martedì 11 febbraio 2025

Mercoledì 6 novembre

 

Stamattina andiamo dalla signora in verde. Prendiamo la metropolitana in direzione Downtown che ci porta a Battery Park, da dove parte il battello per Liberty Island.

Abbiamo prenotato i biglietti con largo anticipo dall'Italia perché dicono che è una delle attrazioni più affollate di turisti.

A dire il vero non c'era tutta questa folla, probabilmente perché era mattina presto ed era un giorno infrasettimanale. Meglio così, possiamo visitarla con calma.

Il viaggio in battello non dura molto e non è male. Passa proprio di fronte alla famosa statua che risplende al sole con il suo verde smeraldo.

Appena sbarcati andiamo a ritirare l'audio guida e qui avviene un piccolo malinteso: avendo prenotato anche la visita alla corona della statua, non ci danno l'audio guida e ci dicono di andare subito alla corona.

Nemmeno lì ce la danno ed entriamo senza. Mentre saliamo mi accorgo che altri turisti l’audio guida ce l'hanno. Non sono un fenomeno in inglese e sono anche un po' sordo, secondo me hanno fatto un errore.

Comunque saliamo fino in cima, gradino dopo gradino, e arriviamo fin dentro la corona, da dove si gode una bella vista. C'è pochissimo spazio, più o meno come in un piccolo aereo da 5 posti. Possiamo rimanere giusto il tempo di fare qualche foto dalle varie finestrelle della corona, poi dobbiamo scendere.

Alla base della statua un museo spiega come l'hanno costruita, trasportata e rimontata. La statua è di bronzo e il colore originale ci ha messo diversi anni a cambiare nella tonalità verde che ha ora.

 

Nel museo viene raccontato di come gli americani abbiano dovuto raccogliere i soldi per costruire la base della statua. E sì, perché se per la statua hanno pagato i francesi, alla base almeno, dovevano pensarci loro… le basi proprio!

Usciti dal piedistallo torniamo a prendere l’audio guida, finalmente.  Facciamo una bella passeggiata al sole, senza neanche troppa gente, mentre ascoltiamo la storia dell’isola. Era abitata dai nativi pellerossa che qui vivevano mangiando ostriche. Eh sì, mica pizza e fichi, ostriche!

Personalmente non le ho mai assaggiate e mai lo farò, considerando quanto costano oggi… a New York  poi…

Come è facile immaginare, con l’arrivo degli europei i nativi presero malattie, persero le terre e sparirono lasciandola disabitata. Venne poi ripopolata in vari modi dagli europei fino a quando divenne un forte militare. Ancora oggi lo si può intuire osservando dall’alto la forma a stella della base del piedistallo della statua.

Ci godiamo la giornata non troppo affollata, probabilmente nel weekend c’è molta più gente, così come durante i periodi di vacanza. Del resto siamo rimasti dopo la maratona proprio per sfruttare il momento di calma prima di Natale.

 

Dopo aver dato un’occhiata all’altro museo, andiamo a prendere il battello che ci porta ad Ellys Island, l’isola museo dell’immigrazione. Qui venivano fatti sbarcare tutti gli immigrati i quali venivano visitati e selezionati. Molti potevano andare subito a New York, altri invece respinti per questioni sanitarie e rimandati indietro.

Diversi invece erano coloro che dovevano rimanere sull’isola in attesa di guarire da qualche male dell’epoca o di un qualche permesso che poteva anche non arrivare mai.

 

La grande sala al piano di sopra la riconosco subito: ci hanno girato la scena del Padrino II, dove il piccolo Vito Corleone viene visitato.

Dopo aver perlustrato ogni stanza della struttura accessibile, piuttosto grande, riprendiamo il battello che ci porterà indietro a Manhattan, all’imbarcadero di Battery Park. È pomeriggio, pian piano ci avviciniamo alla prossima meta attraversando il quartiere finanziario. Mentre camminiamo vicino al palazzo di Wall Street, noto dall’altra parte della strada la statua di un toro, dietro la quale attende paziente una fila di persone per poter farsi un selfie e toccarne i maroni… porta fortuna. Questa statua ormai è diventata uno dei simboli di questa zona, ma non è sempre stata qui: lo scultore Arturo Di Modica ce la mise una notte nel 1987, senza chiedere il permesso a nessuno. Da allora nessuno ha mai chiesto o avuto il coraggio di farla rimuovere. Tutt’ora la statua risulta di proprietà dell’artista italiano.

Da parte mia mi sento già molto fortunato ad essere qui, per cui non ci vado a perdere tempo, abbiamo un altro grattacielo da scalare, il più alto della città. Per arrivarci passiamo accanto a due grandi buchi quadrati, due fontane che sono sorte dove un tempo c’erano le torri gemelle.

Il One World è proprio lì di fronte. In poco tempo siamo in cima.

Rispetto agli altri grattacieli visti finora non si può uscire all’aperto, inoltre siamo posizionati proprio di fronte al tramonto, con la piccolissima Statua della Libertà là sotto che spunta dall’isolotto su cui siamo stati stamattina.

 

Memore del tramonto sul Top of the rock, vado a cercare una finestra e la occupo in attesa del momento giusto. Sfortunatamente è una serata nuvolosa e il sole ci saluta prima di toccare l’orizzonte, niente spettacolo stavolta.

