venerdì 19 luglio 2024

Primo giorno - Tokyo

Nonostante il viaggio di ieri, Cassandra si sveglia prima delle 8 per continuare il cambio di stagione giapponese. La stanza è molto piccola, per cui sento tutto quello che fa e mi devo mettere i tappi altrimenti finisco per chiedere il cambio stanza per compagno di viaggio molesto.

Alle 9 siamo tutti nella hall, già colazionati come raccomandato da Claudio. Alla fine non ho dormito molto ma ancora non lo sento.

Ad aspettarci c’è Atsuko, il cui nome e cognome significano bianca signora gentile.

Parla italiano, abbastanza bene per una giapponese, coi suoi tempi. Per iniziare va benissimo.

Usciamo a piedi in direzione della metropolitana dove facciamo il biglietto giornaliero, cosa che servirà molto oggi.

Prima passiamo per caso sotto due ciliegi i cui petali sono sopravvissuti alla tempesta che la settimana scorsa ha praticamente spazzato via quasi tutti i petali della città.


Facciamo solo una fermata.

Livello metro Tokyo? Vulcaniani.

Pulitissima e tutti in fila per salire senza ammassarsi attorno alle uscite impedendo la discesa a chi deve uscire. Ah, in metropolitana non parla nessuno. Silenzio sul vagone, gli unici che parlano siamo noi italiani.

In tutto quel silenzio, anche se non stavamo facendo baccano, mi sono sentito po’ come quando a Roma sale sulla metro un gruppo di ubriaconi molesti. Tutti fanno finta di niente ma in realtà so benissimo che pensano:

Tacci loro!

Usciti dalla metro ci troviamo a camminare in un quartiere che sembra nuovo, dove tutto è in ordine, con spazi calcolati al centimetro. In realtà Atsuko racconta che a Tokyo essendo stata bombardata tantissimo durante l’ultima guerra mondiale, non è rimasto quasi nulla di antico, o anche solo di prima della guerra.

In pochi minuti arriviamo ad Asakusa, dove c’è il tempio Sensō-ji.



Siamo dall'altra parte della strada e la porta del tempio è un alveare di persone intente a scattare foto e selfie, così facciamo un attimo marcia indietro per salire con l'ascensore sulla terrazza del palazzo di fronte, in modo da vedere tutto il quartiere dall’alto.

Sulla destra dopo il fiume Sumida spicca un palazzo dorato che dovrebbe sembrare un bicchiere di birra: è la sede della marca di birra Asahi.

Il fiume era lo sbocco principale della città verso l’oceano, per cui era molto importante per il commercio. Oggi invece è navigato solo per turismo.


Scendiamo, ritorniamo al tempio ed entriamo attraverso la Porta del Tuono con le sue grandi statue del dio del Tuono e del dio del Vento ai lati. Al centro si passa sotto una grandissima lanterna rossa.

Anche questa porta è stata ricostruita più volte, l'ultima nel dopoguerra dal fondatore di Panasonic.

Per arrivare al tempio si deve attraversare un viale di negozietti per turisti. Ne vedo alcuni con i mochi, dei dolci che devo assolutamente assaggiare!

Sensō-ji è un tempio antico ma ricostruito almeno venti volte. Essendo in legno non ha potuto resistere molto ad incendi e terremoti. Ogni volta è stato sempre ricostruito dai commercianti del quartiere.



La sua origine viene raccontata dalla leggenda di due pescatori che raccolsero tra le reti la statua del dio Cannon (da cui arriva il nome della macchina fotografica Canon).

I pescatori ributtarono a mare la statua, ma ogni volta che ritiravano le reti, ce la ritrovavano dentro. In questo modo si convinsero che dovevano costruire un tempio a lui dedicato, così lo fecero proprio nella zona dove siamo oggi.

Non è un tempio molto grande. Per essere il primo che visitiamo ci sembra bello. Anche i giardini con le coloratissime carpe Koi sono piccoli e carini. Sul ponticello avvisto perfino un piccolo serpentello verde.

Avendo una mezz'ora di tempo per gironzolare tra templi e negozietti, mi dirigo direttamente da Kagetsudo, uno storico negozio di dolci melonpan e non essendoci quasi fila ne compro subito uno. Sembra un panino tipo tartaruga, dolce ma non molto, il giusto. Diventerà la mia colazione quotidiana, devo ammettere che quello che ho mangiato qui è stato il migliore.

