martedì 14 luglio 2015

Raufarhos - Asbyrgi - Dettifoss - Krafla – Myvatn - 6° giorno


Ci svegliamo nella terribile casa della famiglia Bradford islandese, ben contenti di andarcene. Nessuno però immagina che la rimpiangeremo amaramente.
La prima tappa del giorno è la valle a forma di ferro di cavallo che non siamo riusciti a vedere ieri, Asbyrgi. Per tornarci faremo una strada diversa da quella di ieri: tutta sterrata. Molto rumorosa e vibrante, ma attraversiamo paesaggi ancora più insoliti e sperduti rispetto a quelli visti finora. Più di una volta ci siamo dovuti fermare per colpa di pecore che avevano preso possesso della strada.
Giunti alla valle il trekking è molto breve, ma pittoresco e naturalistico. Molte sono le specie di piante e uccelli che incontriamo sul nostro percorso nonostante il clima rigido.
Ripartiamo alla volta della cascata di Dettifoss. Questa si che è la più grande e potente d'Europa. Ha una portata di 400 metri cubi al secondo.

Mentre siamo vicinissimi al salto di quarantasei metri, un pilastro di basalto si stacca dalla parete di fronte a noi e finisce tra le fauci della cascata con il fragore di un tuono. Rimaniamo ipnotizzati dalle dimensioni ed i suoni del frastuono, ci riempiono di timore ed emozione, ma ci affascinano anche. Qui hanno girato una scena del film Prometeus. Lo so, il film non era granché, ma la cascata merita davvero.
La prossima fermata sarebbe Sellfoss ma il giro per arrivarci è troppo complicato e lungo, per cui dobbiamo rinunciare.
Oramai la costa è lontana, finalmente ci siamo addentrati nell'interno dell'isola. Il vero aspetto dell'Islanda comincia ad emergere. Colate laviche a perdita d'occhio si stendono in ogni direzione. Sembra davvero di essere atterrati su un altro pianeta.
È un misto di paesaggi a volte lunari, a volte marziani, molto simili alle immagini trasmesse dai robottini esploratori inviati sul pianeta rosso. La differenza sta nei colori, invece del rosso e arancione qui dominano il marrone, il grigio, il nero e il giallo dei licheni che lottano tra loro per avere la supremazia della superficie.
Arrivati nei pressi del vulcano Krafla, passiamo attraverso la centrale geotermica che trae energia dal vulcano e la distribuisce in mezza isola. L'Islanda infatti è una super potenza nella produzione dell'energia.


Qui ci sono crateri grandi e piccoli, uno in particolare è abbastanza grande da eguagliare uno stadio di baseball, solo che al posto del prato verde c'è un acqua smeraldina coronata dal ghiacciaio invernale che per la maggior parte dell'anno la ricopre.
Lo giriamo tutto, fino ad arrivare a colorate fumarole che emanano gas dall'odore di uova sode. Anche qui bene ma non benissimo.


Attraversiamo un piccolo ghiacciaio e poi ridiscendiamo dall'altra parte del vulcano. È il primo impatto con un vulcano e ho sempre più la sensazione di stare camminando su un altro mondo. Colori e odori che non ho mai incontrato in natura. Tutto mischiato in un unica ricetta che sa di Islanda.
Subito dopo essere discesi dal vulcano ci spostiamo di poche centinaia di metri per incamminarci verso un altro sito di solfatare e bollitori.
Fa freddo, pioviggina e c'è anche vento, finalmente vediamo un assaggio di quello che potrebbe essere il "normale" clima islandese.
Per arrivarci dobbiamo attraversare diverse lingue di neve, un'operazione che si rivela più faticosa del previsto. Alla fine delle traversate troviamo una passerella che ci porta su un lungo percorso immerso tra le nuvole e i vapori delle solfatare. Il tempo a nostra disposizione non è molto, così dobbiamo scegliere tra un percorso e l'altro.

Prendiamo quello di sinistra e più si avanza tra le nuvole, più diventa un percorso in salita, ma anche maggiormente costellato di strane forme e colori. Si ha quasi la sensazione di entrare in un portale per il mondo degli inferi.


Per fortuna dopo la nebbia sbuchiamo non all'inferno, ma alla base della montagna, sul ghiaccio. Riattraversato le distese di neve riprendiamo il cammino verso l'ultima destinazione, il camping in riva al lago Myvatn.
Stavolta non ci è andata molto bene, anzi, considerando che in questo nuovo posto ci staremo tre giorni, direi che ci è andata molto male.
I container di Santiago mi tornano subito alla mente per il loro livello spartano. Molto simili. La cucina è grande e funzionale, ma serve per tanta gente, forse sarà una dura lotta riuscire a cucinare qualcosa di buono.