Un po' delusi ci mettiamo allora ad ammirare il panorama per qualche foto. Stiamo per scendere ormai scoraggiati quando noto un paio di persone che hanno praticamente messo la tenda davanti alle finestre che danno su Uptown. Effettivamente qui c’è la più alta concentrazione di grattacieli. Stanno lì, ad aspettare cosa? Poi vedo il telefono abbandonato sul vetro della finestra e capisco che stanno facendo dei lunghissimi time-lapse.

 

Ci metterò un po' a conquistare un paio di spiragli. Devo ammettere se il One World non è stato il massimo per ammirare il tramonto, lo è invece per fare i time-lapse.

 

Sulla via del ritorno andiamo a prendere la metropolitana per tornare a casa e finiamo in una strana stazione: ha un aspetto del tutto singolare perché, oltre ad essere nuova, è molto ampia e tutta bianca. Vuoi vedere che siamo finiti nell’Oculus?

Man mano che avanziamo le arcate bianche sopra di noi si alzano sempre più fino a che arriviamo ad una grandissima sala. The Oculus è stata creata da Calatrava, lo stesso delle vele di Tor Vergata… Va be’, lasciamo stare quello sfortunato incidente che nessuno vedrà mai… Questo invece è un importante snodo del trasporto cittadino, visitato da chissà quante persone ogni giorno.

Comunque, in una città così cara per i turisti, questa è una delle cose che si possono vedere gratuitamente, oltre alla già citata High Line. Ovviamente ce ne sono tante altre, le vedremo più avanti…

lunedì 10 febbraio 2025

Martedì 5 novembre

 

La tappa di oggi è abbastanza vicina al centro. Possiamo arrivare tranquillamente a piedi dirigendoci verso il fiume Hudson, dove è stata parcheggiata la portaerei Intrepid. Diventata museo, vi si possono vedere diversi modelli di aerei da guerra e non, alcuni elicotteri e, con un biglietto speciale, anche il concorde. Io non sono propriamente un patito di aeroplani ed elicotteri, però attraversare i vari ponti di comando della portaerei è divertente. Sul ponte del capitano c'è perfino uno degli ultimi membri dell'equipaggio dell'Intrepid, un elettricista che era in servizio quando la portaerei fu pensionata e posizionata dove è ora. 

 

Entro anche nel ponte inferiore, dove ci sono i vari alloggi e il gigantesco hangar. Anche qui altri aerei ed elicotteri. In realtà sono venuto a vedere questo museo per due motivi principalmente: il sottomarino parcheggiato a fianco del molo, è il primo. Il giro è interessante e, più o meno, come mi aspettavo. Sembra proprio di essere in un film, in questo caso in Caccia ad ottobre rosso. Gli spazi sono ridotti ovviamente, tutto sommato ancora gestibili. Io avevo già visitato un sottomarino in Italia, il Toti al museo della scienza e della tecnica di Milano.  Quello sì che è veramente piccolo, forse più piccolo anche di quello del film “Operazione sottoveste”, o comunque siamo lì.

Devo però ammettere che l'interno di questo modello è molto bello e ben tenuto, un giro vale la pena farlo.

Ma il vero pezzo forte è l'Enterprise.

Non sto parlando della nave stellare Enterprise, ma del primo Shuttle. A dire il vero per la sua inaugurazione c’erano anche i veri Kirk e Spok perché per fare le cose in grande hanno chiamato tutto l’equipaggio di attori della serie tv originale, quella degli anni ‘60.

Quello esposto qui è stato il primo Shuttle, venne usato per fare i test di atterraggio. Sfortunatamente non è mai andato nello spazio, ma è stato fondamentale per gli shuttle successivi che ci sono andati. Senza di lui non sarebbero mai tornati, altro che per arrivare dove nessuno è mai arrivato prima.

 

Sfortunatamente non si può entrare nello Shuttle... L’avevo sospettato, pazienza. Per completare l’opera prima o poi mi toccherà andare a vedere quelli che ci sono alla Nasa.

Dopo questa visita, in cui Cassandra si è annoiata a morte, ritorniamo indietro verso l’hotel. Sempre a piedi, riattraversiamo i quartieri che man mano che si avvicinano al centro diventano sempre più puliti e vivi.

Arriviamo alla famosa 5th Avenue, la strada dei negozi e dei grattacieli, dei super hotel e della cattedrale di San Patrizio.

 

Mentre siamo sui gradini davanti alla chiesa a mangiare il nostro pranzo, scopriamo non è così vecchia come pensavo, in realtà risale solo al 1878. Si trova proprio di fronte al famoso Rockfeller Center ed è il principale luogo di culto cattolico della città.

Con il suo aspetto gotico e tutte le sue guglie non si può fare a meno di non entrare a visitarla, l'interno non è altrettanto bello.

Usciamo un pochino delusi. Notiamo poco più in là un'altra chiesa, più piccola. San Thomas. Visto che ci siamo.

L'interno è molto più buio. Sinceramente ho apprezzato di più questa. Ha un’aria più famigliare, più europea.

Il tempo è tiranno, non a caso siamo nei pressi del Rockfeller Center. Abbiamo prenotato la visita al Top of the Rock per vedere il tramonto dalla cima del grattacielo.