Sulla via del ritorno prendo anche tre mochi tempura. Buoni, sebbene il melonpan era meglio.

Poi prendo dei biscotti di riso e salsa di soia, per merenda.

Il discorso cibo in questo viaggio è particolare per me, dato che il concetto di vegetariano per i giapponesi non è molto chiaro, mi limiterò ad esplorare la loro cultura culinaria dei dolci, praticamene privi di latticini e strutto.

Sono già sazio? Oltre a dormire poco ora mangio poco? Sono proprio scombussolato.


Per l'ora di pranzo andiamo al mercato del pesce, un piccolo quartiere ricchissimo di bancarelle e mini localini dove si mangia prevalentemente pesce. Il gruppo sale sulla terrazza di un ristorante, io e Cassandra andiamo in giro per conto nostro, cosa che cercheremo di fare ogni volta che potremo in questo viaggio.

Nonostante il nostro credo alimentare, ci è piaciuto molto questo mercato. Come sempre i mercati sono uno dei posti migliori da vedere.

Tra una cosa e l’altra chiedo ad Atsuko da quanto tempo fa la guida e dice che è solo dal 2019 che si è messa in proprio, prima lavorava per una agenzia turistica. Ultimamente sta lavorando moltissimo con gli italiani. In pratica dopo il covid gli italiani sono arrivati in massa e parlando lei la nostra lingua… Praticamente sta portando in giro quasi esclusivamente italiani invece degli inglesi. L’italiano è molto apprezzato e molta gente lo studia. Lei per esempio lo ha imparato con dei corsi privati.

La prossima tappa è il Palazzo Imperiale, quello dove vive ancora oggi l'imperatore. Ci arriviamo a piedi, dopo un paio di cambi di metropolitana. Prima però ci perdiamo Tony che non riesce a salire in tempo sulla nostra stessa metropolitana. Per fortuna con whatsapp lo avvisiamo di trovarci alla prossima fermata.

Per fortuna, dei 16 partecipanti al nostro viaggio, molti hanno la eSim installata con il traffico dati, gli altri invece si appoggiano al wifi portatile che abbiamo noleggiato. Tutto molto comodo perché nonostante nelle stazioni i cartelli siano anche in inglese, internet è fondamentale per muoversi e non perdersi.

Quando arriva la successiva metropolitana, vediamo Tony scendere di corsa, lui non vede noi e, come un gatto di marmo che saluta (quelli che si vedono nei ristoranti giapponesi), salta sulle scale mobili ed esce dalla stazione.

Ci mettiamo qualche minuto in più a recuperarlo, ma riuniremo il gruppo.

Attraversando il quartiere dei grattacieli, tutti uffici, veniamo a sapere che in questa zona un metro quadro costa circa 200.000$.

Arrivati al grande fossato che circonda l'isola del palazzo, veniamo a sapere che in realtà del palazzo reale non vedremo nulla perché è visibile solo due giorni l’anno, quando l'imperatore si mostra al pubblico con la sua famiglia.

Attraversiamo il ponte ed entriamo nella grande porta difensiva, una delle 19 fortificazioni che un tempo proteggevano l'isola. Ora ne sono rimaste solo tre come questa.


All’interno sono ancora visibili le mura che formano un labirinto e un museo con il tesoro dell'imperatore, che per questioni di tempo non riusciamo a vedere.

Ci sono anche due antichi posti di guardia dei soldati e un giardino fiorito che si può attraversare con un sentiero in mezzo agli alberi. Dopo qualche minuto sbuca nei pressi della casa del the e il laghetto con le carpe Koi.


C'è anche un campo di fiori dai colori intensi. Mentre lo attraversiamo Atsuko afferma che questo è il periodo migliore per visitare il Giappone perché giugno e luglio sarà il periodo delle piogge, mentre agosto, grazie all'acqua caduta copiosa nei mesi precedenti, ci sarà un'umidità altissima e il caldo sarà insopportabile. Dice che l'anno scorso durante le visite guidate faceva così caldo che ha rischiato di morire.

È pomeriggio inoltrato, il cielo è sempre più plumbeo quando usciamo dal Palazzo Imperiale. Ci dirigiamo tra i grattacieli verso la stazione centrale. Anche questa è stata distrutta durante i bombardamenti e poi ricostruita, lo hanno fatto come era prima: in stile inglese. L’architetto che ha realizzato l’opera studiò a Londra nell'800 e volle ricrearne le caratteristiche architettoniche.


