lunedì 11 giugno 2018

Giorno 2 – Ohm Al Jimal – Al Azraq – Qusar Amra - Qasr Kharana


Che dormita epica. Circa undici ore, ma saremmo andati avanti ancora... Facciamo un'abbondante colazione e ci rimettiamo in marcia, ovvero nel traffico. La capitale Amman, pur essendo a 1600 metri d'altezza non è così fresca come lo sarebbe una sua corrispettiva in Italia. Solo la mattina fa un po' freddino, ma tutto sommato si sta bene. Il traffico invece è paragonabile alle nostre metropoli. Mentre siamo imbottigliati Zu prende il microfono e ci spiega una paio di cose sulla Giordania: è divisa in tre regioni, nord, Amman e sud. La gente di questo paese è da sempre considerata molto ospitale, ce ne siamo accorti ieri sera al mercatino della frutta. Su queste terre sono passati molti popoli, e ancora ci passano, compresi noi italiani. Zu ci tiene a spiegare che questa “lotta” tra cristiani e musulmani qui non esiste. Lui la prima volta che ne ha sentito parlare è stato attraverso i telegiornali quando ha vissuto in Italia. Anche se sono molte le persone che fuggono dall'Iran e dall'Iraq o dallo Yemen per questo motivo, ed ora anche dalla Siria, qui si sta ancora benissimo.



Dopo un'ora e mezza di viaggio, arriviamo a destinazione: Ohm Al Jimal, una grande città tutta di basalto nero che ci accoglie in una piana a est di Amman. Zu ci spiega che Ohm in arabo significa madre, mentre Jimal è cammello. Quindi Ohm Al Jimal si potrebbe tradurre come “Madre dei cammelli”.

Questa era una cittadina nabatea, probabilmente la prima fondata dagli arabi quando sono arrivati in queste zone. Col tempo divenne greca, romana e bizantina. Venne infine abbandonata nel 749 d.C. quando un tremendo terremoto la distrusse rendendola quello che è oggi.

Molti edifici sono ancora in parte in piedi, altri, pochi in rapporto a quanto grande è la città, sono stati parzialmente restaurati. La cosa interessante di queste rovine è che i resti sembrano essere rimasti lì, dove sono crollati. Sembra di vedere un enorme lego smontato: infatti tutta la città fu costruita in opera a secco. Se questo sito dovesse diventare patrimonio dell’umanità, per restaurarlo basterebbe raccogliere le pietre cadute e rifarle combaciare tra loro, cosa decisamente più facile di un sito dove si deve scavare per ritrovare i reperti.

Giriamo per le grandi strutture e troviamo chiese bizantine, stalle per i cammelli, palazzi a più piani con solai e scale tutti fatti sempre in pietra basaltica.

Ci sono ancora tracce degli acquedotti e dei canali per l’acqua che veniva attinta dalle grandi vasche e cisterne. Zu ci tiene a dire che i siriani, prima ancora dei romani, utilizzavano gli acquedotti e che questi vennero assimilati dalla loro conquista. Se è veramente così, i romani li hanno perfezionati rendendoli quanto meno spettacolari.

Zu ci fa vedere anche una porta originale, ancora sul suo cardine. Non è di legno, bensì di pietra come le case. Un blocco unico che si apre e chiude ancora bene, per avere 1300 anni. Ci vuole un po' di energia fisica eh, però funziona a meraviglia. Il mio box, pur essendo decisamente più leggero a volte fa molta più fatica ad aprirsi.

Osservando tutto quel basalto a Roberto viene il mio stesso dubbio e chiede a Zu se questa era una zona vulcanica. La guida risponde probabilmente sì, perché la roccia vulcanica si trova a poca profondità. Basta scavare poco per trovarla ed estrarla. Lui non sa a quando risale l’eruzione, che deve essere stata davvero grande, perché per ora non sono state trovate tracce di crateri vulcanici in questa zona.

Mentre stiamo visitando le rovine incontriamo diverse ragazzine che attraversano il sito mentre tornano da scuola. Alcune ci fermano e tentano di stabilire un dialogo, ma pur essendo simpatiche e spigliate, non sanno quasi l’inglese.

Una in particolare di affeziona a Vittoria che ricambia commuovendosi.
Lo scoglio della lingua diventa ben presto insormontabile, soprattutto quando iniziano ad indicare prima Michele (da non confondere con Michele il cassiere), e poi me. Sembra che stiano facendo degli apprezzamenti sul nostro fascino. Ovviamente non ci stiamo capendo nulla, per cui salutiamo e proseguiamo la visita.
Il prossimo sito è quello del castello di Al Azraq, che significa “il blu”. Questo castello è famoso tra le altre cose perché vi dimorò Lawrence d’Arabia con il suo compagno. La stanza in cui alloggiava è ancora visitabile, nel senso che le mura ed il tetto sono ancora intatti e ci si può entrare. Zu ci fa notare che alcune rocce del soffitto sono nere. Pensando di conoscere la risposta accenno ad un possibile focolare che le ha annerite, ma non è così. Pare che siano impregnate di petrolio.
Anche se finora nessuno ha ancora trovato l'oro nero in Giordania, sono molto diffuse queste pietre e stanno studiando un modo per estrarre gli idrocarburi da esse.
Giriamo per il castello visitando le cucine, la moschea e la rimessa dei cammelli, che con i suoi archi tutti diversi e irregolari, secondo me è la struttura più affascinante di quello che resta del castello.



