lunedì 29 giugno 2026

Aereo per Jeju



Questa mattina si cambia di nuovo scenario.

Si vola verso Jeju Island.

Prima bisogna sopravvivere all’ennesimo spostamento logistico in stile coreano: metropolitana più trenino aeroportuale.

Poteva andare molto peggio.

Potevano essere due autobus, oltre che poteva piovere.

Il volo è brevissimo.

Praticamente fai in tempo a sistemarti sul sedile, guardare fuori dal finestrino e chiederti se abbiano già iniziato il servizio snack che l’aereo sta già scendendo.

Atterriamo a Jeju City e qui arriva la parte interessante: ho noleggiato un’auto.

Cosa che ha richiesto il permesso di guida internazionale, manco stessi per guidare su Marte.

All’inizio mi sembrava esagerato.

Ho iniziato a guidare.

Ho capito.


La prima cosa che noto è che il traffico a Jeju City è un problema serio.

Anzi no.

Il vero problema sono i semafori.

Rossi per ere geologiche.
Verdi per circa mezzo secondo.

Ce ne sono ovunque.

Tutti corredati di telecamere, controlli, limiti e sensori.

I limiti di velocità poi sembrano pensati per una scuola guida particolarmente ansiosa:

  • 30-40 km/h in città;

  • 50-60 fuori;

  • 70 quando si sentono spericolati;

  • 80 praticamente solo se hai trovato l’autostrada del Nürburgring coreano.

Va benissimo la sicurezza.

Sono assolutamente favorevole.

Però ti ritrovi su strade enormi a quattro corsie dove tutti sorpassano tranquillamente a destra perché altrimenti non arrivi più da nessuna parte.

La cosa più assurda è che anche fuori città, su strade principali completamente vuote, i semafori restano rossi per tempi inspiegabili.

Tu fermo.

Da solo.

Nel nulla.

A fissare un incrocio deserto.

Come se il semaforo stesse facendo una riflessione personale sulla vita prima di lasciarti passare.

Il risultato è che ogni spostamento diventa lentissimo.

E questo nonostante l’isola non sia enorme: circa 73 chilometri per 41.

C'è da dire che in mezzo c’è il monte Hallasan, la montagna più alta della Corea, e tutto intorno strade che sembrano progettate apposta per impedirti di arrivare velocemente ovunque.

Quindi qualsiasi tragitto richiede almeno quaranta minuti, spesso un’ora.



Prima tappa prevista era lo Jeju Stone Park.

Peccato sia lunedì.

Quindi è chiuso.

Ovviamente.

Piano B.

Andiamo al Sangumburi Crater, un piccolo cratere vulcanico immerso nel verde.

In autunno è famosissimo per l’erba argentata che ricopre tutta la zona, rendendo il panorama molto fotografabile.

Peccato siamo qui a maggio.

Quindi niente mare argentato poetico al vento.

La passeggiata per arrivare in cima è comunque piacevole: silenzio, alberi, sentieri e questo cratere che compare all’improvviso in mezzo alla vegetazione.

Riprendiamo la macchina e andiamo a visitare un villaggio tradizionale di Jeju.

Qui che l’isola inizia davvero a mostrare la sua identità diversa dal resto della Corea.

Muri in pietra lavica ovunque.
Porte di legno che sembrano ingressi di piccoli templi.
Case col tetto di paglia e soprattutto gente che ci vive davvero ancora oggi.

Non è un parco a tema.

Non c’è un biglietto.

Non ci sono transenne.

Bisogna semplicemente avere il buon senso di rispettare la privacy delle case non aperte al pubblico.

Camminando tra le stradine iniziamo anche a vedere i famosi Dol Hareubang.

I “nonni di pietra” di Jeju.

Statue basaltiche poste tradizionalmente agli ingressi dei villaggi per proteggere gli abitanti dagli spiriti maligni.

Inutile dire che il mio cervello fa subito un collegamento inevitabile.

Sarà che siamo su un’isola vulcanica.

Sarà la pietra lavica.

Sarà la forma delle statue.

A me ricordano vagamente i Moai dell’isola di Pasqua.

Probabilmente non c’entrano nulla.

Sono sempre fatti della stessa pasta, della stessa pietra vulcanica. Mi piacciono molto.

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