Ora dovremmo andare all’isola artificiale di Obaida. Prima di procedere, visto che non c’è molta gente alla biglietteria, ne approfittiamo per attivare i voucher del JR pass, il biglietto del treno che per una settimana ci consentirà di utilizzare tutti i treni JR che ci sono nelle città giapponesi, praticamente delle metropolitane, più i famosi Shinkansen, i treni pallottola dell'alta velocità. In realtà non sono più veloci dei nostri, credo viaggino a 300/350 km/h, ma in Giappone la linea alta velocità c'è sin dagli anni 60, quindi l'hanno sviluppata molto e bene. In pratica hanno sfruttato così bene i collegamenti che quando i treni passano nelle stazioni, lo fanno senza fermarsi perché hanno dei binari dedicati senza banchine e non devono neanche rallentare. Vedere passare un treno a 300 allora a pochi passi da te è incredibile. Da provare.

Nel frattempo inizia a piovere.

Mezz’ora più tardi ha smesso. Decidiamo di andare comunque ad Odaiba, così salutiamo Atsuko e saliamo sulla monorotaia sopraelevata.

Sfortunatamente il biglietto giornaliero qui non va bene perché la monorotaia è di una compagnia diversa da quella della metropolitana. In pratica per muoversi in tutta la città ci sono tre compagnie differenti. Per fortuna c’è la Pasmo, una carta prepagata da installare sul telefono e su cui caricare qualche yen giusto da usare per i mezzi. Ovviamente è meglio avere un abbonamento, ma in caso di necessità San Pasmo viene in tuo aiuto e non perdi tempo a fare il biglietto.

Purtroppo non tutti sono devoti di San Pasmo, così dobbiamo attendere che gli altri partecipanti, questi eretici, acquistino un biglietto singolo.

Partiamo dal capolinea. Non essendo ancora avvezzi ai meccanismi giapponesi, la prendiamo con troppa tranquillità e Domenico rimane a piedi sulla banchina mentre la moglie Pina perde un po’ le staffe vedendolo giù dal treno.

Gli facciamo segno di prendere il prossimo convoglio e lui sembra aver capito.

La monorotaia sopraelevata passa sopra le strade in mezzo a palazzi e grattacieli, molto bella e panoramica, soprattutto quando sale a spirale come il trenino rosso del Bernina per poi puntare in mezzo al mare dove c’è l’isola artificiale di Odaiba. Atsuko ci aveva spiegato che quest'isola, e altre analoghe, nacquero quando Tokyo era diventata troppo piccola e non c'era più terreno da occupare. Così le hanno create dal nulla ed ora fanno parte della città.

Arrivati a destinazione ci disponiamo a rastrello sulle varie uscite dei vagoni, pronti a intercettare Domenico in modo che non ci sfugga come ha fatto Tony questa mattina.

Arriva il primo treno, di Domenico nessuna traccia.

Arriva il secondo.

Ancora nulla.

Mi viene un dubbio: non sarà che è sceso alla fermata successiva sperando che fossimo li ad aspettarlo?

Lui non ha internet per cui Francesca prova a chiamarlo, il telefono suona, lui non risponde.

A questo punto prendo Claudio e torniamo indietro per cercare di intercettarlo, forse si è un po' spaventato e ci sta aspettando su qualche banchina non sapendo cosa fare. Cassandra si unisce al rescue team, la quota rosa, e partiamo.

Arriviamo alla prima fermata e mi sporgo dall’altra parte mentre arriva un treno. Eccolo!

Appena prima che si richiudano le porte del nostro treno scendiamo e saltiamo sul treno di Domenico.

Salvataggio compiuto.

Domenico è un po’ frastornato, più che altro perché ora dovrà affrontare la moglie.

Eh Domenico, mo so cazzi tua, vedrai quanno tu moje te rimette e mani addosso.

Invece Pina è tranquilla e contenta di poterlo riabbracciare.

A Odaiba pioviggina. Per prima cosa andiamo subito verso il Gundam.


Il Gundam Unicorn è un robot alto quasi 20 metri. Si tratta del protagonista di una serie Anime successiva al Gundam originale che vedevo in TV quando ero bambino.

