seguendo il sentiero che prosegue in direzione del torrente, se ne vedono alcune adiacenti a quelle scavate e poi via via ne compaiono altre. Osservando l'applicazione sul telefono con il gps, notiamo che sopra il costone dovrebbe esserci un'altra necropoli, ma non ci sono vie d'accesso perché recintata con filo spinato. Seguendo la mappa però vediamo una strada che aggira la collina e vi arriva da dietro. Incoraggiati da questa possibilità, imbocchiamo la strada che sale sul fianco della collina accanto alla necropoli di Pian del Vescovo. La strada è recente, difatti sia sopra che sotto compaiono di tanto in tanto delle tombe e, purtroppo, alcune sono state tagliate proprio dalla carreggiata che ci è passata attraverso. Giunti quasi in cima notiamo dei cartelli che ci avvisano che siamo entrati nel territorio di un'azienda venatoria, quindi in zona di caccia. I cacciatori, che io sappia, agiscono la mattina presto. Ora siamo a pomeriggio inoltrato, per cui proseguiamo e arriviamo in cima alla collina, dove ci sono dei grandi prati aperti per il pascolo e altri per la coltivazione. Al primo svincolo giriamo a sinistra e costeggiamo una serie di ulivi ai piedi dei quali ci sono dei piccoli tumuli. Opera di talpe o cinghiali? Non siamo così esperti da riconoscerne le tracce.

Poche decine di metri intravediamo alla fine della strada una struttura da cui arriva l'abbaiare di alcuni cani. Secondo la mappa la necropoli dovrebbe stare proprio dietro della casa e si suppone quindi che sia su un terreno privato.

Azzardiamo qualche altro passo e sentiamo sparare. I cani aumentano il loro latrare e noi ci guardiamo in faccia. Forse è meglio se ci torniamo un'altra volta, magari in un gruppo più numeroso, così se qualcuno deve essere preso di mira dai cani abbiamo più possibilità di dividere il rischio...

Scherzi a parte, non conoscendo la zona e non sapendo come reagirebbero i proprietari del terreno, cambiamo idea e scendiamo dalla collina.

Rientrati alla necropoli di Pian del Vescovo, stavolta saliamo un'altra collina, lungo l'antica via Clodia arriviamo al Petrolo, dove sorgeva l'antica città etrusca.

Oggi ci sono pochissimi resti e una terrazza panoramica da cui si vede una bella vista.

A testimonianza di quanto questo posto sia ormai diventato selvaggio, a terra troviamo delle tracce di un istrice, ovvero dei grossi aghi bianco neri di cui è portatore sano. Prima di uscire dalla zona dell'antica città intravediamo anche i resti della cattedrale che sorgeva qui fino a pochi secoli fa. Non è visitabile ma qualcosa si riesce ancora a vedere.

Da qui a Blera il percorso è tranquillo e in piano, sebbene ci metteremo ancora una mezz'oretta per arrivarci.

L'anello è completo, ma noi non siamo ancora soddisfatti perché sull'altro versante della città ci sono ancora molte cose da vedere. Scendiamo un'altra volta dal paese e ci dirigiamo verso altre due necropoli.

La prima è abbastanza vicina. Dopo aver intrapreso una breve salita la troviamo subito con tombe sparse un po’ ovunque sul lato della collina ed in cima ad essa. Questa è la famosa necropoli del Terrone.

Il nome è particolare ma non gli è stato dato da un lombardo o un veneto, per cui non ha nulla di razzista. Deriva da una struttura romana che sorge in cima alla collina. Per vederla attraversiamo la necropoli e proseguiamo in mezzo ad un campo, dove ci imbattiamo nel "Torrione". In realtà questa non era una torre, anche se la forma la richiama, bensì era parte di una grande villa romana di epoca repubblicana. Non si è certi cosa fosse questa struttura, probabilmente parte delle terme della villa.

Quindi il nome Terrone è semplicemente la storpiatura del Torrione.

Il sole inizia a scendere, siamo ancora in pieno inverno. Scendiamo velocemente verso il fondo valle dove, seguendo il torrente, troviamo un'altra serie di tombe. Alcune sono anche attrezzate per essere visitate con scalette di metallo.

Dopo aver ispezionato accuratamente tutte le tombe continuiamo fino a trovare un grande tumulo e, finalmente, la nostra ultima meta: le tombe a casetta.

