domenica 28 luglio 2019

Giorno 10 - Seward - Exit Glacier - Bear Lake – Salmon creek


Si riparte. Oggi sgranchiamo un pochino le gambe con un paio di trekking facili, facili, ma meglio di niente.


La prima destinazione è vicina a Seward: l'Exit Glacier. Prendiamo l'auto e facciamo giusto dieci minuti di strada fuori Seward prima di arrivare al centro visitatori da dove si parte, e dove troviamo ad accoglierci tante e simpatiche zanzare. Certo non sono le zanzare tigre, qui sono rosse, ma comunque danno fastidio. Ci sono diversi trekking tra cui scegliere, uno dei quali è piuttosto impegnativo, noi optiamo per il più semplice. Per arrivare al ghiacciaio infatti non dobbiamo camminare molto, anzi, è proprio una passeggiatina.
Ci affacciamo dove c'è un cartello con scritto sopra 2005, la data in cui il ghiacciaio arrivava fino lì. Ora è distante e non poco. Scendiamo allora sul greto del fiume che ne scaturisce dalle viscere gelate e cerchiamo di arrivare il più vicino possibile alla bocca del ghiacciaio. Nonostante la pioggia e il terreno impervio arriviamo abbastanza avanti, ma non tanto da poter entrare nella caverna ghiacciata.
Tornando indietro attraversiamo l'intricata foresta che si è formata qualche decina di anni fa dove c'era il ghiacciaio, quindi riprendiamo l'auto e andiamo a cercare un altro sentiero, ovvero l'inizio del famoso Iditarod Trail. In realtà la famosa gara da slitta trainata dai cani parte a Knik, sopra Anchorage, ma ricalca il vero sentiero che unisce proprio Seward, sulla sponda sud dell'Alaska, con la città di Nome sulla sponda nord.


Purtroppo questo sentiero non riusciamo a trovarlo, forse non è più così utilizzato.

Dato che la meta del pomeriggio sarebbe un altro trekking a cui Alessandro e Alberto non sono interessati partecipare, torniamo a casa e pranziamo comodamente seduti al tavolo. Quindi io, Cassandra e Pier, ci rechiamo al Bear Lake. Alessandro e Alberto rimangono in città per fare shopping.

Prima però io e Cassandra andiamo a prenotare un'altra crociera per vedere le orche. Grazie a Pier otteniamo pure uno sconto. Speriamo che sia la volta buona!

Sarà che ieri abbiamo fatto talmente tanta strada in auto che oggi ci mettiamo a chiacchierare e non vediamo il cartello del lago. Ce ne accorgiamo solo circa 15 chilometri più tardi... Se non ce ne fossimo accorti in tempo in un quarto d'ora saremmo ritornati al Passo dell'Alce, che magari mi mangiavo un'altra pannocchia, ma pure qualche cookies.

Facciamo una inversione di marcia fuorilegge, nel senso che negli States se c'è la doppia linea continua non si può, nemmeno se non c'è nessuno a guardare. Per stare tranquilli noi aspettiamo proprio quando la strada diventa deserta per chilometri e chilometri, quindi ritorniamo indietro, quasi fino a Seward, dove c'è un piccolo cartello che indica la nostra destinazione: il Lago degli orsi.

Attraversiamo la ferrovia e ci infiliamo in un bosco fitto e disseminato di case di un certo lusso. Deve essere una località per sciuri.

Poco prima di arrivare troviamo uno spiazzo con un capannello di persone attorno ad una casupola. Lo ignoriamo pensando che ci siano dei lavori di qualche genere con pensionati annessi che guardano. Non vogliamo disturbare quindi arriviamo fino alla fine della strada, dove parcheggiamo e inizia il sentiero attorno al lago.

Ovviamente non lo faremo tutto, girare attorno al lago prenderebbe almeno tre ore e non abbiamo tutto questo tempo.

Con nostra sorpresa scopriamo che il giro attorno al lago è parte proprio della famosa Iditarod originale. Alla fine l'abbiamo trovata lo stesso.

Il bosco in cui ci addentriamo ha un che di magico. Noi camminiamo chiacchierando per far sentire agli orsi che siamo in zona e quindi evitare che si prendano un brutto spavento, cosa che a nostra volta ci prenderemmo anche a noi, ma notevolmente amplificata.

In realtà questo bosco meriterebbe di essere attraversato in silenzio. C'è un’atmosfera così verde e ovattata che sembra di essere capitati in una storia di qualche racconto fantasy. Gli alberi qui non vengono toccati e quando muoiono si adagiano l'uno sopra l'altro, oppure se troppo pesanti si spezzano per poi essere ricoperti da uno spesso muschio, come fosse un manto protettivo.

Camminiamo per meno di mezz'ora quando incontriamo un ruscello che ha invaso e allagato completamente il sentiero. Anche se riuscissimo ad attraversarlo non vediamo se il percorso continua o è stato cancellato.

