sabato 4 luglio 2026

Ultimo giorno a Seoul

 


Fa sempre caldo.

Dobbiamo sempre fare shopping.

E soprattutto Cassandra non ha ancora raggiunto il limite massimo consentito di cosmetici trasportabili da un essere umano.

Prima del colpo di grazia alle nostre valigie, decidiamo di dedicarci a qualcosa di più culturale e andiamo finalmente al National Museum of Modern and Contemporary Art, Seoul.

Secondo tentativo.

Questa volta è quella buona.

Finalmente riusciamo a vedere la mostra di Damien Hirst insieme alla collezione permanente del museo.

Devo ammettere una cosa: meglio Hirst.

Molto meglio Hirst.

Forse perché almeno con lui hai sempre la sensazione che dietro la provocazione ci sia comunque un’idea precisa, mentre certa arte contemporanea vista nei giorni precedenti sembrava più un esperimento sociale per capire fino a dove può spingersi la pazienza dei visitatori.



Dal museo ci spostiamo a Insadong per completare gli acquisti.

Completare”, ovviamente, è una parola molto ottimistica.

Dopo aver accumulato altri cinque chili abbondanti di prodotti vari, decidiamo pure di tornare a piedi fino a Myeong-dong per rivedere i negozi che non avevamo controllato il giorno prima.

Lì realizzo una cosa importante.

Lo shopping cosmetico non è shopping.

È un dungeon infinito.

Ogni negozio conduce a un altro negozio.

Ogni crema apre la strada ad altre sette creme.

Ogni “ultima occhiata” dura almeno quaranta minuti.



Così si conclude il nostro viaggio in South Korea.

Tra templi, grattacieli, montagne, trekking improvvisati, tunnel di lava, trenini costieri, vecchiette apneiste, musei assurdi e quantità industriali di skincare coreana.

Il giorno dopo ci aspetta il ritorno.

Ovviamente non può essere semplice.

Arriviamo in aeroporto e sbagliamo terminal.

Perfetto.

Un ultimo brivido prima della partenza.

Volo verso Beijing per lo scalo dove iniziamo a rivivere tutte le tappe del viaggio mentre veniamo lentamente distrutti dai controlli di sicurezza cinesi.

Lunghissimi.

Minuziosissimi.

Invasivi come un interrogatorio.

Per un momento abbiamo davvero pensato di perdere la coincidenza.

In mezzo a tutta quella confusione, file senza logica apparente e controlli ripetuti, la disorganizzazione cinese ci ha fatto sentire improvvisamente molto più vicini a casa.

Il che, paradossalmente, è stato quasi rassicurante.

Chissà.

Se non sarà il prossimo anno, prima o poi toccherà proprio venire in Cina.

Alla fine, come tutti i viaggi che abbiamo fatto, è una di quelle mete che continuano a rimanere lì, sullo sfondo, finché prima o poi non decidi che è arrivato il momento di andarci davvero.

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