mercoledì 22 luglio 2015

Landmannalauger – Reykjavik - 14° giorno


Ci svegliamo presto dopo la strana giornata di ieri. Ancora un po' frastornati dal vento, andiamo a pagare la guest house. Con sorpresa veniamo a sapere che invece di andare alla blue lagoon si può andare sul Landmannalauger! Fermi tutti: cambiamo programma in corsa! Il direttore dell'Hotel infatti di dice che dovrebbero riaprire le strade per il Landmannalauger. Dovremo aspettare un'ora prima che la guida statale parta per aprire le strade, così ne approfitto per caricare tutte le foto del telefono su internet e bermi un caffè, per la cronaca davvero orrendo. Mentre aspetto riesco a sbirciare la mostruosa carta dei vini: un bicchiere di Shiraz 50€, un bicchiere di Chianti ben 75€. Se vivessi in Islanda sarei astemio.
Quando arriva il momento di partire, il monster truck che doveva aprire la pista sparisce in una nuvola di polvere e cenere. Non è un problema, anche da lontano riusciamo a seguire il serpentone di auto che sfrecciano nel deserto freddo.


Lo sterrato è davvero brutto e in un paio di occasioni attraversa dei nevai e qualche pozzanghera. Vedendolo così probabilmente anche il giorno prima si sarebbe potuto passare. Pazienza, ormai è andata.
Arriviamo a destinazione in una valle circondata da vette innevate ma che sul fondo è ricca dell'acqua dei guadi ed erba verde brillante. Fiori bianchi e gialli spuntano ovunque, ma sono i corsi d'acqua che risplendono di più per intensità: sono pieni di acqua tiepida e setose alghe verdi. I bordi delle pozze calde sono tinti di giallo e rosso. Volendo ci si potrebbe anche fare il bagno, ma il tempo è poco.
Ci arrampichiamo su un nevaio e camminiamo per quaranta minuti verso il fondo della valle, là, dove le montagne sono più colorate.


I nevai sono molti, anzi probabilmente attraversiamo anche un laghetto non ancora disciolto, poi saliamo fino alle solfatare, dove i monti continuano a fumare e colorare le rocce e la terra di giallo quasi fosforescente, di verde, di arancione e di rosso.
Proprio un bello spettacolo che meritava di essere visto.
Torniamo subito indietro perché come sempre ho fame. Il tocco è già passato da un pezzo e ci aspettano altri quaranta minuti di lotta sulla neve.
Con i piedi bagnati per la traversata, mangiamo l'ottimo hambugher di muscolo di grano. Accompagnati dal sottofondo musicale del vasto guado che ricopre quasi tutto il fondo valle, ci soffermiamo ad ammirare i colori e la pace per gli ultimi minuti prima di riprendere il viaggio.
Attraversando di corsa i deserti di cenere, li vediamo salutarci sollevando grigie nubi a festa fino a che non siamo di nuovo sull'asfalto. Il paesaggio cambia man mano che ci si avvicina alla città: sempre meno distese desolate e più abitazioni, allevamenti di cavalli, anche campi coltivati. Passiamo accanto ad un'altra centrale termoelettrica da cui serpentoni di tubi si dipanano in ogni direzione e poi ecco la città. È venerdì e si nota un leggero aumento di traffico. Certo che a Milano o Roma non sarebbe ancora nulla, però dopo aver passato due settimane su strade dove si vede una macchina ogni dieci/quindici minuti, inizio a notare la differenza.
Una volta preso possesso delle camere mangiamo e poi rubiamo un furgone per andare in centro a fare un po' di baldoria.
Solitamente in Islanda si viene con due soli obiettivi: visitare questo incredibile e selvaggio paese, oppure per ridursi alcolicamente ai minimi termini.
Il paese lo abbiamo visto in buona parte, ora proviamo a sperimentare il lato oscuro del 66esimo parallelo.
Parcheggiamo al laghetto vicino al porto e subito siamo sulla via dei locali.

Per me sembrano tutti uguali, così faccio scegliere agli altri. Finiamo in un american bar pieno zeppo e subito mi appare chiaro che non arriveremo alla sbornia, non abbiamo molto tempo a disposizione.
Il locale però è ben popolato, sia da splendide islandesi, le prime che vediamo, sia di ubriachi divertenti.
Quando stiamo per andarcene vedo un tipo in mezzo alla pista da ballo che batte le mani. È chiaramente ciucco. Senza troppa convinzione viene nella nostra direzione e io, pensando che debba passare oltre, mi sposto con la sedia. Questo invece mi mette una mano sulla spalla e mormora qualcosa. Ovviamente non ho ancora imparato l'islandese, figuriamoci l'islandese alcolizzato. Indosso la faccia di plastica e alzo il pollice per salutarlo.
Questa se ne va contento.
Pensando di averla scampata bella mi alzo e annuncio:
"Ostjurdur? Il conto!"
Quando stiamo per uscire un altro gigante ubriaco che stava ballando mi vede passare, mi indica e viene da me a dirmi qualcosa. Io replico il gesto di prima e scappo fuori sperando che nessuno mi segua.
L'unica spiegazione che mi son dato è avere una certa somiglianza con un personaggio islandese famoso, all'altra possibilità non voglio nemmeno pensarci...