Torniamo allora indietro per cercare uno sbocco sul lago e finalmente vederlo.

Trovare una strada agevole non è facile, dobbiamo fare alcune deviazioni, ma alla fine ci arriviamo, non prima di scoprire delle tracce di alci, molto grandi, che ci hanno preceduto. Sembrano freschissime.


Lo specchio d'acqua calmissimo non è proprio piccolo, forse per girarci attorno ci vogliono più di tre ore, anche considerando quanto ci abbiamo messo per arrivare solo fino a lì.

Riprendiamo la strada verso casa e, arrivati allo spiazzo dove prima c'era gente, notiamo dei cartelli sugli alberi:

Attenzione agli orsi.

Certo, siamo al Lago degli orsi, che ovvietà.

Poi ce n'è un altro:

Vietata la pesca del salmone.

Mi si accende una lampadina. Vuoi vedere che...

Mi getto al volo dall'auto come uno stuntman e corro a dare un'occhiata. C'è un ruscello! Un ruscello pieno di salmoni che risalgono la corrente!

Chiamo gli altri e assieme andiamo alla casupola di prima, dove una grata di metallo ostruisce la corsa dei salmoni. Questi, imperterriti, continuano a saltare sopra e, alla fine, vengono ributtati indietro dalla corrente.

Qui vengono fatti passare oltre solo per mezzo di un piccolo elevatore che li lascia in un'altra vasca dove vengono contati e poi lasciati liberi di arrivare al lago.

Quando però sono troppi, per preservare il lago vengono presi e venduti.

La struttura ora è chiusa, probabilmente il lago è sold out. Purtroppo i salmoni non lo sanno. A guardarli dall'alto che saltano sembra che siano in coda al casello per tornare a casa dopo le vacanze. Ce ne sono diversi malconci e qualcuno è anche morto.
Forse l'ora è tarda, oppure il periodo è ancora acerbo, ma di orsi qui non ne vediamo. Molto più probabilmente sono più a valle, dove non ci sono i soliti ficcanaso come noi. Li capisco. Provate a pensare di andare al ristorante, o in pizzeria. Ordinate e poi fuori in vetrina c'è della gente che vi fissa divertita per come mangiamo e ci comportiamo, scattandoci foto in continuazione, magari pure dei selfie mentre addentiamo una fetta di pizza. 'n se pò ffà.

venerdì 26 luglio 2019

Giorno 9 - Valdez - Anchorage – Seward

Si parte da Valdez. Non siamo tanto dispiaciuti di lasciare questa piccola cittadina, quanto incupiti dal fatto che ci aspetta un viaggio lunghissimo: circa dieci ore di auto per ritornare ad Anchorage e proseguire verso Seward.
Sarà una giornata trascorsa completamente in auto per cui non abbiamo orari da rispettare.

Rifacciamo un pezzo di costa e poi rimaniamo nell'entroterra per un pochino.

Per l'ora di pranzo decidiamo di fermarci in un'area di sosta accanto ad un piccolo locale che in giardino espone vecchie macchine agricole di svariate epoche locali. Quasi tutte arrugginite, ma ancora con un certo fascino.

Dopo pranzo andiamo in perlustrazione del locale, in cerca di un caffè, un bagno, un wifi.

Alberto si precipita ai servizi, seguito da Cassandra, mentre io do un’occhiata ai dolci fatti in casa, mi gusterei volentieri i loro cookies con le gocce di cioccolato. Trovo invece solo dei panetti gialli o marroni, avvolti nella pellicola. Sembra siano fatti di burro di noccioline. La signora a cui chiedo notizie sui cookies mi risponde prontamente, non si capisce molto, anzi, ha una parlata così strana che non capisco proprio. Ha chiare discendenze statunitensi, ma forse è stata allevata da gente del luogo che ha uno slang particolare...

Incuriosito rivolgo lo sguardo agli scaffali, dove fanno bella mostra di sé alcuni snack, sia dolci che salati. Sono piuttosto datati, a giudicare dalle confezioni sbiadite. Chissà da quanti anni aspettano che qualcuno le colga. Ne riconosco qualcuno che non vedo in circolazione da parecchio tempo e, dopo un rapido calcolo mentale, mi rendo conto che potrebbero addirittura essere maggiorenni.

La signora intanto è andata a prendere le ordinazioni di alcuni sventurati turisti che si sono accomodati per ordinare degli hamburgher. La signora è chiara nell'esporre che c'è solo quello.

Nel retro ci sono anche alcuni scaffali con dvd, ancora più sbiaditi degli snack, e una lavanderia. Probabilmente questo potrebbe essere il centro di riferimento per le persone che vivono nei dintorni, anche a decine e decine e decine di chilometri. 

