giovedì 10 novembre 2016

I MERCATI DI TRAIANO

Finalmente.

Era dalla prima volta che venivo a trovare Cassandra a Roma che ci volevo venire. Ricordo di essere passato a fianco dell'ingresso di questo museo e affacciandomici ho sentito come un brivido, una scintilla di interesse che si è accesa mettendo in moto un motore che avevo appena iniziato a scaldare.
Oggi riusciremo a vedere questo spettacolo a cielo aperto, un luogo dove poter sognare e perdersi tra scale, portici, camminamenti, basolati e molto di più.
Appena messo piede nel museo ci ritroviamo nella grande sala di ingresso che ha ben tre piani. Le pareti sono tutte in mattoni a vista, molto rimaneggiati dalle ricostruzioni dei secoli scorsi, e le porte in travertino, così come le finestrelle. Ambienti come questi fanno sempre un certo effetto, anche se gli antichi i muri li intonacavano tutti di bianco e poi affrescavano per richiamare la grandiosità, in questo caso dell'imperatore.
La spoliazione di tali ambienti è dovuta all'epoca medievale, quando le superfici di marmo vennero tolte e riutilizzate in diversi modi, mentre sopra ciò che rimaneva costruirono case, conventi, chiese, monasteri. Le moltissime statue che arricchivano a adornavano le stanze e gli spazi, una volta recuperate finivano nelle collezioni private di ricchi personaggi. 
 
A mio modo di vedere questo fu l'ennesimo sacco di Roma, stavolta ad opere dei romani stessi.
Quello che vediamo oggi è stato in gran parte ricostruito, difatti quando sono state riportate alla luce all'inizio del 900, queste stanze non erano così integre, però se ne poteva facilmente intuire la struttura, tanto che gli archeologi dei tempi interpretarono la funzionalità del complesso come quella di un mercato. Da qui il nome di Mercati di Traiano, anche perché vicinissimi al foro di Traiano.
Studi recenti però hanno rivelato che probabilmente, oltre alla parte commerciale, la funzione principale di questa struttura era di centro polifunzionale, ovvero uffici di tipo amministrativo. I Mercati vengono inaugurati tra il 112 - 113 d c, quando Traiano è imperatore e Roma tocca l'apice della sua espansione. E' un momento particolare che necessità il bisogno di raggruppare l'amministrazione in un unico luogo.

All'interno di questi uffici oggi possiamo ammirare dei reperti recuperati durante gli scavi dello smantellamento del quartiere Alessandrino, che all'inizio del secolo scorso sorgeva sopra quelli che oggi sono i fori imperiali. Mussolini infatti sradicò un intero quartiere per riportare alla luce i cinque Fori e, soprattutto, per costruire una via che mettesse in comunicazione piazza Venezia con il Colosseo.
La storia dei fori nasce con il primo Foro romano, la prima piazza costruita da Romolo come centro politico, sociale e commerciale della città che nasce, cresce e muore con essa. Già da Giulio Cesare il Foro era diventato troppo piccolo e strapieno di monumenti, non c'era più spazio per gestire l'impero crescente. Cesare decide così di creare un nuovo Foro: una piazza rettangolare con dei portici ai lati. Fu il modello su cui nacquero anche i successivi Fori che, in realtà erano tutti collegati tra loro.
L'imponente struttura dei Mercati, nasce dallo sbancamento di un'intera collina, iniziato da Nerva e terminato da Traiano, che realizzò ben sei livelli di terrazze degradanti verso i Fori.
Solitamente dell'autore di grandi opere come questa non se ne conosce mai il nome, vengono sempre attribuiti al committente che ha ordinato i lavori. In questo caso però sappiamo che l'architetto che realizzò i Mercati fu uno dei più grandi dell'antichità: Apollodoro di Damasco. Siriano di origine, era grande amico di Traiano e lavorerà tantissimo per ammodernare la città di Roma.
Nonostante la sua grandezza il povero Apollodoro fece una brutta fine: quando Adriano divenne imperatore, Apollodoro continuò ad essere il personaggio che era, ma Adriano si dilettava anch'egli a progettare grandi opere. Accadde un giorno che l'imperatore progettò un tempio con una grande statua al suo interno, seduta su di un trono. Adriano, chiese ad Apollodoro di valutare il suo progetto, il quale lo trovò corretto, se nonché volle azzardare una battuta: essendo il soffitto forse troppo basso disse “Ma se la statua si dovesse alzare sbatterebbe la testa!”.
Adriano non la prese troppo bene.
Per costruire i Mercati Apollodoro impiegò solo una decina di anni, utilizzando soprattutto maestranze specializzate. Gli schiavi c'erano e venivano usati, ma in minima parte e solo per lavori di bassissima manovalanza.
Ci muoviamo per ammirare alcune statue posizionate nell'atrio e l'archeologa ci dice che esse facevano parte del foro di Traiano. Sono statue di barbari e lo si capisce dal loro abbigliamento e la loro testa, adornata da barba lunga e capelli lunghi. In questo caso sono dei Daci, gli antichi rumeni. Questi erano un popolo indoeuropeo proveniente forse dalla Russia, che diedero molto fastidio ai romani per diverso tempo. Erano descritti dai romani come valorosi guerrieri: le persone comuni portavano barba e capelli lunghi, mentre personaggi di alto rango avevano capelli corti ed un cappello di peltro, oltre che la barba. Altra loro caratteristica era che addestravano cavalli che correvano come il vento e in combattimento erano molto valorosi.
Dal primo secolo d c ebbero un capo che riunì queste popolazioni nomadi divenendo una minaccia per i romani. Tra il 101 e il 106 d c, dopo varie incursioni, vengono bloccati proprio da Traiano in una battaglia che sconfisse questo popolo valoroso.
Descrivendo così gli sconfitti Traiano non fece altro che dell'auto propaganda, del resto sarebbe stato troppo facile sconfiggere gente debole. Descrivendoli forti invece implicava autodefinirsi migliori di loro perché furono in grado di vincerli.
I romani erano molto bravi nel fare propaganda.
Conquistata la Dacia, vi vengono costruite ovunque città a modello romano, trasformando così il territorio in una provincia modello, tant'è vero che ancora oggi si chiama Romania e la loro lingua attuale è una lingua latina.
Entriamo in uno dei vani del Mercato che contiene una testa di statua attribuita a Costantino, probabilmente proveniente dal foro di Traiano.
Passiamo in un'altra sala dove l'archeologa ci mostra come i Mercati fossero collegati al Foro di Traiano: discendendo dalle terrazze si poteva arrivare fino alla grande piazza porticata del Foro.
Col passare dei secoli, dopo l'arrivo dei barbari, questa zona venne abbandonata fino al medioevo, quando sopra di essa vi sorsero addirittura delle vigne e qualche casa, una chiesa ed un convento. Solo intorno al 1500 nacque un vero e proprio quartiere. L'Alessandrino prese il nome da colui che volle la sistemazione di quest'area, il cardinale Michele Bonelli, proveniente da Alessandria.
Entriamo in un altro "ufficio" dove è esposta una grande statua in Loricato, la tipica armatura romana da parata, anche questa bianca, ma che doveva essere in origine coloratissima, così come lo erano i templi.
Passiamo in un'altra stanza dove c'è un piede in bronzo rivestito in doratura. Ritrovato nel foro di Augusto, era il piede di una delle due nike, le dee alate della vittoria, che adornavano il grande tempio di Marte Ultore, che Augusto aveva fatto costruire al centro del suo Foro. Le nike stavano in alto, sui due lati del frontone del tempio.
Proseguiamo la visita in un'altra stanza dove sono esposti alcuni reperti del Foro più piccolo, quello di Nerva. Sono decorazioni che adornavano la parte superiore del piccolo Foro, fatto tutto come la piccola, ma splendida parte che ne rimane, con le due colonne e la statua di minerva.
Saliamo al piano superiore dove ci sono pannelli che illustrano la storia della trasformazione dei mercati, che nei secoli poco a poco sono stati ricoperti dalle case dei comuni cittadini.
Ci sono poi altri reperti delle decorazioni del Foro di Augusto ed un modellino in scala di come doveva essere.
Finalmente usciamo all'esterno per affacciarci ad una delle terrazze che degradano verso i Fori e ce ne regalano una vista unica. Da qui si può vedere meglio la via Alessandrina che separa ciò che resta del Foro di Traiano dai mercati.