Meteo & Guest house
Il sesto giorno il tempo è coperto e freddo, ma per lo meno non piove. Estate islandese piena: noi in giro con cappello e giacca a vento, mentre gli islandesi indossano tranquillamente solo una maglietta, bermuda e infradito.
Il loculo è quello che è: io e Cassandra finiamo in camera con altre tre donne, la prima notte proviamo a dormire nello stesso letto, ma è stretto e scomodo, impossibile dormire.
La cucina invece è grande. In pochi secondi la invadiamo come delle cavallette e ci mettiamo all'opera. Non ce ne è per nessuno, la nostra macchina organizzativa ormai è uno schiaccia sassi e in meno di un ora abbiamo apparecchiato e fatto mettere con le gambe sotto al tavolo diciotto persone. Lasciando la cucina perfettamente in ordine e utilizzabile dagli altri ospiti. Il menu prevede zuppa di cereali e porcini, risotto allo zafferano, contorno megainsalata.

lunedì 13 luglio 2015

Akureyri - Godafoss - Husavik - Asbyrgi – Raufarhos - 5° giorno


Mi alzo ancora stanco e fiacco, ma un pochino meglio di ieri. Oggi fa più freddo e per essere sicuro di non peggiorare la mia condizione mi vesto più pesante.

La prima tappa di questa intensa giornata è Godafoss, o meglio conosciuta come cascata degli dei. Venne chiamata così quando intorno all'anno mille il parlamento islandese decise che in Islanda dovevano convertirsi al cristianesimo. Per rendere concreta questa sua decisione vennero raccolte tutte le statue dei vecchi dei e le gettarono in questa cascata.

Scendo un po' titubante dal minivan, sperando di non perdere energie subito. Ad ogni passo che faccio invece mi sento meglio, il cocktail farmaceutico che la dottoressa Anna mi ha somministrato sembra aver fatto il suo effetto.





La cascata è molto bella anche se decisamente affollata, me l'aspettavo più alta, ma è effettivamente molto grande. La fotografiamo da tutte le possibili angolazioni e poi riprendiamo la strada per Husavik, la capitale islandese delle balene. Qui c'è il museo delle balene, ma io e Cassandra non ci andiamo. Sapendo che gli islandesi praticano ancora dichiaratamente la caccia alle balene, come Norvegia e Giappone, non ci va di condividere la loro filosofia. Anche se si tratta solo di un museo mi darebbe la sensazione di accettare la pratica della caccia, accettare la loro cultura. No, mi dispiace ma io non l'accetto.

All'uscita dal museo gli altri ci raccontano che l'esposizione è incentrata principalmente sulle balene, sulla caccia c'è solo una piccola sala. Mi viene da dire solo: bene ma non benissimo.

La cittadina è piccola, ma leggermente più carina e viva rispetto alla media islandese. C'è un bella chiesetta di legno, molto colorata, che trasmette molto calore, si intuisce facilmente che possa essere usata, oltre che per la messa, anche per riunire i cittadini in svariate occasioni.

Da Husavik partono moltissime imbarcazioni per l'avvistamento delle balene, c'è perfino un vecchio veliero, ma non oso pensare per cosa fosse utilizzato al momento della sua costruzione.

Al porto trovo un baracchino che vende hot dog, normali, ma anche vegetariani e vegani. Non resisto e ne prendo uno. Molto buono, ma Cassandra mi trita perché mi ha fatto venire un alitone... Va be, ci ho provato.

Ovviamente lo spuntino non era abbastanza per placare la mia fame, così ci buttiamo su un tavolino e consumiamo il mio arrosto di muscolo di grano. Ne abbiamo portate diverse razioni, Cassandra, da brava profetessa dell'ordine delle Trite Cariatidi, aveva previsto questa necessità e devo dire che una volta tanto le sue previsioni si sono rivelate azzeccate. Brava Cassandra, vedi che quando ti applichi e non triti le tue profezie sono buone e positive?

Dopo l'ottimo pranzo riprendiamo l'esplorazione in direzione Asbyrgi, una valle a forma di ferro di cavallo. Secondo il mito è stata creata da Slipnir, il cavallo ad otto zampe di Odino, che avrebbe accidentalmente messo uno zoccolo sulla terra, dando così forma alla valle. Secondo i geologi invece un'imponente eruzione, travolgendo qualunque cosa sul suo cammino, avrebbe provocato l'erosione della valle in soli te giorni. Alla faccia delle normali valli che ci mettono milioni di anni per farlo.



Non ci fermiamo alla valle, una guida ci consiglia di scendere verso il fiume e fare un po' di trekking. Dopo circa quarantacinque minuti di sterrato arriviamo al parcheggio. Anche se ho le gambe un pochino traballanti mi butto sul sentiero, sperando di togliere loro l'incertezza del convalescente. 
 

Il sentiero ci porta su un circuito ricchissimo di formazioni vulcanica dette canne d'organo. Alcune sono davvero spettacolari e uniche. Sembrano opere d'arte studiate ed ispirate, ma in realtà sono eruzioni che si sono solidificate velocemente per l'intenso freddo. A ben pensarci un artista c'è davvero: è il vulcano.

A sera ci dirigiamo a Raufarhos, la città più a nord dell'Islanda. Sembra anche una delle città più silenziose e quieti, per non dire di peggio, incontrate finora. Ci sarebbero da visitare il faro arancione e il sito in cui si vede il tramonto di mezzanotte attraverso una serie di strutture allineate, ma il cielo plumbeo è talmente fitto di nuvole che non si vede nemmeno un raggio di sole.

Inoltre ho una casa da mandare avanti: assieme alle donne del gruppo preparo la cena: pasta al pomodoro, peperoncino e basilico per sei/sette persone e risotto ai carciofi per le altre dodici. Il tutto condito con un ottima insalatona ricca di ogni ben di dio vegetariano.