Mi saltano subito all'occhio due cartelli che traduco nel miglior modo possibile:

Qui non c'è il wifi, internet non mi serve: mia moglie sa già tutto di me.

L'altro invece esprime il diritto di negare qualsiasi tipo di servizio a qualunque tipo di cliente.

Appena Cassandra uscita dal bagno, la signora ha iniziato a guardarci con uno sguardo strano e ce ne usciamo di corsa per evitare di diventare saponette. L'abbiamo scampata anche stavolta.

Quando più tardi arriviamo ad Anchorage, troviamo la città molto più movimentata e caotica di quello che ricordavamo. Il traffico non è certo paragonabile a quello che sperimento ogni giorno a Roma, però rispetto al resto dell'Alaska è il peggiore incontrato finora, soprattutto a causa di lavori stradali dove ci sono delle simpatiche signore che fanno da semaforo e non appena ci vedono arrivare girano il cartello sullo stop.

Usciti dall'impasse, ci ritroviamo sul mare, seguendo una ferrovia panoramica che praticamente corre lungo la costa per tutto il fiordo in cui ci stiamo per infilare. Non so quanto sia lunga, ma dopo una buona mezz'ora non ne vediamo ancora la fine.

C'è un punto però dove si sono fermate diverse macchine e così, andiamo a sgranchirci le gambe e curiosiamo.

Siamo davanti ad un piccolo promontorio con spiaggia dove si dovrebbero avvistare i Beluga, simpatici cetacei bianchi. Praticamente dei delfini con la testa rigonfia.

Altri turisti ci guardano mentre leggiamo i cartelli esplicativi e rivolgiamo lo sguardo al mare. Dalla loro espressione capiamo subito il messaggio "Qui ci sono i beluga! Quelli che stanno leggendo il cartello. Quelli originali invece non li troverete oggi, ovviamente."

Forse la loro assenza è dovuta alla bassa marea che ha ritirato molta dell'acqua del fiordo. La spiaggia infatti, a giudicare dai mitili che contiamo sulle rocce ad almeno due metri d'altezza, dovrebbe essere sommersa.

Sconsolati e infreddoliti dal forte vento che sferza la costa, rientriamo in auto e seguiamo la ferrovia che scende nel ventre del fiordo. Solo dopo la sua metà notiamo che ci sono altri punti di osservazione, ma lì il mare è ancora più asciutto. Cosa stanno aspettando?

Eccola! 

L'alta marea!

Come un piccolo tsunami l'acqua rientra calma nel fiordo e qualche surfista ne approfitta per farsi trascinare.

Finalmente arriviamo alla fine e ci lasciamo alle spalle mare e ferrovia. Da questo punto iniziamo a salire un pochino nell'entroterra per poter passare sulle montagne che ci separano dall'altra costa.

Siamo abbastanza stanchi quando il paesaggio inizia a cambiare diventando sempre più verde ed i laghetti che costeggiano la strada sono sempre più numerosi. 

Poi arriviamo al Passo dell'Alce. Un piccolo centro abitato che segna la fine della salita dove si sta svolgendo una festa!

Non possiamo non fermarci.

Ci sono alcune bancarelle e una attira immediatamente la mia attenzione: pannocchie arrostite! Oltre le bancarelle c'è anche una band che suona, neanche male, ma io ora ho improvvisamente fame.

Pago la mia pannocchia, la cospargo di burro salato ed inizio a divorarla. Fantastica. Ora ho sete. Mi trascino Cassandra che vorrebbe dare un'occhiata alle bancarelle e arriviamo quasi sotto il palco. Per prendere una birra devo passare un controllo documenti. Non importa quanti anni dimostri, loro vogliono vedere i documenti. Anche Alessandro che di anni ne ha 72 non fa eccezione. Evidentemente la vita qui deve essere davvero dura, per scambiarci per minorenni chissà qual è la loro aspettativa di vita media… 

Dopo aver preso una birra Blue Moose raggiungo Cassandra che nel frattempo ha già visto quasi tutte le bancarelle, giudicandole però non abbastanza degne, fatta eccezione per quella che vende sapone.

In Alaska il sapone del turista va per la maggiore.

Ascoltiamo un po' il gruppo finché questi non si prendono una pausa ristoro. Ormai ho finito la pannocchia. Ora ci vorrebbe proprio un bel dolcetto. Le mie narici di solito non funzionano benissimo, ma per i dolci hanno un fiuto particolare. Seguendo una certa fragranza ci ritroviamo in un edificio pieno di dolci fatti in casa. Torte di ogni genere e dalle evidenti qualità ipercaloriche. Ci sono anche diversi biscotti, tra cui i miei tanto desiderati cookies al cioccolato. Ne prendo un paio così e altri due alle noci di macadamia. I cookies al cioccolato sono strabuoni e con un pizzico di cannella, gli altri lasciamo perdere. Perfino Cassandra che non va pazza per i dolci ne rimane colpita positivamente. Sono costretto a prenderne altri due prima di ripartire.