Con la luce del sole al tramonto, queste tombe acquistano un fascino ancora più grande. I colori che assorbono da questa luce, complice anche la particolare forma che hanno, mi fanno pensare in qualche modo alle tombe di Petra.

Con questa ultima perla concludiamo questo intenso giro dove, in pochi chilometri, abbiamo visto veramente tantissime cose fantastiche.

Chissà che Blera non riservi ancora altre sorprese che non siamo riusciti a scoprire... 

giovedì 20 maggio 2021

La Via Sacra

 

Poco fuori Roma, o meglio, poco sopra Roma, ci sono i Castelli Romani. Conosciuti al giorno d'oggi per il vino, la porchetta e il fresco estivo, in tempi remoti erano frequentati dagli antichi romani anche per altri motivi.

Oggi siamo andati a cercare una delle tracce più evidenti della loro presenza, una strada, l'antica via Sacra.

Questa strada basolata portava fino alla cima del Monte Cavo, sulla cui sommità sorgeva il grande tempio di Giove Laziale. In primavera questa veniva percorsa per arrivare al tempio dove si offriva un sacrificio alla divinità.

Inoltre la strada era anche una sorta di via trionfale percorsa dai generali vittoriosi quando ritornavano a casa e, mentre nei secoli il tempio è diventato eremo, poi monastero, quindi albergo e ora centro di trasmissioni radio televisive, la strada è rimasta praticamente la stessa.

Della Via Sacra non rimane molto, però l'ultimo tratto è ancora là, in alcune parti ben conservato. Per raggiungerlo siamo partiti dai pressi del ristorante La Foresta, dove ci sono un paio di sentieri che si inoltrano tra gli alberi. Si potrebbe partire anche dai Campi di Annibale a Rocca di Papa.

Seguendo i sentieri tra gli alberi, prima o poi si finisce per incrociare la via Sacra che, a quell’altezza ha le sembianze di una strada sterrata. Solo dopo aver incrociato un cartello che indica l'ingresso nell'area archeologica, inizieranno a comparire per terra anche i basoli, prima pochi e sconnessi, poi sempre più presenti e compatti. Si sale bene e, sebbene siamo a dicembre e fa molto freddo, l’arrampicata ci scalda abbastanza per non soffrirne.

A circa metà del percorso incrociamo un'altra strada dove forse si poteva arrivare con la macchina. Meglio di no, ci saremmo persi parte della salita e del bosco. Continuiamo ad avanzare. Di tanto in tanto si intravede un bel panorama su Roma e il lago di Albano. Bellissimo camminare in questo contesto, non ci fa sentire la fatica della salita, che alla fine del percorso ammonterà ad un dislivello di poco superiore ai quattrocento metri.

Saliamo sempre di più. Ci troviamo in una zona molto coperta dagli alberi. Il basolato sembra non essere più quello di una volta, o meglio, le pietre lo sono, ma non più nella sua posizione originale. Probabilmente le piogge hanno causato qualche smottamento ed è più difficile salirci senza rischiare di scivolare, così rimaniamo sul terreno a lato e finalmente arriviamo al bivio della roccia a forma di gorilla.

Non so se sia stata scolpita volontariamente per assomigliare ad un gorilla, anche perché non è che si veda in modo chiarissimo l'animale. Forse è solo la luce di oggi a confonderne un po’ le forme. In ogni caso la mano dell'uomo sembra esserci.

Dal gorilla alla cima la strada è brevissima. La vista dei due laghi, Nemi e Albano, ci aspetta e oggi dovrebbero vedersi chiaramente entrambi.

Purtroppo al piccolo spiazzo che sia affaccia sul panorama ci sono troppe persone che si accalcano per farsi una selfie con i due laghi. Attendiamo il nostro turno. Per ingannare il tempo saliamo ancora un pochino per ritrovarci sotto le antenne. Attraversando un brevissimo tratto di zona militare, a cui è vietato l'accesso, si arriva infatti ad un tunnel murato, dove un tempo doveva esserci il tempio di Giove Laziale. Oltre non si può andare. Torniamo sui nostri passi a vedere se la terrazza si è liberata.

Niente, i selfisti sono sempre lì...

Ci accomodiamo un momento sul bordo della strada basolata e mangiamo. Ora che la salita è terminata, il freddo inizia a farsi sentire, anzi, ci assale.