Non è semplice coordinare l'esercito di aspiranti cuochi, ma alla fine ci riusciamo. Solo dopo cena, ottima tra l'altro, scoppia il primo litigio.

“Tu non fai niente, io faccio tutto”. Le solite cose. Insomma, in diciotto persone doveva pur capitare prima o poi... Spero di non essere mai coinvolto In alterchi simili, altrimenti non so proprio come reagirei...



Meteo e Guest house



Il quinto giorno il tempo è sempre freddo e coperto, molto più islandese rispetto ai primi giorni. Diciamo che la temperatura è attorno ai 9/10 gradi.

La casa a Raufarhorn, che da fuori sembra un container, all'interno sembra la brutta copia di quella della famiglia Bradford.


All'esterno c'è perfino una vecchia cadillac che Alessandra e Domenico tentano di rubare. Per fortuna il nostro Starsky Alesssio li ha fermati prima che potessero mettere in moto.

Anche qui le camere sono di diverse misure. Nuovamente privilegiati siamo io e Cassandra, a cui viene assegnata la doppia. Non credo ci ricapiterà un'altra volta, altrimenti potremmo essere i prossimi bersagli delle lamentele di qualcuno.

La cucina grande ci permette di organizzarci in ben tre portate: lavoriamo tutti, sempre sotto l'occhio attento di Arianna.

domenica 12 luglio 2015

Siglufjordur - Dalvik - Siglufjordur- Akureyri - 4° giorno


Oggi non va bene, ho un brutto presentimento. La gola rumoreggia più del solito e anche un'abbondante razione di zenzero non riesce a zittirla.
Ci dirigiamo a Dalvik per uscire in barca a vedere le balene. Io e Alba non siamo per nulla attirati dalla cosa e rimaniamo in paese per visitarlo. Un conto fosse una spedizione a caccia di balenieri per rovinargli la festa, per un azione simile pagherei volentieri.
Nel piccolo centro marittimo c'è pochissimo da vedere, inoltre le energie sembra mi stiano abbandonando sempre di più velocemente. Sarà il sonno?
Giriamo per il paese in cerca di qualcosa, come naufraghi affamati di attrazioni, ma non c'è nulla e così ci rifugiamo in un vecchio caffè molto caratteristico dove sono esposti diversi cimeli sulla pesca. E' gestito da un vichingo e dalla moglie Inga la vichinga. Ci rimaniamo fino all'orario prestabilito per l'appuntamento, poi andiamo ad accogliere i balenisti e, mentre loro mangiano una grigliata di merluzzo, pescato da loro stessi, consumiamo un pranzo vegetariano cercando di fare nascere qualche senso di colpa nei novelli pescatori.
C'è da vedere ora il museo delle aringhe e così si torna a Siglufjordur, riattraversando la galleria dei nani.
Anche in questa occasione io e Cassandra decliniamo la visita.
A tutti gli altri che faranno la visita il museo non dispiacerà.
Sono sempre più distrutto, nonostante non abbia fatto nulla per tutto il giorno, se non girare a vuoto per i paesini.
Ci siamo: stavolta mi sono ammalato in vacanza.
Per tutto il viaggio di ritorno dormo cercando di recuperare le forze, ma non sarà sufficiente. Forse ho perfino la febbre. Speriamo che una bella dormita mi faccia bene.

Meteo & Guest house
Il quarto giorno il tempo è freddo e inizia con accenni di pioggia. Nel pomeriggio diventa bello e quasi caldo. Anche alla sera ad Akureyri il tempo rimane buono.
La casa invece è una villetta tutta per noi in cui ci distribuiamo su tre piani: al piano terra c'è la cucina grande con bagno e doccia e un paio di camere. Al primo piano ci dividiamo in camere di diverse misure, servite da un bagnetto ed un angolo cottura. Al secondo piano invece restano le ultime camere con un cucinotto.
Io e Cassandra stavolta siamo stati privilegiati perché abbiamo l'unica camera doppia. Grazie Viviana.
Per la cena ci dobbiamo dividere: al piano terra la maggior parte mangia la zuppa, al secondo piano fanno pasta al pesto.
Distrutto dalla febbre, sono un uomo e sopporto tutto tranne quando ho 37,5/38 di febbre, non partecipo alla preparazione della cena. Mangerò però con gusto una zuppa finalmente buona.

sabato 11 luglio 2015

Bordaeri - Vidimyri - Holar - Hofsos – Siglurfjordur - 3° giorno


Nottata tranquilla anche questa, non so se sia la stanchezza oppure in Islanda si dorma bene, ma continuo a svegliarmi riposato.

Alle 8:30 partiamo per Vidimyri, dove ci attende una antica chiesetta di legno e torba. Da fuori è molto caratteristica e carina, ma dire che è piccola è riduttivo. Per visitare l'interno si dovrebbero pagare 700 corone. Sette metri, quasi sette passi di visita, praticamente 100 corone al metro. Un po' troppo caro per tutti. Riprendiamo la strada per il museo delle case di torba.






Il sito è molto carino, immerso in una grande vallata verde ci sono delle casette di torba in cui è stato creato un museo. È molto piccolo ma particolare. Complice la splendida giornata ne approfittiamo per fare un pic nic all'aperto.

