venerdì 26 giugno 2026

Gita a Gyeongju e dintorni



La prima vera attività che facciamo a Busan… è uscire da Busan!

Perfetto.

Destinazione: Gyeongju.

Una città che avevo provato in tutti i modi a infilare nel programma del viaggio come tappa fissa, senza riuscirci.
Da Seoul si poteva fare, certo, ma tutti continuavano a dire che da Busan fosse più comoda.

Comoda” nel senso coreano del termine: partire presto, vedere mille cose e tornare tardissimo distrutti.

Tempio di Bulguksa

Prima tappa: Bulguksa, probabilmente il tempio più famoso e visitato della Corea.

Si capisce subito perché.

Bellissimo.

Forse lo visitiamo un po’ troppo velocemente, ma la giornata è pienissima e in fondo il complesso non è enorme.

In compenso è addobbato a festa.

Come quasi tutti i templi in questo periodo, anche qui è tutto ricoperto di lanterne colorate per il compleanno di Buddha che si avvicina.

Queste decorazioni danno ai templi coreani un’atmosfera stranissima: sacra e allo stesso tempo allegra, solenne ma piena di colori.

Molto diversa dall’idea austera spesso si associa ai luoghi religiosi.



Villaggio Yangdong

La seconda tappa è il Yangdong Folk Village.

Qui che ci fermiamo anche per pranzo.

Io e Cassandra facciamo immediatamente quello che facciamo sempre: spariamo da soli in esplorazione.

Questo villaggio è diverso da quelli “storici” ricostruiti nelle città.

Qui le case sono vere.
Vecchie davvero.

E soprattutto la gente ci vive ancora.

Da secoli.

Le famiglie storiche del villaggio sono due: i Son e i Kim.
Ci sono abitazioni del Cinquecento, case nobiliari con i tetti in tegole e abitazioni più povere coi tetti di paglia.

Passeggiare tra quelle stradine silenziose è stranissimo, non sembra un museo: sembra di essersi infilati dentro una Corea parallela rimasta sospesa nel tempo.

Ovviamente noi, con grande rispetto delle regole, ci siamo anche infilati dentro qualche cortile.

Piano.

Silenziosi come ladri professionisti.

Non so se fosse consentito davvero, se fossero aperti apposta ai turisti o se semplicemente nessuno ci abbia visti.

Fatto sta nessuno ci ha rincorsi urlando, quindi la consideriamo una vittoria diplomatica.


I tumuli di Gyeongju

Arriviamo poi alla parte che probabilmente mi ha colpito di più.

I tumuli funerari di Gyeongju.

Enormi colline artificiali erbose che custodiscono le tombe del regno di Silla, uno dei tre regni che unificarono la Corea.

Il parco mi ha ricordato vagamente la Necropoli della Banditaccia.

Solo vagamente.

C’è una differenza gigantesca: quasi tutte le tombe sono ancora intatte.

Non scavate.

Non saccheggiate.

Non aperte.

Per noi italiani, abituati a una storia archeologica fatta anche di tombaroli, saccheggi, papi che spostavano reperti come soprammobili e dinastie intere che riutilizzavano qualsiasi pietra disponibile… questa cosa è quasi inconcepibile.

Qui non solo non scavano le tombe a caso. Salirci sopra è punibile con multe enormi e perfino con il carcere.

Una forma di rispetto archeologico che fa sinceramente impressione.

Visitiamo l’interno di una delle poche tombe aperte al pubblico, poi ci lasciano tempo libero tra i tumuli.

La cosa incredibile è proprio quella: passeggi accanto a colline che custodiscono sepolture antiche senza sapere nemmeno chi ci sia dentro.

C’è qualcosa di potentissimo in questa scelta di lasciare tutto lì dov’è.

Dopo il parco andiamo nel vicino quartiere hanok a fare merenda.

Io prendo un dolce ripieno di mozzarella di Jeju Island.

Almeno così pubblicizzavano.

Diciamo che la mozzarella era più un concetto filosofico che una presenza concreta.

Nel complesso non era male.


Il palazzo reale al tramonto




La giornata non è ancora finita.

Penultima tappa: ciò che resta del vecchio palazzo reale delle feste di Gyeongju.

Anche qui la storia con l’occupazione giapponese torna fuori ancora una volta.

I pochi edifici sopravvissuti si sono salvati soltanto perché i giapponesi stessi li usavano per eventi e celebrazioni.

Arriviamo poco prima del tramonto, ci piazziamo davanti allo stagno in attesa che faccia buio.




Piano piano si accendono le luci che illuminano i padiglioni.

Il posto cambia completamente faccia.

Le strutture illuminate si riflettono nell’acqua creando copie perfette e colorate dei padiglioni.

Uno di quei panorami quasi esageratamente pittoreschi, al punto che sembrano costruiti apposta per convincerti a fare foto.

Infatti ne facciamo parecchie.


Il ponte sul fiume

Pensavate fosse finita?

No.

Un’ultima tappa.

Un ponte di legno sul fiume, completamente illuminato.

Anche questo è stato ricostruito, l’originale non esiste più da tempo. Vederlo di notte, riflesso nell’acqua, è davvero spettacolare.

Ovviamente per fare le foto migliori bisogna scendere sui sassi in mezzo al fiume.

Ovviamente è buio.




Ovviamente il rischio di finire in acqua è altissimo.

Camminiamo con quella prudenza goffa tipica delle persone che vogliono sembrare avventurose ma hanno già capito quanto sarebbe umiliante cadere nel fiume davanti a tutti.

Così, tardissimo, si conclude una delle giornate più intense e più belle di tutto il viaggio.

Quelle giornate in cui vedi così tante cose e alla fine, tornando a casa, ti sembra siano passati almeno tre giorni invece di uno solo.

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