Terminiamo in fretta il panino e prendiamo coraggio per occupare un posto anche noi sulla terrazza. Colto l'attimo fuggente ci affacciamo sullo splendido panorama per immortalarlo, quindi ridiscendiamo verso l'auto.

Cerchiamo di fare il più in fretta possibile perché fa sempre più freddo. Nonostante la temperatura rigida riusciamo a goderci comunque il percorso. Arrivati a destinazione, siamo più che soddisfatti, soprattutto perché abbiamo intravisto la possibilità di fare diversi altri trekking in questa zona che merita moltissimo.

mercoledì 19 maggio 2021

Corchiano

Ormai ci stiamo appassionando a scoprire nuovi posti dimenticati di cui non si sa molto, ma soprattutto poco frequentati dalle masse.

Per non perderci troppo il gusto della scoperta e la sorpresa, prima di andarci non indaghiamo mai a fondo sui luoghi scelti. Però quando ci siamo, cerchiamo di vedere il più possibile.

Finora ci è andata bene, vediamo se anche oggi a Corchiano saremo fortunati.

Il piccolo paesino sorge su uno sperone come Blera, forse è un po’ più piccolo. Anch'esso circondato da testimonianze etrusche.

Parcheggiamo vicino al cimitero e prendiamo la strada asfaltata che ci porta fuori, verso la chiesa di Santa Maria del Soccorso. È chiusa, per cui ci infiliamo subito sul sentiero che segue il torrente.

Al contrario delle gole del Biedano, c’è molta più sporcizia ed è un vero peccato perché il posto sarebbe bello. Dopo circa mezz’ora arriviamo alla prima via cava che faremo in salita. Come sempre è molto bello percorrere queste antiche vie scavate dagli etruschi nel tufo, purtroppo sono brevi tratti. Ridiscendiamo. 
Stavolta prima di uscirne noto una scritta in alto a sinistra. Pare che sia il nome in etrusco di chi ha fatto scavare questa via.
Tornati al torrente attraversiamo il ponticello e troviamo subito delle piccole grotte che dovrebbero essere antiche case rupestri. Ora sembrano più rimesse o stalle.
Non ci perdiamo molto così andiamo verso la chiesa di Sant’Egidio, passando però da un’altra via cava, questa volta spettacolare.

Altissime pareti ci guardano dall’alto mentre camminiamo in questa penombra verde e marrone.

Su entrambi i lati ci sono diverse aperture che non saprei valutare se recenti o meno. Sicuramente la maggior parte sono state utilizzate fino a qualche anno fa perché all'interno si possono vedere i segni di abbandono dell'uomo contemporaneo. Alcune hanno anche la luce elettrica, probabilmente erano diventate cantine o magazzini. Considerando la bellezza del luogo, è un peccato vederlo in qualche modo profanato.

C'è perfino una scala che porta ad una chiesetta scavata nella roccia, ovviamente chiusa. Giunti in cima, sbuchiamo dove c'è Sant'Egidio, quindi ridiscendiamo verso il torrente. Stavolta rimaniamo sul lato sinistro del corso d’acqua e proseguiamo la camminata alla base di Corchiano, risaliamo verso delle scale che portano ad alcune abitazioni rupestri.

Sempre sotto il paese, ci sono diverse grotte o abitazioni rupestri, ma sono recintate. Essendo la prima volta che veniamo qui, non ci soffermiamo troppo. Preferiamo proseguire in un giro esplorativo e dirigerci verso l'ultima via cava.

Il percorso è facile e tranquillo, quasi per famiglie, anche se percorrendo i resti di una piccola via cava, questa volta in piano, incuriosito dalle sporadiche tombe che compaiono qua e là, mi arrampico su uno spiazzo che potrebbe nascondere qualcosa di interessante da scoprire. Purtroppo niente tombe, grotte o case rupestri, però mentre ridiscendo noto qualcosa con la coda dell'occhio che si muove, o meglio, striscia.

Un serpente! Faccio finta di niente, ma vedo che mi segue mentre scendo verso il sentiero.

Essendo vicini ad un corso d'acqua penso subito ad una biscia. A casa mia (L'Oca di Trevi), ce n'erano tante, però la pelle sembra diversa... è una vipera?

Mi fermo un attimo per cercare di inquadrarla meglio e questa mi si avvicina, così me ne vado e la indico a Cassandra. Il serpente mi ha seguito tenendosi a distanza, poi cerca riparo tra le foglie e sotto un alberello caduto.