La tappa successiva è Holar dove c'è la più antica chiesa in pietra dell'isola. Il contesto paesaggistico in cui è inserita è molto bello, ma la chiesa, ristrutturata qualche decennio fa, non è niente di che. Al suo interno ci sono diverse opere provenienti da tutto il mondo, ma un po' troppo fuori contesto.

Un po' delusi ci consoliamo con la vista di montagne splendide, si potrebbe quasi dire affrescate ad arte.



Un po' delusi ci dirigiamo a Hofsos, dove c'è una scogliera di lava basaltica che scende ad immergersi nel mare con i suoi alti pilastri esagonali. Anche in Irlanda c'è una scogliera simile, detta la spiaggia dei giganti. Secondo la trasmissione Voyager poteva essere l'indizio della presenza di Atlantide, ma in realtà queste formazioni geometriche sono molto comuni in natura, soprattutto qui al 66° parallelo.

Tentiamo una visita anche in paese, ma non c'è proprio niente e nessuno da vedere, se non un sole insolitamente caldo.

L'ultima tappa del giorno sarebbe Siglufjordur, ma prima di arrivarci dobbiamo attraversare una galleria che sembra scavata nella roccia dai nani di Moria. È stretta, ci passa un solo veicolo per volta, ma è a doppio senso. Per fortuna ci sono diversi slarghi per chi viene nella direzione opposta. Va tutto bene finché non incontriamo un Tir, alche' siamo noi a dover accostare.

Usciti dal tunnel dei figli di Durin, ci ritroviamo in un bel fiordo dove c'è Siglufjordur, una piccola cittadina, meglio dire un paesino, anche se per i canoni islandesi forse è un centro piuttosto rilevante.

La casa in cui alloggiamo è molto bella, la più bella del viaggio.

Dopo cena usciamo a fare un giro per il porto. Ci sono un paio di locali e perfino un campo di beach volley dove due rotonde coppie di allegri islandesi, alla luce delle undici di sera, si stanno sfidando.

Siglufjordur era la capitale della pesca della sardina, ora sembra si stia lentamente trasformando in un luogo di villeggiatura. Il processo è ancora in corso per cui non troviamo molto da visitare.



Meteo & Guest house



Il terzo giorno il tempo e' coperto. Fa più freddo rispetto a ieri e c'è una pioggerellina che ogni tanto si intromette nella vacanza. Per fortuna ci vuole ben altro per rovinare questo viaggio.

La casa invece e' molto bella. Tutti hanno camere doppie, Alessio una singola e io e Cassandra, dopo la rinuncia della sera precedente veniamo premiati con una matrimoniale.

La cucina invece, nonostante sembrasse bellissima, ci da non pochi problemi: i fuochi fanno fatica a far bollire per l'acqua del risotto. Solo dopo un ora di tentativi riusciamo a capire che con il coperchio sulla pentola l'acqua non bolle. Possibile che al 66° parallelo le leggi della termodinamica sono diverse?

Per tamponare la fame il capocuoco Arianna, 80 anni suonati ma ancora in gambissima, aveva preparato una mega insalatona che diventa un ottimo antipasto.

Per me e Alba che non mangiamo il risotto, ho cucinato un sughetto per la pasta. Una cosa semplice con pomodoro, curcuma, zenzero e peperoncino.

Purtroppo in Islanda non sanno cosa sia uno scola pasta e così alla fine il sugo rimane un po' annacquato...

venerdì 10 luglio 2015

Reykjavik - Thingvellir - Gullfoss - Geyser – Hveravellir - 2° giorno


Una dormita clamorosa. Erano anni che non facevo una dormita cosi. Durante la notte Alessio, il più giovane del gruppo, ha tentato di impedire il giusto riposo di tutta la stanza: è davvero un russatore da primato, mai visto un fenomeno così, nemmeno sul cammino di Santiago dove ho conosciuto un paio di campioni europei di barrito. Alessio batte tutti.

Per mia fortuna ero talmente stanco che sentendo il letto muoversi per le vibrazioni ho temuto un terremoto. Quando mi sono accorto che tutti volgevano lo sguardo nell'angolo lontano della stanza dove riposava tranquillo il giovane campione, mi sono girato dall'altra parte, ho abbracciato Cassandra, e mi sono riaddormentato in sasso.

E' la prima mattina, da oggi iniziamo la vita da traveller, dopo aver fatto colazione ovviamente: Briosche vegane che Cassandra ha portato per me, una tisana, frutta secca e lo zenzero candito.

Come preventivato consegno la mia patente per poter essere arruolato tra i piloti che ci guideranno sulle strade semi deserte dell'Islanda. Per un disguido vengo escluso dalla lista dei piloti, quindi invece di sei saranno solo cinque gli autisti. Peccato, un pochino mi sarebbe piaciuto guidare in mezzo ai paesaggi lunari, vorrà dire che mi concentrerò sulla cucina.

Quando arrivano i due minivan, li carichiamo con i nostri bagagli e ci dirigiamo sulle strade di quella che sarà una lunghissima giornata.

La prima tappa è il parco nazionale di Thingvellir. Il traffico della capitale è talmente blando e irrisorio rispetto a ciò che si può sperimentare in una qualsiasi piccola cittadina italiana, che non mi sento proprio di chiamarlo traffico.

E' quasi incredibile pensare che i cittadini della capitale, stressati dai ritmi di vita frenetici ed elevati a cui sono sottoposti (ma per favore), appena possono fuggono per un weekend di relax nei cottage situati nelle valli vicine.