La cosa interessante della zona è che qui attorno fino agli anni 70 c’era una palude. Era la maggiore fonte di approvvigionamento d’acqua della Giordania. Poi si è praticamente prosciugata. Anche questo è uno dei motivi della odierna carenza d’acqua in questo paese. L’altro motivo, secondo Zu, pare che sia il fiume Giordano, che facendo da confine con Israele, è stato incluso nel trattato di pace alla fine della guerra. In pratica due terzi dell’acqua del fiume vengono prelevati da Israele. Zu però dice che l’acqua non serve per le coltivazioni, bensì per raffreddare la centrale nucleare, al confine con la Giordania, dove la gente giordana si ammala moltissimo di tumore. Queste sono notizie che a noi non arrivano, per cui non ho modo di dire se siano vere o meno, però con le centrali non si scherza, anche in altre parti del mondo. Va be, meglio non entrare troppo in temi politici che non conosciamo...

Per fortuna pare che ultimamente, mentre si cercava il petrolio, la Giordania abbia scoperto un giacimento di acqua fossile e che per i prossimi vent’anni siano a posto, dopo si vedrà...

Proseguiamo il giro andando a vedere uno dei castelli nel deserto meglio conservati. Qusar Amrà è talmente particolare che al suo interno ci sono degli affreschi, ma, cosa ancora più rara, ci sono ritratti donne nude, segni zodiacali e simboli cristiani come Gesù e altro.



L’edificio faceva parte di un complesso molto più grande con anche un caravanserraglio, tutto del califfo Onayyadi, costruito intorno al 705-715 a.C. Gli affreschi sono da restaurare ma sono comunque belli e meritano davvero la visita.
Pare che si siano salvati dalla furia iconoclasta solo perché la struttura, lontana e isolata da tutto, divenne sconosciuta e nessuno seppe della sua esistenza fino alla sua riscoperta.

L’ultima tappa dei castelli nel deserto è Qasr Kharana, un castello in mezzo al nulla dove sulla porta ci attende un ragazzo vestito di bianco con la kefiah bianca e rossa. Rita gli corre subito incontro sperando che sia uno sceicco da sposare, ma quando Roberta nota il suo fascino le si mette in mezzo e lo ricopre di.... selfie.

La struttura sembra un mini caravanserraglio. Anche se piccolo com'è non è detto che lo fosse veramente. Al piano terra del palazzo rettangolare, c’erano le cucine e qualche stanza che giravano attorno alla corte, mentre al piano superiore vi erano le stanze vere e proprie per i viaggiatori. Alcune erano decorate in modo più ricco di altre e tutte avevano delle piccole prese d'aria che se ci si mette davanti si sente aria più fresca. In questa stagione si sta ancora bene, ma in quelle più calde Zu ci assicura che il caldo è davvero insopportabile e questi “condizionatori” aiutano parecchio.

Per i cammelli non c'era posto, rimanevano fuori.

Dopo aver preso le misure di tutte le stanze visitabili, ridiscendiamo e andiamo a bere il the nella tenda dei venditori di gadget.

Ci sediamo su sedili bagnati apposta per noi per bilanciare il the bollente, peccato che non lo sapevamo. Io e Cassandra salviamo le terga perché arriviamo per ultimi e non hanno fatto in tempo ad “accoglierci”.

In realtà l’unica cosa interessante che c’è nella tenda, dove altri acquistano, sono oggetti non in vendita: dei fossili.

Ovviamente vado in solluchero. Trovati in questa zona, ci sono ammoniti interi, pesci, uno dei quali sembra un’anguilla molto ben conservata, e infine: uova di dinosauro. O almeno credo. Ovviamente è la mia immaginazione, potrebbero essere di altri rettili o di struzzi, purtroppo non sono così esperto. Visto che non c’è nemmeno la controprova, per me sono di dinosauro: uno di Triceratopo e l'altro di Titanosauro. E stop.

A cena decidiamo di uscire con gli altri. Sappiamo che difficilmente mangeremo qualcosa per noi buono (se mangeremo), ma almeno si sta in compagnia. La meta è Hashem, consigliata da Zu, per noi non sarà il massimo: vegetariano sì, ma troppo speziato e condito di aglio e cipolla. Lo so, non siamo difficili, siamo “Gli impossibili”, come i cartoni animati di Hanna e Barbera.

Comunque scopriamo un’altra Amman. Diversa da quella grigia e trafficata del giorno, è coloratissima e allegra. Piena di gente che esce a cena e passeggia o va nei localini balconati che si affacciano sulla strada. 
 


Tra la cena e la passeggiata per il gelato chiacchieriamo con gli altri ragazzi del gruppo e come sempre si scopre piacevolmente la passione per i viaggi che si ha in comune, ritrovandosi a parlare di avventure passate come se ci conoscessimo da anni, ridendo e scherzando. Dei sognatori che incontrano altri sognatori, magari fosse sempre così.