In mezzo a quella che doveva essere la grande piazza del Foro sporgono ancora i resti delle fondamenta medievali delle abitazioni del quartiere Alessandrino smantellato da Mussolini.
Oltre allo scavo c'è via dei Fori imperiali, che ricopre e divide ciò che un tempo era unito, tutti e cinque i Fori.
Girando lo sguardo fino quasi alle spalle dei mercati, notiamo una torre, famosa per essere parte di casa del Grillo, dove visse il famoso marchese del Grillo. In realtà la storia rappresentata da Alberto Sordi è parte della tradizione popolare romana e fondeva in un unico personaggio due marchesi del Grillo, realmente esistiti e a cui piaceva fare scherzi.
Rientriamo nelle sale espositive dove ci sono alcuni reperti del Foro di Cesare e decorazioni del tempio di Venere: ci sono degli Eroti, praticamente dei piccoli Eros, che per i romani erano Dei legati alla morte, una specie di angeli custodi. Indicavano anche la rinascita, la primavera, il ciclo della vita che si rinnova.
Proseguiamo nelle altre sale parlando di Traiano, il cui vero nome era Marco Ulpio Nerva Traiano. Adottato da Nerva, sale al potere a quarant'anni, abbastanza inusuale anche perché spesso i romani non ci arrivavano nemmeno ai quaranta.
Traiano era ispanico e viveva in andalucia. Era un grandissimo generale, molto intelligente ed energico. Fisicamente era molto alto, aspetto raro per quei tempi, con capelli scuri che però si imbiancarono presto.
Mori d'infarto vent'anni dopo essere diventato imperatore, mentre era impegnato a sedare una rivolta. Uno dei pochi imperatori ad essere scomparso per cause naturali.
Si sanno molte cose su di lui, perfino che fosse una persona molto simpatica a cui piaceva molto bere e che trattava tutti bene. Di lui si diceva che trattasse gli altri come avesse voluto che l'imperatore trattasse lui.
Aveva una moglie, Plotina, con cui rimase per tutta la vita.
Quando divenne imperatore ereditò un impero sul collasso e la prima cosa che fece, fu quella di bruciare i libri dei debitori così da permettere ai piccoli imprenditori ed i contadini di respirare, rilanciando l'economia.
Inoltre piazzò in ogni provincia persone fidate per controllare gli amministratori locali. Se questi sbagliavano andavano a casa, o peggio.
Istituì perfino un collegio per i bambini poveri e orfani di Roma, anche perché molti erano gli uomini morti in guerra e la vita media delle donne era 29 anni. Va da sé che furono molti i bambini che rimanevano orfani e senza più possibilità. Traiano, che vedeva anche in loro il futuro di Roma, riuscì a garantire a questi orfani un rifugio ed un istruzione.
Entriamo nella stanza dove sono conservati i resti della colossale statua che stava nel Foro di Augusto. Purtroppo sono stati ritrovati solo dei frammenti, un pezzo di dito, un pezzo di un polso, un parte del dorso della mano e la pupilla dell'occhio. Grazie questi frammenti, e all'impronta di una piede enorme, si è riusciti a capire che la statua era un colosso alto più di undici metri. Questa statua, che stava in una stanza decorata di marmi coloratissimi, era in marmo con un anima in legno e ferro. Rappresentava il genio di Augusto, ovvero lo raffigurava come il protettore di Roma.
Attraversiamo delle altre stanze dove ci sono altri resti del Foro di Augusto. Il foro era riccamente decorato con statue degli illustri uomini dell'antica Roma e gruppi scultorei di divinità o di personaggi leggendari, in modo che potessero avvalorare la tesi che Ottaviano era il Pringeps, ovvero il primo tra i pari. Uno di questi è il gruppo di Anchise e Ascanio che fa riferimento alla fuga dalla città di Troia ed alla loro fondazione della città di Albalonga, da cui provennero Romolo e Remo, i fondatori di Roma appunto.

Torniamo all'esterno e, girando attorno ai mercati, ci veniamo a trovare al cospetto della famosa torre delle milizie, una delle torri medievali meglio conservate della città. Come le altre trecento torri di epoca medievale di Roma, serviva a scopo difensivo: durante il periodo di assenze del Papa le grandi famiglie si fecero la guerra per cercare di raggiungere il potere su tutta la città. Questa viene chiamata torre delle milizie perché qui vi era un campo di militari. La torre venne utilizzata fino al 1300, quando un grande terremoto ne fece crollare la sommità e la inclinò come la torre di Pisa, ancora oggi infatti non è visitabile.