Ormai non ci manca molto ma la stanchezza per il viaggio sembra essere svanita nell'ultima sosta.

Nemmeno un'ora e siamo finalmente a Seward, una cittadina che sembra subito più turistica e viva rispetto a Valdez.

Non facciamo fatica a trovare la casa dove dormiremo, un appartamento con due stanze e mezza, una bella cucina e un bagno. Molto carino, ma non è come la casa dello zio Nicolai.

giovedì 25 luglio 2019

Giorno 8 - Valdez - Crociera al ghiacciaio Columbia



Giornata fredda, rispetto alle precedenti almeno. Ci aspetta la crociera sul catamarano, che poi è una grande barca da 150 passeggeri. Le nuvole oggi sono così basse che sembra ci sia la nebbia. Speriamo che uscendo in mare si sollevi altrimenti mi sembrerà di navigare sul laghetto della Decima a L'Oca di Trevi.
Ci mettiamo in coda per essere imbarcati, con tutti gli altri passeggeri che rimangono abbastanza silenziosi, una partenza in sordina per questa escursione marittima.
Partendo dal fondo del fiordo di Valdez, ci fermiamo quasi subito per vedere un nido di aquila. La proprietaria di casa è un po' schiva, come tutte le vip, e rimane nascosta.
Proseguiamo allora e troviamo alcune simpatiche otarie che si stanno rilassando a pancia all’aria e mani congiunte. Neanche fossero immerse in un’acqua glaciale, si lasciano trasportare dalla corrente come se si stessero godendo il refrigerio che noi potremmo sperimentare nuotando in una piscina estiva... invece siamo in Alaska e si gela anche qui sul ponte della nave.
Il prossimo avvistamento sono dei delfini, ma erano troppo lontani per essere fotografati. Usciti dal fiordo, verde e bellissimo, ci dirigiamo al largo. Non passa molto tempo prima che venga avvistata una balena! Soffia laggiù! Due o tre respiri con la schiena ricurva che spunta e si immerge e poi ci mostra la coda, segnale che sta per scomparire. Punto il cronometro a quattro minuti e aspetto. È il tempo medio che di solito impiegano per riemergere e prendere fiato. In realtà i minuti potrebbero essere anche 5, ma così io mi preparo con la macchina fotografica.

La balena riappare, ma ovviamente non nello stesso punto, costringendoci all'inseguimento per tre volte. Tra un pedinamento e l'altro passiamo davanti alla spiaggia dei leoni marini che si rilassano prendendo il sole.
La maggior parte sono ammassati vicino alla riva, altri invece si sono arrampicati un po' troppo in alto. Temo che quando vorranno scendere non sarà così indolore...
Quando la balena riemerge riprendiamo l'inseguimento finché non è ora di andare verso il ghiacciaio Columbia.
Prima però avvistiamo qualche foca che riposa sui piccoli iceberg galleggianti.
Man mano che ci addentriamo nell'altro fiordo il catamarano rallenta per schivare i pezzi di ghiaccio che, da pochi e distanti, sono sempre più numerosi e grandi. Giusto per evitare di fare un seguito al film “Titanic”, che poi i seguiti non vengono mai bene.