domenica 10 giugno 2018

Giorno 1 – Roma – Amman


Il piano di volo questa volta non è il massimo, anzi... Purtroppo può capitare. Invece di svegliarci alle tre di notte come negli ultimi due viaggi, la partenza è fissata per le 19:45, quindi si farà scalo ad Istanbul dove alle 02:00 si ripartirà per Amman.
Nella capitale turca ritroviamo il capogruppo Pier, già condottiero del Safari Australe Ovest, e il mitico fotomane Roberto con cui abbiamo viaggiato in Perù e Bolivia. Con lui e il suo umorismo dovremmo avere divertimento assicurato, nonché freddure per contrastare il gran caldo del deserto. Il resto della ciurma a cui si sono aggiunti due nuovi componenti all'ultimo minuto, non li conosco ancora. Quindi saremo in 17. Dopo l’Islanda è il viaggio più numeroso che facciamo.
Subito dopo essere saliti a bordo sull'aereo per la Giordania si manifesta un problema tecnico. Nonostante il sonno non riesco a dormire a causa del caldo, anche l’aria condizionata non funziona. Il vero guaio però è accanto a me: un tizio a dir poco invadente che pensa di avere diritto ad occupare, oltre al suo, anche parte del mio spazio. Il colmo lo raggiunge quando cerca ostinatamente di impossessarsi della mia cintura di sicurezza tirandola insistentemente. La cinta, già chiusa, risponde come può resistendogli e stringendomi sempre di più al sedile. Quando cerco di spiegarglielo sembra stranito, poi capisce che la sua era sotto il suo sedere e smette di garrotarmi senza una parola di scusa.
Finalmente dopo un'ora di riparazioni, il meccanico chiude il cofano dell'aereo e partiamo. Di colpo anche l’aria condizionata riprende e si sfoga congelandoci come pinguini.
Per fortuna il viaggio durerà poco.
Verso le quattro sto finalmente dormendo, ma un profumino mi richiama alla luce e al freddo: si mangia! Come nel primo volo, dove avevamo cenato alle 23:30 circa, si rimangia.
Esco dalle braccia di Morfeo e divoro la frittatina con verdure e contorno. Turkish Air promossa, almeno per quanto riguarda il servizio che ci hanno riservato con il piatto vegetariano.
Tento di rimettermi a dormire ma riesco solo a chiudere gli occhi senza addormentarmi.
Atterriamo e alle sei ci avviamo verso l’hotel dove scendiamo dai furgoni alle 7.
Le camere non ci sono ovviamente, e alle 8:30 arriverà la guida per portarci in giro, come se ci fossimo appena svegliati, pronti per una giornata piena di visite turistiche...
Siamo tutti sfiniti e così ci buttiamo nella hall, chi sui divani, chi per terra. Io mi addormento per qualche minuto, ma poi arriva Zuhair, per gli amici Zu, una guida giordana che parla un ottimo italiano. Ci spiega subito che ha studiato architettura in Italia dove è vissuto per 33 anni. Dopo di che è tornato in Terra Santa (anche la Giordania lo è), ma senza resuscitare.
Come delle perfette comparse della serie The walking dead, ci imbarchiamo sul pullman e andiamo a visitare la cittadella di Amman, su una collina non molto lontana dall’hotel.
Qui si sono succedute tantissime civiltà a partire dall’età del ferro fino ad oggi, passando dai nabatei, hamuniti, persiani, greci, romani, mameluki e ottomani.
È un sito abbastanza grande dove riusciamo a vedere i resti di un grande tempio greco, il palazzo di un governatore ottomano e un piccolo, ma ricchissimo, museo dove tra le altre cose ci sono le statue antropomorfe più antiche del mondo. Trovate proprio qui, risalgono ad un periodo tra il 4000 e l’8000 a.C., praticamente hanno diecimila e cinquecento anni.
Tra una spiegazione e l’altra Zu ci dice che la Giordania è stata sempre terra di conquista di tutti, probabilmente perché la via della seta la attraversava. 
 
O forse perché sono un popolo ospitale. Lo sono così tanto che su dieci milioni di abitanti, più del 50% sono immigrati. Non saprei dire se Salvini ci andrebbe a nozze, o gli verrebbe la bava alla bocca.
Zu ci spiega che conosce queste cifre perché suo fratello, poco fuori Amman, gestisce il più grande campo profughi del mondo, dove ci dovrebbero essere circa diecimila persone. I profughi arrivano dall’Iraq, dalla Siria, dall'Iran, dall'Egitto, dallo Yemen e chissà quali altri posti. La cosa che potrebbe sembrare strana è che le persone che ci arrivano, non sono prigioniere: possono andare e venire come gli pare e appena trovano lavoro levano letteralmente le tende.
Usciti dalla cittadella risaliamo sull’autobus per andare in un altro sito.
Il viaggio è lungo a causa del traffico infernale di Amman, così io e Cassandra ci addormentiamo più volte lungo il tragitto.
Mi accorgo appena di una manovra che dura circa dieci minuti per far passare il pullman in uno stretto vicolo bloccato dalle auto parcheggiate un po’ a cavolo. Manco fossimo a Roma. Zu ci dice che siamo nel quartiere della tribù più testarda della Giordania. Difatti solo dopo che tutte le possibili manovre del pullman sono state fatte, i proprietari delle auto decidono di spostare il loro veicolo per permetterci il passaggio.
Un’ora e mezza più tardi siamo in una valle verdeggiante attraversata da un fiume che da sempre rende questo territorio ricco di acqua. Manca poco alla sosta ma veniamo svegliati da un colpo secco.

Dei ragazzini che stavano ai lati della strada hanno tirato un sasso e frantumato uno dei finestrini. Per fortuna c'era il doppio vetro... Anche l'autista rimane sconcertato, ma come diceva Zu, in questa zona c'è poco da fare, così riprendiamo il cammino senza andare a cercare i responsabili.
Al nuovo sito, che si chiama Iraq al Hemreif, troviamo un enorme palazzo, ancora parzialmente in piedi, con alcune sculture di leoni davvero molto belle. Nel sito non c’è nessuno, l’ingresso è libero e così entriamo anche all’interno del palazzo, cosa che probabilmente in Italia non avremmo potuto fare.
Anche se spoglio, ha un fascino non indifferente, forse per i muri esterni che hanno un aspetto molto solido, o forse perché si possono ancora intuire gli ambienti del palazzo.
Giriamo attorno alla struttura, davvero molto grande, e troviamo altri due leoni, anche più belli e meglio conservati dei primi, quindi ritorniamo in hotel. In un'ora e mezza mi addormento diverse volte, il sonno ormai è ingestibile e mi basta socchiudere gli occhi un attimo per ritrovarmi addormentato.