Torniamo ad affacciarci sulle terrazze dove sotto di noi, a livello della strada romana, si vedono delle colonne del Foro di Traiano che altro non sono che i resti della basilica Ulpia. Questo edificio era stato eretto attorno alla grande colonna che, oltre a raccontare la storia delle sue imprese nella guerra contro i Daci, è anche il suo monumento funebre. Traiano fu l'unico uomo ad essere seppellito all'interno di Roma, all'interno della colonna appunto. L'unica donna invece fu sua moglie che come il marito venne bruciata. Le loro ceneri vennero deposte in vasi di oro e alabastro, ma ovviamente non si sa che fine abbiano fatto, probabilmente i barbari stavolta hanno fatto qualcosa che i Barberini non hanno potuto.
La colonna, sempre rimasta in piedi, è alta circa cento piedi, più una decina di metri del basamento, rappresenta anche l'altezza della collina sventrata per fare il mercati di Traiano da cui oggi ammiriamo il cuore della città antica. Il disegno, raffigurante 2500 personaggi, se si potesse srotolare misurerebbe circa duecento metri. Anche la colonna è stata realizzata sotto la direzione di Apollodoro da Damasco. L'imperatore sulla colonna compare sempre, ma non come imperatore, semplicemente come il capo dell'esercito.

Per scendere ci incamminiamo sulla via biberatica che con i suoi grandi blocchi di basolato la definiscono come strada esterna. Probabilmente qui si affacciavano botteghe, taberne e altri uffici.
Continuiamo a passeggiare in discesa passando in una via di negozi e taberne, dove l'atmosfera sembra proprio trasportarci indietro nel tempo, fino a scendere tutte le scale possibili e ritrovarci la sotto, sulla strada antica, al livello originale dei fori.

Dopo questo bagno di antichità risaliamo lentamente tutte le varie terrazze, girandoci qualche volta per cercare di carpire qualche altro scorcio di Roma antica.
Proprio prima di uscire però ci imbattiamo in una sala che all'inizio del giro ci era sfuggita.
Una grande cisterna romana, dominata da un pozzo per l'acqua, è diventata uno spazio espositivo per tutta una serie di anfore ritrovate e per raccontare la storia del loro ritrovamento.
Sono anfore che contenevano di tutto: dal vino, al grano, all'olio. Su ognuna, la maggior parte molto ben conservate, si leggono dei simboli che indicano il proprietario e l'anno in cui furono immagazzinate.

Chissà se c'era qualche buona annata.

giovedì 3 novembre 2016

HORTI SALLUSTIANI




La visita di oggi riguarda uno dei luoghi dove gli antichi inventarono e praticarono l'ozium, gli horti.
Nel periodo repubblicano tutte le zone coltivate fuori Roma, iniziarono ad essere chiamate horti. Solo dal primo secolo A C assunse il significato di complesso residenziale immerso completamente nel verde con l'aggiunta di qualche padiglione abitato.
In quel periodo ne nascono moltissimi, tutti voluti da grandi personaggi, che li creano attorno a Roma: Cesare sul Gianicolo, Mecenate tra via Merulana e piazza Vittorio. Gli horti infatti erano una residenza esterna, libera dal caos metropolitano, ma che doveva essere vicina alla città, in modo che questi importanti personaggi, in caso di bisogno, potessero rientrare tempestivamente.
Durante il periodo imperiale non vengono più costruiti nuovi horti, ma quelli esistenti continuano ad essere mantenuti attivi. Questo perché cambia il sistema politico e i personaggi importanti diminuiscono con l'accentramento del potere nell'imperatore, così viene meno la necessità di questi ricchi personaggi di essere sempre presenti a Roma.
Inoltre gli imperatori preferiscono rifugiarsi nelle loro ville, molto più lontane dalla città, come villa Adriana che nasce perfino a Tivoli.
L'idea degli horti quindi svanisce con l'impero.
Quelli che stiamo visitando sono gli horti di Sallustio, che in precedenza erano proprietà di Giulio Cesare.
Sallustio è un politico molto importante che nasce come tribuno della plebe e riesce poi a farsi eleggere come senatore sfruttando la sua vicinanza a Cesare, con cui si era schierato politicamente. Durante questo periodo Sallustio diventa talmente importante e ricco che riesce a diventare governatore di una nuova provincia, la Libia.
Come tutte le nuove province vi nascono moltissimi cantieri per romanizzare le nuove città. Sallustio, da buon governatore, applica tangenti a molte di queste costruzioni, diventando ricchissimo.
Quando a Roma si scopre viene richiamato per essere giudicato dalla giustizia e pagare i suoi debiti. Si salva solo grazie all'amicizia con Cesare che paga in parte i suoi debiti, ma ad una condizione: deve lasciare la sua carriera politica.
Nel 42 Sallustio si ritira a vita privata, nel 44 Cesare verrà assassinato. Sallustio allora compra gli horti di Cesare e sposa addirittura la vedova di Cesare. Ritirandosi Sallustio si dedicò completamente all'ozium romano, diventando uno dei più importanti storici dell'antichità.
Di sua produzione sono testi di fondamentale importanza per la ricostruzione dell'epoca: la congiura di Catilina e il gruppo delle littorie che però lascia incompiuto. Nel 34 A C infatti Sallustio muore a 52 anni. Negli anni di ozium si era dato molto da fare: rispetto al suo predecessore aveva notevolmente aumentato gli horti, inserendo nuovi edifici e  rendendoli molto più ricchi. Gli horti rimasero di proprietà della sua famiglia per altri vent'anni, poi vennero acquistati dallo stato divenendo parte dei possedimenti imperiali.

