Si torna a Seoul.
Riconsegniamo l’auto, prendiamo l’aereo e nel giro di pochissimo siamo di nuovo nella capitale, nello stesso alloggio ormai collaudato dieci giorni fa. Nel frattempo qualcosa è cambiato.
La temperatura.
Più di trenta gradi.
Niente di insopportabile, sia chiaro.
Il fatto è che io, da buon milanese, continuo a preferire i climi più freschi, quelli un po’ scozzesi, dove se esce il sole per più di venti minuti la popolazione inizia a preoccuparsi.
Appena lasciati i bagagli partiamo subito per Myeong-dong.
Il grande momento è arrivato.
Shopping cosmetico.
La vera missione del viaggio.
Cassandra a questo punto è distrutta.
Stanca, cotta, quasi in modalità risparmio energetico.
Il trucco per farla muovere è pronunciare la parola “shopping” e succede qualcosa di incredibile.
Si riattiva immediatamente.
Occhi aperti.
Passo deciso.
Direzione metro.
Nemmeno i Pokémon quando sentono il flauto Poké reagivano così velocemente.
Myeong-dong è una bolgia.
Bancarelle di street food ovunque, musica sparata fuori dai negozi, insegne luminose, file infinite di persone che entrano ed escono dai giganteschi store di cosmetica coreana.
Una specie di luna park dello skincare.
Le commesse fuori dai negozi cercano di attirarti in ogni modo possibile.
Le sirene coreane promettono pelle perfetta, dieci anni in meno, idratazione eterna e probabilmente anche la pace interiore.
Purtroppo per loro non conoscono Cassandra.
Lei non compra al primo negozio.
Mai.
Prima bisogna:
entrare;
controllare;
confrontare;
memorizzare;
uscire;
confrontare con altri sette negozi;
tornare eventualmente al primo.
Una macchina da guerra dello shopping strategico.
Così iniziamo gli acquisti.
Nel frattempo io provo periodicamente a fuggire.
Cerco qualcosa di vegano da mangiare, qualche gadget interessante, qualunque cosa che mi faccia sentire meno immerso in un vortice infinito di creme idratanti e maschere al collagene.
Alla fine riesco a trovare:
un paio di gachapon del Gundam;
un Bungeoppang costosissimo ma incredibilmente buono.
Per un momento sono stato anche tentato da una di quelle assurdità super k-pop tipo i portachiavi con i tastini luminosi.
Di quelli che sembrano accessori usciti direttamente da un videoclip coreano del 2012.
Poi ho avuto un raro momento di lucidità e ho desistito.
Credo.
O forse semplicemente avevo già troppe buste in mano.
Alla fine della giornata torniamo a casa con circa dieci chili di cosmetici.
Dieci.
Chili.
Sfortunatamente il vero problema è un altro.
C’è ancora domani.
Raffreddore
In questo paese praticamente nessuno si soffia il naso in pubblico.
È considerato molto maleducato.
Quindi la gente evita accuratamente di usare fazzoletti davanti agli altri.
Fin qui tutto bene.
Il problema è che compensano tossendo e starnutendo con un entusiasmo decisamente maggiore.
E quando sei chiuso in metropolitana o seduto su un aereo accanto a qualcuno che sta combattendo apertamente contro la peste bubbonica… l’esperienza diventa memorabile.
A un certo punto mi è venuto persino un dubbio scientifico:
vuoi vedere che uno dei motivi per cui ogni influenza arriva dall’Asia è semplicemente che nessuno vuole soffiarsi il naso?


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