Il colosso, tutto in metallo sfavillante, è il simbolo di Odaiba. Fatto benissimo, in ogni minimo particolare, sembra che possa prendere vita e andare a combattere da un momento all'altro.

Bellissimo.

Il tempo di girarci attorno per immortalarlo da ogni angolazione e poi inizia lo spettacolo.

Vengono proiettate immagini dell’Anime sul grande muro dietro al Gundam e in sincrono con l’audio della musica e dei combattimenti del video, il robot muove alcune parti mentre altre si illuminano in combinazione con un gioco di luci che, accendendolo e spegnendolo come un albero di natale, aumenta la sua dinamicità.

Non è come il Gundam 0078 di Yokohama che si muove veramente, ma è molto bello anche questo.

Dopo che lo spettacolo finisce, mi accorgo che ormai piove bene. Per completare la serata andiamo a vedere la riproduzione della statua della libertà con alle sue spalle un ponte dalle fattezze di quello di Brooklyn. Sarà la pioggia, saranno le luci e il buio ma dà proprio la sensazione di essere a New York.

Mentre gli altri vanno a cercare un ristorante al vicino centro commerciale, io e Cassandra facciamo la prima fuga in solitaria e torniamo in hotel in autonomia. Prendiamo la monorotaia e una metro che, in soli 40 minuti ci riporta a Ryogoku, dove c'è la nostra base.

Questo ultimo viaggio ci rende definitivamente consapevoli di poter girare la città senza problemi.

Una rapida incursione al Seven Eleven per procacciarci cena e colazione e la prima lunghissima giornata si conclude. 


Il bagno giapponese

 

Prima di chiudere questa intensa giornata devo raccontare ancora una cosa, il bagno giapponese.

Chiunque ho sentito parlare del Giappone raccontava di quanto fossero fantastici i bagni giapponesi. Ho sempre pensato che esagerassero, anzi, che fosse una cosa un po' spaventosa e inquietante.

Invece mi devo ricredere.

A partire dal più basico al più fantascientifico sono praticamente degli attrezzi avveniristici. Se non fosse che ho appena ristrutturato il bagno di casa… ce lo farei mettere anche io!

La prima volta che ho sperimentato il bidet mi sono fatto quattro risate per quanto sia un’idea semplice ma anche pratica, oltre al fatto che faceva ridere per il solletico.

I bagni, soprattutto in hotel sono molto piccoli, quasi claustrofobici, ma hanno tutto e il WC con in bidet e l’asse riscaldato è una cosa a cui noi italiani dovremmo convertirci al più presto.

Sono di parte, lo so, mastico la cultura giapponese da così tanto tempo che ormai a certe cose non ci faccio più caso, questa è una di quelle che merita.

Viaggio infinito - è una questione di qualità...

 

Partenza alle 17:00, arrivo a destinazione alle 01:00 del giorno dopo.

In camera mezz’ora dopo, a nanna alle 03:30.

Detto così sembra che il viaggio sia durato solo poche ore, ma in realtà è stato lunghissimo e “grazie” al fuso orario ci siamo divorati un giorno intero, anzi di più.

Sono un pochino scombussolato e temo ne risentirò nei prossimi giorni.

Il viaggio è stato pesante perché come sempre in aereo non ho dormito. In realtà ho chiuso gli occhi, solo per brevissimi tratti, quando il film che stavo vedendo diventava troppo noioso… in 12 ore ne ho visti molti…

Atterrati a Seul temevo di crollare, invece ero sveglissimo. Benissimo! Così quando arrivo a Tokyo dormirò sicuramente!

Sì, lallero.

Cassandra invece ha dormito sull’aereo e pure a Seul. A lei basta chiudere gli occhi per andare a trovare Morfeo.

Le quattro ore di attesa passano abbastanza velocemente a Seul, grazie al wifi gratuito veloce.

Tra una cosa e l’altra decidiamo proprio qui di iscriverci al prossimo viaggio: Marrakech Express che parte tre giorni dopo il nostro rientro dal Giappone. Già una volta ci avevamo provato a fare una cosa del genere, poi il secondo viaggio non era partito.

L’aereo per Tokyo decolla e atterra in un attimo. Per lo meno è questa l’impressione dopo il primo lunghissimo volo.

Korean Air fantastica, tutto in orario e pasti vegetariani arrivati senza problemi.

Ora dobbiamo solo fare il passaggio all’immigrazione, ma tanto abbiamo già fatto tutto su internet prima di partire ed ognuno di noi ha il QRcode sul telefono.