Resisto sul ponte da solo e quasi mi sento come Di Caprio quando si è congelato. Ma io non cedo e rimango piantato per terra a godermi il ghiaccio che crepita come se stesse bollendo e rompendo per l'alta temperatura. Solo ora mi accorgo che oltre a me sul ponte sono rimasti i ragazzi della nave, che indossano una semplice polo e un giubbino antivento.
Io invece sono coperto il più possibile e nonostante non dovrebbe passare un filo d'aria, mi sto gelando.
Probabilmente per loro non fa così freddo. Non oso immaginare come potrebbe essere l'inverno da queste parti.
Avanziamo finché il ghiaccio lo permette, quindi fermiamo i motori ed inizia la mattanza fotografica. Faccio appena in tempo a fare qualche scatto in solitaria quando il mio bonus scade e vengo circondato da un gruppo di coreani che con una serie infinita di selfie, si prende la maggior parte del palcoscenico, e delle imprecazioni. 
Semple li moltacci lolo.
Dal 1998 il ghiacciaio si è ridotto tantissimo e, se prima ricopriva parte del fiordo che abbiamo navigato, ora si è diviso in due e lo strato vero e proprio inizia quasi dalla terra ferma.
Anche se siamo lontani, come già visto al St. Elias, quando il ghiaccio non è sporcato dalle rocce nere delle montagne che ha sgretolato, appare bianco con un cuore azzurro che fa pensare alla sua purezza incontaminata. In realtà è un effetto ottico: il ghiaccio, così compresso e compattato, assorbe tutti i colori tranne l’azzurro.
A dimostrazione di questa tesi i ragazzi del catamarano hanno appena pescato un iceberg da una decina di chili e lo passano tra i tavoli. Essendo pulito da qualunque residuo appare completamente trasparente.
Durante il ritorno scorgiamo, lontanissime su una parete, delle capre di Dall. Nemmeno con lo zoom a 80x si vedono benissimo, ma i ragazzi della barca ci assicurano che sono loro.
Ci imbattiamo poi in un altro branco di otarie che riposano su dei piccoli iceberg. Quando ci avviciniamo le onde fanno sobbalzare il ghiaccio che inizia ad ondeggiare.
Inevitabilmente le otarie si voltano verso di noi per vedere chi è arrivato a rompere.... il ghiaccio.
Sarà che il ponte è infestato dai coreani, ma gli si legge chiaro in faccia che stanno dicendo: Eccallà! Altli lompi cojoni! 
Quindi si tuffano.
All’uscita del fiordo cerchiamo le orche assassine, ma vediamo solo, si fa per dire, un'altra balena.
Delle Killer whale neanche l’ombra. La nostra delusione è tangibile, anche perché la vera preda, rara da fotografare, era proprio l’orca, difficile quasi quanto il leopardo in Africa. Ci consoliamo con le divertenti storie di Alessandro sui salbanei: dei piccoli folletti veneti e dispettosi che ti nascondono le tue cose sotto gli occhi e non te le fanno più trovare. 
Era dall'inizio del viaggio infatti che sentivamo Alessandro imprecare contro questi salbanei quando cercava qualcosa.
Questa mattina per esempio, quando si è svegliato è andato in bagno, appena uscito non ha più trovato le calze.
- O porca miseria i salbanei! I ma frega’ i calzeti!
Alessandro si è messo a cercarli per tutta la stanza mettendola a soqquadro. Nel frattempo Alberto ha iniziato a guardarlo con crescente terrore. Dopo l’ennesimo ribaltamento di cuscini, zaini e piumone, nonché imprecazioni ai salbanei, Alberto finalmente capisce cosa è successo:
- Ma stai cercando dei calzini?
Alessandro lo fissa con quello sguardo deciso, come se volesse chiedere: “Mi prendi in giro?”
Alberto allora va a prendere il sacchetto dei suoi panni sporchi... Dove ha infilato i calzini puliti di Alessandro, pensando che fossero i suoi.
Altro che salbanei: ora ci sono anche i sardanei!
Solo allora Alberto, come richiamato dal racconto di Alessandro, ricompare finalmente dopo essere stato per tutto il viaggio all'aperto sul ponte. Che tempra.
Rientrati in porto diciamo che, nonostante le orche, mi posso ritenere più che soddisfatto per quello che ho visto, poteva andare molto peggio, potevano piovere salbanei.