Proviamo a cercare un altro locale ma è tardi e finiamo al porto, attirati come falene dalla luce ipnotizzante del tramonto di mezzanotte e mezza.
Reykjavik ci saluta così, con uno spettacolare gioco di colori, lasciandoci nel cuore una sensazione ed un ricordo unici.



Meteo & Guest house
Tempo splendido per tutta la giornata, degno dell'ultima trascorsa in esplorazione.
La guest house invece non è proprio il massimo.
Finiamo in una mansarda da dodici, calda e un po' sporca.
Anche la cucina non è il massimo dell'igiene.
È l'ultima sera e prevedendo il cenone finale Cassandra si è portata la bomba culinaria per festeggiare il ritorno a casa: mezzo chilo di spaghetti integrali.
Metto su un sugo veloce di pomodoro con curcuma, peperoncino e zenzero e ce la mangiamo in due! A Cassandra due etti, a me tre!
Confesso che non sono riuscito a finirla, mi mancavano solo due forchettate... In ogni caso nonostante la quantità era così buona che ho digerito tutto senza problemi.

martedì 21 luglio 2015

Hella – Lago Ljotipollur – Hrauneyar - 13° giorno


La sveglia nella casetta del bosco arriva presto, per fortuna. Il divano è troppo scomodo per due, almeno per me. Cassandra ha dormito grazie alla sua magia di tramutarsi in sasso appena si corica.

La destinazione di oggi è il Landmannalauger, le montagne colorate.

Partiamo presto per evitare inconvenienti, ma subito sbagliamo strada. Già da qui si poteva intuire che la giornata non prometteva bene, nonostante il sole abbagliante.

Dopo un conciliabolo tra i vari navigatori su quale sia la strada giusta da prendere, ogni cartina indica un numero diverso, sono costretto a riesumare il navigatore garmin di Lorenzo, che mi avevano fatto prepensionare troppo presto.

Ripartiamo e dopo nemmeno un ora di strada giungiamo all'hotel, che poi non è l'hotel. È solo l'ultimo distributore nel raggio di 250 chilometri. Ci indicano una strada e troviamo la struttura a soli due chilometri e mezzo nel nulla del deserto islandese.

Alla nuova reception però ci avvisano che, oltre a non avere le camere pronte, le camere non le avremo nemmeno quando saranno pronte. Non c'è la prenotazione, probabilmente abbiamo sbagliato hotel.

Torniamo al distributore a farci ridare indicazioni. Ci rimandano da dove siamo venuti. Riprendiamo i negoziati e con un po' di fatica viene trovata la prenotazione. I nostri alloggi sono in una struttura bassa e brutta infondo alla strada chiusa. La chiamano Hellhouse.

Oddio, non so cosa voglia dire Hellhouse in islandese, ma se il significato è simile all'inglese, casa dell'inferno, siamo fritti.

La casa è un agglomerato di minuscole stanze doppie con una grande cucina e servizi. Dentro non è poi così male, peccato che siamo condannati a passarci la giornata senza poter fare nulla.

La strada per il Landmannalaugher infatti è chiusa per impraticabilità. Gli unici mezzi che sono abilitati a transitare sulle piste sterrate in quella zona sono dei monster truck. Per rendere l'idea delle proporzioni vi basti sapere che una ruota di questi mostri meccanici è alta come la mia personcina, quindi più di Cassandra. I padroni dei mostri ci offrono un passaggio per la modica cifra di 200 €uri a persona.

Decliniamo gentilmente l'invito con il gesto dell'ombrello.

Demoralizzati dalla prospettiva, una parte del gruppo propone di andare subito a Reykjavik, ma poi scopriamo che ci perderemmo i soldi dell'alloggio. Rimaniamo decidendo di provare ad esplorare i dintorni del luogo.





Con la macchina ci rechiamo fin dove la strada è chiusa dalle catene, poi proseguiamo a piedi lungo un torrente, scoprendo una bella cascata nascosta e salendo sopra una diga. Il vento è fortissimo e toglie quel poco di calore che un sole accecante cerca di trasmetterci. In cielo non c'è una nuvola e l'azzurro si riflette nel verde dei laghi artificiali, creando un contrasto con il grigio del deserto di cenere e sassi.

Cerchiamo di resistere come dei mulini a vento, ma veniamo ben presto fiaccati dall'aria fredda e così torniamo alla Hellhouse, stasera si comincia presto a cucinare.