 

Ci mettiamo un pochino a capire da dove si entra, forse perché distratti dalla famosa pista di pattinaggio proprio sotto uno dei grattacieli del Rockfeller Center. Trovato l’ingresso, passiamo prima nel piccolo museo che spiega la storia della costruzione di tutto il complesso, quindi saliamo fino in cima.

Devo ammettere che trovare uno spazio per vedere il tramonto si rivela un'impresa non da poco. Sono tutti appollaiati sulle ringhiere in attesa.

 

Mi trovo un piccolo anfratto e non ho intenzione di spostarmi fino a che il sole non è sceso dietro alcuni grattacieli che sorgono proprio in quella direzione. Credo che tra loro ci sia anche The Edge.

Non fa freddo e il tempo è sereno.

Più in alto c'è anche una specie di piattaforma rotante che per qualche minuto si solleva ancora più in alto e si illumina a tempo di musica. Tutto la modica cifra di ulteriori 35 dollari a testa. Non mi sembra il caso.

 

Il grattacielo è posizionato poco sopra Central Park, che rimane alle nostre spalle, mentre dall'altra parte ci sono moltissimi altri grattacieli, tra i quali l'Empire State Building.

Sul lato di Central Park c'è anche un’altra attrazione mangia soldi: una trave d’acciaio che si solleva e su cui ci si può sedere. Una volta abbastanza in alto ti fanno la foto come quella famosa in bianco e nero degli operai che stanno mangiano il pranzo mentre seduti su una trave sospesa nel vuoto.

Non ho nemmeno osato chiedere il prezzo.

 

Più che altro quando l'ho scoperta avevo cambiato posto e il sole era già sceso.

Con il cambio però ci ho guadagnato: mi sono impossessato della piattaforma del binocolo a gettoni! Da quella posizione privilegiata, anche se un po' precaria, avevo una visuale perfetta per lo spettacolo che stava per incominciare. Nonostante il sole fosse già sceso da un po', sono rimasto letteralmente ipnotizzato dal cielo arancione e dalle mille luci colorate che poco alla volta hanno illuminato i grattacieli di fronte, sotto, di lato, ovunque.

 

Uno spettacolo bellissimo salutato anche dalla mezzaluna che brillava sopra l'Empire State Building.

Non so quante foto ho scattato, quasi tutte uguali, ma che foto.

E pensare che al Top of the Rock non ci volevo neanche venire...

Solo quando il dito per premere l’otturatore della fotocamera inizia a dare segni di cedimento, capisco che ormai è tempo di andare a casa.

Direi che anche per questa sera da New York è tutto.

 

Dopo cena usciamo a fare due passi, siamo a Time Square, chi se lo perde di sera? Le persone sane di mente!

 

Una bella trappola per turisti, ecco che cos’è. La piazza è affollatissima, soprattutto di acchiappa turisti che con qualsiasi genere di scusa cercano di spillarti soldi, soprattutto con le fotografie.

Times Square, molto bella e scenografica con tutti quegli schermi giganti che illuminano, dà la sensazione di essere in una discoteca gigantesca all’aperto. Forse quest'atmosfera di caccia al turista mi ha fatto scendere parecchio l'emozione per essere qui.

Comunque bisogna venirci a vederla per capire, magari sono io che non capisco…

Altro aspetto super caratteristico di New York, ovviamente difficile da notare, sono i tombini fumanti. Esistono veramente e non sono un effetto speciale da film. Non sono ovunque a New York, ogni tanto se ne  incontra qualcuno. Non ho idea da dove arrivi quel fumo/vapore che esce dai tombini...Neanche lo voglio sapere. Primo, temo la risposta; secondo dà proprio l’impressione di essere in un film americano.

domenica 9 febbraio 2025

Lunedì 4 novembre

Questa mattina lasciamo l’hotel della maratona e stasera ci trasferiamo in zona Time Square. Prima abbiamo una giornata piena: il Metropolitan Museum.

Considerando quanto ci ha messo Cassandra l’altro giorno al Moma, sento già le Parche inneggiare un canto disperato: la prima tesse il filo da seguire lungo il museo, la seconda dispensa quanto tempo si potrà avere in ogni sala, mentre la terza, l’inesorabile, è pronta a tagliare il filo prima che si abbia il tempo di vedere quello che vi interessa davvero. Le loro decisioni sono immutabili, neppure gli dei possono cambiarle, ma gli dei non hanno corso la maratona, io sì!

La profetessa però è Cassandra e io non proferisco parola, anche se di fronte alla maestosa entrata del museo odo ben chiaro quel canto triste.

Tanto per farci sentire a casa, il filo delle Parche ci conduce subito al settore greco romano. Sorrido incoscientemente: cosa vuoi che abbiano di così imperdibile rispetto ai musei di Roma? Attraverserò quest’ala con la velocità di Achille!

 

Invece le parche hanno steso un filo lunghissimo che si snoda tra i reperti in un intricato labirinto. Quando mi trovo di fronte ai reperti non posso fare a meno di esclamare: alla faccia della bocca della verità!

Un letto in osso e avorio, intarsiato, intero, compreso il piccolo poggiapiedi. Statue bellissime che, anche se su questo possiamo ancora primeggiare, non posso non ammirarle. Urne con ancora del colore. Come se non bastasse, intere stanze affrescate di una villa di Boscotrecase, gioielli e alcune piccole statue notevoli… Non riesco, non posso… Devo fermarmi ad ogni teca…

 


Le Parche ridono sotto i baffi…

Salgo a vedere la zona etrusca….

