Piove.
Chissene.
Sono a Seoul e non vado a correre?
Alle
sette del mattino sono praticamente l’unico essere umano che trotta
sotto la pioggia nel centro della città.
Forse l’unico
abbastanza stupido da considerarla una buona idea.
Parto
senza una vera meta precisa, tanto nelle grandi città correre è
anche un modo per orientarsi.
Attraverso la stazione passando
sopra quella specie di strada sopraelevata trasformata in parco
urbano, piena di piante, passerelle e gente che probabilmente a
quell’ora avrebbe preferito essere a letto.
Poi punto verso il palazzo reale.
Chiuso.
Perfetto.
“Allora vado all’altro palazzo reale”, penso.
Chiuso pure quello.
A quel punto decido che va bene così: i chilometri ormai li ho fatti, la dignità l’ho persa da almeno mezz’ora e posso tornare a casa.
Oggi pioverà per tutto il giorno.
Non
un temporale serio, no.
Quella pioggerella sottile e insistente
che a Roma chiamiamo gnagnarella: abbastanza leggera da convincerti a
non aprire l’ombrello e abbastanza fastidiosa da farti pentire
cinque minuti dopo di non averlo fatto.
In più fa freddo.
Prendiamo
l’autobus e scendiamo davanti a un altro palazzo imperiale.
Anche
questo ricostruito, decisamente più affascinante di quello visitato
il giorno prima.
A
metà percorso, scopriamo un’altra biglietteria.
Dietro la
biglietteria… un altro palazzo ancora.
Più
grande.
Più elegante.
Più tutto.
A un certo punto perdi anche il senso dell’orientamento: cortili, portali, padiglioni, tetti decorati. Ogni volta che giri un angolo, ne spunta un altro.
Ci passiamo dentro un paio d’ore abbondanti, poi decidiamo di andare verso Bukchon, il famoso villaggio hanok di Seoul, quello delle case tradizionali coreane.
È abbastanza vicino e ci arriviamo a piedi.
Le strade davvero “tradizionali” non sono poi tantissime, alcune sono carine: piccole salite, muri in pietra, tetti curvi e caffetterie infilate dentro edifici che sembrano usciti da un’altra epoca.
Per orientarsi, comunque, basta seguire i turisti.
O meglio, seguire la direzione dei selfie.
I turisti sono talmente tanti che il quartiere ha sviluppato una figura professionale tutta sua: lo sceriffo del silenzio.
Anzi, gli sceriffi.
Persone
che girano per le stradine con una specie di distintivo appuntato
addosso cercando di impedire ai turisti di trasformare il quartiere
in un parco giochi.
Dopotutto lì la gente ci vive davvero.
Infatti dopo le cinque del pomeriggio ai non residenti non è più consentito entrare in certe zone del quartiere, proprio per restituire un minimo di pace agli abitanti.
Sinceramente
li capisco.
Dopo otto ore di gente che si fotografa davanti a casa
tua fingendo spontaneità, anch’io metterei le barricate.
Visto che siamo in zona, decidiamo di andare al museo di arte contemporanea.
Errore.
Caos totale.
Dopo
mezz’ora di fila siamo riusciti ad avanzare più o meno quanto un
download col modem del 1998.
Guardo Cassandra: non era nemmeno
arrivata a metà della coda per la biglietteria.
Missione abortita.
Cambiamo obiettivo.
Torniamo verso il museo di storia della Corea, vicino al palazzo visitato il giorno precedente.
Almeno è gratuito e, soprattutto, si entra.
Il museo è molto interessante: racconta bene la trasformazione incredibile della Corea, passata in pochi decenni da paese devastato dalla guerra a potenza tecnologica mondiale.Peccato che a metà visita il jet lag decida di presentarmi il conto.
All’improvviso mi ritrovo a fissare pannelli storici senza più capire se sto leggendo della dinastia Joseon o il menu di un ristorante.
Peccato, meritava decisamente più lucidità di quella che il mio cervello era disposto a offrire in quel momento.
Considerazione del giorno:
il regno del caffè.
Caffetterie ovunque.
Davvero
ovunque.
Quantità difficile da spiegare.
Il
problema è che il caffè è pure buono.
Perfino i dolci
sorprendono: molti ricordano quelli europei, soprattutto francesi.
Spesso sono molto meno zuccherati di quanto mi aspettassi.





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