Meteo & Guest house

La HellHouse, dopo tutto non era malissimo. Tutti hanno avuto una camera doppia. Anche se piccola era comunque una comodità non da poco in un viaggio così.

A cena oltre al solito menu collaudato c'è stata l'occasione, che le cuoche aspettavano tanto: cucinare il cavolfiore.

Erano giorni che guardavamo con timore e sospetto quella testa di cavolo diavolo, convinti che avrebbe riempito la casa di strani odori. Alla fine ce lo siamo mangiato tutto, chi più e chi meno.

Il vero problema della HellHouse invece è stata la mancanza anche qui del WiFi. Per avere una connessione ci si doveva spostare di poche decine di metri, all'esterno. Con quel vento fortissimo e gelido l'unica soluzione è stata quella di prendere il furgone, pieno di gente e spostarlo quel tanto che bastava per potercisi collegare. Un'altra pietosa azione per poter ricevere il collegamento con internet.

lunedì 20 luglio 2015

Stafafell – Iceberg - Kirkjubæjarklaustur (deviaz. Kanyon Fjaðrárgljúfur) – Vik - Reynisfjall(spiaggia nera) – Skogarfoss – Hella - 12° giorno

Stamattina ce ne andiamo da Staffafel, ci aspetta la tappa più lunga del viaggio, un po' mi dispiace non poter dare il cambio ai piloti, più di quattrocento chilometri in un giorno, dopo tutti quelli che abbiamo già fatto non sono pochi.
Come prima cosa, visto che è di strada, ci fermiamo ancora alla laguna degli Iceberg per fare la foto di gruppo. Se possibile fa ancora più freddo del giorno prima.
Tra una cosa e l'altra si perde un po' di tempo e prende molto freddo. Fatta la foto ci mettiamo in viaggio e ci dirigiamo verso il canyon di Kirkjubæjarklaustur, per gli islandesi solo klauster.

Si tratta di un piccolo canyon fatto di una particolare roccia che il torrente attraversandolo ha scavato fino a renderlo una vera opera d'arte.
Un vero spettacolo della natura.
Ci sono strapiombi così belli che ti fan venire voglia di camminare sul bordo tra un salto e l'altro per arrivare ad un cocuzzolo isolato. Il passaggio però è talmente stretto che si deve mettere un piede alla volta e non puoi non guardare nel vuoto ai due lati. Nonostante avessi sconfitto il problema delle vertigini, qui mi torna un pochino. Meglio non rischiare troppo, se casco di qui non ne esco vivo.
Riprendiamo l'esplorazione del canyon che si rivela piccolo, ci basta mezz'ora.
La prossima meraviglia, sembra impossibile ma è ancora più spettacolare. Pochi chilometri più avanti si apre una valle colorata da cui parte uno sterrato in salita che porta in alto, dove le forme delle montagne sono così strane ma anche affascinanti.


Con il maestro dello sterrato alla guida, Atanasio classe 1937 o giù di lì, saliamo attraverso corridoi di lava su cui si affacciano strane bocche e affilate formazioni. In cima ci fermiamo ad ammirare il panorama che si apre per chilometri e chilometri: una vallata nera da cui spunta un imponente montagna verde. La spettrale pianura è irrigata da numerosi corsi d'acqua che sembrano serpenti in migrazione.
Riconosco subito il luogo, qui ci hanno girato Oblivion e Noah.

Scendiamo verso il fondo valle nero e seguendo la strada entriamo in una bellissima e stretta gola. Alla fine questa si apre in una grande radura verde circondata dalle stesse grandi forme spettrali. Nel mezzo c'è un campeggio con alcuni cottage. Non dormiremo qui, anche se nonostante il freddo sarebbe potuta essere una bella esperienza.
Scesi dal furgone io e Cassandra seguiamo Domenico che è partito all'esplorazione di un canyon più piccolo ma molto bello. Arriviamo fino alla fine dove troviamo una cascatella ed un laghetto molto bello.
Al ritorno ci rendiamo conto che tutto il gruppo stava aspettando noi due e iniziamo a correre per non farci lasciare a piedi.

Fuori della valle tenebrosa giungiamo a Vik, il paese più piovoso d'Islanda. La guida dice che se ci capitiamo con il sole siamo molto ma molto fortunati. Il sole c'è, ma anche un vento incredibilmente forte.
Facciamo ancora pochi chilometri e poi approdiamo alla spiaggia nera di Reynisfjall. Un'immensa distesa di sabbia nera e sassi levigati. Il mare è po' agitato e l'acqua cerca di lambire i nostri passi, ma noi ci teniamo vicini alla parete che prima di proseguire verso i faraglioni si apre in una spettacolare caverna di basalto modellato ad arte.