 

Non c’è molto eh, ma quello che c’è… Non c’è più in Italia.

Un intero carro da guerra in bronzo, quasi del tutto integro. Già questo è eccezionale, poi noto le decorazioni: un cinghiale, un rapace… Mai visto nulla di simile!

Poco più in là c’è un'altra scultura in bronzo di Cibele… Ci rinuncio… Ho capito che stasera mi toccherà consolare Cassandra per quello che si sarà persa. 

Parto allora all’esplorazione del mondo arabo, tanto l’arte araba è bella, poco varia, sicuramente non ci sarà molto da….

Le sale sono grandi, ci sono tappeti e altre cose trascurabili, in piccole teche sono esposti gioielli e armi ingioiellate che ti tengono incollato al vetro finché vogliono loro!

Ora di pranzo!!!

Solo la fame poteva spezzare l’incantesimo!

Chiediamo dove andare a mangiare e una ragazza del museo ci indica l’altra ala del museo: dobbiamo superare il tempio e arrivare fino ad una piazza con molte statue dove ci sono delle panchine.

 

Ci incamminiamo e quando vediamo il tempio mi cedono le gambe. Un piccolo, ma intero, tempio egizio davanti a cui c’è anche una piscina con sculture egizie ai suoi lati, due coccodrilli per la precisione. Sullo sfondo una grandissima vetrata da cui si vedono gli alberi del parco in foliage.

Voglio stare qui!

Cassandra però è un caterpillar e mi trascina alla piazza delle statue: bellissima! Prima mangiamo e poi vediamo le statue.

 

Siamo a metà panino quando una sciura del museo arriva a cacciarci.

Provo a dire che ci ha detto una sua collega di venire qui, ma la signora è inflessibile.

Ci manda alla mensa sotterranea, praticamente dove ci sono i cessi, va be’, io e Cassandra abbiamo fatto di peggio…

Vedo le tre Parche ridere e darsi il cinque con la sciura che ci ha cacciato…

Parche miserie!

Dopo pranzo è la volta del secondo piano, quello dei dipinti! Un mondo infinito dove solo i più coraggiosi entrano speranzosi di uscire sani di mente.

Io sono coraggioso, molto, le parche non lo sanno e stanno già impugnando le forbici per tagliare il filo… Evidentemente sono convinte che la visita si concluderà qui. Sfortunatamente per loro io sono già sparito in un’altra sala. Coraggioso sì, scemo no. Consapevole del fatto che non potrei mai vedere tutti i dipinti che hanno in esposizione, vado al sodo. Anche nell’altra sala c’è un’altra Parca che mi aspetta, la semino e mi dirigo sui soli dipinti che mi interessano.

Le Parche sono contrariate perché non seguo il filo, anzi lo ingarbuglio. Si mettono a litigare tra loro per chi deve sbrogliarlo e io ne approfitto per dileguarmi ancora e far perdere le mie tracce finché arrivo alla sala del Caravaggio.

Tre dipinti isolati apparentemente anonimi che i turisti non degnano di troppa attenzione.

Ci sono anche Artemisia Gentileschi ed il padre Orazio. Non capisco, la gente è troppo poca.

Non perdo tempo ad indignarmi e me li godo senza la folla che in Italia li circonderebbe.

Tra l’altro quella folla che in Italia per la maggior parte è composta da turisti stranieri! Non capisco.

Qui me la sono presa un po’ comoda, lo ammetto, ma quando mi ricapita? Ricomincio a girovagare e mi imbatto in diverse altre opere degne di nota, oblitero velocemente la stanza di Chagall e Gauguin. Vedo delle forbici cadere a terra e il triste canto delle Parche diventa un pianto disperato. Se ne vanno a cercare Cassandra. Peccato per loro perché quando la profetessa si trova in un museo non guarda faccia e non sente nessuno.

Ho così il tempo di vedere con calma Filippo Lippi, il Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, Paolo Uccello, Antonello da Messina, Botticelli, Andrea del Verrocchio, Luca Signorelli, Lucas Cranach il vecchio, Lorenzo Lotto, Tiziano, il Mantegna, Perin del Vaga, Andrea del Sarto, Correggio, il Perugino, Pietro Lorenzetti, Simone Martini e Raffaello. Già qui potrei andare a casa passeggiando sulle nuvole... Visto che ci siamo, andiamo avanti con Monet, Van Gogh, Cezanne e completare tutta l’ala dei dipinti europei e andare al medioevo con le armature europee e quelle giapponesi con le loro magnifiche spade. Solo allora mi rendo conto che il tempo rimasto è poco. Posso ancora farcela, se mi gioco bene le mie carte posso ancora vedere l’ala delle statue, dell’Egitto e forse mi avanza altro.

Ma le Parche ne sanno una più del dio dell’inganno Hermes, così fanno chiudere mezzo museo con la scusa di una cena ambientata nella sale delle statue.

In realtà gli invitati sono chiaramente divinità greche chiamate a raccolta dalle Parche, ma riesco imbucarmi nell’ala egiziana e vedere almeno il tempio.