Thingvellir è a soli 40 minuti da Reykjavik, un luogo di pace e serenità in cui fu istituito il primo parlamento Europeo intorno all'anno mille, ma soprattutto è il punto in cui la deriva dei continenti ha generato una frattura che allontana le placche di Nord America ed Eurasia, alla velocità di ben due centimetri l'anno.

Questo è il luogo dove il Nuovo Mondo saluta il Vecchio Mondo.



Anche se geologicamente parlando è una velocità pazzesca, vedere queste due placche, una di fronte all'altra, mi fa venire in mente due vecchi amanti che, nonostante l'amore tra loro sia finito da tempo, non riuscendo a dare un taglio netto alla storia, si allontanano così lentamente che per anni si guarderanno ancora negli occhi.



Ripreso il cammino arriviamo alle cascate di Gullfoss, una doppia cascata racchiusa da alte mura di basalto che si getta nel vuoto spruzzando acqua ovunque. Sono alte trentadue metri, ma hanno una portata eccezionale: 109 metri cubi al secondo, ma nei periodi di piena arrivano anche a 2000 metri cubi al secondo. Da vedere da vicino, soprattutto dopo aver attraversato l'onda di spruzzi.



Pare che queste cascate l'abbiano scampata bella. All'inizio del ventesimo secolo degli investitori stranieri volevano trasformare la cascata in una centrale idroelettrica. Una donna, Sigridur Tomasdottir, che era nata in quei luoghi, andò a protestare diverse volte a Reykjavik, sempre a piedi.

Quando tutto sembrava ormai perduto minacciò di buttarsi nella cascata e alla fine tutto fu annullato.

Grazie Sigridur.

Essendo giunti al punto più lontano della nostra giornata, dobbiamo riprendere il viaggio per tornare sulla costa ma nel frattempo facciamo una sosta doverosa al sito dei Geyser.





Il nome geyser infatti deriva proprio da questo luogo in cui ci sono diversi geyser. Al momento solo uno fa ancora le spettacolari esibizioni della sublimazione dell'acqua in vapore, lo Strokkur. Il piccolo Geyser non è altro che un bollitore perenne in cui l'acqua borbotta come una suocera. Il grande geyser invece non erutta più. Pare che sia stato bloccato dai continui lanci di sassi nella sua bocca. Gli hanno causato una indigestione di sassi.

Un vero peccato perché pare fosse molto più spettacolare dello Strokkur ,che già di suo è bellissimo.

E' tardi, il tragitto che ci separa dall'alloggio di questa sera è molto lungo. Purtroppo la strada interna che ci avrebbe fatto tagliare un centinaio di chilometri è ancora chiusa per neve. Per fortuna guidare in Islanda è piacevole, per niente stressante, se non per certi rettilinei infiniti.

In mezzo a questi paesaggi da cartolina non manca mai l'acqua. Sulle cime delle vicine montagne, montagnole e colline, il bianco della neve le ricopre e nei canaloni resiste quasi fino a valle. Cascatelle e ruscelli formano corsi d'acqua in quantità incredibile. Si ha quasi la sensazione che tutta l'acqua del mondo nasca da questa piccola terra.





Finalmente, alle nove e mezza di sera arriviamo a destinazione. Bordaery è un villaggio di pochissime case e soli quattordici abitanti. Con il nostro arrivo l'esplosione demografica ha più che raddoppiato la popolazione. Potremmo tranquillamente prendere il potere, se volessimo.

In pochi minuti la nostra macchina organizzativa si mette in moto e dopo avere preso possesso delle camere, mi metto a cucinare. Nostro malgrado il risultato non è il massimo, non avendo confidenza con le buste pronte, sbagliamo le misure e mangiamo tutti poco e male. Il menù prevedeva pasta e fagioli, alla fine abbiamo mangiato pasta e breccole, i fagioli sembravano sassolini. Per non sentire i morsi della fame durante la notte, gli altri hanno mangiato qualche cubetto di grana con del pane. Io e Alba abbiamo intaccato un pochino le nostre scorte vegetariane.

A mezzanotte il sole sta tramontando, a nord, dietro un lontano promontorio. Uno spettacolo di luci mozzafiato. Sembra che si stia immergendo in acqua per il bagno serale. Sparirà verso mezzanotte e mezza, ma non diventerà mai buio, alle 2 passate risorgerà sempre a nord.



Meteo & Guest house



Il secondo giorno il tempo e' sempre molto bello, il sole ogni tanto si nasconde dietro le nuvole ma fa meno freddo.

La guest house è una casa molto carina, a due piani con stanze di varie misure. Io e Cassandra, per lasciare la singola ad Alessio, campione del mondo di barrito, andiamo a dormire in stanza con altre quattro donne, divideremo un letto in due ma sarà comunque una notte molto comoda e tranquilla.

La cucina, non molto grande, è funzionale e ci permette di preparare la cena e la colazione il giorno dopo.

giovedì 9 luglio 2015

Islanda - Sognando ad occhi aperti


Quando ero piccolo mia nonna, volendo profetizzare il futuro mio e di mia sorella, dipinse due quadri. Nel primo c'ero io in cui sarei diventato una specie di scienziato, tutto casa e lavoro, mentre nell'altro mia sorella veniva raffigurata come una giramondo, sempre in viaggio ad esplorare i più reconditi angoli del pianeta, e anche dello spazio.