Sembra troppo aggressivo per essere una vipera. Scopriremo solo più tardi che non lo era. Non si trattava nemmeno di una biscia, bensì di un Biacco, serpente non velenoso, molto aggressivo e veloce.

Quando il servizio fotografico che scatto diventa troppo fastidioso, il Biacco ce lo fa capire. Togliamo il disturbo.

Nonostante questa parentesi faunistica, camminando in questa zona, rimane sempre un retrogusto amaro per come il torrente è sporco, così come il sentiero. Peccato. Sebbene sia un primo giro esplorativo dei dintorni di Corchiano, penso che senza la sporcizia potrebbe essere molto meglio.

Arriviamo al bivio del sentiero dove un rilevante accatastamento di immondizia è stato lasciato alla base del ponticello che attraversa il torrente. Lo seguiamo per salire nell'ultima via cava, anche questa molto alta e scenografica per i curvoni che ha, cosa che finora non avevamo ancora visto nelle nostre esplorazioni. La via è bella e molto breve. Torniamo al ponte. Invitati a proseguire dalle tombe scavate che si affacciano sul sentiero, andiamo a vedere dove porta il sentiero.

Non andremo molto lontano. Poco più avanti il percorso sembra spegnersi nel bosco e, considerando anche l'orario, decidiamo di tornare a casa. Personalmente non sono rimasto molto soddisfatto da questo giro.

Devo ammettere che siamo venuti qui per la prima volta senza sapere praticamente nulla, se non che era un luogo molto gettonato dagli esploratori della domenica come noi. Credo ci sia molto altro da scoprire, per cui è sempre possibile che ci torneremo.

venerdì 30 aprile 2021

Torre di Chia - Piramide etrusca - Necropoli di Santa Cecilia

Dalle parti di Bomarzo ci sono dei luoghi fantastici. 

Lo posso affermare con certezza dopo la giornata di oggi. Ci abbiamo trovato tantissime persone e per fortuna, nonostante il loro impegno, non sono riuscite a rovinarci la giornata.

Anche se piuttosto lontano, tramite l'autostrada da Roma ci vuole circa un'ora per arrivarci. Parcheggiamo davanti ad un campo sportivo abbandonato dove ci sono poche macchine. Avremmo potuto andare direttamente alla Torre di Chia, ma lì c'era molta più gente e non ce la siamo sentita.

Comunque non cambia molto, il percorso a piedi era lo stesso.

Dal campo sportivo infatti, siamo a metà strada tra la Torre di Chia, le sue cascate e la Piramide etrusca. Questa Piramide è da molto che volevo vederla, ma non pensavo che oltre a questa ci fosse così tanto da vedere nella stessa zona.

Come prima tappa decidiamo di andare alla Torre e le sue cascate, così da tenerci la ciliegina della piramide per ultima.

Lungo la strada troviamo ruderi di vecchie case abbandonate, forse erano delle mole. Ormai ricoperte di muschio, conservano ancora un fascino fuori dal tempo. Inutile dire che mi perdo a fotografarle come un giapponese.

Il percorso è breve e molto bello, solo che più ci si avvicina al corso d’acqua, più gente si incontra.

Infatti alle cascate ci sono diversi gruppi assembrati a fare picnic. Noi ci teniamo alla pelle, e ci teniamo in disparte.

Le cascate sono molto belle, sebbene l'acqua non sia pulitissima, nel corso del tempo ha modellato la roccia con forme morbide e arrotondate.

Dopo aver trovato un posticino comodo per sederci e pranzare al sole, per digerire andiamo alla Torre di Chia, proprietà degli eredi di Pasolini. Proprio in questi giorni è uscito un articolo sul giornale che informa essere in vendita.

Io e Cassandra stiamo sempre cercando casa, ma più ci avviciniamo e più ci rendiamo conto di quanto sia grande. Troppo per noi.

Ha una forma particolare che non credo di aver mai visto prima: sembra esagonale, ma solo da un lato, in realtà quando ci giriamo attorno scopriamo che è semi esagonale.

Ovviamente c'è un cancello elettrico altissimo e non si vede altro che mura esterne, così torniamo indietro, però rimaniamo imbottigliati nel “traffico”: un gruppo di pensionati che di domenica non ha cantieri da osservare ci sbarra la via.