Ma che ci fa qui un tempio egiziano? Sembra che quando in Egitto si sono messi a costruire una grande diga, per salvare molti monumenti antichi che sarebbero stati sommersi, gli americani abbiano offerto il loro aiuto e in cambio hanno ricevuto un intero tempio, come ringraziamento.

Ormai è giunta l’ora della chiusura. Mi dirigo all’uscita per attendere Cassandra… Chissà dove è arrivata…

La ritroverò dieci minuti più tardi fuori dal museo, ovviamente contrariata per non aver visto tutto, consapevole che bisogna tornare.

C’amma’ffa’

Torneremo. Ho un conto in sospeso con le Parche!

Consoliamoci con l’aglietto, anzi, con la pasta! Dall’Italia ci siamo portati la pasta e le buatte di pomodoro! Un po' come Totò e Peppino quando arrivano a Milano: aprono la valigia e oltre alle caciotte e le galline vive, hanno portato:

“Tre chili di pasta bianca, basteranno?”

A due passi da Times Square c'è l'appartamento con cucina che abbiamo prenotato fino a sabato. La stanza non è grandissima, però con cucina e frigorifero. Va benissimo.

Usciamo subito a fare la spesa facendoci indicare il supermercato più vicino. Devo dire rispetto a quelli che abbiamo provato fin ora è il migliore. I prezzi sono sempre quelli, forse leggermente più alti.

Per lo meno questa sera possiamo goderci un piattone di pasta al pomodoro, un paio di uova e una birra gelata. I love NY. 

sabato 8 febbraio 2025

Domenica 3 novembre - Maratona

 

Dopo aver passato come sovente accade, una pessima giornata di attesa, sono incredibilmente riuscito a dormire qualche ora. Giusto per avere solo tre borse sotto gli occhi.

 

Nonostante il cambio dell’ora favorevole mi sveglio molto presto, almeno un’ora e mezza prima del previsto. Faccio colazione. Scendo a prendere un paio di banane nel negozio di fronte aperto 24h. Mi serviranno più tardi.

Il ritrovo è fissato alle 5:30 per prendere il pullman che parte alle 5:45 e ci porterà dall’altra parte del ponte di Verrazzano, partenza della maratona.

Siedo accanto ad un signore di Bologna molto simpatico. Il viaggio, più lungo del previsto, passa comunque velocemente. Il gran traffico ci consente di rimanere al caldo dell’autobus per un’ora in più. Mi sembra già un ottimo inizio.

 

Il sole si fa vedere, le temperature si sono abbassate tantissimo, c’è un vento molto freddo, all’ombra si gela.

Per fortuna ho ancora addosso i vestiti che abbandonerò più tardi, soprattutto ho indossato il sacco nero della spazzatura che attira i raggi solari e mi riscalda.

Davanti a me in fila un asiatico è in calzoncini e canottiera, sta tremando dal freddo, non lo invidio per niente.

 

Dopo un’ora di attesa finalmente abbiamo la possibilità di trovare un angolo per sederci. Quando mi muovo sento i polpacci già preda di strani dolori... Le mie ansie notturne si risvegliano e iniziano a sussurrarmi che era scritto: “Tu, uomo, correrai coi crampi!”

Il pessimismo si impossessa di me, realizzo di tutta la magnifica organizzazione sponsorizzata, non vedo alcuna traccia. Dicevano avrebbero distribuito the caldo e bagels...Vedo solo bottigliette di acqua gelata!

 

Sto per rilassarmi al caldo del sacco nero quando il cannone spara dei colpi: sono partiti i primi! Pochi minuti e parte un altro colpo! Fra poco tocca a noi, giusto il tempo di trovare le gabbie.

Seguendo il consiglio di Daniele, provo a cambiare posto mettendomi sulla parte alta del ponte, giusto per avere un po' di sole e soprattutto il panorama libero. Se non mi dovessero far passare, mi toccherà correre al livello inferiore, nella fredda oscurità.

Mi avvicino, mostro il pettorale sotto il sacco nero e… Passato!

Già mi sento fortunato di avere un po’ di sole a scaldarmi!

L’annuncio diceva di gettare i panni da donare prima di entrare nella gabbia, in realtà lo si poteva fare anche dentro.

Mi rimane solo il mio fidato sacco nero che nel frattempo si è strappato e lascia entrare molta aria fredda…

Sfortunatamente devo rifare pipì e mi sono già tolto tutti i vestiti caldi…Ora sono io che tremo come l’asiatico…. Speriamo di farcela in tempo altrimenti… Sul ponte non potrò farla, rischierei la squalifica…

Giusto in tempo!

Ci incamminiamo verso la linea di partenza, pochi minuti e giunge anche per noi il colpo di cannone!!!

Con un urlo di liberazione inizio a saltellare a tempo di musica insieme a tutto il ponte, l’adrenalina ha un’impennata pazzesca. Mi tolgo il sacco nero, il freddo e inizio a correre. La gara è partita!

 

Non so dove arriverò, è la mia ultima maratona per cui andrà bene in ogni caso. Saranno pure serviti a qualcosa tutti questi mesi di allenamenti?

Il primo chilometro e mezzo è tutta salita. C’è molta gente, non posso andare veloce neanche volendo, così mi attesto al ritmo della mandria e mi godo il panorama dal ponte sospeso più grande di New York: a destra l’oceano, a sinistra lo Sky Line di Manhattan.