Leggendo la sua sfera di cristallo ci ha preso, solo che l'ha letta al contrario. Nonna non è colpa tua, sfido chiunque a trovare il lato giusto in una sfera di cristallo!

Fu così che mia sorella, dopo un promettente inizio come interprete, divenne una splendida madre di famiglia, oltre che traduttrice.

Io invece, che già alle elementari guardavo con invidia il quadro di mia sorella, gettai alle ortiche la carriera di scienziato nonché di studioso. Sin da allora ho cercato di fare mia l'immagine dell'altro quadro, se non come viaggiatore, almeno come sognatore.

Quando ebbi finalmente la possibilità di iniziare a viaggiare, riuscii perfino ad elevare alla massima potenza la mia indole sognatrice, vivendo ad occhi aperti il miracolo e la bellezza di terre lontane, a volte così simili, ma anche così diverse, da quelle in cui trascorriamo la nostra vita.

L'Islanda in particolare sembra fatta su misura per sognare: un mondo a parte, alieno, fantastico, apocalittico, di rinascita, di resistenza, di desolazione e di meraviglie.

Al solo pensiero di quest'isola vulcanica inizio davvero a sognare ad occhi aperti.

Questa meta non rientra nella tipologia di viaggio che ho cercato di fare negli ultimi anni, è qualcosa di più selvaggio, più naturalistico, insomma, una destinazione che ha sempre solleticato le corde della mia sensibilità per la natura.

Non è un viaggio economico, anzi, avendo il braccino corto per me è un po' fuori budget, ma non ho saputo resistere. Con tutti i suoi vulcani, il freddo, e il clima bizzarro che potrebbe far vivere la sensazione delle quattro stagioni in un solo giorno, il sole di mezzanotte, i prezzi proibitivi per qualunque oggetto, alimento o divertimento, qualcuno potrebbe pensare: "ma chi te lo fa fare?"

È la stessa domanda che Cassandra mi fa ogni volta che torno da lei tutto stremato dalla corsa, indipendentemente dal fatto che abbia corso solo dieci chilometri, o perfino una maratona intera.

Cassandra però è a sua volta animata dallo stesso folle desiderio di visitare un'isola vicina al polo nord e che sta su il cosiddetto punto caldo, la vera porta dell'inferno: un canale di magma che dal centro della terra spinge la crosta in continuazione e ciclicamente genera eruzioni e disastri naturali quasi della portata di un livello di estinzione.

"Cassandra, a te chi te lo fa fare?"

Non fatele mai questa domanda o vi risponderà:

“Questo è il Mio viaggio!”

Non importa se facciamo parte di un gruppo di diciotto persone, per lei siamo tutti parte del “suo” viaggio.

A me basta essere qui in Islanda. Con lei ovviamente.

Dormiremo in ostelli, scuole e dove capiterà di trovare posto.

Guideremo per 2900 chilometri su strade asfaltate, sterrate bene e meno bene, circondati da fiumi, laghi, montagne, ghiacciai e deserti.

Mangeremo quello che ci porteremo. Io e Cassandra essendo vegetariani abbiamo stipato nei nostri bagagli talmente tanta roba da mangiare, che non credo soffriremo la fame.

Ok, dovremo cucinare, in compenso vedremo l'Islanda.

Poca storia umana, ma molta di quella geologica.

Uno dei luoghi meno popolati del pianeta che dovrebbe aver conservato il fascino quasi incontaminato del nord.

Altro che Milano.

La terra del ghiaccio e del fuoco, dei geyser, dei vulcani, del sole a mezzanotte, della faglia visibile, quella americana e quella europea che si stanno staccando.

La terra di Erik il rosso, che dall'Islanda e' partito alla conquista della terra verde, Greenland, meglio conosciuta oggi come Groenlandia. Tra l'altro gli islandesi odierni parlano ancora il norreno, ovvero il vichingo di 1000 anni fa.

E le cascate? Dove le mettiamo le cascate? Questo è il paese dalle mille cascate (temo che non ce la farò mai a contarle tutte in due settimane). Pure i ghiacciai eh, ci sono anche quelli.

Ho sentito tanto parlare di questo paese, e finalmente stiamo per togliere il velo mitologico che lo ricopre.



Questa mattina sono partito da Milano, Cassandra da Roma.

la sveglia era fissata per le quattro del mattino.... Che levataccia eh? Non c'è problema, non c'è stata alcuna levataccia, solo una nottataccia completamente in bianco. La mia caotica mente quando mi devo alzare presto per un viaggio, o anche una maratona, è solita combinarmi questi scherzi. Invece di svuotarsi i pensieri l'anno ingolfata di mille inutili e ansie. Sara' che in questo periodo sto correndo poco e non riesco a scaricare la tensione, mah speriamo di riuscire a correre almeno un pochino in Islanda.

Atterriamo a FRANCOFORTE e ci mettiamo in attesa del resto del gruppo che arriva da Venezia, Bologna e Roma.

In breve arrivano tutti tranne i romani che si fanno attendere. Finalmente riabbraccio Cassandra, ma nemmeno il tempo di due chiacchiere e ci dobbiamo imbarcare. Sull'aereo questa volta sono ultimo, praticamente la prima porta accanto ai bagni in coda.

