Dovevamo
andare in Dancalia.
Poi il destino, che evidentemente si diverte a
pescare mete a caso dal mappamondo, ci ha spediti in Corea del
Sud.
“Ma cosa ci andate a fare in Corea del
Sud?”
Cassandra.
La risposta è semplicemente
Cassandra.
La Corea del Sud, infatti, è il paradiso mondiale
della cosmetica coreana, e Cassandra non è una cliente: è una forma
evoluta di consumo industriale.
Non che ne abbia bisogno a mio
modestissimo parere, ma non sono un uomo abbastanza coraggioso da
aprire un dibattito del genere.
Il suo piano era chiarissimo fin dall’inizio: partire con una valigia da 23 chili riempita di vestiti scelti appositamente per vivere il loro ultimo viaggio terreno, abbandonarli progressivamente lungo il percorso e tornare con 23 chili netti di creme, sieri, maschere e intrugli capaci probabilmente di ringiovanire anche un parabrezza.
Un genio del male.
Io invece?
Che cosa ci andavo a fare?
Eh, questo lo capirete andando avanti. O meglio: leggendolo.
Quando abbiamo deciso di partire, ho iniziato a documentarmi e mi si è aperto un mondo.
Prima della Corea del Sud sapevo pochissimo: qualche film, serie K-drama, due o tre stereotipi e quella fastidiosa etichetta di “brutta copia del Giappone” che ogni tanto le viene appiccicata addosso.
Poi inizi a leggere, a guardare video, a scavare un po’, e ti rendi conto che la Corea non vuole essere il Giappone.
Ha un’identità tutta sua: più frenetica, più contraddittoria, più estrema sotto certi aspetti.
Ed è proprio questo che la rende interessante.

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