domenica 26 aprile 2026

I castelli di Ludwig II

 

Oggi finalmente il grande giorno: il famoso castello di Ludwig II. Facciamo chiarezza: i castelli sono due, quando ha iniziato la costruzione del suo sogno, uno già lo l’aveva. Hohenschwangau, nome impronunciabile (sembra la password del Wi-Fi di un hacker), tutto sommato carino. Restaurato, pittoresco, nulla da dire. Ovviamente a Ludwig non bastava, serviva il capolavoro.

Biglietti prenotati online dall’Italia, orari rigidissimi, nomi praticamente impronunciabili. Insomma: la ricetta perfetta per fare casino. Io con la vista che va e viene, Cassandra con la pazienza già esaurita in partenza… il dramma era annunciato.

I due castelli sono su due colline separate da 40 minuti di camminata tra loro.

Mentre saliamo al cucuzzolo numero uno, dopo venti minuti di marcia forzata sotto la pioggia, Cassandra mugugna: “Ma non c’era l’autobus?”
Quale autobus? Qui passano solo lumache e ciclisti tedeschi in Lycra.
“Tranquilla, tra cinque minuti spiana.”

Spoiler: non ha spianato manco per sogno.


Finalmente al cancello, biglietti pronti… e tac: orario corretto, anzi siamo persino venti minuti in anticipo, ma… è il castello sbagliato!

Brividi.

Corro a chiamare Cassandra, che esce dal bagno convinta che abbia trovato l’ingresso segreto. Quando capisce che bisogna rifarsi tutta la salita al contrario… boom! Sfoggia un vocabolario di parolacce in tedesco che manco i Rammstein.

Arriviamo stremati al castello giusto. Il bigliettaio, sereno con la colazione davanti, ci fa entrare al turno dopo: “Ma sì, succede sempre, vi sbagliate tutti”, sentenzia lapidario.

Beh, magari perché scrivete tutto in gotico tedesco? Un’idea, eh.

Dentro un trionfo di ricchezze e gadget da nerd dell’Ottocento: ascensore elettrico, bagno con sciacquone, insomma, mancava solo Alexa. Ludwig non badava a spese, peccato sia finito annegato a 41 anni. Ufficialmente un incidente, ufficiosamente… Diciamo che non aveva fatto amicizia col Ministero delle Finanze.

Dopo la visita abbiamo un paio d’ore di tempo per mangiare un panino e vedere il museo reale bavarese. Mi è piaciuto.

Dovremmo risalire, non voglio sentir recitare il Faust da Cassandra, scopro dove sta l’autobus e mi metto in fila per aspettare il nostro turno.

Altro colpo di scena: il bus ci scarica a un chilometro dal castello! Altro giro, altra corsa, altre imprecazioni teutoniche.

Scatto in avanti, non per schivare le parolacce, piuttosto per bloccare i tornelli col mio corpo in caso scattasse l'orario. Siamo veramente al limite, sul filo dei minuti.


Arriviamo giusto giusto in tempo.

Sarà che eravamo di corsa, la pioggia, le nuvole basse, la folla di gente, non avevo notato che stavamo per infilarci in un chtrappola.

Il Neuschwanstein, quello delle cartoline, quello che la Disney ha praticamente copiato. Da fuori è poesia. Da dentro è un “Gardaland in stile bavarese”: affreschi, mosaici, dorature. Bello sì, ma con quella patina di finto che ti aspetti da un’attrazione turistica pacchiana da Las Vegas, non da una reggia reale durante il periodo romantico! Ludwig non voleva che lo vedesse nessuno dopo la sua morte. Oggi lo visitano milioni di turisti l’anno: la sua maledizione funziona bene come il meteo in Baviera.


Chiudiamo? Macché. Un salto a Füssen, musei chiusi ma città carina. Non resisto: scarpe da corsa, via verso l’Austria e ritorno, con deviazione fino ai laghi sotto Hohenschwangau. Ho avuto perfino l’idea malsana di salire fino a Neuschwanstein di corsa, sarebbe stata la terza volta in un giorno.

Anche Nein.

Conclusione: giornata da manuale del turista imbecille, quantunque memorabile.

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