Contrariamente a quanto avevo capito il volo non è di un ora: per arrivare ce ne vorranno ben quattro. In ogni caso atterriamo alle 12:30 perché dobbiamo togliere due ore dal fuso orario.





Con un pulmino veniamo portati subito all'ostello, attraversando 50 rilassanti chilometri di paesaggi vulcanici spazzati dal vento e illuminati da un sole incredibilmente luminoso. Alla faccia delle previsioni che davano pioggia tutta settimana.



Reykjavik è si la capitale, ma conta solo 300.000 abitanti e non ha per niente le caratteristiche di una metropoli. A decine di chilometri la si vede quasi tutta e spicca in mezzo alle case basse, la forma della cattedrale che sembra un missile. In realtà non è poi così grande, solo una grossa chiesa.

Avvicinandoci ci accorgiamo che sembra sia una città costituita quasi esclusivamente da zone residenziali di periferia, prevalentemente case in stile nordico e in una strana lamiera. A volte coloratissime, anche in centro non è raro vedere dei giardini, angoli verdi e primaverili che ti fanno scordare di essere quasi al polo nord.

Dopo l'assegnazione delle camere, dodici persone nella prima e sei nell'altra, partiamo per esplorare la città.

Ci dirigiamo verso il centro e la troviamo piuttosto scarna a livello di traffico. Dopo un giro veloce per prendere confidenza localizziamo un ristorante per la cena, alla quale io e Cassandra non parteciperemo, e poi ci dirigiamo verso il museo nazionale.

Io e Cassandra però preferiamo visitare il museo Vichingo e salutiamo gli altri.

Entrambi i gruppi verranno delusi dalle visite: Il museo nazionale infatti chiude dopo mezz'ora e quindi quasi nessuno lo visiterà, mentre quello vichingo, aperto fino alle otto di sera, è veramente poca cosa. La mostra verte sulle fondamenta di una casa vichinga rinvenute nei pressi del porto. Tutto il resto sono cartelli e qualche luce ed ologramma che ricostruisce la vita dei vichinghi.

Ci sono anche dei libri antichi che narrano la storia dai primi abitanti dell'Isola.

Sarà il viaggio, sarà che non ho dormito, sarà la delusione per la carissima e scarna mostra, ma ho un improvviso cedimento.





Mi devo sedere per riprendermi dieci minuti mentre Cassandra finisce avidamente di cercare qualcosa di interessante nel museo, non trovandolo.

Usciamo e facendoci una passeggiata all'aria aperta mi riprendo un pochino, arriviamo fino al porto dove c'è il teatro moderno ed una serie curiosa di cartine dell'Islanda in cui dall'inizio del secolo ad oggi, per ogni decennio indica quante navi sono affondate sulle coste islandesi, indicandone anche i punti precisi.

Per cena io e Cassandra torniamo in ostello, voglio cucinarle qualcosa di buono per festeggiare l'inizio del viaggio.

Con sorpresa scopriamo che non ci sono ne fornelli ne pentole.

Per fortuna Cassandra fa la profetessa ed aveva previsto questa evenienza, così consumiamo le prime razioni di muscolo di grano. Non male come cena d'emergenza.

Dopo cena usciamo ancora, ormai mi sono ripreso completamente. In cielo il sole è sempre alto, sembrano le sei di pomeriggio ed invece sono le dieci.

Scorrazziamo per la via principale dei negozi e dei locali, sperando di vedere lo spettacolo dei ragazzi islandesi che ubriachi fino allo svenimento vengono caricati di peso dai tassisti. Sarà costui a scoprire dove portarli guardando sui documenti nel portafoglio. E' normale in Islanda che dopo aver scaricato l'ubriaco sullo zerbino di casa i tassisti prendano la carta di credito, la striscino e se ne vadano in cerca di qualche altro “cliente”.

Purtroppo non ne troviamo nessuno. Sarà anche sabato sera, ma è ancora troppo presto e io sento tornare il sonno in modo feroce.







Meteo & Guest house 1° giorno



Da quando ho rivelato di essere in partenza per l'Islanda, la prima osservazione che mi hanno fatto è stata: “Ma non fa freddo?”, la seconda, “Dove dormite?”, la terza “Cosa mangiate in Islanda?”

Ebbene, per sfatare questo mito di terra ghiacciata, Iceland significa terra di ghiaccio, ho pensato di aggiungere in appendice ad ogni giorno trascorso al 66° parallelo un piccolo meteo e una descrizione degli alloggi.



Il primo giorno a Reykjavik il tempo è spettacolare: quando usciamo dall'aeroporto il sole domina su tutta l'isola e la città, devo ammettere che non fa freddo, sembra di essere in primavera. Certo, rispetto al caldo che c'è in Italia in questo momento sentiamo molto la differenza. Per fortuna siamo partiti ben attrezzati.

La Guest house invece è un grande ostello in cui dormiamo in una stanza da sei e in una da dodici.