Prima di giungere in hotel, dato che non abbiamo pranzato, ci facciamo scaricare davanti ad un paninaro giordano. Tutti si sbizzarriscono, chi col kebap, chi con i falafel. Io e Cassandra rimaniamo in disparte, diffidenti del cibo troppo speziato.
Purtroppo io non ho ancora la stessa integrità di Cassandra. Un passo alla volta mi avvicino ai mangiatori di panini vegetariani e affamato come un Triceratopo mi faccio convincere da poche semplici parole. Prendo un panino con hummus e patatine.
Buono e per niente pesante. Sarei potuto tornarci se non fosse che senza Zu che ci faceva da interprete, non so cosa avrei trovato nel mio panino.
Proseguiamo a piedi, non siamo lontani, attraversando bancarelle disseminate ovunque sui marciapiedi e sotto i portici. La città è un mercatino unico senza soluzione di continuità di ogni genere di cose, soprattutto usate.
Giunti finalmente in albergo ci riposiamo un attimo e poi usciamo per procacciarci il cibo appena sufficiente per una cena frugale. Anche se è la prima sera proprio non abbiamo le energie per uscire. Seguiamo la strada fino al vicino ninfeo, molto bello anche se ricostruito. Purtroppo sembra non sia visitabile, lo possiamo vedere solo da fuori.
Proprio lì accanto scorgiamo dei banchi di frutta che si insinuano in un vicolo affollatissimo. Ci giriamo attorno titubanti, poi ci buttiamo dentro. Un mercato rionale di Napoli dove tutti i venditori urlano non è molto diverso, sembra che cambi solo la lingua. Giriamo per nulla intimoriti dalle facce arabe, che tra l'altro non ci restituiscono alcuno sguardo stranito o sospettoso. Ora siamo così a nostro agio che nonostante la stanchezza e il sonno, ci spingiamo in ogni vicolo e strada con i banchetti esposti, quindi prendiamo la nostra frutta e verdura e andiamo in pasticceria a prendere il pane per domani e qualche pasticcino. Ottimi entrambi.
La sera mangiamo in camera alle 19 e poco dopo stiamo finalmente dormendo, chiudendo questa prima infinita giornata di viaggio.

sabato 9 giugno 2018

Buongiordania


La prima volta che ne sentii parlare fu quando vidi il terzo capitolo di Indiana Jones. Nel film la chiamavano Alessandretta, nome un po' troppo di fantasia, ma le immagini di quello che sembrava un tempio scolpito nella roccia, in mezzo al deserto... Erano incredibili.
Da affascinato di archeologia mi chiesi subito se un giorno sarei mai riuscito vederlo di persona. Solo anni dopo scoprii che il vero nome di quel posto era Petra.
Sono passati così tanti anni che non mi va neppure di contarli, ma ora si parte per la Giordania.
Quindi buongiordania a tutti, perché prima o poi capiterà a tantissime altre persone di avere la fortuna di visitare questo paese, così diverso dal nostro, ma che non è poi così lontano.
Qualcuno ha detto che la persona che parte per un viaggio, non è mai la stessa che ritorna. Difatti viaggiare mi fa sentire sempre un'altra persona e ormai non ne posso fare più a meno. Sono entrato in quell’ottica che mi vede proiettato sempre in giro per il mondo, sognando di vedere tutti i paesi e tutte le realtà visitabili.
Che buongiordania sia di buon auspicio a chi parte, perché ogni giorno si potrebbe iniziare un nuovo viaggio.
E allora buongiordania anche per gli altri trecentosessantaquattro giorni di partenze, ma soprattutto buongiordania a tutti i viaggiatori come noi che hanno bisogno di vedere e fare qualcosa di nuovo ogni giorno, ogni ora, perché la nostra fame di conoscenza è insaziabile e per questo genere di cose conserviamo una riserva di energia inesauribile, forse maggiore anche di una donna durante il periodo dei saldi.

lunedì 7 maggio 2018

Baraonda nella nebbia - La presentazione del libro a Locate di Triulzi

Una serata strana per me, che non sono affatto abituato a parlare in pubblico, e si sente...
Ogni volta che torno a Locate ho i minuti contati, ma come avevo programmato sono riuscito a vedere i famosi Tarocchi del Mantegna. Molto belli e particolari, oltreché del tutto singolari rispetto alle classiche carte che si conoscono e si usano oggi. Non dico altro perché ci sarebbe da scriverci un libro, anzi, in realtà l'ho già fatto (Il collezionista di Astri), per cui posso solo consigliare una visita alla biblioteca Ambrosiana di Milano.