Una formalità.

Nonostante il QRcode preparato mesi in anticipo dall’Italia, il coordinatore ci invita comunque a ricompilare un identico modulo cartaceo sull’aereo.

Non so perché, questa cosa mi fa tornare alla mente una canzone dei CCCP.

 

È una questione di qualità.

È una questione di qualità.

È una questione di qualità.

O una formalità.

Non ricordo più bene, una formalità.

 

Corriamo verso i controlli perché fuori ci sono i taxi gratuiti prenotati che ci aspettano, per un po’ almeno, poi se ne andranno.

Ecco l’imprevisto: una fila disumana alla dogana. Siamo affollati in file strettissime e accaldati per la corsa. Almeno due aerei da controllare con cinque soli sportelli.

La cosa assurda sono i controlli ridondanti. Già a metà fila il primo controllo passaporto e impronte digitali.

È una formalità.

Altra coda infinita per secondo controllo passaporto e modulo immigrazione. Noi abbiamo il QRcode. Decidiamo di usare quello, altrimenti, la tecnologia a che serve?

 

È una questione di qualità.

Vogliono ricontrollare tutto ancora.

È una formalità.

Questa formalità però ci costa un’ora e mezza di attesa.

 

Io sto bene

Io sto male

Io non so dove stare.

 

In lontananza vedo il nastro dei bagagli che gira a vuoto con le nostre valigie sopra. È la prima volta che arrivano prima loro di me.

Al momento del VERO controllo, con l'agente che verifica se sei la persona sulla foto e ti fa delle domande, compreso l’indirizzo del primo hotel in cui alloggeremo, mi viene da rispondere con il testo della stessa canzone dei CCCP:

 

Non studio, non lavoro, non guardo la TV

Non vado al cinema, non faccio sport

 

..Mi trattengo, più che altro perché non credo conoscano questa canzone.

Finalmente passiamo il sudato controllo. Recuperiamo le valigie, non è finita. Per uscire ci fanno passare l’ennesimo controllo passaporto e QRcode.

Altre due volte.

 

È una questione di qualità.

 

Ormai sono le 00:20. Abbiamo poche speranze di trovare i taxi gratuiti prenotati.

L’unica soluzione è quella di cercarne altri a pagamento.

Claudio, il capo gruppo manda me, Cassandra, Amelia e Laura sul primo. 20000 yen, 125€ circa.

Mezz’ora e siamo in hotel. Il tragitto non è male, sembra di stare in un film di fantascienza con tutte le strade e i grattacieli nuovi, ma deserti.

Al nostro arrivo scopriremo che gli altri hanno trovato i taxi e ci hanno pure sorpassato.

 

È una questione di qualità.

 

Il check-in.

C’è una bella fila. Già sento Giovanni Lindo Ferretti…

Che ti serve?

Il passaporto.

È una formalità, che ci costerà altri 40 minuti.

Si dorme!!!!

Seeee, magara…

Cassandra vuole delle verdure fresche per la colazione di domani mattina e così usciamo a fare la spesa, all’una e mezza di notte!

A 6 minuti a piedi c’è un Seven Eleven, una nota catena di minimarket aperta 24 ore su 24. Prendiamo il necessario per la colazione, quindi si va a letto?

Io ancora non ho sonno… E manco Cassandra che si mette a fare il cambio di stagione giapponese per domani…

Spegneremo le luci alle 03:30 con i CCCP che continuano a cantare nella mia testa.

Ho calcolato male i templi - Un sogno che continua dagli anni 70

Mi piacciono i viaggi dove c'è qualcosa di emozionante da fare, scoprire siti archeologici, fare trekking in luoghi fantastici oppure dormire nel deserto in tenda.

Forse però ammirare la natura incontaminata, l'artista che tutti i pittori e gli scultori vorrebbero emulare, è ciò che mi lascia più appagato. Perfino quando questa si riappropria lentamente di quello che un tempo era una metropoli modernissima, mostra un'attrattiva irresistibile.

Ci sono i viaggi in cui si esplorano le città, i musei, i luoghi di culto.