mercoledì 24 luglio 2019

Giorno 7 Copper Center – Valdez

Salutiamo lo zio Nicolai con molto dispiacere, ci siamo trovati benissimo in questa grande casa, inoltre la prossima destinazione è Valdez, dove ci aspetta il primo alloggio prenotato con Airbnb. Questa casa è stata problematica fin dall’inizio perché la padrona non rispondeva mai alle domande che gli facevamo. Visto che non avevamo molte alternative si era deciso di prenotare comunque. Purtroppo anche dopo la prenotazione la padrona è rimasta latitante e avara di indicazioni, vedremo se stanotte riusciremo a dormire in casa, o in auto...
Per sicurezza le ho scritto che saremmo arrivati tra l'una e le due, ma non mi ha ancora dato il codice numerico per entrare in casa... Speriamo di trovare un wifi pubblico lungo la strada.
Durante il trasbordo, non breve anche se comunque rilassante, si finisce inevitabilmente a parlare di viaggi.
Tra Pier, che riesce a farne parecchi ogni anno, e Alessandro, che essendo un collezionista ora è impegnato nel collezionare viaggi, le esperienze si sprecano.
Pier ormai lo conosciamo, è il quarto viaggio che facciamo assieme e con lui ci troviamo bene, soprattutto perché quando abbiamo le ferie tira fuori dal cilindro un coniglio a cui non sappiamo resistere, e alla fine ci fa partire.
Alessandro invece lo conoscevo poco. In Giordania non avevamo avuto molte occasioni di parlare, però mi aveva ispirato subito simpatia nonostante in quel viaggio avesse suscitato giudizi contrastanti tra gli altri partecipanti.
Invece confermo le mie sensazioni positive: è una persona simpaticissima che ha avuto, ed ha ancora, una vita interessantissima.
Praticamente questi due sono sempre in viaggio, cosa che io e Cassandra sogniamo di fare sin da quando ci siamo conosciuti in Turchia.
Ma sarà davvero così bello? Non lo so e probabilmente non lo saprò mai, ma per consolarci mi viene da pensare che se fosse davvero possibile vivere così, probabilmente non ci godremmo tutti questi viaggi uno dopo l’altro, come per esempio ci stiamo gustando questo. Forse ripartire subito dopo essere tornati non ci darebbe il tempo di realizzare bene cosa abbiamo visto e cosa abbiamo provato.
Considerando solo il fatto che ad ogni rientro ci metto sempre di più a scrivere il diario di viaggio, temo che come minimo ci servirebbe un mese tra una partenza e l’altra. Facendo i conti sarebbero sei viaggi all’anno.
Ci possiamo stare.
Finito di sognare ad occhi aperti, mi cade l’occhio sull'ennesimo cartello stradale che avvisa gli automobilisti di una multa da mille dollari per qualunque pezzo di spazzatura abbandonato in giro, che sia carta o plutonio.
Difatti le strade e le città sono pulitissime. Peccato che non si possa dire altrettanto dell’esterno delle loro case.
Quasi ovunque ci sono case che spuntano qua e là ai bordi delle strade. Immerse nella foresta lasciano però intravedere sporcizia quasi ovunque e vecchie auto abbandonate sul prato accanto.
Capisco che sulle loro proprietà private possano fare quello che vogliono, ma in questo modo, pur essendo i cartelli sulle multe da 1000 dollari giustissimi, li rendono un filino ipocriti...
Lungo la strada, appena prima di un passo, ci imbattiamo nel ghiacciaio Worthington. Da lontano è, come quasi tutti, molto grande e bello, ma questo ha la particolarità che arriva quasi fino alla strada. Non ci si può non fermare per dare un'occhiata.
Mentre ripartiamo si notano lungo tutta la carreggiata delle curiose aste di metallo con l'estremità piegate verso l’interno. Sono alte circa quattro metri e sembra che servano per misurare il livello della neve in inverno.
Facciamo il valico e dell'altra parte ci aspetta una vista clamorosa di montagne innevate e ghiacciate con una valle che scende verso il mare. Altra sosta impossibile da evitare.
Giungiamo finalmente a Valdez poco dopo l’ora di pranzo e, grazie al wifi pubblico del supermercato Safeway, ricevo il messaggio della proprietaria di casa con codice di ingresso e password, così possiamo entrare. Per stavolta la nottata in macchina è stata scongiurata.
La casetta è carina, ma per quattro persone, inoltre non c'è la cucina ma solo un forno a microonde. Comunque è molto più grande e bella della camera del Denali.
Giusto il tempo di scaricare i bagagli e andiamo a prenotare la crociera che dovremo fare domani. 
Sfortunatamente il peschereccio che volevamo usare, la Lulu Belle, è in manutenzione. Ci tocca prenotare la concorrenza e così andiamo da Stan Stephens.
Valdez è piccola come cittadina, anche se rapportata a Copper Center è una metropoli. Oltre alla crociera si può andare alla Solomon Gulch dall'altra parte del fiordo, dove durante la stagione dei salmoni, quando risalgono la corrente, questa struttura per l'allevamento raccoglie quanti più salmoni riesce. Recuperando così le uova, le alleva finché i piccoli salmoni non saranno in grado di sopportare l'acqua salata, dopodiché li libererà in mare.
Parcheggiamo proprio davanti al Solomon Gulch, di fronte al cartello che avvisa di fare attenzione agli orsi.
Purtroppo non è ancora stagione di salmoni qui a Valdez, e quindi non ci sono neanche gli orsi, purtroppo o per fortuna.
Visitiamo la struttura che espone dei cartelloni interattivi quindi si torna a casa.
Questa sera per cena collaudiamo il risotto alla milanese cotto al microonde.
Mmmmmmmmmmm che bbbuono.