Anche chiedendo strada non riusciamo a passare. Oltre che pensionati, sono pure sordi! Solo quando il sentiero si fa più largo riusciamo a seminarli e tornare al punto di partenza.

Ci troviamo ad un ennesimo bivio. Dobbiamo scegliere tra la Piramide e la necropoli di Santa Cecilia. Dalla mappa sembra più lontana la Piramide, così propendiamo per quest'ultima.

Il sentiero è molto tranquillo, una strada di campagna larga anche per un trattore, almeno fino ad un certo punto. Le indicazioni infatti ci deviano a destra e qui la strada inizia a scendere in modo piuttosto ripido verso il fondo valle.


A metà strada troviamo una casa scavata nella roccia che probabilmente ha origini etrusche, quindi torniamo a scendere. Dagli schiamazzi che sentiamo arrivare dal basso, direi che siamo sulla strada giusta.

Circondati da molti alberi, fino all'ultimo non vediamo la Piramide nonostante le sue dimensioni. 

Purtroppo qui ritroviamo il numeroso e chiassoso gruppo che c'era alla cascata. Tanto per risultare ancora più simpatici, sono saliti in massa fino alla sua sommità, occupandola abusivamente a tempo indeterminato.

In realtà non è una piramide, richiama solo vagamente quella forma. Però c'è una scalinata che porta sulla terrazza in cima. Sicuramente è qualcosa fatto dall'uomo, probabilmente un altare di qualche genere.

Andrebbe apprezzato con più calma e solitudine, ma oggi sembra di essere a San Lorenzo (uno dei quartieri della movida/spaccio della capitale), per cui prima di perdere troppo la pazienza faccio qualche foto e riprendiamo il cammino. Abbiamo un'altra tappa da vedere e non vorrei ritrovarmi gli abusivi anche lì.

Ritornati al bivio prendiamo il sentiero che scende in un'altra via e in un altro bosco.

Se in tutta la valle il passaggio degli etruschi è stato evidente, qui lo è ancora di più. Un accenno di via cava, qualche struttura ormai irriconoscibile ma sicuramente realizzata dall'uomo, tutto rigorosamente ricoperto di verde e da una penombra particolare che avvolge in una certa atmosfera da bosco magico e silenzioso.

Se non fosse per i bonghi.

All'improvviso

senza preavviso

si sente un pim pum pam.

No, non ho acceso la musica, e non c’è Elio che canta la sua canzone "Parco Sempione", ma più scendiamo, più ci avviciniamo a qualcuno che probabilmente è un fricchettone, forse drogato, che suona e non smette più.

Se all'inizio le percussioni sembravano qualcosa di rituale, ora abbiamo quasi la certezza che di rituale non ci sia proprio nulla.

Siamo immersi nelle strutture etrusche e la penombra sembra più pesante, anche se sono solo le quattro del pomeriggio pare che stia per arrivare la sera da un momento all'altro.

Per fortuna troviamo un bivio e capiamo che ci siamo lasciati alle spalle i bonghi finalmente:

Ma va a ciapà i rat!

Come per magia, quando arriviamo alla necropoli le percussioni non si sentono più.

Sembra un luogo incantato solo per il verde che ricopre i sarcofagi di pietra pesantissima che giacciono qua e là, sparsi come se fossero caduti da un camion in corsa. L'acqua che li riempie dà la sensazione che non siano stati del tutto svuotati.

Mi perdo a fare mille foto tra sarcofaghi, casette e altre strutture strane, poi come la sveglia della mattina, i bonghi riprendono a battere.

Anche la luce è sempre più bassa... Tamburi nell'oscurità... Mi viene in mente Moria e il “Signore degli Anelli”.

Stanno arrivando?

Non lo so. Comunque per noi è ora di tornare a casa e non abbiamo tempo per scoprirlo. Tantomeno se si trattasse di orchi e goblin.

Farei eccezione solo per il Balrog.

Come agili elfi silvani risaliamo la strada etrusca per spuntare dal bosco e scoprire che c'è ancora luce. La macchina non è lontana, anche questa volta siamo sani e salvi.

domenica 25 aprile 2021

Le gole del Biedano, da Barbarano Romano a Blera (e ritorno).

Con questo maledetto virus che non vuole andarsene io e Cassandra siamo ancora diffidenti a frequentare luoghi affollati. Ormai è un anno che non andiamo in centro e anche se ci dispiace molto aver interrotto i nostri giri alla scoperta della città eterna, ancora non ce la sentiamo.