Tornando alla presentazione del libro Baraonda nella nebbia del 3 Maggio, mi sono presentato alla sala del palazzo Trivulzio un po' titubante. L'apprensione per la serata si attenua un pochino quando scopro che la sala in cui si terrà la presentazione, altro non è che il vecchio bar dell'Acli. Ormai è completamente cambiato, ristrutturato e messo a nuovo quasi non sembra essere stato il luogo dove ho passato tanti pomeriggi e serate in compagnia dei miei amici. Il luogo mi è caro al punto che ne ho preso spunto per dipingerci sopra il bar Cassandra del mio ultimo libro Profeti nel pallone. Era dunque destino che vi tornassi, prima o poi.
Per tutto il giorno ho continuato a ricevere messaggi di gente che si scusava per l'impossibilità a partecipare. A dire il vero non mi aspettavo che tutta quella gente sarebbe venuta, anche considerando che sono diventato uno "straniero", abitando ormai a Roma da quasi tre anni, ma soprattutto ci sono sempre gli impegni fissi delle persone. Conoscendo come vanno certi eventi, avevo invitato mezzo mondo.
Comunque la cosa che veramente era di fondamentale importanza sembrava non mancasse: il presentatore. Nonostante fosse appena sbarcato da un viaggio intercontinentale da New York, Lorenzo si è presentato fresco come una rosa e pronto alla battaglia. Ebbene si, possiamo dire che, anche se non è un giornalista o uno scrittore, abbiamo fatto arrivare il presentatore da New York, mica bruscolini!
Giusto il tempo di sistemare il proiettore, litigare un pochino con il computer, salutare i newyorkesi Lorenzo e Claudia, Alice Ripa con cui scambio due parole, anche se non ricordo quasi niente per la tensione, e come per magia la gente comincia ad arrivare e lentamente come la nebbia prende posto.
Con mia grande meraviglia vedo gente che non conosco, ma anche molti amici, alcuni colleghi di lavoro e perfino qualche personaggio di Baraonda nella nebbia! Ebbene sì, tra il pubblico c'erano Lele e il Paramedico! Probabilmente questo è il vantaggio di chi come me riempie i suoi libri delle persone che hanno fatto parte della sua vita, arricchendola di bellissimi ricordi.
C'è anche il gruppo rock Oradaria che stanno andando alle prove, ma sono passati per farsi "autografare" le loro copie dei libri! Io lo faccio, ma mi trema la mano...
Poco dopo le 21 il vice sindaco Maurizio Dones dà il via alla presentazione di questo nuovo ciclo di "Dopo cena d'autore" e poi passa la parola ad Alice Ripa che mi presenta brevemente. 
Io già sono in panico ed annuisco ogni tanto, quindi tocca iniziare? 
Lorenzo sfodera un presentazione spettacolare che mi descrive per i miei mille interessi, soprattutto da nerd, come se fossero delle qualità e io arrossisco sempre più, cercando di mantenere un'espressione il più seria possibile. Al termine della sua introduzione scatta la sua prima domanda e quasi mi si spegne la luce. Tutto quello che mi ero preparato di dire diventa impalpabile e sfuggente nella mia testa, come se fosse veramente invasa dalla nebbia, rendendo illeggibili i cartelloni su cui mi ero scritto tutto. Prendo un bel respiro e cerco di immergermi nell'atmosfera, aprendomi, cercando di rispondere il più sinceramente possibile, domanda dopo domanda. La nebbia non andrà mai via per tutta la serata, in fin dei conti si parla spesso di lei, ma cerco di cavarmela meglio che posso.
Tra una domanda e l'altra leggo qualche pagina, per introdurre L'Oca di Trevi, per presentare Gino Baraonda e i suoi amici, per cercare di dare un idea dell'atmosfera del libro. Devo ammettere che mentre ero sul treno per venire a Milano e avevo preparato questi brevi estratti da leggere, la mia compagna Cassandra mi ha lanciato subito una bella profezia funesta: sono troppo lunghi!
Io ho accorciato qua e là, giusto per darle il contentino, ma alla fine aveva ragione lei, del resto è una profetessa. Erano effettivamente troppo lunghi. Mi serva di lezione per la prossima volta.
Dopo un'oretta intensa giungiamo al termine della serata e finalmente ho la possibilità di salutare e ringraziare con una stretta di mano chi è venuto ad assistere, fare qualche dedica, sempre con mano tremante dall'emozione, e sperando che non si sia annoiato troppo. Io no di certo.
Grazie a tutti, in special modo a Lorenzo Tricomi per la magnifica presentazione e il grande supporto, al vice Sindaco Maurizio Dones e Alice Ripa per la possibilità che mi hanno dato.
Spero di ripetere presto l'esperienza, davvero bella.

venerdì 27 aprile 2018

Baraonda a Locate! 3 Maggio a Palazzo Trivulzio alle 21

Non prendete impegni per il 3 Maggio! A Locate Triulzi alle 21, a Palazzo Trivulzio, Piazza Vittoria 7, ci sarà una Baraonda: la serata di presentazione del mio libro "Baraonda nella nebbia", uno dei primi che ho scritto prendendo come fonte d'ispirazione proprio il mio paesello natale.
Spero di vedervi numerosi, per scambiare quattro chiacchiere, rispondere alle vostre domande (non troppo difficili eh) e farci qualche risata rievocando ricordi del passato che in qualche modo ci accomuna e ci ha plasmato facendoci arrivare fino ai giorni nostri.

Dialoga con l’autore Lorenzo Tricomi.


venerdì 20 aprile 2018

I Tarocchi del Mantegna!!!