Spinti dal vento fortissimo, un parente molto stretto della bora, e dalla voglia della Patty di andare avanti, arriviamo a scalare un pezzettino di scogliera per poter ammirare meglio i sei faraglioni che spuntano dall'acqua.
Non è ancora finita, lungo la strada di questa infinita giornata ci aspetta ancora Skogarfoss, la cascata con il salto più alto d'Islanda. Vedendola mi rendo conto che è una delle immagini islandesi che ho sempre voluto vedere dal vivo. Sarà che di cascate ne ho già viste molte da quando sono qui, ma non mi impressiona più di tanto, è la cascata più normale che ho visto in questo viaggio, bella, ma non bellissima.
Il viaggio per Hella, la nostra destinazione finale è ancora consistente, così decidiamo di bypassare la prossima e ultima cascata segnata sul programma. In ogni caso non abbiamo perso nulla, non perché non ne valesse la pena: in realtà vediamo tutto lungo la strada e anche di più. Oltre all'ultima “famosa” ce ne sono tantissime altre senza nome, ma non per questo meno spettacolari.


Meteo & Guest house
dodicesimo giorno.
La giornata inizia molto fredda, il gelo degli iceberg ci contagia infiltrandosi fino alle ossa, ma poi riprendiamo a viaggiare e poco a poco il cielo si rischiara.
A volte il sole è nascosto dietro le nubi, a volte esce e si fa vedere in tutto il suo splendore.
Per la prima volta sperimentiamo il soggiorno in un cottage. Ce ne è uno grande dove stanno praticamente tutti, ed uno più piccolo con quattro posti letto dove andremo io, Cassandra, Domenico e Alberto.
Il nostro cottage è una casina di legno molto carina, stile casetta in riva al lago che si vedono nei film americani.
A cena Tamara si inventa delle specie di tortillas vegetariane che faranno da contorno alla solita zuppa, la solita insalatona ed un ottima pasta al pomodoro.
Dato che è il primo giorno in cui l'alloggio non ha il WiFi, dopo cena usciamo, come zombie, in cerca di una connessione libera. Senza meta ci muoviamo verso una rete che possa placare la nostra crisi d'astinenza. Io sono tra questi zombie. Una scena bizzarra: una decina di persone che vagano in un paesino deserto, tenendo alta una mano con un cellulare. Roba che non si vede tutti i giorni, in particolar modo quando uno di questi si mette ad urlare:
Ce l'ho!”
e poi tutti gli altri corrono verso di lui per accaparrarsi quei cinque minuti di ossigeno virtuale.
Pensavamo di venire in Islanda per fare un viaggio naturalistico, per liberarmi dalle catene del progresso, ma in realtà non mi sono liberato proprio di nulla.
Questa è la dura verità.

domenica 19 luglio 2015

Staffafel - SkaftafellJokul - Laguna iceberg - Staffafel - 11° giorno


Oggi partiamo presto, ci aspetta una giornata piena piena: alle otto siamo già in auto diretti allo Skaftafelljokul per fare la ramponata sul ghiacciaio. Il viaggio è molto lungo e durante il tragitto mi addormento qualche volta, la stanchezza dei chilometri accumulati comincia a farsi sentire.
Arriviamo in orario al ghiacciaio e quasi subito ci danno i ramponi e la picozza. Questa si rivelerà utile solo per trasportare i ramponi.


Ci portano con un pulmino ai piedi del ghiacciaio dove ci fanno vedere come indossare e allacciare i ramponi, poi in marcia. Il ghiacciaio è subito dietro l'angolo, ma non lo vediamo finché non sentiamo il tipico rumore del ghiaccio tritato sotto i piedi.
Anche a guardarlo pero continuo a non vederlo: il ghiaccio è ricoperto di sassi, sassolini ed una fanghiglia nera. Le guide ci spiegano che è così a causa dell'ultima eruzione del vulcano nel '96 che ha ricoperto il ghiacciaio di cenere nera.
Oggi vediamo il nero solo alla fine del ghiacciaio, ma più in alto è una continua striatura di grigio e bianco. Subito dopo l'eruzione però era completamente nero.
Iniziamo una piccola salita e il terreno si schiarisce poco alla volta passando dal grigio scuro al chiaro, finché arriviamo dove c'è una spaccatura di pochi centimetri ed una montagnola di ghiaccio e fango nero. Le guide ci dicono che quel ghiaccio proviene dal fondo del ghiacciaio ed è stato spinto in superficie dall'attrito di due grandi lastre che, scontrandosi tra loro, hanno fatto emergere il ghiaccio in superficie.
La guida poi ci fa vedere il blu ice, ovvero il ghiaccio puro: con la mano nuda, che freddo, pulisce a terra rivelando del ghiaccio blu. Dopo averlo pulito al meglio delle sue possibilità ci indica qualcosa che è intrappolato in esso: sembrano delle venature di cristallo. In realtà sono bolle d'aria che, nei giorni di sole, fanno dilatare il ghiaccio provocando dei sinistri, ma innocui, rumori di rottura, molto caratteristici.