martedì 23 luglio 2019

Giorno 6 - Wrangell St Elias



Sveglia alle 4 oggi. Del resto se ieri ho detto che stiamo vivendo una versione fresca di un safari, i tempi sono questi. Comunque lo sapevamo per cui non è un gran problema, anzi. Per quanto mi riguarda sono bello sveglio e contento di partire. La prima notte in questa casa assurda è stata molto riposante. Forse la prima vera dormita dall’inizio del viaggio.
Insomma, oggi partiamo presto perché la destinazione è il Wrangell - St. Elias, che con i suoi 5,3 milioni di ettari, è il parco nazionale più grande d'America. Composto da quattro catene montuose, un ghiacciaio grande quasi quanto la Val d'Aosta e migliaia di chilometri di coste selvagge, ovviamente non vedremo tutto il parco in un solo giorno. La nostra meta è Kennecot, la città mineraria abbandonata nel 1938, da dove partiremo per la ramponata sul ghiacciaio Sant Elias.
La strada è lunga, circa tre ore, e l’appuntamento è fissato per le 8,30. Ecco svelato il motivo per cui ci siamo dovuti alzare presto. Essendo giugno solo l’inizio del periodo estivo, e quindi con scarso afflusso di turisti, le ramponate partono solo alle 9 del mattino, mentre a luglio ed agosto ne parte una anche subito dopo pranzo.
In ogni caso se avessimo partecipato a quella del pomeriggio poi saremmo rientrati a casa tardissimo, per cui forse è meglio così.
A poco meno di un’ora dalla partenza arriviamo in una zona verdissima di montagne e laghetti che corrono lungo la strada riflettendo il verde come fossero miniere di smeraldi a cielo aperto.
È qui che incontriamo per la prima volta le aquile calve, simbolo degli Stati Uniti. Il fiero animale ci sorvola per qualche secondo e poi si posa sulla cima di un altissimo pino. Guardandoci dall’alto della sua superbia usa la distanza come uno scudo.
Sarà anche in alto, ma non mi può sfuggire, o per lo meno non può sfuggire allo zoom della mia piccola macchinetta fotografica. Mentre la inquadro si vede bene che ha capito. Ha capito che noi abbiamo capito. Fa la vaga, ma in fondo si sente un po’ diva e si lascia fotografare.
Dopo l’ultimo scatto le lascio il mio biglietto da visita con un “le faremo sapere”, quindi proseguiamo, la strada è lunga.
Giunti in riva all’alveo di un grandissimo fiume, ci sono decine di pescatori all’opera, ma anche tante aquile che attendono qualche resto comodo.
Attraversato il ponte inizia il tanto temuto sterrato.
L'unica strada che arriva a Kennecot da Copper Center è una delle più famose dell'Alaska: la McCarty road. Un tracciato tutto sterrato per il quale nessuna compagnia di noleggio risponde per eventuali danni provocati alla vettura. Per questo motivo non ci potremmo andare.
Come la maggior parte dei turisti facciamo finta di nulla e la imbocchiamo tranquillamente.
Sarà una strada sterrata dalla pessima fama, ma confronto a certe strade tra Torre Spaccata e la Romanina... sembra il panno verde di un biliardo.
L'unico problema sono i conigli. Ogni due o trecento metri troviamo gruppetti di conigli che brucano l'erba a bordo strada. La maggior parte di essi ha le spalle rivolte alle eventuali vetture. Il Pier, con il suo passato da camionista, va piano per evitare che qualche creatura gli salti in mezzo alla carreggiata.
Difatti non sono pochi quelli che tentano il suicidio, ma per fortuna questi jack rabbit sono sì stupidi, ma veloci.
Con tutti questi animaletti che vivacchiano sulla strada ci viene spontaneo pensare a quante altre specie ci siano nascosti dagli alberi, probabilmente orsi, volpi e... Lupulalà! Eccululà!
Non sono sicuro che fosse proprio un lupo perché era di spalle e lo abbiamo visto per un paio di secondi appena, però era un canide grigio con la coda più scura. Se non era un lupo era una volpe, comunque un predatore in cerca di conigli da colazione.
Proseguiamo cercando di tenere gli occhi aperti, ma il sonno ogni tanto ci tradisce. Si viaggia così finché non arriviamo ad un antico ponte di legno che sembra uscito da un film degli anni ‘40. Ad un'altezza considerevole, circa venti o trenta metri, non saprei valutare dalla distanza a cui siamo, le vecchissime travi di legno annerito che sostenevano la ferrovia, seguono la strada fino ad una gola attraversandola e girando verso destra. Probabilmente è rimasto così proprio dagli anni ‘40, periodo dell'abbandono della città mineraria. È ancora fantastico e molto suggestivo.
Quando arriviamo finalmente a destinazione parcheggiamo e aspettiamo che ci vengano a prendere le guide.
L'appuntamento è dall'altra parte del fiume, raggiungibile solo tramite un ponte ciclopedonale. 
Una volta attraversato non dobbiamo attendere molto, giusto qualche minuto e un furgone delle guide ci carica. A passo d'uomo e balzellon balzelloni arriviamo a Kennecot.
Le nostre guide saranno un ragazzo californiano ed una ragazzina dell'Oregon.
Dopo averci fatto firmare un po' di carte, e assegnato i ramponi, ci mettiamo in marcia passando attraverso le spoglie della città fantasma.
Fantastica.
