Continuiamo ad
esplorare Tokyo. Al contrario di ieri ad accompagnarci non ci sarà Atsuko,
bensì un ragazzo molto giovane originario della Liguria che vive qui da circa
cinque anni e si è pure sposato con una giapponese da un paio di anni.
È simpatico e ci porta
a vedere il Meiji Jingu, un tempio shintoista con due parchi, lo Yoyogi e il
Naien.
Ovviamente anche questo
tempio non è originale perché ricostruito dopo i bombardamenti. Pure la guida
tiene a precisare che le costruzioni antiche giapponesi erano fatte di legno e
già prima della seconda guerra mondiale quasi tutto era stato più volte
ricostruito. Il legno, per quanto possa essere solido e di ottima qualità, col
tempo si deteriora comunque e ha bisogno di continui restauri o sostituzioni.
In proposito mi viene
in mente il paradosso della nave di Teseo, l’argonauta che usò la sua nave per
andare a Creta e sconfiggere il Minotauro. Considerata dei greci un tesoro, col
tempo si deteriorò e poco alla volta le parti più compromesse vennero
sostituite. Finché un giorno non rimase più nessuno pezzo della nave originale.
A questo punto la nave si può ancora considerare come “nave di Teseo”?
Va be’, lasciamo la
filosofia ai filosofoni. Noi siamo viaggiatori e sognatori, continuiamo il
nostro lavoro che è decisamente più semplice: fantasticare.
Il parco è molto bello,
così come i templi shintoisti. Una grande strada
sterrata tra gli alberi altissimi ci porta a dei giganteschi Torii, i
tradizionali portali di accesso ad un santuario shintoista e che rappresentano
un passaggio simbolico tra mondo umano e divino, poi al muro delle botti di
sake donato per essere consacrato e lasciato qui. Di fronte al sake c'è un muro
di botti di vino francese di Borgogna. Donato anch’esso per essere consacrato.
Al tempio per prima
cosa ci si deve purificare con l’acqua e lo si deve fare nel modo giusto: si
prende un mestolo, si riempie d'acqua, con la mano destra si lascia scorrere
l'acqua sulla mano sinistra, poi sulla mano destra, con le mani bagnate si
passa l'acqua sulla bocca, quindi sul manico del mestolo per lasciarlo pulito,
alla fine lo si ripone.
Ci sono diverse persone
che vanno davanti al tempio, dove c’è una grande cassa di legno, vi lanciano
dentro una moneta, battono le mani, si inchinano e pregano.
Se si ha più tempo si
può anche scrivere una preghiera da lasciare appesa agli alberi su delle
tavolette di legno. La visita al tempio sembra così diversa da quella che viene
fatta nelle nostre chiese, oppure nelle sinagoghe o nelle moschee. Quasi non
sembra religione e questo mi piace.
Mentre lentamente
torniamo indietro, la guida racconta che questo tempio è visitatissimo nei
giorni festivi, ma il 70% dei giapponesi è ateo. Il fatto che comunque vengano
quasi tutti al tempio, si spiega con il loro essere tradizionalisti. Anche
questo aspetto non mi dispiace.
Fuori dal tempio
prendiamo la metropolitana e andiamo ad Harajuku dove veniamo accolti da un
mega monitor con un gigantesco gatto in animazione computerizzata che
interpreta diverse scenette simpatiche.
Quindi proseguiamo
verso il grattacielo sulla cui terrazza c’è Godzilla che afferra il parapetto e
si affaccia.
Ora di pranzo, liberi
tutti.
Io e Cassandra
gironzoliamo per il quartiere sgranocchiando il pranzo al sacco e, attirato dal
fascino dei videogiochi, finiamo in alcune sale giochi sperando di rivivere le
atmosfere degli anni ottanta e novanta. Purtroppo non sono quello che mi
aspettavo perché ricolme di giochi troppo moderni e macchine pesca premi,
quelle con gli artigli. Finiamo per capitare anche nel quartiere a luci rosse,
torniamo indietro.
Terminata la pausa ci
ritroviamo con gli altri e riprendiamo la visita andando al piccolo quartierino
chiamato Golden Gai, dove le strade sono tutte piccolissime ma di sera è
frequentatissimo da chi viene a bere. I locali sono tanti e tutti piccolissimi,
tipo che al massimo c'è un bancone o un tavolo con tre o quattro posti.
Ovviamente ora è pressoché deserto, ma in un paio di essi c’è già gente che sta
iniziando i bagordi.