Saliamo ancora un pochino e vediamo altre spaccature, anche se troppo piccole per caderci dentro, raggiungono la profondità anche di venti metri. La guida ci avverte di fare attenzione perché più in alto arrivano anche a sessanta metri.
Salendo ancora un po' troviamo una piccola gola con una scaletta abbozzata nel ghiaccio. Qui ci fanno scendere fino all'ultimo gradino per guardare nel mulinello d'acqua che porta a decine di metri di profondità, attraverso il ghiaccio finalmente blu.
La ragazza racconta che l'acqua che scorre qui è la più pura che potremmo mai bere, essendo ghiaccio sciolto che si era formato chissà quante centinaia di anni prima. Dice anche che al massimo potremmo trovarci dentro della cenere di vulcano, che però ci renderebbe più forti.
Si, brava, dillo anche ai miei calcoli renali che non ti hanno sentito bene.
Mentre ritorniamo indietro ci dicono che il ghiacciaio una volta era molto più esteso: si ritira di circa uno o due metri l'anno. Raccontano anche la storia dei contadini del luogo che dovevano portare le pecore a pascolare dall'altra parte del ghiacciaio, cercando di attraversarlo. Purtroppo le pecore non hanno i ramponi e cosi qualcuna scivolava nei crepacci. Per ovviare a questo problema gli islandesi prendevano una picozza, la attorcigliavano alla lana della pecora e cosi la sollevavano di peso, che male, per trasportarla dall'altra parte.
Anche se oggi non c'è il sole, il ghiacciaio è molto bello e merita di essere visto. Magari 67€ sono troppi, ma merita. Tra l'altro qui ci hanno girato Batman begins, Game of thrones e Interstellar. Lo dicevo io che l'Islanda era un altro mondo.
Giusto il tempo di mangiare i nostri filetti di muscolo di grano, circondati dai molti curiosi del gruppo attirati dalla strana bistecca vegetale, e andiamo alla laguna degli iceberg.


La laguna è davvero un posto magico. Trasmette sensazioni incredibili, brividi, oltre che di freddo, di emozione vibrante. Che meraviglia.
La laguna è stracolma di iceberg che, staccatisi dal ghiacciaio che termina proprio in acqua, cercano la via per l'oceano. Sembra quasi che stiano facendo la coda al casello. In realtà, essendo troppo grandi per uscire, ne emerge solo il venti per cento, sono in attesa di rimpicciolirsi rompendosi in parti più transitabili.
Il blu del ghiaccio qui è definibile solo in gradi di purezza, più è blu e più è puro. Un azzurro cosi profondo che riflette il cielo in modo magico.
A volte si sentono in lontananza dei tonfi lontani: è un iceberg che si rompe e si rigira su se stesso per ritrovare l'equilibrio.


Saliamo sul camion che dopo nemmeno duecento metri si immerge in acqua trasformandosi in un battello. Ognuno con i suoi giubbotti arancioni di salvataggio, ascoltiamo Veronica, una bellissima islandese dagli occhi verdi che, tenendo a mani nude un piccolo iceberg tra le mani ci chiede quanti anni potrebbe avere secondo noi. Io mi butto e rispondo:
1000 anni!
Veronica sorpresa mi dice che è giusto e se per caso lo avevo visto prima su google.
Valle a spiegare che Cassandra è una profetessa e a volte mi contagia con il suo potere.


Comunque Veronica ci racconta, sempre tenendo in mano il ghiacciolo gigante, che si capisce che è un pezzo formato cosi tanti anni fa perché ha una densità molto alta.
La laguna d'acqua in cui navighiamo invece si è creata solo ottant'anni fa. Prima di allora c'era il ghiacciaio che ancora oggi si sta ritirando molto velocemente, un po' per il riscaldamenti globale, un pò per l'acqua di mare che una volta penetrata con il suo alto grado di sapidità fa sciogliere il ghiaccio.
In questo modo nella laguna è penetrata molta acqua salata e con essa sono arrivate diverse specie di pesci marini. Conseguentemente sono arrivate anche le foche, a cui questa laguna sembra piacere molto.