Il Giappone ti permette di sperimentare tutto (o quasi). Un po' per la sua posizione geografica, un po' per scelta, è rimasto isolato per secoli resistendo ai vari tentativi di globalizzazione radicale. Nonostante tutto quello che ha vissuto, ancora conserva una cultura tra le più affascinanti e contraddittorie, in senso positivo. Un esempio stupido: pur essendo la patria di tecnologia all'avanguardia esportata in tutto il mondo, qui sono ancora utilizzate le video cassette VHS e per pagare si usano quasi esclusivamente i contanti.

Hanno ritmi lavorativi frenetici e massacranti, ma conservano tradizioni indimenticate e trasmesse a partire da rituali meditativi in cui il minimo gesto deve seguire un suo corso ed essere fatto col dovuto rispetto e lentezza.

Il Giappone ha un fascino tutto suo che ha vinto molti conquistatori, un po' come quando i romani inglobavano etruschi, greci, egiziani e ne venivano a loro volta ammaliati dalla cultura e religione al punto che le facevano loro.

Oggi penso al Giappone e la prima cosa che mi viene in mente sono i manga di cui sono un vorace divoratore, così come gli Anime. Ma dietro questa industria inarrestabile c'è una macchina che diffonde in un modo mai visto la cultura, la storia e il modo di pensare e vivere di un popolo.

Essendo degli anni 70, per me il Giappone è entrato nelle nostre case con le serie animate a partire dal 1976: i primi furono i Barbapapà, seguiti da Vicky il vichingo, Kimba il leone bianco (Osamu Tesuka), Heidi (Miyazaki e Takahashi) e poi Goldrake (Go Nagai). Con l’inizio della campagna di invasione da parte dei vegani, la conquista del Giappone sulla mia mente di bambino era ormai irrimediabilmente completa… Sarà per questo che sono diventato vegetariano???

Il Giappone per un bambino di 6 anni era anche quello colorito delle barzellette sui nomi giapponesi.

Quando ero piccolo ne sapevo tantissime, facevo a gara con i miei amici delle elementari a chi ne sapeva di più.

Allora per me i giapponesi vivevano in un mondo strano fatto di doppi sensi.

E se fossero davvero così?!?

Appena usciti dall'aeroporto un tizio scende da una moto fumante e si presenta con un inchino:

-Tofuso Lamoto

Un passante vedendolo inciampa e cade addosso a un altro.

-Sessoki Maspinto

Questo lo spintona che finisce contro un terzo uomo.

-Maki Katse?

Allora il secondo passante alza le mani per scusarsi.

-Sohito Ntronato

Nel frattempo il motociclista vede un amico e per fermarlo gli strappa la camicia.

-Nakamisa Nakasaka - esclama questo con i brandelli in mano.

-Sumi Sura – uno dei passanti gli porge il biglietto da visita.

Infine arriva un altro scocciatore che tutti riconoscono esclamando in coro:

-Kakami Okatsu!

E se ne vanno tutti per non avere a che fare con lui.

lunedì 25 marzo 2024

Maratona di Roma 2024


 Le premesse erano risapute: temperature che arriveranno fino a 19 gradi verso mezzogiorno e freddissimo ai blocchi di partenza.


Il ritrovo alla metro con gli amici e compagni di battaglia è sempre divertente, un po’ meno per le persone che alle 6,30 condividono il vagone con noi.

Sono previste circa 20000 persone solo per la maratona, più altre 20000 per la staffetta e la corsetta.
Ai camion già si intravede che Roma non ha mai visto così tanti partecipanti e ci perdiamo quasi subito.

Proverò a correre con Norma come l'anno scorso sperando di replicare la bella gara, ma qualcosa mi dice che non riuscirò a starle dietro.
Sarà che non ho chiuso occhio se non per un paio d'ore?


Prima di entrare in griglia incontriamo William che ci aveva accompagnato per diversi tratti aiutandoci. Stavolta lui farà la staffetta, la prima e l'ultima frazione. Infatti non lo vedrò più.
Griglia A, appena dietro i Top runner. Mai successo prima. C'è stato un errore, ma è anche la griglia assegnata a Norma. Si vede che era destino.
Ci infiliamo nelle retrovie e troviamo anche Elisabetta, giusto il tempo per un selfie e si parte!
Siamo proprio sotto al palchetto di Giulio. Quest'anno fa da spettatore. Daje Giulio! Solo per questa volta eh.