Manca poco alla serata del 3 maggio, non vedo l’ora che arrivi, anche se ho un po’ paura di fare un disastro. Comunque oggi vorrei solo dare una piccola indicazione che non c’entra nulla con la presentazione del libro Baraonda nella nebbia.
Per chi ha letto, o magari un giorno leggerà un altro mio libro intitolato “Il collezionista di astri”, vorrei dare una notizia interessante. A dire il vero è già molto interessante di per se’: 
a Milano c’è una mostra dedicata ai famosi Tarocchi del Mantegna! 
La mostra è alla pinacoteca Ambrosiana e sarà aperta fino al primo luglio. Detto questo vedo l’ora di andarci per ammirare dsl vivo che mi ha ispirato parte della storia del collezionista di astri facendomi sognare, come sempre, ad occhi aperti.
Anche se sono stati attribuiti al Mantegna, in realtà non si sa chi sia il vero l’autore e questo dal mio punto di vista non fa che accrescere il loro fascino.
Non sono dei veri e propri tarocchi, difatti sono stati definiti didascalici, ma non voglio rovinarne l’aura di mistero che li circonda con una mia spiegazione spiccia e incompleta. Lascio il giudizio a chi avrà il piacere e la fortuna di vederli.
Buona mostra a tutti!

martedì 10 aprile 2018

Maratona di Milano - 2018


Torno a milano, dopo cinque anni dalla mia prima maratona, corsa proprio qui, su queste strade lastricate che fanno impazzire le mie articolazioni peggio dei sanpietrini, dove, se si è fortunati, si possono anche vedere dei milanesi imbruttiti che litigano con le persone del servizio gara, invece di incitare e applaudire.

Milàn lè un gran Milàn, da vedere, da vivere, da bere e da correre su un bel percorso vario tra storia, arte e architettura moderna.

Il ritorno al passato però mi sta lasciando una strana sensazione che ancora non riesco a definire.

La notte prima della gara non dormo, mi rigiro nel letto sperando di svenire per la stanchezza, prima o poi. L'ansia mi fa battere forte il cuore, quasi come se fosse la mia prima maratona, come se non sapessi cosa aspettarmi. Invece è la mia settima, e Milano l'ho già fatta, quasi due volte. L'ultima volta infatti furono 32 km di staffetta, appena prima di partire per Roma.

Purtroppo l'ansia notturna nasce tutta dalla settimana precedente, trascorsa in uno stato di depressione vittimale a causa di un paio di fastidiosi dolori agli stinchi che mi hanno fatto zoppicare fino a venerdì, quando il dolore è svanito.

Un'oretta di corsa senza fitte mi ha restituito un pochino di fiducia. Purtroppo mi sono reso conto che quella corsa mi è costata molta fatica, troppa. Come se non fossi allenato.

Forse il caldo, forse il terrore di farmi male, forse la paura di esaurire le energie dopo un quarto di gara, forse la delusione per non poter correre alla velocità che volevo, arrivando ancora fresco come le ultime due maratone.

In poche parole non ho dormito per diversi motivi.

Alle 5 sento Flavio che si alza. Forse non ha dormito nemmeno lui.

Alle 6 mi alzo anche io, dobbiamo partire prima perché pare ci siano dei lunghi controlli antiterrorismo da superare. Mando un messaggio a Matteo, un avisino locatese che doveva correre con noi, avvisandolo che per questo motivo anticipiamo il treno di mezzora, ma già so di avergli dato troppo poco preavviso. Peccato, avrei davvero voluto correre un pezzettino assieme a lui.

Poco prima delle 7 corriamo in stazione ignari della sorpresa: il treno è stato cancellato! E noi a Roma ci lamentiamo dei mezzi pubblici? Qui a Milano effettivamente hanno risolto il problema dei ritardi: no treno, no ritardo!

Sì, ma anche no maratona.

Piano B, o meglio, piano P. Sveglio quel santo di mio padre che ci porta a tutta birra a Milano.

Arriviamo appena in tempo al Gate 1, ma la tanto paventata organizzazione si rivela un controllo non troppo dettagliato. Del resto chi vuoi che si porti una bomba nello zaino? Oddio, qualcuno con delle bombe l'ho anche visto, ma se le stava bevendo.

Prima della partenza incontro un pezzo del mio passato sportivo: l'ex presidente e l'ex direttore sportivo del mio ex gruppo. La prima maratona l'ho fatta anche con loro. Li saluto e vado per la mia strada.

Dopo il cambio e il deposito borse io e Flavio ci separiamo un attimo perché siamo in due griglie diverse. Io sono nella quarta. Mai stato così vicino alla linea di partenza.

Ormai ci siamo. faccio un pò di riscaldamento e sembra che le gambe rispondano bene. Purtroppo c'è sempre quella strana sensazione che mi segue come un'ombra, ma faccio finta di non conoscerla e mi metto a parlare con una transenna.

Quando aprono le gabbie ritrovo Flavio e siamo pronti. Correrò con lui finché ce la farò, più chilometri possibili, vedremo...

....7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, partenza!!!

C'è il sole, non fa freddo, anzi, fa caldino. I primi chilometri li passiamo a stretto contatto con tanta gente a causa degli imbuti che si formano, non si può aumentare più di tanto se non si vuole calpestare qualcuno. Con calma e pazienza superiamo e cerchiamo di stare nelle zone con meno gente. Oltrepassiamo Porta Garibaldi e poi si torna verso la stazione centrale, quindi ripassiamo da Porta Venezia e iniziamo a correre verso il Duomo.

Lungo il percorso ci imbattiamo anche in altri road runner, diversi road runner, solo che sono di Milano. Ecco perché quando passiamo ci gridano tutti "Forza road runner!!!!". Mi ero quasi illuso che il blog di Luciano avesse sfondato le barriere capitoline e fosse diventato famoso in queste terre nordiche.