Meteo & Guest house
Tempo cupo, scende una pioggerella fine ma densa che si appiccica ovunque e ci appesantisce, ma ci tiene anche compagnia ricordandoci che comunque per l'Islanda è bel tempo. Sul ghiacciaio, nonostante tutto non soffriamo il freddo, ma nella laguna si gela. Un vento polare soffia su di noi portandosi via quasi tutto il nostro calore.
Nel pomeriggio le nubi si diradano un pochino facendoci intravedere quel tanto che basta di sole per farci tornare un pochino di buon umore.
Cena preparata a tempo di record per lasciare la possibilità anche ad una famiglia spagnola di prepararsi qualcosa.

sabato 18 luglio 2015

Mjofiordur – Dalatangi – Miniera di Spato – Eskifjordur – Renne - Staffafel - 10° giorno


Prima di lasciare lo splendido fiordo di Mjofiordur, continuiamo a seguire la strada sterrata fino all'estremità più remota. Su e giù per le montagne della costa, sempre più simili a quelle delle Hawai con i loro pendii scoscesi e il verde mantello che le ricopre.
Arriviamo fin dove la strada ha termine: al faro di Dalatangi. Qui vive la famiglia che lo gestisce, quello nuovo è arancione, mentre il più antico, bianco e minuscolo, all'interno incredibilmente caldo, è stato trasformato in un mini museo.
Riprendiamo la strada e una volta riemersi dallo sterrato di Mjofiordur, ci dirigiamo verso l'interno. Infatti non esiste una strada che corre lungo la costa fino ai prossimi fiordi meridionali. Tagliamo una porzione di Islanda considerevole dove ci sono ancora villaggi, ma che sono raggiungibili solo con sentieri per cavalli o a piedi.


Passiamo per Eskifiordur, e per approdare a Seyfiordur, un fiordo alla fine del quale c'è un paesino molto carino, meta di artisti, che alla sera da il meglio di se trasformandosi in un centro di vita mondana.
Purtroppo non abbiamo il tempo di sperimentare i divertimenti offerti dal paese, così ci dobbiamo far bastare un giro a piedi e usare tanta immaginazione.


Velocemente percorriamo la strada che porta su un altro fiordo, da cui un tempo veniva estratto lo spato. Questo minerale, relativamente comune in Scandinavia che ancora oggi è usato in alcuni strumenti ottici come i telescopi, potrebbe essere la leggendaria pietra del sole. Questa pietra è in grado di polarizzare la luce del sole e ha la proprietà della doppia rifrazione. Ruotandola permetteva di individuare con una buona precisione la posizione dell'astro che riscalda il nostro pianeta, anche quando non si vedeva.
Secondo alcuni ricercatori è grazie a questa pietra che i vichinghi riuscirono ad arrivare in America: una delle leggende più antiche infatti, racconta che quando il tempo era brutto, i vichinghi per navigare usavano la sólarsteinnovvero «la pietra del sole», un misterioso minerale capace di individuare sempre la posizione del sole.
Purtroppo sbagliamo il punto di approdo e il gruppo si fa prendere dalla frenesia di essere vicini alla scoperta di un tesoro. Partita alla corsa su per la collina, ci accorgiamo troppo tardi di aver preso la strada sbagliata. Quella che doveva essere una leggera salita di circa quindici minuti si è trasformata in un impegnativo trekking di più di un'ora.
Scoraggiati dal vento, e spaventati dalla possibilità di emulare la spedizione Shackleton, torniamo indietro e ripartiamo per terminare la tappa del giorno che ci porterà alla guest house dove alloggeremo per i prossimi due giorni.


Durante il percorso però avremo anche la possibilità di incontrare le renne allo stato brado. E' solo il terzo tipo di animale di terra che incontriamo in Islanda, prima di oggi avevamo visto solo pecore e cavalli, ma erano in allevamenti.
Le renne sono libere, ed infatti, quando ci vedono non è che scappano impaurite, si fermano a fissarci come a dire: “Zzo guardi?” e poi se ne vanno per la loro strada lasciandoci con gli obbiettivi delle fotocamere da regolare.

Meteo & Guest house
Clima freddo e rigido quando soffia il vento del nord. Non piove ma le nuvole basse coprono tutto il cielo fino a dopo cena.
La casetta dove alloggeremo per due notti non si presenta bene. Il contesto è quello che è: immerso in un boschetto carino e verde, ma di fronte ad un cimitero. Dall'esterno è molto sgarruppata, ma l'interno non è malaccio, anzi, è quasi carina. Ci spaventa un po' all'inizio il fatto che si senta uno strano odore di latrina per tutta la casa. Per fortuna scopriamo che non era la casa a puzzare, ma il padrone che si spostava al suo interno. Questi è uno stranissimo personaggio, sicuramente fatto di chissà quali sostanze psicotrope, che sembra un incrocio da Tom Petty e Mister Bean. Inquietante.
La cena torna ad essere a base di zuppe! Finalmente, non vedevo l'ora.
Ancora zuppe, si.
Il gruppo inizia ad essere un po' sensibile a questa parola, tanto che di notte qualcuno ha degli incubi da mestolo e si sente gente che mormora nel sonno “Ce ne è ancora un po', chi la vuole finire?”
Per fortuna c'è sempre l'insalatona a spezzare la monotonia dei zupponi.

venerdì 17 luglio 2015

Modrudalur - Hofn – Mjofiordur - 9° giorno

Mattinata fredda, molto fredda. Finalmente lasciamo il camping loculo e i suoi incubi notturni.
Direzione fiordi orientali, attraverso una terra di nessuno che oggi sembra ancora più inospitale grazie alle nuvole basse che si confondono con la nebbia.