Iniziamo a scendere le scale che ci portano ben quindici metri sotto il livello stradale. Gli horti erano un complesso enorme che si sviluppavano più o meno dalla base del Quirinale e arrivavano fino alla zona del Pincio.
Erano di una ricchezza talmente sontuosa e disseminata di opere d'arte, che durante l'impero furono diversi gli imperatori che scelsero di stabilire qui la loro residenza al posto del Palatino.
Due sono stati gli imperatori che si sono dedicati alla ristrutturazione di questo luogo: Adriano e Aureliano.
Di fatto questi horti vennero utilizzati fino alla caduta dell'impero, solo con l'invasione dei goti furono abbandonati. L'area rimase poi disabitata fino alla metà del 1500, quando i Barberini vi fecero costruire la scomparsa villa Barberini.
Fu proprio grazie a questa costruzione che Papa Sisto V aveva riportato l'acqua in questa zona, rendendola così nuovamente abitabile. Di conseguenza anche i Borghese, sul Pincio, Costruiscono la loro villa, seguiti poi dai Ludovisi, la cui villa come quella dei Barberini scomparve in seguito.
Con l'unità d'Italia questa zona infatti viene radicalmente modificata. Si aprono nuove strade per fondare uno nuovo quartiere e tutto quello che c'era in mezzo viene sepolto, rimanendo sotto ai nuovi palazzi. Ecco spiegato come mai si deve scavare tanto per ritrovare le antiche strutture.
E' in questa nuova fase che le ville Barberini e Boncompagni Ludovisi vengono distrutte.
Gli horti di Sallustio erano immensi, noi oggi ci troviamo nel cuore degli horti, e se ne vedono solo tre piccole parti, ma aveva una forma simile ad un circo, che in realtà era un giardino con fontane, giochi d'acqua e laghetti.
La parte che visiteremo è il padiglione residenziale il cui ingresso aveva una porta altissima, con a lato colonne e statue. Oggi vediamo una porta in vetro che chiude il padiglione, è moderna, ma in realtà non dovrebbe essere molto diversa dall'originale. La sala infatti è quasi priva di finestre ed era necessario far entrare la luce da questa grande apertura.
Il complesso visitabile emerso dagli scavi è suddiviso in tre parti: in mezzo la zona residenziale, a sinistra c'era un altro avancorpo diviso in più piani con diverse stanze affrescate, dove probabilmente venivano collocati gli ospiti. Sulla destra invece sale verso l'alto un edificio più povero, una insulae che era abitata dagli addetti ai lavori dell'horto: giardinieri, scultori, muratori, idraulici.
Scendiamo le scale fino all'ingresso della grande sala passando attraverso la gigantesca porta, varcata in passato da gentucola di poco conto come degli imperatori. Tra questi Adriano è quello che qui ha apportato le più significative modifiche alla parte residenziale. Questi infatti poteva vantare la consulenza di un personaggio del calibro di Apollodoro di Damasco, almeno fino a quando non lo fa togliere di mezzo.
Siamo ora nella grande aula circolare che fungeva da sala di rappresentanza,  separata dagli altri padiglioni, sempre indipendenti, che servivano per gli ospiti. Questo era l'ambiente più grande, con le stanze più ampie e lussuose. Ai lati dell'ingresso c'erano due grandi nicchie con alla base delle mensole. Presumibilmente dovevano reggere delle colonnine di marmo bianco, così come ne erano rivestite tutte le pareti, in modo da riflettere la luce che entrava dall'unico grande ingresso. Stessa sontuosità doveva esserci nei pavimenti, con disegni geometrici composti da marmi colorati.
Le nicchie, anch'esse rivestite di marmi, dovevano contenere delle statue.
Guardando verso l'alto vediamo la grande volta, che invece di essere ricoperta da pesanti marmi, aveva stucchi coloratissimi che la rivestivano.
C'era poi in fondo alla sala una cascata con un piccolo ninfeo, tutto rivestito di marmi. Essendo realizzato per accogliere al meglio gli ospiti, probabilmente qui venivano approntati anche sontuosi  banchetti di benvenuto.
Visitiamo anche la sala a lato, da dove si poteva uscire in giardino e poi andiamo a vedere la zona dove dovevano esserci delle stanze per gli ospiti. Se ne vede solo la scala che porta ai piani superiori, non essendo ancora ultimati i restauri non si possono visitare. Ciò che possiamo vedere sono parti dei mosaici sul pavimento e tracce di intonaci affrescati sulle pareti.
Tutta la struttura è sormontata dal grande muro del 900 che ha dato la possibilità di scavare fino a ritrovare queste strutture.

Ci spostiamo poi dall'altra parte del grande padiglione per andare a vedere l'ultima struttura emersa dagli scavi.
Risalente al primo secolo D C c'è un insulae molto ben conservata, di almeno quattro piani. Queste insulae sembrano essere appartenute a persone con una certa possibilità economica perché sbirciando dai vetri si intravedono dei bei mosaici e anche affreschi. Essendo l'insulae inserita all'interno degli horti doveva essere abitata dagli addetti ai lavori della gestione e dell'horto: giardinieri, scultori, pittori, idraulici, muratori, insomma lavoratori specializzati.
Guardando verso l'alto si vede sporgere quello che resta dei ballatoi, in legno ovviamente, che dovevano avere l'aspetto un po' come le nostre case di ringhiera. Chissà che vista avevano dai piani più alti. Oggi vediamo solo la base dei palazzoni, purtroppo possiamo solo immaginare ciò che giace per centinaia di metri, la sotto.
Mi consola il fatto di sapere che c'è ancora così tanto da ritrovare. Nonostante sia certo che noi non vedremo mai quello che vi si nasconde, è parecchio stimolante.

