domenica 21 giugno 2026

Terzo giorno

Dopo una giornata di esplorazione in modalità fai-da-te, decidiamo di tornare ad affidarci a una guida locale perché le tappe di oggi sono abbastanza fuori portata per chiunque non abbia un’auto, una patente coreana o un talento naturale per sopravvivere ai mezzi pubblici fuori da Seoul.
La guida si rivela immediatamente un personaggio.
Una donna completamente fuori controllo che parla a raffica un inglese vagamente comprensibile, alla velocità di un’asta di beneficenza sotto cocaina.
E soprattutto conclude ogni frase con “ok?”
Sempre.
Costantemente.
Ossessivamente.
Una specie di intercalare compulsivo.
Tipo i bergamaschi col “pota”, ma in versione coreana internazionale.
Lo usa mentre parla inglese.
Lo usa mentre parla mandarino.
Probabilmente lo usa anche nel sonno.
Today we go mountain ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
“Photo stop five minutes ok?”
“Very beautiful place ok?”
Lo avrà detto almeno novemilaottocentotrentacinque volte, ok?
Dopo due ore io e Cassandra avevamo il cervello completamente colonizzato.
A un certo punto inizi a pensare in “ok?”.
Respiri in “ok?”.
Esisti in “ok?”.
Non riesco più a smettere, ok?
Ho bisogno di silenzio, ok?



Giardino della Calma Mattutina

Prima tappa: il Giardino della Calma Mattutina.

Molto bello, bisogna dirlo.

Mi ha ricordato una versione coreana dei Giardini di Ninfa, senza ruderi medievali e con una quantità decisamente superiore di coreani perfettamente vestiti che si fotografano davanti ai fiori.

Ponticelli, laghetti, alberi potati con precisione chirurgica e sentieri che sembrano progettati apposta per convincerti che la tua vita sarebbe migliore se vivessi lì dentro.

Uno di quei posti dove anche facendo foto a caso viene tutto bene.

Nami Island

Seconda tappa: Namiseom.

Di quest’isola avevo sentito parlare benissimo.
Era praticamente uno dei motivi principali per cui avevo scelto questa escursione.

Invece…

Na turistata.

Si prende un battello che ti scarica sull’isola insieme a una quantità industriale di altre persone tutte lì per fare esattamente le stesse identiche foto.

L’isola in sé non è nemmeno brutta.
L’atmosfera ricorda un Gardaland degli anni Ottanta senza giostre: viali ordinati, file, musica diffusa, negozietti, coppiette che si fotografano tenendosi per mano e orde di turisti che avanzano lentamente come branchi migratori.

C’era un’alternativa infinitamente più interessante.

La zipline.

Una corda tesa da una torre alta ottanta metri che ti lancia direttamente sull’isola attraversando il fiume sospeso nel vuoto.

Un minuto e mezzo di volo sopra l’acqua.

Molto più dignitoso del battello.

Purtroppo i posti disponibili erano solo per orari troppo tardi e avevamo paura di non riuscire a rientrare in tempo con il gruppo.

Spoiler: ce l’avremmo fatta tranquillamente.

Ma queste cose si scoprono sempre cinque minuti dopo aver preso la decisione sbagliata.

Dopo questa seconda tappa abbastanza deludente torniamo sul pullman sperando almeno in un finale dignitoso per la giornata.

Ormai resta soltanto la famosa pedalata sulle rotaie.

Colpo di scena: è stata probabilmente la parte più divertente della giornata.

Si tratta di una vecchia linea ferroviaria dismessa trasformata in percorso turistico: sali su un vagoncino a pedali e percorri la valle seguendo i binari.


Detta così sembra una cosa faticosa.

In realtà era quasi tutto in discesa.

Più che pedalare, si trattava di fingere di fare sport mentre il paesaggio scorreva intorno.

Il percorso era davvero bello: montagne, fiume, alberi e soprattutto una serie di gallerie trasformate in piccoli tunnel psichedelici con musica, luci colorate ed effetti diversi ogni volta.

Una specie di rave ferroviario per famiglie.

Alla fine del percorso ci caricano addirittura su un piccolo trenino panoramico per percorrere gli ultimi due chilometri.

Lì ho tirato un sospiro di sollievo.

Perché dopo Nami Island temevo seriamente che la giornata sarebbe finita molto peggio.

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