Ad interrompere il transito ci imbattiamo in un micro paese formato da qualche casa di torba, un distributore di torba, un caffè di torba e una micro chiesa.
Dopo un veloce e pessimo caffè, in Islanda un caffè decente è una rarità, riguadagniamo la strada per i fiordi orientali. Il paesaggio cambia sensibilmente: le vallate sembrano allargarsi poco alla volta acquistando le fattezze dei canyon. Anche le montagne in certi punti appaiono più alte e talvolta verdi. In alcuni tratti mi ricordano le coste delle Hawai, solo che qui fa un freddo tremendo, nonostante oggi sia il 21 Giugno, il primo giorno d'estate.
La tappa di destinazione sarebbe Borgafjordur, ma dopo un velocissimo giro in cui non troviamo nulla degno di visita, proseguiamo fino alla fine della strada: ad Hofn.


E' un piccolo porticciolo molto pittoresco. Sugli scogli che lo sormontano vive una colonia di Puffin, la pulcinelle di mare, animale simbolo dell'Islanda. Ci sono moltissimi pulcinella che si fanno gli affari loro e noi le possiamo osservare veramente da vicino, a volte arrivando anche solo ad un paio di metri di distanza.
I pulcinella, animale simbolo dell'Islanda, sono coloratissimi e buffi uccelli che sembrano un incrocio tra un pinguino ed un tucano.


Affascinati dalla tenerezza e dai colori di questi simpatici pennuti, sfidiamo l'intenso freddo finché non sentiamo più le mani, quindi, dopo aver fatto loro almeno un centinaio di fotografie, forse anche 150, riprendiamo il viaggio. Destinazione finale Mjofjordur. La strada per quello che è il più bel fiordo d'Islanda si preannuncia come 70 chilometri di sterrato, molti dei quali in salita. La carreggiata si arrampica ripidamente verso il passo che porta dall'altra parte della valle, al fiordo. Il fondo non è dei migliori, ma poco alla volta saliamo dove la neve è ancora molto alta: ai lati delle strade ci sono punti in cui si superano i due metri d'altezza. In cima al passo c'è anche un lago semi ghiacciato e le nuvole basse coprono le vette delle montagne come un tetto di neve.


Siamo sospesi in questo passaggio quasi fosse un passo, oltre che per la valle sottostante, anche per una valle immaginaria sopra le nostre teste. L'unica nota di colore in tutto questo abbagliante candore è l'azzurro verde del lago e la strada sterrata.
La discesa è ancora più emozionante: completamente affogati nella nebbia delle nuvole scendiamo lentamente sulla strada che arriva a toccare il 18% di pendenza. In alcuni punti dobbiamo procedere a passo d'uomo perché le curve sembrano finire nel vuoto. Quando accade, Atanasio rallenta fino a fermarsi, innesta la prima e, con una calma olimpica, scendiamo lo sterrato che somiglia sempre più ad una scarpata. In questi momenti il silenzio che si impossessa del furgone è tale da fare invidia ad un convento di frati cistercensi che hanno fatto voto di silenzio.


In discesa l'unico rumore che si sente è il grido del freno motore che chiede pietà al suo carnefice, ma Atanasio non si fa impietosire dai lamenti meccanici e continua fino a portare il minivan a pendenze più consone alla nostra tolleranza sbucando finalmente dal tetto di nuvole nel fiordo. Subito all'inizio veniamo accolti da una serie di cascate meravigliose che adornano tutto il costone. Uno spettacolo.
Guardando verso il mare non si vede il fondo del fiordo, il tetto di nuvole è sceso a coprire l'orizzonte, quasi ad indicarci che la strada da seguire non è finita. Oltre al verde del fiordo spicca solo una casina con il tetto rosso. La raggiungiamo e andiamo avanti su una stradina, sempre sterrata, sulla parte sinistra del fiordo, quasi a livello del mare.
Pace assoluta.
Forse un po' troppa.
Procedendo sempre sullo sterrato per altri tredici chilometri giungiamo finalmente a destinazione: il paese più piccolo d'Islanda.
Qui dormiremo in una scuola che è perfettamente attrezzata di camere, cucina e servizi, ma soprattutto di una cosa che non vedevamo da quando abbiamo lasciato casa: un ampio divano e qualche poltrona.
La crisi d'astinenza da divano non si era ancora manifestata, ma l'apparizione per alcuni di noi è stata come trovare la pentola d'oro in fondo all'arcobaleno. Chi era libero dagli obblighi di cucina si è immediatamente trasformato in un esemplare di uomo divano, adagiandovisi per non rialzarsi, se non in caso di estremo bisogno: cibo e bagno.
Gli altri, mentre lavoravano, sono stati colti dal prurito dell'astinente.
Grande cena anche questa sera a base di pasta al pesto vegano, frittatona di cipolle e patate, zuppe, insalata.
Dopo mangiato, libero dalle catene della cucina, finalmente anche io mi sono trasformata in un uomo divano.