Il sole c'è, non picchia tanto ma si sente. A volte però si sente anche un venticello freddo che soffia a tradimento alle spalle, ma ci sta, non è così malvagio, anzi.

Verso il decimo chilometro siamo ormai usciti dalla calca e inizio a capire che la predisposizione logistica della maratona funziona veramente: in piazza del Duomo, come da piano preventivato, troviamo Cassandra a salutarci!

Ci avevo provato tante volte a darle una cartina con i punti e gli orari di passaggio sul percorso della maratona, ma purtroppo si era spesso persa nei meandri delle transenne e nella confusione del tifo. Perfino a Roma.

Ma stavolta no. Lei è lì. Segnale incoraggiante dell'ottima riuscita di questa avventura milanese.

Continuiamo la corsa verso il castello sforzesco e al 14° siamo al biscottone di Wagner, dove vediamo Cassandra uscire appena in tempo dalla metro e saltare per salutarci.

Due su due, e alè!

Scendiamo il biscottone e Flavio nota che siamo in discesa. Capisco subito quello che vuole dire: al ritorno sarà in salita...

Quando torniamo però la strada sembra ancora in discesa! Quasi come la misteriosa strada in salita dei castelli romani che però è una discesa?

Non ci scomodiamo a chiamare il CICAP e Piero Angela, ringraziamo e continuiamo.

Al ritorno a Wagner vediamo il primo milanese imbruttito che con una mano tiene un passeggino e con l'altra una bambina piccola in braccio. Sta sbraitando con gli inservienti. Sembra che voglia attraversare la strada e chi non glielo permette rischia di essere malmenato. A dieci metri c'è il sottopasso, ma il milanese imbruttito non si "abbassa" a questa umiliazione.

Subito dietro ai litiganti, Cassandra si gode lo spettacolo sgranocchiando delle noccioline e quasi non ci vede, se non fosse per noi che la salutiamo.

Proseguiamo e la strada inizia a portarci verso l'esterno della città, fino al 24° km, nei pressi di piazzale Lotto. Cassandra è sempre lì, come un mastino che non molla mai la presa.

Fantastica.


Purtroppo da qui le gambe iniziano a farmi sinistramente male. Quell'ombra che mi segue si fa sempre più vicina.

Per non cadere tra le sue spire, mi faccio distrarre dagli ammiratori del mio cappellino con le ali. Devo dire che a Milano sono stati più del solito. Mi indicano e mi salutano, alcuni ridono divertiti, alcuni mi lanciano sguardi ammirati e nostalgici dell'era dei cartoni animati. Non posso fare a meno di farmi trasportare da questo buon umore e saluto come una star che passa sul red carpet.

Al 26° siamo a San Siro e io inizio a sentire di non averne più. Le gambe fanno male, sento anche la fatica come se avessi già fatto 32 km. Non va affatto bene.

Avverto Flavio, con cui mi sono goduto la gara fino a quel momento. Probabilmente non ce la farò a stargli dietro fino alla fine.

Difatti al 28° lui inizia ad allungare di qualche metro al minuto.

Lo lascio andare, non ce la faccio a tenere quel passo, le gambe protestano e non hanno tutti i torti. Mi sento sempre più stanco e provato.

Mi sento sempre più distrutto e sfinito, come non mi capitava da anni in una corsa. Il problema è che mancano ancora tanti chilometri.

Stiamo per girare verso il parco di Trenno quando un signore anziano mi vede e alzando la mano mi indica sorridendo in modo saggio, quindi mi lancia un avvertimento: "Chi si ferma è perduto!".

Lo annovero come incoraggiamento, mi aggrappo ai sorrisi degli spettatori e a chi mi incita suggerendomi di usare le ali del cappellino. Ci rido su, mi lascio trasportare per qualche metro in più, ma so che non potrò farcela ad arrivare in fondo in questo modo.

L’ombra ormai mi ha preso, ce l’ho addosso, mi appesantisce, mi schiaccia, mi sussurra. Dice che c’è un modo più facile, immediato, indolore. Dice che posso smettere di soffrire, di faticare. Basta che mi fermi. C’è la metro, o al limite l'autobus.

Il lato oscuro della forza.

Ma io non voglio smettere di correre. Ora che sono qui non ci penso neanche lontanamente a fermarmi, manco morto.

Accendo la musica e cerco Flavio, laggiù, oramai molto avanti. Spero che si stia divertendo.

Ed ecco che la musica mi viene in soccorso, come una preghiera invocata agli dei:



We're Not Gonna Take dei Twisted sister. Sembra fatta apposta per aiutarmi.



Oh, non lo accetteremo
No, non lo accetteremo
Oh, non lo accetteremo più
Abbiamo il diritto di scegliere
E in nessun modo lo perderemo
Questa è la nostra vita
Questa è la nostra canzone



E così si va avanti sulle note di questa vecchissima canzone hard rock, diminuendo la velocità, arraffando frutta, acqua e gel ai ristori, salutando gli ammiratori delle alette. Si arriva così in zona viale certosa, dove c’è un piccolo tornante di persone che salgono verso l’alto. Ecco Flavio che sale.
Non sono poi così lontano e i rifornimenti appena fatti mi danno l'illusione che forse potrei raggiungerlo, se la scarpa non iniziasse a farmi malissimo. Sul lunghissimo rettilineo mi devo fermare due volte per sistemarla. Mi siedo perfino, intuendo che ogni movimento potrebbe essermi fatale.