Come profetizzato da Norma, l'imbuto dei primi 600 metri ci fa sbattere l'uno contro l'altro come palline del flipper, ma in questo modo sblocchiamo il personaggio segreto della maratona: Dario, amico di Norma e grande maratoneta esperto. Ci aggreghiamo a lui che è un decano e, appena la strada lo consente, cerchiamo di dare gas e recuperare i secondi perduti nel flipper.

I primi chilometri volano, forse troppo veloci. Nonostante il sole già sia presente e fastidioso, siamo tranquilli e senza fatica.

Arriviamo a San Paolo, poco dopo c'è il ristoro dei Road Runner (chilometro 8,5). Li chiamo, rispondono:
“Daje Norma!!! Vai Norma!!! Norma non mollare!!! Siamo tutti con te Norma!!! Facce n'autografo Norma!!!”
Tutti per Norma.
Ok, è innegabile che Norma è molto più carina di me, e che è di Roma.
Ma il Road Runner, sono io. Eddaje su!
Protesterò formalmente col presidente e il responsabile rifornimenti.


Bocca della Verità e Sinagoga. Finalmente qualcuno ci saluta tutti e tre: Giulio!!!
Il ritmo è ancora più alto dei desiderata, 4.55 di media, ma stiamo bene. Continuiamo così finché ce la facciamo, poi ci pensiamo.

Tra una battuta e l'altra arriviamo col sorriso a San Pietro.
Inizio a sentire le gambe un po’ rigide. Penso sia normale visto che non ho dormito e con questo sole mi sto disidratando più velocemente, per cui bevo più che posso, mangio (forse troppo). Continuo a correre tranquillo fino al 21esimo chilometro, quando incontro Cassandra che, nonostante il sole caldo, è li ad aspettarmi.

Un’ora e 43 minuti.
Se continuasse così farei il personale, anche perdendo un po’ nella seconda parte andrebbe benissimo. Non faccio lo schizzinoso.

Arriviamo al Foro Italico, lo attraversiamo e ci buttiamo sul ponte dello Stadio per attraversare il Tevere.
Proprio dall'altra parte, intorno al 27esimo chilometro, accade qualcosa di strano.
D'improvviso il buio.
Chi ha spento la luce?
Di colpo sento la pressione abbassarsi ad ogni passo che faccio e la luce attorno a me si affievolisce.
Come se avessi delle ruote che lentamente iniziano a perdere aria.
Immaginavo che sarebbe potuto arrivare il momento in cui vedevo Norma e Dario andarsene, ma forse non così presto.
Mi gioco la carta del ristoro e riesco a riprendermi bevendo dei sali che mi danno subito beneficio. Daje.

Al Villaggio Olimpico però la luce si spegne ancora.
La pressione delle gomme è completamente andata.
Metto le quattro frecce, accosto e prendo una bottiglietta d'acqua. Cammino bevendo un po’.
Norma e Dario ormai stavolta sono scomparsi dietro la curva. Au revoir!

Inizia qui una nuova gara per me, solo contro i miei incubi. I limiti fisici di oggi mi vanno ancora più stretti...
Cammino fino a ritrovarmi all'ombra di un palazzo. Qui mi sento meglio, la pressione sembra essere risalita. Ma allora è proprio il sole la mia cryptonite!

In zona Flaminio ci arrivo. Luce in faccia e la pressione torna a calare, altro stop.
Prendendo i sali ricomincio a correre ad un ritmo decente che mi porta sul Lungo Tevere. Al sottopasso ci sarà Cassandra a salutarmi.
Circondato dal buio non la vedo, ma non sento nemmeno le sue urla a causa del fracasso di una band
(oggi festeggiano anche San Patrizio). E pensare che in ogni altro posto in cui sono passato i gruppi musicali erano sempre stati in pausa...

Entro nel centro e qui il tracciato della gara ha dato il peggio: tantissime curve e strade strette con gente che attraversava alla cieca rischiando di prendere qualcuno in corsa. Una signora viene centrata in pieno e sbattuta su altri due runner.
Uno per evitarla si è stirato davanti a me.
Troppo stressante come percorso. Poche persone a bloccare gli spettatori. Organizzazione pessima.

Per carità, capisco anche il pubblico. A fine gara Cassandra mi racconterà di come lei e tantissima altra gente,  siano rimasti in zona centro intrappolati dalle transenne che non permettevano loro di seguire la gara o raggiungere il traguardo né la più vicina fermata metro per poter liberare il percorso dal loro ingombro.
Così si fa solo arrabbiare atleti e pubblico. Si devono creare alternative per far defluire gli spettatori, anche per questioni di sicurezza. Pessimo risultato.