mercoledì 19 ottobre 2016

FORI IMPERIALI



Gira e rigira i tasselli di questo eterno puzzle iniziano ad incastrarsi l'uno con l'altro, anche se non credo riuscirò mai a vederne la fine. Oggi siamo in uno dei luoghi più significativi e carichi di storia, leggende, emozioni, stupori, di tutta la città, nonché dell'intero impero. I Fori imperiali oggi sono ridotti alle due piccole porzioni di città antica che affiorano nel centro città. Sembrano due siti a se, ma la via che li taglia, li copre e ci nasconde che in realtà erano tutti collegati tra loro.
L'unico visitabile è il Foro romano, il primo ad essere costruito nelle fasi più antiche e che conteneva tutta una serie di edifici sacri come i templi.
Questo si trova infatti tra il palatino, la casa dell'imperatore, e il campidoglio, dove c'erano il tempio di Giove ed altri templi.
Il Foro romano inizia a formarsi nella repubblica con l'edificio del senato, dove si discutevano l'organizzazione ed i problemi della città. Quando passano gli anni e arriva Giulio Cesare, inizia a cambiare il potere amministrativo, il quale viene assunto da una persona come dittatore, mentre dal successore di Cesare in poi, Augusto, come imperatore.
In questi anni cambia anche la struttura del foro romano: ogni imperatore va infatti ad inserire nella zona almeno un edificio di culto o altro. Nerone arriverà addirittura ad occupare tutta l'area del Colosseo fino al palatino, ma non sarà l'unico. Straordinarie furono le aggiunte dei Flavi, che dopo aver demolito parte della Domus aurea fanno costruire il Colosseo. Ci sono poi l'arco di Tito, il tempio di Antonino e Faustina, e molto altro.
Tornando al periodo di Cesare, si sa che l'impero era in una fase cruciale di cambiamento: sono numerosissime le nuove province da amministrare, quindi tutte le basiliche e gli uffici per la gestione e l'amministrazione di esse diventano insufficienti. Cesare è il primo che inizia a costruire un nuovo Foro spostandosi sul lato verso il Campidoglio.
Foro in latino significa piazza, difatti i fori non erano altro che delle piazze porticate con solitamente un tempio al centro. Questo era un edificio molto semplice in stile greco. Dopo Cesare anche Augusto costruirà il suo foro, ma lo farà andando a posizionarsi accanto alla suburra, quartiere popolare e tra i più abitati della città, separandolo da esso con un altissimo muro che lo proteggeva dai numerosi incendi.
Il Foro di Cesare però, che sta ancora in gran parte sotto via dei fori imperiali, comunicava con il Foro di Augusto. Dopo Augusto, anche Vespasiano crea il suo foro della pace: un giardino con al centro una grande aula dedicata alla pace. Su una parete del foro della pace venne installata una grandissima lastra di marmo bianco su cui era scolpita la dettagliatissima cartina della città di Roma, la famosa "Forma urbis". È stata recuperata quasi completamente, ma date le imponenti dimensioni non è stata rimessa assieme, anche se si può vederne parte alla crypta Balbi. È stato un ritrovamento eccezionale perché vi è rappresentato ogni piccolo edificio dell'epoca, quindi diventa fondamentale per ricostruire come fosse veramente la città.
Successivamente Domiziano, e poi Nerva, riempirono il piccolo spazio tra il foro di Augusto e quello della pace, creando un'unica serie di strutture comunicanti tra loro attraverso i portici aperti.
L'ultimo, il più grande di tutti, è il foro di Traiano che, per riuscire a costruirlo, dovette sbancare i fianchi di ben due colli: il quirinale e il campidoglio.
Paradossalmente con la caduta dell'impero romano questo luogo viene completamente abbandonato e diventa perfino una cava per materiali pregiati.
L'unica grande famiglia che nel rinascimento si interessa di questa zona sono i Farnese, che comprano il Palatino e vi creano gli orti farnesiani.
Solo nel medioevo nascono qui due strutture importanti che sono la torre dei conti e, dietro i mercati traianei, la torre delle milizie. Fortezze a scopo difensivo.
A metà del 1500 il cardinale Michele Bonelli , nipote del papa re pio VI, decide di fondare un quartiere ex novo al di sopra dei fori imperiali, realizzando la via alessandrina come arteria principale su cui si affacciavano tanti piccoli palazzi. Nacque così un nuovo quartiere residenziale, abbastanza popolare, per persone non facoltose. Le strade del quartiere erano molto piccole, quasi dei vicoletti. E' il quartiere Alessandrino, che prende il nome dal fatto che il cardinale ed il Papa erano originari della provincia di Alessandria.
Questo quartiere però è scomparso durante il fascismo, quando negli anni venti Mussolini aprì una grande strada rettilinea che dal Colosseo consentisse alle grandi parate di percorrere tutta la zona dei fori, arrivando a piazza Venezia, dove lui aveva il suo palazzo. In questo modo distrugge tutto il quartiere Alessandrino, chiese, monasteri ed ospedali compresi, e chi vi abitava andò a finire nei nuovi quartieri della città: Prenestina, san Basiglio, Alessandrino, ecc...
Con questi lavori si è perso un quartiere, ma si recupera quello che c'era di antico: i fori imperiali tornano alla luce, per lo meno quello che ne è rimasto.
Dopo questa premessa ci spostiamo all'inizio di via Alessandrina, dove si vede benissimo il muraglione che faceva da confine tagliafuoco tra i fori e la Suburra. Il primo foro che vediamo è il più piccolo, quello iniziato da Domiziano e terminato poi da Nerva. Osservandolo oggi, si vede che in fondo, a ridosso del grande muro, ci sono le tracce del tempio che lo completava. Restano due delle moltissime colonne che percorrevano entrambi i lati del foro. Sopra di esse avevano dei capitelli su cui vi era stata scolpita come decorazione tutta la storia romana fino a Nerva. Ancora più in alto, fra una colonna e l'altra, vi erano delle figure. L'unica superstite è quella dedicata alla dea Minerva, ma dovevano essercene moltissime dato che questo foro faceva da raccordo, oltre che tra quello della pace e Augusto, anche con quello di Cesare e il primo dei fori. Era il più piccolo ma si faceva rispettare in lunghezza.
Questa parte del foro di Nerva, le colonne appunto, è sopravvissuta, forse perché nel medioevo ci fecero all'interno una locanda, l'osteria delle colonnacce.
Pensando di attraversare i portici sulla sinistra arriviamo al foro di Augusto. Le dimensioni qui sono maggiori, anche se il disegno del rettangolo porticato è rimasto così come quello del tempio al centro.
Si vedono molto bene le scale che portano sul basamento e un paio di colonne ancora in piedi. Manca la copertura ovviamente, e così si riesce a vedere il muraglione che stava alle spalle e divideva il foro dalla suburra.
Questo muro fu realizzato non in mattoni, ma in blocchi di tufo. Inoltre è tenuto insieme solo da grappe di legno di quercia. Niente malta, niente calce. Da duemila anni resiste a tutto, inondazioni e violentissimi terremoti compresi.
La particolarità del foro di Augusto sono le due strutture a semicerchio ai lati del grande tempio. Questi avevano una funzione amministrativa ben precisa: funzionavano come dei moderni tribunali per le cause civili, quindi per risolvere le diatribe più semplici e veloci. Le cause più importanti invece venivano gestite nelle grandi basiliche del foro romano. Queste erano edifici grandissimi, come la basilica di Massenzio.
Le piccole basiliche del foro di Augusto erano comunque in grado di gestire un gran numero di persone ed avevano ricchissime decorazioni di marmi colorati che rivestivano tutte le superfici, compresa la pavimentazione. Questa è l'unica parte sopravvissuta che possiamo ammirare per tentare di farci un idea di quelli che dovevano essere i colori ed i disegni usati per comporli.

Sulle pareti circolari poi si notano molto bene delle nicchie, segno inequivocabile della presenza di statue.

Tra l'esedra e le colonne del tempio si intravede anche una strada e dietro, sul grande muro c'è una porta. Per non isolare completamente gli abitanti della suburra dal foro, Augusto aprì una porta, creando così un accesso e una via di passaggio. L'arco, che rimane aperto anche in epoche successive, a partire dal medioevo viene chiamato arco dei pantani. Essendo la zona dei fori una zona più bassa, quando il Tevere esondava entrava l'acqua e vi ristagnava. Il fiume del resto non era poi così lontano e in questa valle attorniata da colli un po' ovunque quando vi entrava l'acqua questa ristagnava. 
 