Per fortuna mi rialzo senza problemi, riparto e al Portello eccola lì: Cassandra mi saluta e vedendo in che condizioni sono, si trattiene dal farmi la solita, doverosa, domanda. Grazie Milano, la tua metropolitana ha fatto il miracolo e mi ha reso felice, grazie Cassandra di esserci sempre. Ti amo.

La strada però prosegue, mancano ancora sette chilometri. L’ombra è sempre lì, che mi parla, ma io non la sento, ho ancora i Twisted sister in concerto nella mia testa.

Consumo gli ultimi gel, prima uno e siamo a meno 5 km. Poi arrivo a corso sempione, quindi consumo l’ultimo gel e l’ultima stilla d’acqua, e siamo a meno due. Ripassiamo da porta garibaldi.

Manca poco, sento il traguardo vicino, ma ancora non lo vedo, così come ormai non vedo più l’ombra. Evidentemente si è stancata di seguirmi, finalmente.

Ecco di nuovo piazza repubblica, siamo quasi giunti alla meta. Una salitina si trasforma in una scalata, ma è l’ultima, poi si scende verso l'agognato traguardo. C'è un sacco di gente festante ai lati della pista, ma io non sento più niente.
Sento solo le lacrime che si sporgono sul precipizio, come Greg Louganis sul trampolino, pronte a tuffarsi. Ed eccole lì, come sempre, attese e strameritate, che lasciano andare tutto quello che avevo dentro, concedendomi la libertà dai miei pensieri negativi e la tanto sognata felicità che ho rincorso per 42 chilometri.






mercoledì 4 aprile 2018

Pregara Maratona di Milano 2018

Maledizione! Maledizione! Maledizione!
Non è un imprecazione. No anzi, lo è.
Ciò che però mi preme dire è che ad ogni vigilia di Maratona me ne capita sempre una, di maledizione.
Stavolta sembra la peggiore delle precedenti 6 esperienze.
Sto parlando di un problema muscolare, fastidioso anche se apparentemente di poco conto, che mi sta torturando mentalmente: come se una goccia d'acqua continuasse a cadermi sulla crapa pelata all'infinito, diventando sempre più pesante e dolorosa.
Starò a riposo il più possibile, accenderò un cero a San Voltaren e imprecherò tutte le notti finché non mi addormento.
Fatto sta che probabilmente inizierò la maratona, ma quasi sicuramente non la porterò a termine...
Ci tenevo parecchio a correre questa gara, ma ci tenevo soprattutto a correrla bene, almeno come le ultime due. Avevo perfino la speranza di riuscire a migliorare il personale assoluto.
Ci tenevo anche perché torno a Milano, dove ho fatto la mia primissima maratona, con un tempo di 4 ore e 26 minuti... Roba che fino ad una settimana fa mi pareva impossibile non riuscire a raggiungere... Ora invece...
Ma Milàn lè un gran Milàn. Mi godrò la corsa più che potrò, lasciando purtroppo da solo il mio amico Flavio che è venuto da Roma per sperimentare l'ebrezza di vivere la sua prima maratona in trasferta. Prima di conoscere lui e il G6 (domenica scorsa ho visto tutti in grandissima forma e mi aspetto i soliti temponi alla maratona di Roma), vivevo qui, lavoravo qui, correvo qui, ( va be questa si fa per dire).
Su queste strade di Milano ho iniziato a correre, quando ero piccolo. La prima stramilano credo di averla fatta a sei anni con mio papà, forse allora si chiamava la corsa di topolino.
Poi però il nulla fino a pochi anni fa, quando ho fatto la mia prima mezza, poi la seconda, la terza e la prima maratona.
Fu bellissimo correrla tutta con il gruppo dell'Avis Locate, e in parte con il mio amico Sandro, ma anche molto, molto, molto faticoso.
Da allora sono stato a Firenze tre volte e a Roma.
Torno finalmente a casa, forse per nostalgia, forse per dimostrare qualcosa, forse solo per correre un'altra maratona, o più probabilmente, per rivivere quella fantastica sensazione di libertà e di leggerezza che si sperimenta correndo, soprattutto sui 42 chilometri, con la testa che vola, genera pensieri strani, a volte fantastici, a volte inquietanti, ma pur sempre libera di viaggiare e farci sognare ad occhi aperti.
Probabilmente non vedrò il traguardo, e non sarò travolto dal mare di emozioni che di solito trattengo dentro di me fino all'ultimo metro per caricarmi, per incoraggiarmi e darmi la forza necessaria a concludere, ma nonostante la maledizione correrò. Arriverò più in là possibile, spero vicino a qualche metropolitana, così da ricongiungermi anzitempo a Cassandra, che mi rincuorerà con la solita frase, sempre più azzeccata:
Ma chi cazzo te lo fa fare???

giovedì 22 marzo 2018

Baraonda nella Nebbia - 3 Maggio a Locate Triulzi

Baraonda a Locate!!!
Dovremmo avere la data: il 3 maggio sarò a Locate Triulzi per la presentazione del libro Baraonda nella nebbia!!!
Se non avete niente di meglio da fare, tenetevi liberi per quella sera, mi farebbe molto piacere potervi vedere e salutare parlando del libro.
Ora che ci penso, ma cosa dirò? Io di solito scrivo tanto e parlo poco😖... va be facciamo così, inizio a scrivere quello di cui parlerò, e poi speriamo bene 🤞
Appena avrò dettagli maggiori sulla serata vi aggiornerò, per ora segnatevi la data del 3 maggio!!!!