Qui fino al 1938 si raccoglieva il rame. Alcuni edifici sono stati restaurati e sono visitabili, ma la struttura principale che si arrampica sulla montagna sembra che possa cadere da un momento all'altro. Sarebbe il set ideale per un film, di qualsiasi genere.
Oltre a noi nel gruppo c'è una coppia americana, un danese e una signora olandese. Quest’ultima è una chiacchierona che attaccherebbe bottone persino con le alci. Ovviamente annovera anche me tra le sue vittime e così scopro che vive ad Utrecht ed è stata in Italia diverse volte. Simpatica, ma chiacchierona.
Tra una sosta e l’altra arriviamo all’inizio del ghiacciaio. In realtà la base è a qualche chilometro verso valle, ma essendo ricoperto di terra, non si riconosceva. Solo osservandolo attentamente si intravede qua e là qualche sfumatura più chiara, qualche volta con risvolti di bianco sporco.
Guardandolo meglio si può notare che il ghiaccio è dipinto da tre diversi colori: una parte è marrone, una parte beige e poi c’è una lunga lingua nera. Questa proviene dalla montagna del ghiacciaio McCarty che è molto lontano da qui e quasi non si vede. Ci ha messo centinaia, forse migliaia di anni a ridursi in queste condizioni, ma ancora resiste e trasporta il colore della tavolozza da cui ha attinto.
Tanto per darcene un’idea ci dicono che solo 100 anni fa il ghiaccio era più spesso di almeno 100 metri.
Infiliamo i ramponi, gli occhiali da sole, doppio pile e i guanti. Questi, oltre che per il freddo, servono in caso di caduta: il ghiacciaio infatti anche se non sembra è molto tagliente. Proviamo a toccarlo delicatamente e ci accorgiamo subito delle piccole increspature che formano tutta la superficie grigia. Effettivamente grigia non è: analizzandola da vicino si vedono bene i piccoli sassi che la ricoprono, ma sotto il ghiaccio è puro.
Le guide ci mostrano rapidamente la tecnica di ramponaggio così in pochi minuti siamo liberi di zampettare qua e là sul ghiaccio. Con questi attrezzi ai piedi possiamo scalare facilmente pareti con un certo grado di ripidità e discendervi senza inaugurare una gara internazionale di slittino, o “set a cu” come si dice dalle mie parti.
La gita sul ghiaccio è stata meglio di quello che mi aspettavo. Ne avevo già fatta una in Islanda, ma era stata molto breve, anche se più tecnica. Ci avevano spiegato le dinamiche di vita del ghiacciaio, ma non avevamo avuto molto tempo per ramponare. Qui invece lo perlustriamo per quasi due ore e ci fermiamo pure a pranzare in riva ad un laghetto con conseguente ruscello che scorre in una pista da bob verso valle.
Io e Cassandra non abbiamo fame e prendiamo solo un the fatto con il ghiaccio sciolto sul fornelletto delle guide, gli altri mangiano proprio il pranzo.
Alla ripresa del cammino saliamo ancora un pochino, ma non arriveremo molto lontano, nel gruppo c’è gente che fatica a camminare coi ramponi ed è molto lenta. 
Alessandro prova a chiedere se ci porteranno lassù, fino alla zona bianco azzurra del ghiacciaio, ma gli rispondono che è troppo lontano e non abbiamo abbastanza tempo. 
Nonostante le due ore di fresco il tempo è volato e dobbiamo già tornare a valle.
Un’oretta più tardi siamo a Kennecot, visitando gli ambienti restaurati della città mineraria: una casa, l’ufficio postale, la sala del telegrafo, il padiglione con le immense turbine e il grande magazzino.
Tutto molto bello e caratteristico. Avremmo voluto visitare anche il grande edificio che sembra diroccato, ma forse visto da fuori ha un fascino ancora maggiore dato dalla sua decadenza.
Dopo un rapido pasto ci facciamo riportare in riva al fiume sul furgone e stavolta non posso fare a meno di notare delle vecchie rotaie che di tanto in tanto compaiono ai bordi della strada.
Sono quelle della vecchia ferrovia, un tempo unica via di accesso a Kennecot, che sono state smontate, ed in parte abbandonate per far posto alla nuova strada.
Altre vecchie strutture emergono qua e là, ma non si capisce quali siano originali e quali no.
Giunti al ponte riprendiamo la macchina e ripartiamo per Copper Center, dove prima di cena andiamo a trovare il proprietario al suo bar dei trenini.
Il signor Ronald Simpson ci spilla delle bud, niente di che. In realtà aveva una ventina di birre da farci provare ma noi eravamo distratti dall’atmosfera da Boar’s Nest, e dai trenini e non abbiamo approfondito l’esperienza alcolica. Purtroppo Ron ci ha rivelato che deve ancora sistemare le rotaie dopo l’inverno appena finito e quindi non può ancora rimetterlo in moto.
Facciamo due chiacchiere veloci con due avventori e un gruppo di ragazzi che è venuto a pubblicizzare il loro concerto di venerdì. Anche questi non si fanno troppo impressionare dal fatto che veniamo dall’Italia e perdono e subito interesse, chissà quanti turisti passano di qui ogni anno, chissà quanti manichini. Evidentemente l’italiano medio fa già parte della loro collezione.
Inconsapevoli del pericolo scampato, scrutiamo ogni angolo alla ricerca di trenini nascosti e quando li abbiamo trovati e catalogati tutti, salutiamo. È ora di cena e dobbiamo ancora cucinare.