Su via del Corso il caldo che sale dell'asfalto è insopportabile e devo camminare ancora.
A piazza del Popolo ci arrivo correndo e vedo Cassandra che mi saluta. Sono stremato e vado avanti con quel poco di adrenalina che la sua presenza mi regala.

Su via del Babbuino però devo camminare ancora. Ormai i palloncini mi superano uno dopo l'altro: 3.30, 3.35... solo l'orgoglio mi fa ripartire al loro inseguimento, almeno fino al prossimo stop su via del Tritone.

Vado avanti così fino a quattro chilometri dalla fine quando incontro Andrea, il mio amico sardo che ad ogni maratona vedo tra il pubblico a fare foto. Intuendo il momento difficile inizia a seguirmi in bicicletta spronandomi.
Mi chiama e mi dice di correre assieme a Mario.
Chi?
Alzo lo sguardo e vedo un signore con scritto Mario sulla maglietta. Questo stremato mi guarda e dice:
"Ma chi è questo? Macchevvole?"
Io sorrido e saluto Mario.
In quel momento siamo all'ombra e riesco a correre fino alla salita dell'Ara Coeli, dove devo mettere la ridotta per salire.
Andrea mi segue sempre fino a via di san Gregorio quando anche i palloncini delle 3.40 mi superano. Riparto d'orgoglio per gli ultimi due chilometri e arrivo alla salita del Colosseo.
L'ultimo rettilineo lo faccio praticamente in apnea per non lasciare andare la poca aria rimasta.

Al traguardo spengo il motore e stop.

Vorrei lasciarmi andare e piangere di gioia, ma non ne ho le forze!  Mi appoggio sulle transenne per potermi finalmente rilassare e respirare.
Ruote e carrozzeria cadono in pezzi sui sampietrini.
E anche questa maratona se la semo tolta dai... cosiddetti!

Che dire? Ovviamente avrei voluto finirla meglio e non da solo, ma per la stranezza e le difficoltà incontrate lungo il percorso sono comunque contento di essere arrivato al traguardo, con calma, senza fretta, con dignità e consapevolezza che oggi per me più di così non si poteva fare.
Meglio fare un salto dal meccanico/gommista prima di tornare a casa, giusto per non rimanere a piedi...

P.s.: Nota per la prossima maratona: evitare di correre con la cryptonite!

giovedì 14 marzo 2024

Esperienza o pazzia? Verso la maratona...

Ancora pochi giorni e potrò affrontare un “altro” viaggio, intrapreso più volte e sempre nuovo e da scoprire. Mi piace viaggiare, non mi stancherò mai di dirlo. Una delle poche cose per cui vale la pena rimanere sulla terra e vedere cosa c'è di bello. Quando parti non sei mai la persona che arriva alla fine del viaggio. La maratona è uno degli esempi che più si adattano a questa frase.

Sarà la dodicesima.
Ogni anno l'esperienza delle precedenti mi tranquillizza, mi carica, ma l'età e tutti i suoi compromessi iniziano a trattenermi consigliandomi di non strafare.
Vediamo come va, l'importante è continuare a divertirsi, anche se in questo periodo comprendo sempre di più Cassandra quando mi rivolge sempre la stessa domanda "Ma chi c...o ve lo fa fare???".
Ovviamente la preparazione non è andata liscia come volevo. La lunga lista di acciacchi accumulati in questi 49 anni, (che non elencherò altrimenti rischierei di emulare una pagina di malanni geriatrici), mi ha ricordato quanto i miei limiti fisici siano vicini dall'essere valicati.
In più occasioni ho sentito, e sento tutt'ora, le gambe rimanere integre per un soffio, basterebbe pochissimo per far gettare loro la spugna.
Però non sono preoccupato, anzi non vedo l'ora di poter correre con gli amici che mi hanno accompagnato durante gli allenamenti lunghi e soprattutto nella maratona dell'anno scorso: Norma, Marco, Vincenzo, Aldo, Andrea, Elisabetta ci saranno, forse Luca.
Spero di riuscire a stare al loro passo tutta la gara anche quest'anno. Se mi semineranno, sarò contento ugualmente, almeno troverò qualcuno al traguardo ad attendermi e sulle cui spalle potrò asciugare le lacrime di gioia.