I bagni sono abbastanza per tutti, ma la cucina invece e' incredibilmente sprovvista di pentole e fornelli. Per fortuna sarà l'unica di tutto il viaggio ad avere questa lacuna.

martedì 28 aprile 2015

Musei Vaticani - primo sguardo

Forse non tutti lo sanno, ma i musei vaticani si possono visitare gratis. Una volta al mese infatti, l'ultima domenica del mese per essere precisi, l'ingresso al museo è libero.
L'unica controindicazione è la fila e il fatto che il museo chiude alle 14, ma iniziano a far uscire la gente dalle 13:30. Poco male.
Saremmo dovuti arrivare per le 9 in San Pietro, ma tra una cosa e l'altra ci siamo messi in coda alle 9:40, praticamente a ridosso del colonnato di piazza San Pietro.
Arrivando dalla metropolitana di Ottaviano, ci siamo trovati di fronte una bella fila che girava attorno alle mura vaticane. Fosse stato per me sarei fuggito in preda al panico. Odio le code, odio rimanere sotto il sole e odio ancora di più la gente che si crede furba saltando la fila.
Cassandra però vede e prevede.
Secondo lei la fila scorre, dovremmo metterci un'ora e mezza, circa.
Il sole è blando, la fila scorre veramente e così iniziamo la lenta marcia verso il museo.
Dopo circa 40 minuti siamo già a metà coda, per cui sembra passare bene, peccato per certi gruppetti di persone che facendo finta di nulla passano oltre come se stessero andando a prendere la metropolitana.
Quando siamo a meno di 100 metri un gruppetto di cinesi, nonostante fossimo in fila abbastanza serrata, cerca di scavalcarci come se nulla fosse.
Stavolta non gliela faccio passare liscia.
Coadiuvato da una collaborazione internazionale con un gruppo spagnolo di Valencia chiudiamo i cinesi contro la balaustra e li costringiamo a rimanere in fila, fino alla fine, come tutte le persone comuni. Eccheccavolo.
Riusciamo ad entrare dopo solo un'ora e un quarto di coda, nulla per la giornata popolare dei musei vaticani.
Saliamo le scale e cominciamo il percorso in questo infinito museo, viaggio rapido, veloce, diretto verso la nostra meta ultima: la cappella sistina.
Cassandra ci è già stata diverse volte per cui era preparata, per me è stata la prima volta. Attraversiamo le sale immense, stracolme di ogni ben di dei, statue, dipinti, arazzi, vasche, mosaici, affreschi, sarcofagi. Di tutto, dall'egitto all'antica Roma, agli etruschi. Poi arriviamo ai corridoi. Quello degli arazzi, ma soprattutto quello delle cartine. Uno spettacolo strabiliante. Questa lunghissima passerella, che attraversiamo velocemente al contrario, sembra diventare una macchina del tempo, come un lento riavvolgimento di quello che un tempo doveva essere un luogo privato dei papi Re, coloro che possedevano oltre che il potere spirituale, anche il potere temporale.
Stordito, frastornato, colpito ma anche contento ed estasiato, arriviamo alla cappella di Urbano VIII, gli appartamenti Borgia e alle stanze affrescate da Raffaello.
Non so se il caldo, la mancanza di ossigeno o l'intensità degli affreschi coloratissimi di cui siamo circondati, anzi, di cui iniziamo a sentirci la parte sbiadita, da restaurare, io inizio ad accusare il colpo. Tutto molto bello e coinvolgente, ma forse sono arrivato qui troppo presto. Mi sento come una persona che ha visto troppo, testimone di così tanta storia ed arte che quasi mi sento colpevole di un delitto: non aver potuto vedere tutto con più calma.
Quasi al limite della sindrome di Stendhal, Cassandra mi prende per mano e mi porta di la, dove l'aria è più fresca, dove tutto ha più senso e i soffitti sono più alti ma ancora più colorati: la cappella sistina.
Gli affreschi sono così belli e ricchi, quasi a poterli toccare con un dito, proprio come l'uomo sembra provare a fare con Dio, proprio la, al centro del soffitto di tutta la cappella.
Michelangelo, che ha dipinto solo, si fa per dire, i soffitti, si autoritratto come la pelle umana che uno degli angeli tiene in mano, a simboleggiare quanto gli sia costato questo capolavoro dei capolavori.
Guardo Cassandra che ha lo sguardo in alto e con le mani rivolte verso gli affreschi, praticamente ovunque, dice "Fermete!!!"
Oltre a Michelangelo infatti anche tutte le altre pareti sono affrescate magnificamente, Rosselli, Signorelli, Ghirlandaio, Perugino, Botticelli e altri. Cerchiamo di rimanere il più possibile, ma le nostre gambe funzionano da sole, come un pilota automatico che si è innestato per far atterrare l'aereo sano e salvo. Poco alla volta ci avviciniamo all'uscita della cappella sistina, degno finale di un museo così mastodontico.
In sole due ore avremo attraversato sale e corridoi che potevano contenere tranquillamente i reperti e le opere d'arte di dieci musei normali. Un pò troppo per un mortale come me che non ha mai studiato una sola pagina di storia dell'arte in vita sua. A dir la verità nemmeno di altro ha studiato molto...
Perfino Cassandra è provata dalla visita, tenta di rientrare a fare un secondo mezzo giro del museo ma alla fine cede sotto i morsi della fame e il peso della stanchezza. Usciamo per consumare il nostro casatiello vegetariano, con la consapevolezza che dovremo tornarci altre volte per poter vedere meglio ciò che abbiamo visto e tutto ciò che ancora crede manca.
Ci torneremo ancora, e ancora... Lo ha previsto Cassandra.