Meteo & Guest house
Tempo variabile ma non piove, solo qualche sprazzo di sole, almeno finché non arriviamo al passo per accedere a Mjofjordur, dove ci immergiamo nelle nuvole basse da cui usciremo solo al livello del mare, lasciando le nubi a coprire tutto il fiordo.
La casa e' una scuola: nel paese più piccolo d'Islanda, l'unica struttura in grado di ospitarci. Io e Cassandra vinciamo ancora la camera doppia. Stavolta però qualcuno storce il naso perché vede preferenze nei nostri confronti. Va be, non avendo deciso io le camere, non entro nel merito della polemica.
La cena è ancora una volta un successo in grande stile: minestrone, pasta al pesto vegano, insalatona e frittata di patate e cipolle

giovedì 16 luglio 2015

Adelyarfoss - Krafla bocche dell'inferno - 8° giorno


Oggi da programma avremmo dovuto fare la scalata all'Askja, ma il costo è davvero proibitivo: 230€ a testa.
Il piano B prevede la cascata Adelyarfoss, nella zona di Goddafoss. Saltiamo in auto e imbocchiamo una strada sterrata che dopo tre quarti d'ora ci porta ad un bivio con un cartello che indica il pericolo di guadi. Ci allarmiamo un pochino perché in Islanda non esiste assicurazione contro i danni causati dall'acqua. Dopo una piccola riunione in strada decidiamo di esplorare a piedi il percorso. Anche provandoci non riusciamo a trovare il guado, quindi non sappiamo se è pericoloso e adatto ai nostri minivan. Per fortuna proprio in quel momento passa un'auto con una coppia di spagnoli: dicono che la cascata è solo due chilometri più avanti. Decidiamo di rischiare e saltiamo in auto cercando di arrivare fin dove si potrà. Lo sterrato diventa sempre più brutto ed in salita, ma alla fine arriviamo al parcheggio della cascata senza troppi problemi. I guadi segnalati probabilmente sono più avanti.
Dopo tante cascate uno si potrebbe anche abituare, ma non è così. Il contrasto tra gli strati di roccia e le colonne di basalto che stanno sotto, è molto più evidente che in altri posti. Inoltre, rispetto alle altre cascate il punto di osservazione è proprio di fronte al grande salto che ha scavato un anfiteatro nel basalto, quasi fosse stato progettato per aumentare il fascino del posto.

Per pranzo andiamo sulle rive di Goddafoss a mangiare quello che ci siamo preparati la sera prima. Per errore scambio le pentoline e accecato dalla fame finisco per mangiare Il pranzo di Cassandra. Lei però si mangia il mio, che era più buono.
Nel pomeriggio torniamo al camping loculo dove alcuni membri del gruppo scendono per concedersi mezza giornata di riposo. Il resto di noi si divide: un furgone torna a vedere Dettifoss per raggiungere la cascata di Seltifoss, che non eravamo riusciti a vedere. L'altro minivan, su cui saliamo io e Cassandra, torna sul Krafla per vedere la parte delle bocche dell'inferno che l'altro giorno non abbiamo visto a causa della nebbia.

Riattraversiamo le strisce di ghiacciaio, stavolta scaldati da un bel sole estivo islandese: temperatura mite attorno ai diciotto gradi, ma luce accecante.
Il campo lavico è prevalentemente nero carbone, a volte punteggiato da fumarole tendenti al giallo, verde o rosso.


Bocche di vulcano e spaccature fumose spuntano ad ogni angolo di questo parco di divertimenti per geologi, non che io lo sia, ma mi diverto molto ugualmente.
Terminiamo il giro ripetendo lo stesso di due giorni fa, ma con il sole sembra quasi di essere in un altro posto.
A sera andiamo a far la spesa e poi via che si cucina: stasera zuppa di verdure, patate bollite, insalata, e poi patate, pomodori, cipolle e peperoni al forno. Un cenone!

Meteo & Guest house & Fuga dalle Sterne 2

Questa mattina il tempo è piuttosto cupo, quasi islandese oserei dire, mentre il pomeriggio torna a splendere il sole. L'estate è ormai una realtà anche al 66° parallelo.
Per festeggiare la partenza dal camping loculo torniamo a bere al Gamli, l'unica birreria del lago Myvatn. Essendo sabato questa sera chiudono mezz'ora più tardi: alle undici e mezza, praticamente quando va a dormire la mia splendida nipotina di tre anni, Giorgia.
Per continuare la festa torniamo a rischiare la vista disturbando le sterne artiche. Questi simpatici animaletti apprezzeranno la visita, a modo loro.