La guida narra un’altra
contraddizione dei giapponesi: sono un popolo civilissimo, tranquillo e
rispettoso del prossimo e dell’ambiente… ma quando bevono si trasformano. Diventano
rumorosi come non mai e basta pochissimo per far uscire allo scoperto un lato
della loro personalità che viene tenuta segregata e nascosta. In pratica non
reggono minimamente l’alcol.
Fuori di lì andiamo ad
una via di negozi di grandi firme. Lungo la strada di Omotesando ci sono molti
palazzi moderni con un'architettura particolare, negozi fuori portata per noi,
comunque interessante da vedere, almeno finché il gruppo dopo un paio di
chilometri inizia a stufarsi perché preferirebbe vedere altro.
Del resto a Tokyo c'è
talmente tanto da vedere che non si ha mai la sensazione di essere nel posto
giusto perché c'è un altro posto dove andare...
Per concludere la
visita ad Omotesando saliamo in cima ad un palazzo ad un grande incrocio. Lì in
alto, un giardino a terrazze su più livelli dà la sensazione di essere ancora
più piccoli rispetto alla città, ma ne mostra una buona parte.
Tanto per continuare a
rimanere in alto, tappa successiva il Palazzo del Governo, dove si può salire
gratuitamente in cima al grattacielo con un ascensore per osservare dall’alto
una buona porzione della città. Gran bella vista sulla città con il sole che
sta scendendo anche se non è ancora ora del tramonto.
Mentre scendiamo e
prendiamo la metro per la tappa successiva, la guida ammette di non conoscere
ancora bene tutti i caratteri giapponesi, i cosiddetti Kanji. Non sa neanche se
li imparerà mai tutti. Dubito sia così, soprattutto se come penso rimarrà a
lungo in Giappone. È venuto in questo paese per una vacanza, ci è tornato altre
otto volte finché alla fine è rimasto a vivere e lavorare. Cosa che ha fatto
subito, pare di lavoro ce ne sia parecchio. Ha impiegato solo un giorno a
trovarsi un'occupazione nonostante fosse uno straniero.
Racconta inoltre,
conoscere ragazze giapponesi è molto facile, non tanto perché l’uomo straniero
sia più affascinante, quanto perché i giapponesi sono molto introversi. Se esci
con qualcuno e sei molto silenzioso, difficilmente farai venire voglia ad una
ragazza giapponese di rivederti. Lui non è un chiacchierone, ma rispetto alla
media giapponese è molto “espansivo”.
I rapporti tra uomini e
donne sono ancora più complicati di così: pare che gli uomini giapponesi
vogliano che anche la loro compagna sia prevalentemente introversa e
silenziosa. Insomma, una festa...
Questa la sua versione
eh, se fosse veramente così… Che noia e che barba!
La serata sta per
volgere al termine e la guida ci conduce fino a Ueno, dove io e Cassandra ci
staccheremo dal gruppo per andare ad Akibahara, mentre gli altri andranno al
museo Archeologico Nazionale all’interno del parco di Ueno.
Usciti dalla
metropolitana perdiamo un pezzo del gruppo, tanto per cambiare. Per uscire
dalla stazione alcuni hanno preso l’ascensore e sono finiti chissà dove. Tra
loro c’è perfino Claudio, il capogruppo.
Ci metteremo almeno
mezz’ora per capire dove sono: assieme alla guida organizziamo le ricerche e
arriviamo ad un incrocio molto lontano da cui hanno trasmesso la loro
posizione. Sono usciti quasi un chilometro più in là.
Ormai il tempo per
vedere il museo è troppo poco, così, dopo aver salutato la guida, mi incarico
di guidare tutto il gruppo ad Akihabara. Finalmente il posto che aspettavo di
vedere.
Si tratta del quartiere
dell’elettronica e del mondo dei manga. Siamo al tramonto e i negozi da nerd
non so quanto ancora resteranno aperti, per cui avendo poco tempo, vado diretto
sul negozio che tutti i siti raccomandano di visitare: Mandarake.
Un monolite nero
composto da Sette piani di nerdità.
Quando entro devo dire che
ne rimango alquanto deluso.
Partiamo dall’ottavo
piano, quello dell’usato. Ci sono molti robot e giocattoli d’annata.
Praticamente sono quelli di 40 anni fa quando io ero bambino, ma giapponesi, il
che significa che molti di quei robot e giocattoli non sono mai arrivati in
Italia. Ne cito uno solo perché altrimenti la lista sarebbe infinita: Jeeg
robot d’acciaio. Costo: oltre 400 euro. Per un collezionista forse non sono
tanti.
Per un collezionista.
