E io subito diffidente.
Terzo?
Davvero?
Perché
il primo e il secondo nella mia testa sono automaticamente il Louvre
Museum e i Musei Vaticani.
Poi?
Chi
lasci fuori?
Il British Museum?
Il Met?
La National
Gallery?
Gli Uffizi?
Mi sembra improbabile.
Poi Cassandra mi fa notare una cosa molto semplice: la dimensione del museo.
Enorme.
Più
che un museo sembra un quartiere dell’EUR.
In effetti qui sono
vicini alla Cina, all’India, a tutto il Sud-est asiatico…
parliamo di miliardi di persone.
Certo, non andranno tutte al museo, ne basterebbe una percentuale minuscola per riempirlo come uno stadio.
Infatti, una volta entrati, devo ammettere che il posto è impressionante.
Immenso, modernissimo e organizzato benissimo.
C’è davvero di tutto: statue buddhiste, armature, ceramiche, pagode, reperti archeologici, manoscritti, oggetti quotidiani, intere ricostruzioni storiche.
E soprattutto una cosa fondamentale: non ti aggredisce.
Ho
visitato musei più importanti o più ricchi, spesso dopo qualche ora
ti senti mentalmente frullato, come se il cervello non riuscisse più
a elaborare nulla.
Qui invece no.
Passano le ore senza quasi accorgersene.
Usciamo
che è già sera, stanchi ma non distrutti.
E soprattutto
soddisfatti.
Non è così scontato quando passi un’intera giornata dentro un museo.
Visto che siamo rientrati a un orario ancora umano, secondo voi posso evitare di andare a correre?
Ovviamente no.
Dopo qualche giorno senza allenarmi inizio a sentirmi fisicamente in colpa, anche in vacanza.
Così decido di tornare verso la torre panoramica dell’altra sera.
Oggi il cielo è completamente diverso: limpido, pulito, finalmente senza quella foschia sospetta che sembrava aver inghiottito tutta la città nei giorni precedenti.
La parte più difficile non è la salita.
È trovare la strada giusta.
Tra scalinate, sentieri e deviazioni varie, impiego più tempo a capire dove andare che a correre davvero.
Poi arrivano le scale.
Infinite.
E lì il running finisce ufficialmente.
A un certo punto, per non andare a sbattere contro qualcuno, smetto di correre e inizio semplicemente a salire i gradini due a due, cercando di mantenere almeno un minimo di dignità atletica.
Finalmente arrivo in cima. Mi fermo a riprendere fiato e capisco subito di aver avuto ragione a tornare.
La vista è completamente diversa rispetto al primo giorno.
Niente sabbia gialla dalla Mongolia.Niente foschia lattiginosa.
Solo Seoul che si accende lentamente sotto il cielo della sera.
Vorrei aspettare il tramonto fino alla fine, ma sono completamente sudato e inizia a fare freddo.
Così riparto verso il basso correndo.
Almeno ci provo.
Perché ogni due minuti il panorama diventa più bello e mi fermo continuamente a fare foto: il cielo si colora sempre di più, il sole diventa rosso fuoco e i grattacieli iniziano a illuminarsi uno dopo l’altro.
Una
di quelle serate che non succede niente di clamoroso…
ma che ti
rimangono addosso più di tante altre.
La Corea è tutta salite.
Non
ci sono grandi pianure: solo colline, montagne e quartieri tra una
collina e l'altra.
Questo spiega perfettamente perché il loro
sport nazionale sembri essere il trekking.
Una
quantità impressionante di persone, soprattutto anziani, gira
quotidianamente vestita come se stesse per affrontare una spedizione
himalayana.
Scarponcini tecnici, giacche antivento, zaini
professionali, bastoncini da trekking.
Sui mezzi pubblici incontri pensionati equipaggiati meglio di certi escursionisti sulle Dolomiti.
È un modello di vecchiaia che mi piacerebbe poter sperimentare un giorno





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