Tutto ciò però ai tempi dell'impero non succedeva perché il Tevere veniva dragato preventivamente proprio per evitarlo.

Il grande tempio del foro di Augusto aveva il classico frontone triangolare decorato con statue di divinità come Marte e le vittorie alate.
Il tempio è dedicato proprio a Marte. Il motivo nasce dalla storia della ascesa di Augusto al potere: esso era infatti il nipote di Giulio Cesare. Dopo la morte dello zio inizia la sua ascesa politica con l'idea di vendicarsi di Bruto e Cassio. Assieme a Marcantonio parte e il giorno prima della battaglia, Augusto fa un voto a Marte Ultore, ovvero Marte vendicatore. In cambio della vittoria lui gli avrebbe eretto un sontuoso tempio.
Augusto vince e la prima cosa che fa è quella di posizionare il tempio di Marte nel suo foro.
Del tempio si è conservato qualcosa, mentre manca completamente una piccola stanza a sinistra del tempio, proprio sotto quel moncherino di scale che sporgono sulla parete sinistra. Era un aula quadrata, chiamata del Colosso. All'interno vi era una statua dell'imperatore alta forse 15 metri. Non si sa che fine abbia fatto anche perché era anche in parte di bronzo oltre che marmo. A parte piccolissimi frammenti ne è rimasta solo la traccia del piede nel pavimento da cui si è capita la dimensione.
I fori, che durante l'impero venivano continuamente restaurati, con la caduta di Roma ne arriva l'abbandono. Succede poi che a partire dal 1200, dentro il tempio del foro di Augusto, si va ad insediare una chiesetta detta di san Basiglio. A lato di essa, fino all'esedra nasce un monastero. Dopo circa cento anni al posto della comunità di san Basiglio si stabiliscono, soprattutto sopra l'esedra di sinistra, i cavalieri di Rodi, coloro che assieme ai templari costituivano l'esercito del Papa durante le crociate.
Tornando ad osservare il muraglione, in alto si nota il disegno di un tetto, che prima d'ora avevo sempre attribuito al tempio scomparso. Invece è il segno del tetto della chiesa smantellata.

Altra curiosità del tempio di Marte è la mancanza degli scalini ai due lati esterni: questo perché vi erano due fontane messe li per aumentare la decorazione, già sontuosa di tutto il foro.
L'idea di costruire i templi in alto, era per dare un senso di separazione tra la vita mortale e quella ultraterrena, rimarcata dal fatto che nessuno, ad eccezione dei sacerdoti, poteva entrare nei templi.
Le offerte della gente comune infatti venivano messe sulle scale e poi i sacerdoti le avrebbero portate al cospetto della statua del Dio.
Sull'esedra di sinistra si notano meglio le nicchie delle statue che in questo foro erano tutte incentrate sulla storia di Roma: Enea, Iulo, i sette Re, fino agli imperatori. Mentre Nerva nel suo foro raccontava la storia militare delle conquiste, Augusto ci parla della nascita di Roma attraverso le figure che lo hanno permesso.
Era un chiaro messaggio politico: per Augusto era fondamentale perché essendo nipote di Giulio Cesare, doveva dimostrare di avere tutte le carte in regola per governare. Sia Cesare che Augusto infatti si vanno a legare al mito, direttamente alle origini di Roma.
Cesare afferma di discendere da Venere: la quale si unisce ad Anchise, il padre di Enea, che scappa da Troia e arriva nel Lazio. Questo si sposa la regina Lavinia e genera Ascanio, conosciuto anche come Iulo, ovvero della gens Iulia di cui fanno parte Cesare e Augusto. Iulo è pure colui che fonda Albalonga, la città di origine di Romolo e Remo. Parlando di carte direi che era servito.

L'ultimo dei Fori imperiali costruito è quello di Traiano. Era grandissimo, oggi non se ne riesce a capire le dimensioni, si vede solo la colonna Traiana, che è rimasta sempre li, circondata da una serie di colonnine. Queste facevano parte dell'edificio che la circondava e chiudeva il foro. In realtà è la parte finale di una grandissima piazza porticata ed andava a collegarsi con il foro di Cesare nella parte superiore destra e con quello di Augusto con la parte finale superiore. Sulla sinistra invece era collegato con i mercati traianei.
Al centro della piazza c'era una grande statua dell'imperatore a cavallo.
A destra e sinistra della colonna c'erano due biblioteche, stavano più o meno dove oggi sorgono le due chiese, mentre al posto del palazzo della provincia, quello tra le due chiese, dovrebbe esserci stato il tempio di Traiano. Questo perché gli imperatori dopo la loro morte venivano divinizzati.
Attorno alla colonna poi c'era la Basilica Ulpia, il grande tribunale dove venivano svolte le dispute giuridiche.
Tutti questi edifici diventano importanti perché, salendovi ai piani superiori, davano la possibilità di percorrere un cammino tutto attorno alla colonna di Traiano, seguendo il racconto per immagini che c'è sulla colonna, salendo fino al termine di essa. Oggi avremmo bisogno di un binocolo.
I mercati di Traiano non sono realmente una struttura commerciale, ma erano una zona di uffici amministrativi per la gente che lavorava nel foro di Traiano, principalmente per coloro che avevano a che fare con la basilica Ulpia.

Anche l'edificio semicircolare che si affacciava sul mercato era un emiciclo del foro, l'unico visibile dei quattro, due per lato del foro, costruiti.

Ci muoviamo dall'affaccio sui mercati per posizionarci sulle passerelle che attraversano il foro di Traiano.