Per questo motivo abbiamo rivolto il nostro sguardo all’esterno e, come l'estate scorsa, abbiamo trovato tantissime cose incredibili da vedere. Alcune sono talmente belle che non posso fare a meno di parlarne qui. Eh sì, anche stavolta mi scappa proprio da scrivere!

Quello di oggi è un giro bellissimo, più impegnativo di quello che sembra. Non tanto per la fatica, quanto per il tempo che richiede.

Partendo da Barbarano Romano si scende nella gola sottostante che qui chiamano forra. Sul fondo scorre il torrente Biedano che nel corso del tempo l’ha scavata pazientemente.

Appena vi entriamo si vede un bivio che da una parte porta alla bellissima necropoli di San Giuliano, dall’altra invece va a Blera, nostra meta di oggi.

Sembra di camminare in un bosco fatato, ricco di felci, una delle piante più antiche esistenti, e alberi ricoperti di muschio verde scintillante.

Il sottofondo del torrente ci accompagna mentre chiacchieriamo. Le tracce di cinghiali a terra sono lampanti, ma evidentemente si tengono alla larga da noi come se fossimo dei rivenditori di enciclopedie.

Lungo la forra incontriamo pochissime persone per cui, quando sentiamo delle voci, rimettiamo le mascherine incrociando dita e bastoncini.

Nella gola ci sono i resti, distanziati tra loro, di tre antiche mole.

Volendo ci si può anche camminare sopra per arrivare dall’altra parte del torrente, ma bisogna fare molta attenzione perché sono un po’ scivolose.

Scendendo più avanti a livello del torrente, si vedono delle cascatelle che passano attraverso le loro mura e formano un piccolo lago prima di scendere a valle. Siamo soli, sarebbe il posto ideale per consumare il pranzo, ma dopo aver scattato qualche foto il richiamo della foresta ci spinge a continuare la nostra esplorazione.

Proseguiamo su e giù per il sentiero indicato dai segnali bianchi e rossi, è quasi impossibile perdersi, quasi. In un paio di occasioni infatti seguiamo la pista sbagliata, soprattutto quando iniziamo ad arrivare nei pressi dello sperone su cui sorge Blera. Attorno ad essa infatti ci sono moltissimi sentieri e noi ne sentiamo il richiamo.

Ecco perché dicevo che è impegnativa: ci si ferma spesso per fare delle foto bellissime e poi ritornare sui propri passi quando si sbaglia direzione.

Comunque prendendocela comoda e partendo verso mezzogiorno, arriviamo al Ponte del Diavolo, sotto Blera, intorno alle 15:30.

Anestetizzati dal percorso bellissimo non ci siamo resi conto del trascorrere del tempo e della fame, così divoriamo solo ora il panino.

Iniziamo il percorso di rientro, che però non sarà lo stesso: prenderemo il treno.

A Blera infatti c’è una vecchia ferrovia la cui linea passa proprio per Barbarano Romano, dove abbiamo parcheggiato.

Ci sarebbe da vedere ancora molto altro solo nei pressi di Blera, ma l'oscurità incombe e decidiamo di tenerlo in serbo per la prossima volta.

Risaliamo dalla gola. Attraversiamo l'alto ponte sotto cui si intravede quello del Diavolo a fondovalle e ci incamminiamo verso la stazione.

Niente, per oggi non passano treni. Ci tocca andare a piedi.

La linea in realtà è stata abbandonata nel 1994, quindi percorreremo il tracciato dei binari fino all'altra stazione abbandonata.

Si tratta di una strada praticamente in piano e quasi in linea retta. Il primo tratto è all'interno di massicciate che contenevano il binario e il treno. Siamo praticamente in un canale che scompare gradualmente per lasciare spazio ai campi che separano le due località.

Rispetto all'andata ci sembra di correre, ma non è così. Camminiamo di buona lena perché dopo tutto siamo in inverno e il sole tramonta quando siamo ancora per strada, lasciandoci però quel poco di luce sufficiente a farci arrivare alla macchina.

Soddisfattissimi del giro, ma incuriositi da ciò che non abbiamo ancora visto, torniamo a casa un po’ come quelli a cui è stato stuzzicato l'appetito con un assaggino, risvegliando così la vera fame...