mercoledì 24 giugno 2026

Seorak-san


 

Fino all’ultimo sono stato indeciso se cancellare questa escursione.

Un po’ perché volevo vedere ancora altro di Seoul, un po’ perché temevo seriamente che finisse come la giornata a Namiseom: tante aspettative, tanta gente e alla fine poche emozioni vere.

Per fortuna ho deciso di andarci.

Tre ore di autobus per raggiungere il Seoraksan National Park.

La Corea non ha montagne particolarmente alte, ma è piena di montagne.
Letteralmente piena.

Qui la cima più alta arriva a 1708 metri.
In Italia probabilmente la chiameremmo “collina un po’ arrogante”, in Corea ci fanno un parco nazionale spettacolare.

Bisogna ammettere che hanno ragione.

Partiamo praticamente dal livello del mare, essendo molto vicini alla costa, quindi il dislivello si sente tutto.

Appena scesi dal pullman la guida dà le istruzioni:

Abbiamo tre ore e mezza scarse per andare e tornare.

Anzi meno, perché intanto il tempo passa.

Ci illustra le opzioni disponibili:

  • una cascata raggiungibile in circa un’ora;

  • una caverna a un’ora e venti;

  • la funivia… chiusa per vento forte.

E lì io:

Ma come, e Ulsanbawi?”

Ero venuto per quello.

Ulsanbawi.

Quelle enormi rocce di granito appuntite che sembrano uscite da un film fantasy.

La guida è pessimista.

Secondo lei non abbiamo abbastanza tempo.

Controllo velocemente online e in effetti trovo gente che ci ha messo più di tre ore e mezza per il percorso completo.


Peccato nel frattempo siano già passati altri dieci minuti da quando siamo scesi dal bus e l’appuntamento per il ritorno resta inchiodato alle 14:30.

Io e Cassandra ci guardiamo.

Cambio dell’olio ai box.

Partenza.

Seminando praticamente tutti gli altri.

Lo so, non è una gara.

Se dobbiamo fare più di otto chilometri con cinquecento metri di dislivello, concentrati quasi tutti negli ultimi due chilometri, forse è il caso di darsi una mossa.

Dopo venti minuti sono già all’inizio della salita vera.

Pietroni, scalini di legno, passerelle perfette.

Una cosa va detta: i coreani trattano i sentieri meglio di come certe città italiane trattano i marciapiedi.

Tutto curato, pulito, organizzato.

Dopo un altro chilometro di salita abbastanza seria mi giro e Cassandra non c’è più.

Ci eravamo detti:

Vediamo dove arriviamo dopo un’ora e mezza, poi decidiamo.”

Ormai sono lanciato.

Quando arrivo all’inizio della scalinata finale sono da solo e attacco l’ultimo tratto.

Una legnata.

Non tanto per gli scalini in sé, quanto perché la salita diventa ripidissima e il vento inizia a tirare fortissimo.

Arrivo in cima dopo un’ora e tre minuti dalla partenza.

Distrutto.

Sudato.

Praticamente lessato.

Però appena alzo lo sguardo passa tutto.

Le cime rocciose del Seoraksan si aprono davanti a me in mezzo alle nuvole e al vento, capisco immediatamente perché questo posto sia così famoso.

Resto un po’ a fare foto, dopo qualche minuto inizio a preoccuparmi.

Il vento lo sento eccome.

Chi non sento più è Cassandra.

Guardo verso il basso.

Niente.

Inizio a scendere per cercarla. La trovo soltanto dopo aver rifatto tutta la rampa più lunga e ripida della salita.

Eccola lì.

Distrutta anche lei.

Però ce l’ha fatta.

Grandissima.

Torniamo su insieme. Quando raggiungiamo di nuovo la cima riesce finalmente a pronunciare le sue prime parole:

Machiccazzocelhafattofare!!!”

Che in quel momento mi è sembrata una sintesi perfetta dell’alpinismo mondiale.

Guardo l’orologio.

Abbiamo ancora due ore.

Sì dai, tranquilli, ce la facciamo.”

Frase che ogni escursionista pronuncia sempre pochi minuti prima di scoprire di aver sottovalutato qualcosa.

Infatti al ritorno ci mettiamo più tempo che all’andata.

Anche perché iniziamo a fermarci.

Prima per vedere i templi lungo il percorso, uno costruito sotto una roccia gigantesca, davvero spettacolare, poi perché io decido serenamente di mettermi a mangiare una piadina, passeggiando con calma come se fossi ad una fiera.

Morale: arriviamo al pullman con solo dieci minuti di anticipo.

Io felicissimo.

Cassandra decisamente meno.


Già tutto questo basterebbe, ma la giornata non è ancora finita.

La gita prosegue verso il mare, sul versante orientale della Corea.

Destinazione: Naksansa, il tempio dell’alba.

Anche qui c’è da camminare un po’ in salita, per fortuna dopo Ulsanbawi qualsiasi cosa inferiore a mille gradini sembra pianeggiante.

Il posto è magnifico.




Templi sospesi sopra le scogliere, pini piegati dal vento e il mare che si infrange sotto le rocce.

Dentro un piccolo tempio a picco sul mare troviamo un monaco che canta una nenia continua.

Almeno credo fosse una nenia...a tratti sembrava stesse ridendo.

E non si fermava mai.

A volte rallentava, quasi senza fiato, improvvisamente accelerava di nuovo come una chiamata su Teams quando torna la connessione e recupera tutto l’audio arretrato insieme.

Non sapevo se ridere o allontanarmi lentamente senza fare movimenti bruschi.

Visitiamo la grande statua del bodhisattva affacciata sul mare, poi torniamo finalmente verso il bus.

Rientriamo a Seoul tardissimo, stanchi morti ma soddisfatti.

Questa parte della Corea, più selvaggia e meno “patinata”, è stata probabilmente una delle cose che mi sono rimaste di più addosso.

Forse è anche quella che molti turisti finiscono per saltare.

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