In questo punto, da cui sembra di essere in mezzo ad una grande area, non siamo nemmeno in mezzo al foro. E' difficile da immaginare quanto potesse essere grande. Venne costruito dopo che l'impero raggiunge la sua massima estensione geografica come conseguenza dell'incremento della popolazione imperiale, suddivisa in province. Fu un incremento talmente colossale che anche il carico burocratico per poter gestire tutto necessitava di una macchina imponente. Questo foro quindi aggiunse una nuova basilica, grande aula rettangolare suddivisa all'interna da colonne e navate, e due biblioteche, oltre che altre quattro piccole esedre.
Dalla passerella si gode un'ottima vista della colonna. Sulla sua superficie è stata scolpita la storia della conquista della Dacia, l'attuale Romania. Srotolando il racconto ne verrebbe fuori una striscia di circa duecento metri di lunghezza, su cui sono rappresentati più di duemila e cinquecento personaggi. Con la vittoria sulla Dacia, viene riportato a Roma un bottino impressionante, che servì proprio a costruire questo grande foro.
La cosa interessante è sapere che il disegno della colonna in origine era colorato. Praticamente il primo film a colori della storia.
Alla base si vede bene una porticina, infatti entrando nella colonna ci si poteva salire in cima grazie ad una scala interna. Alla base però fu seppellito l'imperatore stesso, assieme alla moglie. La preziosa urna, di bronzo, argento e pietre pregiate, che conteneva le ceneri di Traiano, fu l'unica sepoltura all'interno delle mura di Roma. Sin dai tempi del secondo re di Roma Numa Pompilio, che con una legge aveva vietato di farsi seppellire all'interno della città, nessun altro dopo Traiano osò emularlo.
Essendo passati molti anni dal tempo di Augusto, la storia di Roma venne rappresentata nel foro di Traiano da una serie di nuove statue che la raccontavano proseguendo da dove era arrivato il primo imperatore.
Attraversiamo la via dei fori imperiali per andare a vedere dall'alto l'ultimo foro che ci manca, quello di Cesare. 
Cesare, che non divenne mai imperatore, fu il primo che realizzò nuove piazze e divenne il prototipo da emulare. Oggi si vedono in piedi solo tre colonne, anche perché gran parte è ancora sotto la strada che abbiamo appena attraversato, ma qui c'era un tempio dedicato a Venere, con a lato i portici che si sviluppavano attorno a tutta la piazza.
Il tempio era dedicato a Venere genitrice perché Cesare, appartenente alla gens Julia, si vantava di discendere proprio dalla dea Venere.
Quelli che sono i portici, ancora in parte visibili, servivano sia come passaggio e collegamento da un foro all'altro, sia come accesso agli uffici pubblici, botteghe e scuole che si affacciavano alla piazza.
Questo foro nasce con l'idea di essere finanziato sia dal pubblico che dal privato: per ottenere i finanziamenti necessari alla costruzione dalle casse dello stato sono stati volutamente inseriti degli esercizi commerciali. Al contrario degli altri fori, la storia che viene raccontata qui è incentrata solo sulla persona di Cesare.

Dato che contrariamente a quanto si possa pensare non c'era lo spazio necessario per costruire questo foro, Cesare dovette pagare di tasca propria l'esproprio delle case alle persone che vi vivevano, infatti questa zona era tutta una fittissima rete di insulee.
La visita finisce qui, ma visto che non mi è bastato, ho prenotato la visita serale guidata che ci permetterà di scendere all'interno di questo foro, non vedo l'ora di sentire cos'ha da raccontarci Piero Angela.

lunedì 3 ottobre 2016

L'AVENTINO



Uno dei luoghi cardine della storia di Roma, si erge davanti al circo massimo. E' anche stato il luogo in cui si è deciso il famoso ratto delle sabine, voluto da Romolo per popolare la città, fino ad allora costituita di soli uomini.
Siamo inoltre vicini al Tevere, dove arrivò la famosa cesta coi due gemelli abbandonati, Romolo e Remo, che vengono salvati da una lupa e poi cresciuti dal pastore Fasolo. Una volta adulti i due ragazzi decidono di fondare una nuova città. Si trovano d'accordo finché non si deve decidere il luogo in cui fondare la città. Remo sceglie il Celio, mentre Romolo il Palatino. Non si mettono d'accordo e allora decidono di fare una gara: chi avesse avvistato il maggior numero di uccelli che partivano in volo dall'Aventino, avrebbe deciso dove fondare la città. Da qui il nome del colle, difatti in latino Aves significa uccello.
Non riescono comunque a decidere nemmeno così, litigano e alla fine Romolo traccia una linea per terra per dividere il suo territorio da quello del fratello, intimandogli di non oltrepassarla. Remo non lo ascolta e scatta la lite in cui Romolo uccide Remo. Così nasce la città di Roma.
Questa la leggenda, la realtà è che l'Aventino è vicino all'isola Tiberina, il porto della città, fonte di ricchezza. Ben presto il colle diventa luogo residenziale dei ricchi mercanti che commerciano con tutto il resto del mondo occidentale, Grecia, Etruria ecc.... Le popolazioni straniere invece, Egitto per esempio, scelgono di risiedere sulla sponda opposta del Tevere.
Con il passare del tempo Roma si ingrandisce e i suoi commerci rendono insufficiente la capacità del porto tiberino, così viene costruito l'Emporium, che è comunque vicino all'Aventino, e quindi la zona continua ad essere densamente popolata. Questo colle è un punto strategico e non omogeneo, come piaceva tanto ai romani: vicino al fiume, ma al riparo dalle possibili inondazioni.
Sull'Aventino col tempo sorgono anche molti templi che poi verranno soppiantati da chiese. Già dal V secolo d c nasce la basilica di santa Sabina. Un tempio che però ha lasciato una traccia ancora oggi visibile è quello della dea Floria, la dea dei fiori, difatti essa aveva il suo tempio proprio dove oggi c'è il roseto comunale.
In questo luogo, dopo la caduta dell'impero il tempio viene abbandonato, cade tutto nell'oblio come i fiori che dovevano esserci per tutto l'anno. Questo fino a metà 1600, quando la comunità ebraica decide di utilizzare la zona come cimitero, almeno fino all'epoca moderna, quando Mussolini lo farà smantellare per farlo trasferire al Verano.
Negli anni trenta però una contessa americana viene a vivere a Roma. Essa decide di dotare la città di un roseto aperto al pubblico che possa ospitare tutte le specie di rose esistenti nel mondo. Come luogo viene scelto il colle Oppio. Nasce così il premio Roma, una gara che ogni anno vince la rosa più bella.
Nella seconda guerra mondiale però viene distrutto e finito il conflitto il comune decide di ricrearlo, ma stavolta qui sull'Aventino, restituendolo così alla dea dei fiori. Per ricordare la presenza del cimitero, nella parte superiore del cimitero, attraverso l'intreccio dei sentieri, è stato disegnato l'amenorha, il candelabro a sette bracci ebraico.
Nella parte superiore del roseto ci sono più di mille e cento specie di rose. Nella parte inferiore invece ci sono le rose in gara ogni anno, più tutte le rose vincitrici delle passate edizioni.
Saliamo ora il colle fino a raggiungere la rocca dei Savelli, oggi conosciuta come il giardino degli aranci.
Della rocca in realtà oggi rimane solo il muraglione, del palazzo al suo interno non rimane più nulla, se non il parco divenuto il giardino degli aranci.
Uno dei più famosi punti panoramici della città nasce negli anni trenta per mano di un architetto di nome Munoz. Dalla terrazza all'interno delle mura si capisce perché la rocca fu costruita qui: era un formidabile punto strategico. Dall'alto si poteva vedere tutto molto bene. Inoltre il Gianicolo era proprio qui di fronte e divenne fondamentale punto di osservazione contro i francesi che vi erano annidati.
Qui sotto poi si stende il protagonista della città: il fiume Tevere. Sull'altra sponda infatti c'era la zona dell'emporio, il nuovo porto in cui arrivavano tutte le merci provenienti da Ostia, dove le grandi navi scaricavano le mercanzie per caricare le piccole barche in grado di navigare sul fiume con quintali di merci in arrivo ogni ora.
Nell'epoca rinascimentale invece non è mai stato scelto dalle grandi famiglie per le loro residenze. La cosa si spiega facilmente perché in quell'epoca l'Aventino era divenuto un limite esterno della città, troppo lontano dal nuovo centro politico, ovvero San Pietro.
Entriamo nella basilica di Santa Sabina, una delle più antiche a Roma, risalente al V secolo d c. Il nome deriva da una matrona romana martirizzata in questo luogo. La basilica diventa importante come meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli di ogni parte d'Europa, tanto che viene restaurata durante il rinascimento, e poi anche nel Barocco. Si sa infatti che il Borromini si è prodigato nel suo rifacimento interno.