Arrivato in cima la musica cambia: sono in discesa, le gambe vanno da sole. Sì, sì, lasciale andare che ci scaldiamo un po’. Anche se c’è il sole, l’aria è ancora frizzante.

 

Scendiamo dal ponte e a questo punto devo spegnere la musica delle auricolari. Non mi serviranno più per tutto il resto della gara. Ci infiliamo infatti nelle strade di Long Island dove ci si immerge in un casino come in un concerto da stadio. Il tifo è indiavolato, la musica suonata a tutto volume dalle case, a bordo strada dalle band, è così alta che non riuscirei a sentire la mia musica.

Una partecipazione incredibile, sembra che tutta la città sia venuta a vedermi correre.

 

Ovviamente non sono qui per me, però i primi dieci chilometri volano alla velocità per cui mi sono allenato duramente, inizia qualche salita e mi ricordo chi sono e quali sono i miei limiti. Rallento un filino, giusto per non arrivare al 15° ed avere già i crampi come mi è già successo in passato.

Vorrei pensare ad una strategia per non scoppiare, il fracasso è davvero fortissimo, specialmente quando qualcuno che corre vicino a me viene intercettato dai propri supporters: urla disumane, bombe e tric trac esplodono ogni cento metri come se stessero tagliando un traguardo invisibile.

La cosa si ripeterà per tutta la gara, qui sarà il momento più intenso e quasi mi stordisce.

 

Cerco di aumentare il passo per lasciarmeli indietro. Non è facile, qualche salita e soprattutto queste festicciole creano dei piccoli ingorghi che non mi permettono di correre come vorrei… Tocca fare lo slalom anche oggi.

Tutto questo trambusto inizia a diventare pesante, assordante. Sembra di stare in uno stadio con gente che urla.  Il rumore ce l’hai a pochi metri e anche se sprona, un po’ infastidisce.

Come se non bastasse, al quindicesimo si manifesta l’avvisaglia di qualcosa che non va… mal di pancia!

Per ora è solo un pensiero, dopo che sono stato male ieri il pensiero diventerà poco a poco ansia… Preoccupato di non arrivare fino in fondo cerco di tenere a bada le gambe che vorrebbero andare più forte.

Verso metà gara sono in zona Queens, vedo il quartiere da sopra un grande ponte, in salita ovviamente.

Sono un po’ demoralizzato perché ho appena visto il tempo della mezza ed è molto più lento di quello che volevo… L’orologio non risponde! Ho rallentato troppo? Dove ho sbagliato?

Cerco di calcolare il ritmo a cui sono andato ma il diagramma di Nyquist che disegno nella mia mente per verificare la stabilità non c’entra nulla con la realtà e mi demoralizzo ancora di più.

Sotto di me mi pare di vedere palazzi vecchi, più o meno come quelli da cui si affacciava Eddie Murphy gridando “Ti amo New York” e mi viene in mente solo la risposta ricevuta…

Per di più sta per arrivare il ponte di Queensboro… il maledetto ponte di Queensboro…

Daniele aveva detto che era il punto peggiore della gara. Si dimostra tale: tutto in salita e lunghissimo.

Qui credo di aver tenuto il passo più lento di tutta la maratona e, soprattutto, di non averci capito un Queensboro.

Intanto la salita sembra inizi molto prima del ponte lungo 1 km e 100. Mi aspettavo di arrivare a metà ponte e iniziare a scendere, seeee lallero! Una volta giunto all’isola in mezzo al fiume il percorso ha continuato a salire, e lo ha fatto fino a Manhattan, quando la discesa si è manifestata in due tornanti ripidissimi a cui non ho saputo resistere e verso i quali mi sono lanciato in picchiata.

Via, via il più lontano possibile dal Queensboro.

 

First Avenue. Un rettilineo lunghissimo, assordante ma gestibile, tutto sommato divertente. Temevo per il suo saliscendi, non ho patito per niente. Forse aver sofferto così tanto il ponte è servito a qualcosa.

 

Ero anche un po' distratto: cerco Cassandra tra la folla. Non la vedo. Cerco Cassandra, non la sento… Non è che si è persa a New York? Stai a vedere che dopo la maratona ne devo fare un’altra per riportarla a casa… Già mi vedo al commissariato a cercare di fare un identikit e ogni volta mi disegnano la Fornarina (io la vedo così).

 


Conto le strade dalla 66° alla 120° senza vederla, arriva un altro ponte e la salita mi riporta alla realtà: siamo nel Bronx, da dove inizia la fuga dei Guerrieri della notte. Tutto bello, tranquillo e veloce, come in tutta la maratona la gente è festosa e offre di tutto: dal bicchiere di birra, alle bottigliette d’acqua, alle banane (che prendo al volo), ai gel, ai semplici fazzoletti di carta o solo una mano da schiaffeggiare per farsi dare forza.


Un cartello avvisa “The last fucking bridge!”.

Tutto contento vado verso la discesa. Un’ambulanza parte a sirene spiegate, la tranquillizzo baldanzoso “Dopo! È ancora troppo presto!!!”.

Nessuno mi capisce ma guardando il mio cappellino mi incoraggiano chiamandomi Flash.