Certo, io sono un nerd,
ma un nerd povero. Tutti i soldi che guadagno li spendo nei viaggi con
Cassandra, al massimo posso permettermi un paio di Gachapon.
Scendiamo e al settimo
piano troviamo robot e action figure contemporanei. Neanche così tanti come mi
sarei aspettato.
Niente che mi attiri.
Soprattutto i prezzi.
Piano 5: fumetti usati,
ma in giapponese.
Piano 4 fumetti non
usati, ma in giapponese.
Piano 3 anime. In
giapponese.
Piano 2 Hentai. La
lingua in questo caso è indifferente, ma non è il mio genere.
Piano 1 accessori per
fare cosplay.
Piano zero anticaglia e
petrella. Ma nerd.
Quando siamo entrati
tutti nel palazzo ero entusiasta, ad ogni piano lo diventavo sempre meno.
Alla fine abbiamo
resistito solo io Alba, Francesca e Jessica.
Fuori ci sono tutti gli
altri del gruppo ad aspettarci. La maggior parte decide di andare a cercare un
ristorante.
Io, Cassandra, Jessica
e Francesca invece continuiamo a cazzarare in cerca di chissà quale nerdità da
portare in patria.
Primo negozietto in cui
ci imbattiamo la mercanzia mi sembra già molto meglio. Trovo una action figure da
portare a mia nipote Giorgia.
Ci sono anche
moltissimi Gundam, alcuni molto economici, ma resisto… Ora che ci penso avrei
dovuto prenderne almeno due o tre. Tornerò! Forse l’anno prossimo o quello dopo
ancora, tornerò.
Il prossimo negozio
forse sarà meglio.
Insomma.
Proviamone un altro.
Peggio di prima.
Mentre la nostra
ricerca continua invano, ci imbattiamo in una strada dove c’è una fila di
ragazzine vestite in modo strano e che chiamano la gente lasciando loro dei
volantini.
Credo che siano le
rappresentanti di alcuni Maid caffè: locali dove le ragazze sono vestite da
cameriere in modo succinto e si rivolgono ai clienti con l’appellativo di
“padrone”. Ci sono diversi tipi di questi locali, cercando su internet avevo
trovato che in alcuni la gente paga un supplemento per farsi imboccare, in
altri peggio: si fanno prendere a schiaffi.
Mi viene in mente la
scena di un vecchio film dove Bombolo seduto ad un tavolo dice “Acameriere? Ma
quando arriva ‘sta pizza?” Da dietro arriva Thomas Milian e gli molla uno
sberlone in faccia dicendo “Eccola”.
Sinceramente non so
quanto paghino per farsi menare, se venissero in Italia… Ok, ci sarebbe sempre
il biglietto aereo da comprare, ma poi potrebbero farsi prendere a pizze finché
vogliono. A gratis. Farebbero un’indigestione di pizze.
Lasciamo perdere il
cibo e continuiamo a perseverare nella vana ricerca delle nerdità.
Proprio quando stavo
per gettare la spugna trovo un altro negozietto ben fornito e a prezzi
accessibili. Prendo altri piccoli pensieri per Giorgia e finalmente posso
sentirmi soddisfatto.
Ora possiamo anche
tornare a casa.
Per questa sera.
Cosplay?
Tra le molte contraddizioni della cultura giapponese,
quella del vestirsi, truccarsi e travestirsi è un’altra che salta subito
all’occhio del turista. Leggendo tonnellate di fumetti e guardando altrettanti
anime (animazione giapponese), non mi sconvolgo più di tanto, ormai anche in
Italia si vedono moltissime persone che fanno cosplay, (si travestono da
personaggi di fumetti, anime, serie TV o del cinema), però esclusivamente nelle
convention fumettistiche.
Quando però sei in metropolitana a Tokyo con
personaggi del genere e non capisci se vanno sempre in giro così o stanno
facendo cosplay, un attimo di confusione te la creano nonostante gli anni di
studio della cultura giapponese...
Come? Dove sta contraddizione? Semplicemente nel
fatto che non vedi mai una via di mezzo: da una parte ci sono gli studenti
vestiti tutti uguali con la divisa, o ancora i colletti bianchi in giacca e
cravatta, dall’altra ci sono loro… Probabilmente si vestono così tutti i
giorni.
A me piace questa libertà creativa e sono convinto
piaccia anche a tantissimi turisti. Non
oso immaginare cosa succederebbe se anche da noi la gente iniziasse a vestirsi
così tutti giorni…
In fondo cos’è la moda se non una fuga dalla realtà
quotidiana?