Oggi la rivediamo con il suo aspetto paleocristiano, perché lo stesso architetto che ha costruito il giardino degli aranci, Munoz, ha avuto anche la richiesta da parte del comune degli anni trenta di andare a togliere i rifacimenti rinascimentali e barocchi, perdendo così il tocco del Borromini. Così facendo si è riscoperto come erano le basiliche paleocristiane, molto vicine all'idea di Costantino, così come doveva essere era la prima Basilica di San Pietro e come vediamo oggi la Basilica di San Paolo.
A partire dal 1200 viene gestita dai domenicani, che vi costruiscono a lato il convento, dove il primo San Domenico, che arriva dalla Spagna, dimorerà.
Da una piccola apertura sulla parete si riesce ancora a vedere all'interno del giardino del convento con al centro un pozzo ed il primo albero di arance amare portato da san Domenico. Si dice che l'albero sia ancora lo stesso e non sia mai morto. Ovviamente durante i secoli ne sono stati ripiantati svariati per non far morire la tradizione. Fu da qui che prese spunto Munoz quando piantò tutti gli aranci nel rifacimento di rocca Savelli, ribattezzandolo come giardino degli Aranci.


All'interno della basilica c'è una curiosità da scoprire: relegata in un angolo troviamo una strana pietra di basalto nera. Posizionata sopra una colonnina, viene detta pietra del diavolo: pare infatti che il diavolo in persona vedendo le continue preghiere che venivano rivolte sulle tombe dei martiri si adirò scagliando la pietra contro san Domenico.
In realtà questa pietra è semplicemente un peso che, posizionato sul bilanciere, veniva utilizzato nei commerci dell'antichità. Del resto siamo vicini alla zona dove c'erano moltissime attività commerciali.
Ci spostiamo nell'ultima tappa della visita, la sommità del colle Aventino, dove solitamente ci si può accostare ad una serratura per sbirciare attraverso i giardini della casa dei cavalieri di Malta. Da questo pertugio si riesce ad identificare il cupolone di San Pietro, gesto che da solo permette di attraversare in una sola volta ben tre stati: Italia, Malta e Vaticano.
Oggi però è una delle giornate del FAI e la massa di gente che affolla la piazza non ci permette nemmeno di avvicinarci.
Dal 1200 in cima all'Aventino si stabiliscono i cavalieri Malta, un ordine militare nato in difesa della cristianità e del Papa, un pò come i templari. La differenza tra i cavalieri di Malta ed i templari è che questi ultimi nascono solo come esercito, mentre i cavalieri di Malta, detti anche di Rodi, sono un ordine cavalleresco.
Essi nascono intorno all'anno mille da un gruppo di mercanti napoletani che si imbarcano per la terra santa. Raggiunta Gerusalemme fondano un piccolo ospedale. Sono devoti a san Giovanni battista e si occupano di dare assistenza ai malati. Solo successivamente, quando scoppiano le crociate, diventano anche loro cavalieri e forza armata del Papa, in particolare ne saranno la flotta marina. Anche se non sono scomparsi come i templari, durante la storia vengono spesso cacciati: nel 1300 vengono mandati via da Gerusalemme ed andranno a Rodi. Solo due secoli più tardi vengono cacciati, quindi nel 1500 arrivano a Malta, quando ormai le crociate sono finite e gli ultimi templari sono scomparsi. A Roma sono sempre in questa villa sull'Aventino, mentre a Malta danno l'avvio alla formazione della nazione dalla capitale La valletta, che prende il nome del gran maestro dei cavalieri che fonda la città. Vi rimarranno fino alla conquista di Napoleone quando, avendo fatto voto di non muovere più guerra contro altri cristiani, lasciano l'isola per tornare a vivere a Roma. Nella capitale hanno continuato, la loro missione di cura dei malati, tanto è vero che ancora oggi esiste l'ospedale dei cavalieri di Malta.
Sono un ordine iniziatico, in passato per entrare nell'ordine si doveva essere parenti di un cavaliere.
La loro villa sull'Aventino è la sede centrale dei cavalieri, mentre quella che si affaccia con la sua loggia medievale sui mercati di Traiano, una vista ineguagliabile, è la sede dei cavalieri di lingua italiana.
E' un ordine piramidale, a capo del quale c'è il gran maestro, un cardinale che partecipa anche al conclave.
A metà del 1700 il Piranesi venne chiamato a decorare la piazza su cui si affaccia la villa dei cavalieri. Il Piranesi si pensa che potesse essere un membro dei cavalieri, o comunque una persona molto vicina ad essi, difatti è sepolto nella basilica all'interno della Villa.
Nella piazza si possono vedere molti simboli riferiti all'ordine, l'idea che accomuna tutto è che l'Aventino in realtà sia una nave pronta a salpare per raggiungere la terra santa. Guardando dal Tevere in questo punto sembra avere la forma della chiglia di una nave, dove la villa potrebbe essere la sommità, con i giardini che sono gli alberi della nave con le sue vele.