 

Giriamo attorno ad un parco e già intravedo Central Park dove inizia la quinta strada con la sua salita e proprio lì il mal di pancia, fino ad ora gestibile, torna alla carica in modo prepotente.

I crampi allo stomaco e questa salita che sembra lunghissima sono capaci di rallentarmi parecchio, almeno fino a quando non entriamo un paio di chilometri più in là nel parco.

 

Mancano sei chilometri. Non lo sapevo, sapevo solo di vedere la luce.

 


È autunno, la mia stagione preferita. Mentre cadono le foglie dai tanti alberi attorno a noi, scendo verso il fondo del parco superando gente che come me non ce la fa più.

A volte vengo ancora salutato dal pubblico, forse per la velocità apparente, forse per il cappello di Arale, forse perché in quel momento c’ero solo io da salutare… I successivi quattro chilometri mi autoconvinco che ne mancano solo due.

 

Usciamo da Central Park. Sull’orologio un messaggio di mia sorella dall’Italia mi dice: dai, manca solo un km!

Solo allora mi rendo conto che è fatta.

 

Continuo a correre come posso, sapendo che fino agli ultimi cento metri non vedrò il traguardo. Quasi non sento l’emozione per il mal di pancia, taglio il traguardo.

Stordito e incredulo di esserci arrivato, in 3 ore e quaranta.

Se mi avessero chiesto di firmare per questo tempo prima della partenza non credo lo avrei fatto, ma dopo averla fatta…

 

Un viaggio, in mezzo ad una parte di Stati Uniti che non avevo ancora visto e gustato, in una città che festeggia questa gara come mai nessuno ha fatto e farà.

Migliaia di cartelli e di mani tese per dare la carica a quasi sessanta mila sconosciuti.

Mentre mi mettono la medaglia al collo la commozione prende il sopravvento, finalmente inizio a rendermi conto.

Sono tutti felici e piango. Anche io sono felice.

 

È stata veramente dura, probabilmente per le mie condizioni fisiche precarie e magari perché è veramente tosta come maratona. Non lo posso sapere ora, forse un giorno tornerò per scoprirlo.

Avevo detto sarebbe stata la mia ultima maratona... Ora non sono proprio sicuro di poter rinunciare a tutto questo divertimento. Sì, perché nonostante tutto mi sono divertito da morire.

Come premio per essere arrivato sano alla fine mi vado a prendere tre fette giganti di pizza al taglio ed una birra gelata.

Ci volevano!

Ora sono pronto a ripartire e, con la Fornarina Cassandra, andiamo verso un mercatino delle pulci che ho trovato mentre uscivo dalle transenne della maratona. Ovviamente al collo porto la pesantissima medaglia, nel senso che è veramente pesante, non solo figurativamente.

Al mercatino qualcuno mi fa anche le congratulazioni e sembra di essere finiti in un film di Woody Allen. Non compriamo nulla, anche perché poi vaglielo a spiegare a quelli del check-in che quel lampadario di vetri colorati l'ho preso ad un prezzo imperdibile. Tutto sommato l’atmosfera, che ancora non riesco a descrivere bene, mi piace molto, è proprio come in un film.

Sarà la pizza, sarà la birra, sarà l’Imodium, ora mi sento bene, cosa molto insolita per me dopo una maratona. Non ho alcun dolore alle gambe e ho voglia di camminare. Ci dirigiamo verso Central Park per andare a vedere il parco, direzione riserva idrica Onassis. Ci manca ancora un pochino per arrivarci, il parco è veramente grande, e nei pressi di alcuni campi da baseball una signora mi ferma per vedere la medaglia e poi mi fa pure una foto.

Girovaghiamo un pochino, inizia a far freddo e ritorniamo a casa. Sulla strada del ritorno, ormai al tramonto, sono ancora tanti che vedo uscire dal parco con la medaglia al collo e il poncho arancione. Vedo perfino i due signori di Bologna, marito e moglie, con cui ho chiacchierato durante il primo allenamento. Non potendola correre, l'hanno camminata. Si sono comunque divertiti.

Giunti in hotel, ancora non hanno rifatto la camera. Rimaniamo nella hall in attesa che finiscano. Fuori è ormai buio, saranno le sei e mezza passate e, silenziosa come un ninja, spunta nella hall una sciura che avrà avuto 70/75 anni. Dal poncho arancione della maratona spuntano solo la visiera del cappellino e un paio di occhiali, dietro i quali c'è il volto impassibile di chi ha vissuto qualcosa che non può raccontare. D'improvviso il marito, spaparanzato a leggere il giornale sulle poltrone della Hall, la vede e scatta ad abbracciarla. Lei non riesce neanche ad alzare le braccia per ricambiare. Lui non la molla e rimane così per qualche minuto. Inizio a pensare che appena la lascia, lei crollerà come un pezzo di stoffa bagnato.

Invece, appena la libera, questa senza una parola e senza alcuna espressione sul volto si dirige verso l'ascensore. Se il marito non l’avesse seguita di corsa, sarebbe rimasto a piedi. Anche questo è partecipare a New York.

Dopo cena usciamo a fare una passeggiata. È l'ultima serata in questo quartiere e vogliamo salutarlo facendo un'ultima spesa al mercatino.

Tra le tante cose che mi hanno colpito della città, a parte l’odore di marjuana ovunque, ci sono le biciclette elettriche. In realtà non mi hanno colpito, ma ci è mancato poco.

Sono dei missili terra aria!

Accanto al marciapiede delle strade di Manhattan c'è sempre la ciclabile. Prima di attraversare, anche se il semaforo è verde, bisogna sempre fare attenzione a questa corsia perché vi passano dei razzi che a volte neanche si fermano ai semafori. Altro che Glovo, qui a New York ci sono dei pazzi assassini che se non stai attento ti portano via con loro e ti consegnano assieme alle pizze.

venerdì 7 febbraio 2025

Sabato 2 novembre


Notte travagliata, la cena mi ha fatto stare male, per fortuna ho un giorno per recuperare. In ogni caso avevo già deciso di lasciare libera Cassandra di scorrazzare per il Moma ed io avrei deciso con calma cosa fare.

Prima decido di uscire a corricchiare, giusto una sgambatina per vedere l’altra parte di Central Park che non abbiamo visto ieri. Il ritrovo è sempre alle 7. Oggi è molto più fresco e ci sono meno persone rispetto a ieri.

Ci dirigiamo verso l’ingresso del parco. Una volta arrivati invece di andare a destra ci muoviamo verso il centro e poi a sinistra. La destinazione è il Central Park Reservoir, oggi laghetto Jacqueline Kennedy Onassis, sia per il suo contributo alla città sia perché ci veniva a correre quasi tutti i giorni.

 

È un bel laghetto e fino a pochi anni fa, il 1993, riserva idrica di Manhattan. Ci affacciamo meravigliati e iniziamo a girarci attorno. Daniele ci consiglia l’altro lato per fermarci a fare le foto, ed effettivamente quando ci arriviamo gli dobbiamo dare ragione: lo specchio d’acqua riflette gli alberi e lo skyline dei grattacieli che iniziano a illuminarsi per l’alba. Fantastico.

Concluso il giro si torna indietro ma sono ancora troppo carico e faccio un altro pezzo di lago per poi tornare da un’altra strada del parco, in ogni caso ritroverò il gruppo all’uscita. Ora possiamo iniziare la giornata.

Con la metro 1 andiamo verso Downtown, siamo vicini a Time Square, giusto qualche centinaio di metri e arriviamo al MOMA, apre alle 10,30. Pur con un pochino di anticipo la fanno entrare ugualmente.

Bene ora ho la città tutta per me, sì, lallero. Sarà che sono rimasto solo, sarà che forse stamattina ho corso troppo, sarà che l’effetto delle medicine starà svanendo, inizio a sentire le gambe molli e cedenti.

Riprendo la metro 1 per Uptown e ritornare verso l’hotel, forse riposandomi un pochino mi riprenderò. Sfortunatamente non avevo fatto i conti con i trabocchetti della Subway!

Anche se ho preso la direzione giusta, invece del Local sono salito su un Express. Dovevo scendere alla 79° ma me ne rendo conto solo quando il treno non si ferma a nessuna stazione intermedia. Stavolta sono davvero caduto in una chtrappola.

81°, 83°, 85°… 101°, 105°…. 121°… 125°! Ecco che finalmente si aprono le porte!

Scendo e aspetto il treno giusto, che ci metterà molto di più. Devo rifare tutte le fermate.

Questo scherzo mi è costato la mattinata.

Pranzo e inizio a pianificare il pomeriggio, vorrei noleggiare una bicicletta e girarmi con calma Central Park. Chissà quanti angoli suggestivi da fotografare troverò… Gli imprevisti non finiscono qui.

Mi sento ancora male e la biciclettata salta.

Non è un paese per vegetariani.

 

Chiuso in hotel mi vengono in mente le scende dei film in cui si sentono le sirene della polizia. Le sento anche io proprio ora e mi rendo conto che ce ne sono tantissime e molto diverse tra loro: della polizia, delle ambulanze e dei pompieri. Solo ora ci faccio caso ma sono davvero strane e allo stesso tempo famigliari. Alcune sembrano uscite da dei videogiochi degli anni ’80. Affacciandomi alla finestra a volte mi aspetto di vedere un Pacman gigante che passa a mangiarsi le auto in sosta, magari potrebbero arrivare un paio di astronavi di Galaga che si inseguono. Non ci avevo mai fatto caso perché nei film pensi sempre che siano parte degli effetti speciali, invece sono proprio reali.

Quando inizio a sentirmi un po' meglio è già ora di andare a recuperare Cassandra. Ovviamente la trovo imbronciata, per non dire contrariata. Non è riuscita a vedere tutto quello che c’era da vedere nel museo. Me l’aspettavo eh, però almeno sono riuscito a tenerla impegnata tutto il giorno senza che perdesse tempo con un moribondo come me.

 

Tornando a casa scendiamo alla fermata della 72° strada, stavolta abbiamo preso il treno giusto. Ci fermiamo in un supermercato abbastanza affollato, soprattutto di maratoneti. Quando usciamo salutati dalle solite sirene da film non si può non essere travolti dall’intenso aroma di marjuana che sembra essere ovunque nella città. C’è molto smog ovviamente, siamo in una metropoli, non so dire se ci sia più marjuana che smog. Non me l’aspettavo. Speriamo almeno che averla respirata mi aiuti a calmare l’ansia e mi faccia dormire stanotte, domani ho una maratona da portare a casa…